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Con l'ex magistrato Cuno Tarfusser parliamo dei rapporti fra giustizia e politica dopo le elezioni in Liguria determinate dal caso Toti e lo scontro fra i giudici e il governo sui migranti.
Con l'ex magistrato Cuno Tarfusser parliamo dei rapporti fra giustizia e politica dopo le elezioni in Liguria determinate dal caso Toti e lo scontro fra i giudici e il governo sui migranti.
È un duro botta e risposta quello che si è consumato tra Donald Trump e Leone XIV. «Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera. Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il Covid, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri», ha dichiarato il presidente americano su Truth.
«Non voglio un Papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti», ha proseguito. «Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano», ha anche affermato, per poi aggiungere: «La debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un perdente della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati». La reazione del pontefice non si è fatta attendere. «Io non ho paura dell’amministrazione di Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora», ha affermato. «Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace», ha continuato. Dal canto suo, nel pomeriggio, Trump ha rifiutato di scusarsi con il papa. «Non lo farò. Papa Leone ha detto cose sbagliate», ha affermato.
«Sono sconfortato per il fatto che il presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è suo rivale, né il Papa è un politico», ha commentato il presidente della Conferenza episcopale statunitense, Paul Coakley. Le parole di Trump sono state definite «irrispettose» anche dal vescovo di Winona-Rochester, Robert Barron, che siede nella commissione per la Libertà religiosa istituita dalla Casa Bianca. «Nessun presidente nella mia vita ha mostrato una dedizione maggiore alla difesa della nostra prima libertà. Ciò detto, ritengo che il presidente debba delle scuse al Papa», ha specificato Barron. Strali a Trump sono arrivati anche da alti esponenti del Partito democratico americano, tra cui il governatore della California, Gavin Newsom. Non sono poi mancate critiche a livello internazionale. Nel mezzo delle crescenti tensioni tra Washington e Teheran, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ne ha approfittato per «condannare» quello che ha bollato come un «insulto» al pontefice.
Insomma, la fibrillazione tra la Casa Bianca e la Santa Sede è alta. In particolare, sembra proprio che a far innervosire Trump sia stato il recente faccia a faccia tra Leone e lo storico consigliere di Barack Obama, David Axelrod: un faccia a faccia che, secondo quanto riferito giovedì dalla Cbs, avrebbe potuto preludere a un incontro tra il Papa e lo stesso Obama. Tuttavia, se non dovesse tornare il sereno con Roma, l’attuale presidente americano rischierebbe un duplice effetto boomerang. Il primo è di natura geopolitica. L’ascesa al soglio del primo papa statunitense della storia ha rappresentato, l’anno scorso, un duro colpo agli ambienti progressisti e filocinesi che si muovono in seno alla Chiesa cattolica: ambienti che, soprattutto negli ultimi anni del pontificato di Francesco, avevano premuto per spostare pesantemente il baricentro della politica estera vaticana verso Pechino. Con la polemica di ieri, Trump rischia indirettamente di rafforzare chi, nella Chiesa, ha remato contro Washington negli scorsi anni, corteggiando la Cina. Fermo restando che, nel corso del 2025, i rapporti tra il presidente americano e Leone non sono stati troppo burrascosi. Al netto di alcune tensioni sull’immigrazione, i due hanno giocato ufficiosamente di sponda sulla diplomazia ucraina. Inoltre, quando si verificò il bombardamento israeliano contro la chiesa di Gaza, Trump redarguì pesantemente Benjamin Netanyahu. L’attuale amministrazione statunitense si è anche schierata con la Santa Sede sul recente caso del cardinale Pierbattista Pizzaballa. Gli attriti maggiori tra Santa Sede e Casa Bianca sono semmai stati determinati soprattutto dal conflitto iraniano.
