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Con l'ex magistrato Cuno Tarfusser parliamo dei rapporti fra giustizia e politica dopo le elezioni in Liguria determinate dal caso Toti e lo scontro fra i giudici e il governo sui migranti.
Con l'ex magistrato Cuno Tarfusser parliamo dei rapporti fra giustizia e politica dopo le elezioni in Liguria determinate dal caso Toti e lo scontro fra i giudici e il governo sui migranti.
All’indomani dell’abbattimento del caccia F-15 americano nei cieli iraniani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha mostrato ripensamenti sull’ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz. «Ricordate quando ho dato all’Iran dieci giorni per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz? Il tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l’inferno su di loro. Gloria a Dio!» ha scritto il tycoon su Truth. Che ha già minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane. A detta del senatore Lindsey Graham, che ieri ha parlato con Trump, il presidente sarebbe fermo su questa posizione: «Sono assolutamente convinto che userà una forza militare schiacciante contro il regime».
Quel che è certo è che l’amministrazione americana «non permetterà che gli Stati Uniti diventino un rifugio per gli stranieri che sostengono regimi terroristici anti-americani». E per questo sono state arrestate «la nipote e la pronipote del defunto generale di divisione Qasem Soleimani, membro del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane», ucciso nel 2020 in un raid americano a Baghdad. Le manette sono scattate dopo che il segretario di Stato, Marco Rubio, ha revocato il «loro status di residenti permanenti legali (Lpr)».
Lo stesso Rubio, annunciando che le due parenti dell’ex comandante della Forza Quds iraniana saranno espulse, ha commentato che «Hamideh Soleimani Afshar e sua figlia erano titolari di una carta verde e vivevano nel lusso negli Stati Uniti». La nipote di Soleimani «è anche una fervente sostenitrice del regime iraniano, che ha celebrato gli attacchi contro gli americani e si è riferita al nostro Paese come al “Grande Satana”». Ma non è tutto. All’inizio del mese, è stato revocato lo status legale anche a Fatemeh Ardeshir-Larijani, figlia dell’ex segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran Ali Larijani, e del marito Seyed Kalantar Motamedi.
Intanto, dopo l’abbattimento dell’F-15 e il salvataggio venerdì del primo pilota, restano sconosciute, nel momento in cui scriviamo, le sorti del secondo militare americano disperso in Iran. Sulle eventuali ripercussioni, Trump non si è sbilanciato troppo. In una breve intervista telefonica rilasciata a Nbc News, ha sottolineato che l’episodio non influenzerà i negoziati con l’Iran. E all’Independent, non ha voluto svelare la risposta statunitense nel caso in cui Teheran catturasse il pilota dell’F-15: «Non posso commentare. Speriamo che ciò non accada».
A detta dell’Iran non sarebbe ancora successo: il regime, che messo una taglia sulla sua cattura, ha smentito di averlo ritrovato. Dall’altra parte, diversi esperti americani si sono espressi sulla difficoltà della missione di recupero del militare da parte dell’aeronautica americana. Alla Cbs, un ex comandante dei Pararescue Jumpers dell’aeronautica militare statunitense ha rivelato che se il pilota si trovasse in una zona impervia per gli elicotteri Blackhawk, interverrebbero i paracadutisti: dopo il lancio, dovranno proseguire la missione a piedi. Allo stesso tempo, inevitabilmente, dovranno eludere i nemici. Il pilota disperso invece, secondo l’analista di sicurezza nazionale per la Cbs News, Aaron MacLean, avrebbe a disposizione un kit di primo soccorso, un localizzatore Gps, un segnalatore di emergenza e una radio criptata.
Nel frattempo, sono emersi ulteriori dettagli sull’F-15 abbattuto: le immagini dei rottami suggeriscono che potrebbe essere partito da una delle basi americane situate nel Regno Unito. Tutto tace a tal riguardo da parte del Comando centrale degli Stati Uniti e del ministero della Difesa britannico. Ma secondo Justin Bronk, ricercatore senior del Royal united services institute, si tratterebbe di un F-15 del 494th Fighter squadron della base Raf di Lakenheath, nell’Est dell’Inghilterra. In tal caso sarebbe confermata una linea più morbida da parte del premier britannico, Keir Starmer, che inizialmente aveva negato l’autorizzazione ad utilizzare le basi, salvo poi fare marcia indietro.
Oltre al fronte mediorientale, il grande grattacapo di Trump è all’interno dei confini americani. Mentre le elezioni di midterm si avvicinano e i cittadini americani sono sempre più scontenti sulla guerra in Iran, si fanno sempre più insistenti le voci su un rimpasto. Dopo aver rimosso l’Attorney general Pam Bondi, diverse fonti hanno rivelato a Reuters che la stessa sorte potrebbe toccare al direttore dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, e al segretario al Commercio, Howard Lutnick. Sulla prima, Trump avrebbe già manifestato il suo disappunto, chiedendo consiglio al suo entourage su eventuali sostituti. Sul secondo, il tycoon starebbe ricevendo pressioni da parte dei suoi alleati alla luce dei rapporti di Lutnick con Jeffrey Epstein. Tra l’altro, il tycoon sarebbe sempre più scontento della copertura mediatica riservata al conflitto in Medio Oriente. E il caso del caccia americano abbattuto non fa altro che aumentare la sua frustrazione.
Dopo pesanti attacchi aerei segnalati venerdì notte nella zona Nord di Teheran, ieri mattina un missile è caduto vicino alla centrale nucleare di Bushehr, nell’Iran occidentale, danneggiando un edificio e provocando la morte di un addetto alla sicurezza. Secondo l’Agenzia iraniana per l’energia atomica (Aeoi), «gli impianti principali non sono stati danneggiati». Però la società statale russa per l’energia nucleare Rosatom annunciava l’evacuazione di 198 dipendenti, avvenuta 20 minuti dopo l’attacco. L’amministratore delegato di Rosatom, Alexey Likhachev, l’ha definita la «fase principale» dell’allontanamento di quanti vi stanno lavorando, in base alla pianificazione di inizio del conflitto.
Il personale ha raggiunto il confine armeno a bordo di autobus. «Non è stato riportato alcun aumento dei livelli di radiazione», ha precisato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) in un post su X, spiegando di essere stata messa al corrente del raid da Teheran. L’agenzia sottolineava che il direttore generale di Aiea, Rafael Mariano Grossi, «esprime profonda preoccupazione per l’incidente segnalato e sottolinea che i siti delle centrali nucleari o le aree circostanti non devono mai essere attaccate». Nel post si ricordava che «gli edifici ausiliari» di un impianto nucleare «possono avere al loro interno apparecchiature di sicurezza vitali». Grossi ribadisce «l’appello alla massima moderazione militare per evitare il rischio di un incidente nucleare».
In un post pubblicato su X, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha incolpato Stati Uniti e Israele degli attacchi a Bushehr, compiuti «per ben quattro volte» da inizio conflitto, e accusato l’Occidente di aver avuto ben altro atteggiamento quando si era indignato «per le ostilità vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia in Ucraina». Araghchi ha poi avvertito che qualsiasi ricaduta radioattiva potrebbe «porre fine alla vita nelle capitali dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, non a Teheran».
Da Mosca si è fatta sentire con durezza la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Condanniamo fermamente questo atto malvagio, che ha provocato la perdita di vite umane». Ha aggiunto: «Gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, compresa la centrale nucleare di Bushehr, devono cessare immediatamente».
Ieri mattina, nel mirino sono finite diverse aziende petrolchimiche della provincia del Khuzestan, nel Sud Ovest dell’Iran, che hanno subìto danni agli impianti. Secondo l’agenzia di stampa statale iraniana Tasnim, aerei da combattimento israeliani e americani hanno colpito il complesso petrolchimico di Bu Ali e quello di Bandar Imam, danneggiando alcune parti degli impianti. Anche la zona petrolchimica Speciale di Mahshahr è stata oggetto di raid.
Si tratta di complessi strategici per l’economia industriale iraniana, dove gas e petrolio vengono convertiti in una vasta gamma di prodotti come plastica, fertilizzanti, fibre sintetiche e i danni economici provocati dal blocco del funzionamento saranno di miliardi di dollari. L’Idf ha confermato i bombardamenti, affermando che gli impianti venivano utilizzati da Teheran per la produzione anche di materiali per missili balistici.
Sul fronte israeliano, per tutta la notte di venerdì sono risuonate le sirene. I missili caduti nella parte centrale e meridionale del Paese non hanno causato vittime. Hezbollah ha fatto sapere di aver attaccato le caserme militari israeliane di Liman, a Nord della città di Nahariya, con uno «squadrone di droni d’attacco». Ieri, l’Iran ha lanciato diverse salve di missili balistici contro una dozzina di siti in Israele causando ingenti danni alle abitazioni e ferendo leggermente sei persone a Tel Aviv e in altre aree del centro. Piccoli ordigni esplosivi dispersi in volo da missili a grappolo iraniani sono caduti vicino alla base di Kirya, quartier generale centrale dell’Idf e del ministero della Difesa, ma non sono stati segnalati danni. Nel tardo pomeriggio, sei esplosioni sono state udite a Gerusalemme dopo che l’esercito israeliano aveva segnalato missili in arrivo dall’Iran.