L’altro problema, per Trump, rischia di essere legato alla politica interna. Nel 2024, il presidente ha vinto il voto dei cattolici, sempre più irritati dall’amministrazione Biden non solo per le sue politiche abortiste ma anche perché aveva usato l’Fbi per mettere nel mirino alcune frange cattoliche tradizionaliste. Senza poi contare che Kamala Harris aveva mostrato esplicito astio verso una storica associazione cattolica come i Cavalieri di Colombo. Trump ha inoltre nominato vari cattolici ai vertici della sua amministrazione: si pensi soltanto al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato Marco Rubio. Ebbene, un recente sondaggio di Nbc ha mostrato l’elevata popolarità di Leone tra i cittadini statunitensi. In questo senso, è abbastanza evidente come il Partito repubblicano rischi dei contraccolpi negativi in vista delle Midterm di novembre. Tra l’altro, sempre ieri, alcuni attivisti e commentatori conservatori hanno espresso irritazione per un fotomontaggio, postato da Trump su Truth, in cui il presidente veniva mostrato come Gesù. È in questo quadro che il vescovo Barron ha auspicato che Vance, Rubio e l’ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, Brian Burch, possano attivarsi per ricucire lo strappo con Roma. Tra l’altro, proprio Vance e Rubio sono i principali possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028: anche per loro, quindi, l’elettorato cattolico risulta fondamentale. Non è allora probabilmente un caso che, ieri pomeriggio, il presidente americano abbia alla fine cancellato il post che lo ritraeva come Gesù, sostenendo di aver creduto che l’immagine lo presentasse come «un medico»...
La richiesta di Donald Trump di inviare navi cacciamine nella zona dello Stretto di Hormuz non verrà accettata dall’Italia. È quanto apprende La Verità da fonti di primo piano. Trump ha affermato che gli Usa invieranno nella zona «navi cacciamine altamente sofisticate insieme al Regno Unito e a un paio di altri Paesi».
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha smentito: «Il Regno Unito», ha detto Starmer, «non sostiene il blocco navale dello Stretto di Hormuz annunciato dal presidente americano». Starmer ha aggiunto che in settimana, insieme al presidente francese, Emmanuel Macron, riunirà «un vertice dei leader di decine di altri Paesi per salvaguardare la navigazione una volta terminato il conflitto». È la stessa posizione del governo italiano: a quanto apprendiamo, non ci sarà nessun intervento di navi militari nell’area di guerra fino a quando non ci sarà un cessate il fuoco accettato e «timbrato» da tutte le parti in causa e comunque non senza un mandato internazionale, ad esempio dell’Onu. Immaginate una nave cacciamine italiana che si trovasse nello Stretto di Hormuz mentre la tregua si interrompe e ricominciano le ostilità: che succederebbe? Troppo rischiosa la situazione per aderire alla richiesta del tycoon.
Una richiesta arrivata non certamente a caso: le navi cacciamine, quelle specializzate nella ricerca e nell’esplosione in sicurezza delle mine che gli iraniani hanno disseminato nello Stretto, sono una risorsa di cui dispongono poche nazioni, come la stessa Gran Bretagna e i Paesi Bassi. L’Italia è considerata un’eccellenza mondiale in questo settore; i cacciamine di progettazione italiana (Intermarine) sono stati esportati o prodotti su licenza in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti.
Sono otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti nel caso si decidesse il loro impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, spesso definiti come «Lerici 2ª serie»: sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, mentre produrle e disseminarle è semplicissimo: costano poco e possono essere lanciate da un aereo o da una nave. L’impatto sul transito delle navi è massiccio: il rischio di essere colpiti è alto, e inoltre le compagnie assicurative tendono, ovviamente, a non stipulare contratti con gli armatori, le cui navi devono attraversare tratti di mare minati.