Ieri il Washington Post ha pubblicato la notizia che aziende cinesi fornirebbero all’Iran informazioni di intelligence utili a spiare le forze statunitensi. Tra queste società private ci sarebbe la MizarVision, che sostiene di aver monitorato il dispiegamento delle forze Usa in Medio Oriente, inclusi gruppi di portaerei e basi aeree in Israele, Arabia Saudita e Qatar, utilizzando immagini satellitari e dati pubblici rielaborati con l’Ia.
Secondo alcuni analisti, le società private offrono a Pechino un vantaggio strategico ideale: la possibilità di sostenere indirettamente partner come l’Iran mantenendosi al contempo ufficialmente distanti dal conflitto.
Ministro Zangrillo, andiamo subito al punto. Non molte ore fa lei ha firmato il rinnovo del contratto (solo la parte economica) della scuola. In media 137 euro in più al mese per circa 1,3 milioni di lavoratori. Di questi tempi è una notizia. Ma fa ancora più notizia la firma della Cgil, in controtendenza rispetto ai no imposti da Maurizio Landini in tutta questa legislatura. Cos’è successo?
«Innanzitutto mi faccia dire che in meno di tre anni questo è il terzo rinnovo del contratto dell’Istruzione della legislatura, una cosa mai successa prima. In tre anni abbiamo portato a casa i rinnovi di nove anni (dal 2019 al 2027 ndr) con incrementi del 17% pari a 400 euro lordi al mese. Creare continuità ed evitare i ritardi atavici era uno degli obiettivi che ci eravamo posti a inizio mandato e possiamo dire di averlo raggiunto anche grazie al lavoro di squadra del governo che ha già stanziato le risorse per il triennio successivo, il 2028-2030».
E questi sono fatti. Così com’è un fatto che la Cgil si era sempre opposta ai rinnovi, mentre a questo giro ha firmato. Come ha convinto Landini?
«Guardi, io non ho incontrato Landini e quindi non so se si sia convinto. Posso invece dire di aver trovato i rappresentanti della Cgil al tavolo molto ben disposti al dialogo vista l’importanza della proposta dell’Aran (che rappresenta lo Stato nella contrattazione ndr), consapevoli che continuare a restare fuori dalla trattativa sarebbe stato controproducente anche per il sindacato».
Beh, anche i rinnovi offerti in passato erano abbastanza sostanziosi, il governo ha stanziato circa 20 miliardi per i contratti della Pa, eppure Landini ha sempre detto no. Ha notato una spaccatura nel sindacato?
«Non mi faccia dire cose che non so e non mi faccia entrare in questioni che non mi competono. Per quello che ho visto io, c’era una gran voglia anche da parte dei rappresentanti della Cgil seduti al tavolo di mettere da parte la politica e di pensare agli interessi dei lavoratori. E infatti alla fine siamo riusciti a trovare la quadra».
Bene il contratto. Però il governo dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia sta vivendo il momento più complicato da inizio legislatura. C’è ancora qualcuno che pensa alle elezioni anticipate?
«Io non sottovaluto la sconfitta, che c’è stata, ma credo anche che nei momenti delicati sia fondamentale mantenere lucidità e guardare i numeri. I numeri del voto dicono che il Sì ha avuto più consensi di quelli raggiunti dalla coalizione di centrodestra alle ultime politiche e i sondaggi fotografano una situazione sostanzialmente immutata. Insomma, l’ipotesi del voto anticipato mi è sempre apparsa irrealistica».
Detto questo, l’economia sta peggiorando e il governo ha varato un mini-rimpasto che nessuno sa dire se sia finito.
«Non confondiamo i piani però. La situazione economica risente evidentemente del conflitto in Medio Oriente che non dipende certo da noi. Dal cdm siamo usciti con delle misure tampone come il rinnovo del taglio delle accise che erano fondamentali, ma ovviamente non basta. La situazione è seria e quindi nessun Paese può risolverla da solo, i provvedimenti vanno presi a livello europeo».
Che vuol dire stop al Patto di stabilità?
«Certo, il prima possibile».
Ma l’Europa dice che deve esserci una recessione per fermare l’automatismo dei vincoli. Paradossale no?
«Certo che è paradossale. E io sono convinto che con un conflitto lungo, Bruxelles non potrà non concedere deroghe al Patto, anche perché parliamo di una crisi energetica che per l’Europa è la più grave degli ultimi 30 anni».
Tempi?
«Le prossime due settimane, al massimo i prossimi 20 giorni, saranno decisivi per prendere una decisione».
Una volta ottenuta maggiore possibilità di spesa dove dovrebbero andare le risorse?
«La priorità va data a imprese e famiglie. Le prime hanno da sempre avuto nell’eccessivo costo dell’energia un fattore di gap competitivo rispetto ai loro concorrenti. Le seconde rischiano di subire aggravi sui carburanti e in bolletta. Ecco, noi dobbiamo annullare del tutto o comunque limitare più che possiamo questi rincari».
Paradossale che si parli di rimpasto di governo in questa situazione?
«Ancora una volta sarebbe sbagliato confondere i piani. Il governo va avanti, ricordiamoci sempre che restiamo l’esecutivo più solido rispetto ai nostri principali alleati europei, penso a Francia e Germania».
È scoppiato però anche il caso Piantedosi.
«Si tratta di una questione privata e tale doveva rimanere».
Anche il suo partito Forza Italia, comunque, è in fibrillazione. Dopo l’avvicendamento Gasparri-Craxi, sembra siano possibili altri cambiamenti.
«In Forza Italia si è aperta una nuova fase: metabolizzato l’esito del referendum, non rinunceremo certo a proseguire nella battaglia per una giustizia più giusta. E in ogni caso adesso siamo proiettati alle elezioni politiche del 2027».
Con facce nuove?
«Anche con delle facce nuove per lavorare a dei cambiamenti che devono riguardare sia l’organizzazione sia la proposta politica. Io arrivo dal mondo delle imprese e del privato e ho una visione sui cambiamenti un po’ diversa dal consueto ragionamento politico. La mobilità tra ruoli, gli avvicendamenti sono fisiologici in ogni organizzazione e mostrano vitalità e voglia di migliorarsi. Non li vedo come una bocciatura o un regolamento di conti, ma come un fisiologico avvicendamento di forze».
I rapporti tra Marina Berlusconi e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani come sono?
«Ci si sorprende per l’incontro tra i due. Trovo normale che la figlia di chi ha fondato il movimento se ne occupi, d’altronde tutti sanno che Forza Italia è una delle creature a cui più teneva Silvio Berlusconi. Marina vuole solo il meglio per noi e ci sprona a migliorare».
Ecco, secondo lei in cosa dovrebbe migliorare il partito. Cosa vi ha insegnato il referendum?
«Ci ha detto che dobbiamo lavorare sui giovani, sulla Generazione Z che ha avuto un ruolo decisivo nella vittoria dei No. Il tema non è solo di contenuti: certo che servono delle proposte che vanno comprese dalle nuove generazioni e per fare ciò dobbiamo essere capaci di usare linguaggi adeguati».
Ingredienti – 400 gr di macinato di manzo, 400 gr di macinato di maiale, 250 gr di speck affettato sottile, 150 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiato, 350 gr di spinaci freschi, un po’ di pane raffermo, 5 uova, un mazzetto di basilico, uno di prezzemolo, sale, pepe, noce moscata (facoltativa) olio extravergine di oliva q.b.
Preparazione – Per prima cosa mettete ad assodare 4 uova partendo da acqua fredda (ci vorranno 8 minuti dalla presa di bollore). Mondate gli spinaci e fateli appassire in padella senza aggiunta di acqua a fuoco moderato. Girate spesso per evitare che gli spinaci si brucino. In una capace ciotola amalgamate la carne macinata, il formaggio grattugiato, l’uovo rimasto, le erbette finemente tritate e il pane ben ammollato e strizzato aggiustando di sale, pepe (se volete noce moscata) e un filo d’olio. Impastate bene. Ora sgusciate le uova, fate freddare gli spinaci, strizzateli ben bene per poi passarli finemente al coltello. Su una placca stendete un foglio di carta forno e sistematevi le fette di speck ben allineate. Sopra alle fette di speck mettete spalmandolo il composto di carni e formaggio e sopra ancora stendete gli spinaci, sistemate a circa due terzi della misura orizzontale di questo composto le quattro uova sode, poi con l’aiuto della carta forno arrotolate e serrate bene. Irrorate ancora con un po’ di olio extravergine di oliva e infornate a 180 gradi per circa 45 minuti.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a comporre il polpettone, si divertiranno moltissimo impastando con le manine.
Abbinamento – Santa Pasqua, anno francescano e allora Sagrantino di Montefalco. In alternativa un Sangiovese di buona struttura oppure un ottimo Aglianico.