Le mine non sono solo quelle galleggianti: ce ne sono alcune, di ultima generazione, che vengono adagiate sui fondali, pronte a riemergere quando i sensori captano una nave in avvicinamento. Per quel che riguarda Hormuz, poi, c’è un fattore che complica ancora di più la situazione: che sia vero o no, l’Iran sostiene di non conoscere più l’esatta posizione delle mine che ha sparso in mare. I cacciamine utilizzano dei sonar per scansionare i fondali e le acque: quando si è in presenza di una sospetta mina, si cala in mare un’apparecchiatura che conferma l’identificazione oppure scopre che è in presenza di un residuato bellico. Se si accerta che si tratta di una mina, viene posizionata accanto a essa una piccola carica di esplosivo che la fa esplodere dopo che la cacciamine si è allontanata a distanza di sicurezza. Ovviamente questo genere di navi è progettato in modo tale da non essere individuato dai sensori delle mine: quelle italiane della classe Gaeta sono state realizzate impiegando un particolare tipo di vetroresina denominata Fibre reinforced plastics, che coniuga due caratteristiche fondamentali: un’assoluta amagneticità e un’elevata resistenza anti choc. La classe «Lerici» dispone di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. L’evoluzione è la classe «Gaeta»: oltre alle dimensioni maggiori, rispetto alla «Lerici» può contare sul potenziamento dell’apparato motore, l’installazione di un autopilota per il mantenimento automatico della rotta designata e l’adeguamento del sistema di combattimento. I palombari della Marina militare italiana che operano a bordo dei cacciamine sono specialisti del Gruppo operativo subacquei. La necessità di mantenere una marcata silenziosità in immersione, una bassa segnatura magnetica e la lunga autonomia necessarie a intervenire sulle moderne mine subacquee, hanno reso necessario l’impiego di particolari autorespiratori a miscela iperossigenata per poter compiere le operazioni subacquee. Si tratta di autorespiratori a circuito semichiuso, cioè a parziale ricircolo del gas espirato.
Lo scoop della Verità, pubblicato lo scorso 25 luglio, sulle cene elettorali dell’ex sindaco Pd di Pesaro, Matteo Ricci, ha portato a una nuova contestazione di peculato e falso, per sette indagati nell’inchiesta per corruzione che ha scosso la politica marchigiana.
Coinvolti, tra gli altri, nelle nuove contestazioni, oltre a Ricci, Massimiliano Santini, all’epoca factotum del dem, Silvano Straccini, direttore della fondazione Pescheria, Massimiliano Amadori, ex capo di gabinetto di Ricci e suo stretto collaboratore anche a Bruxelles, la dirigente responsabile della struttura centralizzata appalti del Comune, Paola Nonni e il giornalista Marcello Ciamaglia.
Al centro del nuovo filone c’è una cena elettorale che si è svolta il 12 aprile 2024 e per cui sarebbero stati utilizzati fondi pubblici. La kermesse era collegata alla candidatura in Europa di Ricci ed era l’atto conclusivo della tournée di presentazione del suo libro «Pane e politica».
Ricci, nel filone principale dell’inchiesta, è accusato dalla Procura di Pesaro di corruzione per aver «richiesto formalmente sponsorizzazioni per conto del Comune a soggetti privati» e aver utilizzato due associazioni private per gestire quei denari a fini elettorali. In base all’ultimo capo d’accusa, parte del costo della cena secondo gli inquirenti sarebbe stato pagato con i soldi della Fondazione Pescheria, interamente partecipata dal Comune, previo accordo con il direttore Straccini.
A svelare l’inghippo era stato l’amministratore della società di catering a cui era stato affidato l’evento, Giustogusto. Il titolare, Marco Balducci, a noi aveva riferito che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione. L’imprenditore ha confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Quest’ultimo è stato, come si apprende da Facebook, «direttore ufficio stampa e comunicazione presso Comune di Pesaro» e prima presso la Provincia, sempre al fianco di Ricci.
L’ex sindaco, Santini, Amadori, Ciamaglia, insieme con la Nonni e un’altra dipendente comunale sono indagati anche perché sarebbero usciti dalle casse del Comune pure i pagamenti per il video-operatore coinvolto nella tournée «Pane e politica», ovvero negli incontri di Ricci con alcune famiglie italiane, il cui resoconto è stato raccolto nell’omonimo libro. La dirigente avrebbe gonfiato i pagamenti del film-maker per altri eventi, così da coprire anche le trasferte collegate al volume. Un impegno che non aveva a che fare con l’attività istituzionale del primo cittadino.
Per quanto riguarda l’inchiesta principale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga delle indagini.

