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Con l'ex magistrato Cuno Tarfusser parliamo dei rapporti fra giustizia e politica dopo le elezioni in Liguria determinate dal caso Toti e lo scontro fra i giudici e il governo sui migranti.
Con l'ex magistrato Cuno Tarfusser parliamo dei rapporti fra giustizia e politica dopo le elezioni in Liguria determinate dal caso Toti e lo scontro fra i giudici e il governo sui migranti.
Processo di appello bis per il trentatreenne Alessandro Impagnatiello: la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale circa l’aggravante della premeditazione nell’omicidio di Giulia Tramontano, compagna dell’imputato, da lui uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023, mentre era al settimo mese di gravidanza, a Senago, nel Milanese, nell’abitazione della coppia. «Quello di Giulia Tramontano fu un agguato organizzato e premeditato», sostiene la Procura generale, che aveva richiesto un ulteriore processo di appello proprio per il riconoscimento dell’aggravante.
Secondo la ricostruzione della pg Elisabetta Ceniccola, gli elementi emersi delineano un quadro niente affatto compatibile con un impeto repentino. Troppi i dettagli ben pianificati: la rimozione del tappeto di casa, la scelta dell’arma, il tempo trascorso tra l’ideazione e l’esecuzione dell’omicidio sono indice di una volontà manifesta e organizzata. «Tra il progetto e l’azione c’è stato molto tempo per riflettere, l’imputato era arrivato alla conclusione di quella che sarebbe stata la propria azione omicidiaria», rimarca il magistrato. Nel giudizio di secondo grado, l’ex bartender dell’Armani Bamboo Bar di Milano era stato condannato all’ergastolo, ma la premeditazione non era stata inclusa tra le aggravanti. Quest’ultima era stata valutata in primo grado assieme a numerosi elementi, come il rapporto affettivo tra assassino e vittima, e la crudeltà dell’azione. Il dubbio sulla premeditazione era legato ai tentativi di Impagnatiello di interrompere la gravidanza della vittima somministrandole di nascosto veleno per topi, come testimoniano le ricerche effettuate online dall’imputato fin dal 2022. Per la Corte d’Appello, in una prima istanza, Impagnatiello avrebbe voluto provocare un aborto, ma uccidere la donna non era tra i suoi scopi primari. Ora si fa strada l’aggravante di una strategia delittuosa studiata a lungo. I giudici di secondo grado hanno anche respinto la richiesta dell’avvocato Giulia Gerardini, rappresentante della difesa, di accedere alla giustizia riparativa, sottolineando come l’imputato non abbia ancora «sviluppato una reale consapevolezza critica delle ragioni e degli impulsi alla base del gesto, né intrapreso un autentico percorso di responsabilizzazione e rielaborazione personale».
Per Nicodemo Gentile, avvocato dei Tramontano è «una decisione da accogliere con favore perché l’imputato è un uomo privo di empatia, caratterizzato da un evidente gelo interiore. Ha ucciso per spirito punitivo: una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bambino che portava in grembo». La vicenda è tragica e ha monopolizzato le attenzioni della cronaca fin dal ritrovamento del cadavere di Giulia (che aveva 29 anni). Nata in provincia di Napoli, si era trasferita a Milano nel 2018 per svolgere il mestiere di mediatrice immobiliare e andare a vivere con Impagnatiello, già padre di un bambino di 6 anni avuto da una precedente relazione. Il 28 maggio 2023, il giorno successivo al delitto, il barman denunciò ai carabinieri la scomparsa di Giulia. Dichiarò di averla vista alla mattina sul letto, in pigiama, mentre lui usciva di casa per andare a lavorare, ma il suo racconto risultò subito contraddittorio. Venne escluso un allontanamento volontario, si mobilitò la trasmissione tv Chi l’ha visto?. Fino a scoprire che Giulia aveva da qualche tempo parlato con una collega del fidanzato, una donna Italo-inglese che le aveva raccontato di esserne da tempo l’amante e di aver abortito perché rimasta incinta di lui. Nell’auto di Impagnatiello vennero ritrovate tracce biologiche della Tramontano che spinsero gli inquirenti a indagarlo per omicidio.
Accusa ammessa dallo stesso indagato tra il 31 maggio e il primo giugno dello stesso anno. L’uomo fornì indicazioni per il ritrovamento del cadavere: Giulia risultò essere stata uccisa con 37 coltellate, nessuna delle quali però inferta su un punto vitale. La donna sarebbe dunque morta per dissanguamento. L’assassino improvvisò due tentativi di bruciare il suo corpo: prima nella vasca da bagno di casa, poi all’aperto, in un campo, con della benzina. Nella cronologia web di lui, emerse pure che aveva effettuato ricerche su come sbarazzarsi dei cadaveri e sulla quantità di veleno per topi necessaria a uccidere una persona. Proprio nel sangue della vittima furono riscontrate tracce di topicida, e alcune amiche di Giulia raccontarono di come, da molti mesi, lei lamentasse forti dolori allo stomaco. Il proposito a poco a poco è diventato chiaro: tentare di porre fine alla gravidanza della fidanzata perché d’intralcio alla sua carriera e alla sua relazione con l’amante, fino al punto di ammazzare la fidanzata stessa.
Quando il 9 luglio scorso la Corte d’assise di Treviso aveva condannato all’ergastolo il kosovaro Bujar Fandaj per l’omicidio della ventisettenne Vanessa Ballan i genitori della giovane, dopo essere scoppiati in un pianto liberatorio avevano commentato: «È fatta giustizia, ma non è una vittoria».
Ma adesso, in virtù di una norma introdotta dalla riforma Cartabia - che prevede una riduzione della pena qualora l’imputato già condannato in primo grado rinunci al ricorso per il successivo grado di giudizio - la pena pronunciata nel luglio dello scorso anno nei confronti di Fandaj è stata convertita in una detenzione di 26 anni e 10 mesi, grazie al raggiungimento di un’intesa tra le parti in occasione dell’apertura del processo d’appello.
L’omicidio, che aveva colpito per la sua particolare efferatezza, è avvenuto il 19 dicembre 2023 nell’abitazione della donna a Riese Pio X. Vanessa, che era in attesa del secondo figlio, venne sorpresa dal suo assassino che si era introdotto in casa e accoltellata a morte. All’uomo era stato contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, della precedente relazione affettiva e del fatto che la vittima era incinta.
A inchiodare Fandaj, imbianchino edile residente ad Altivole, a pochi chilometri di distanza da Riese Pio X, erano stati anche i frame di un video di una telecamera di sicurezza di un’abitazione vicina a quella di Vanessa. Nelle immagini si vedeva un uomo, con gli abiti che indossava Fandaj quando è stato fermato, e con una corporatura compatibile, mentre si aggirava nella zona nella tarda mattinata del giorno dell’omicidio, gettando nel giardino un borsone nero, lo stesso sequestrato con attrezzi e strumenti di lavoro. All’interno c’era anche un martello con scritto il nome dell’azienda dove lavorava l’omicida, abbandonato sul luogo del delitto e usato per entrare nella casa rompendo il vetro di una portafinestra. In mano agli inquirenti c’era poi anche un coltello, con il manico di legno e con una lama di 20 centimetri, recuperato nel lavello della cucina, dove era stato in parte lavato.
La donna fu trovata priva di vita dal compagno al suo rientro a casa, con varie ferite di arma da taglio. I sospetti si erano concentrarti subito su Fandaj con il quale, in precedenza, Ballan aveva intrattenuto una relazione sentimentale clandestina, interrotta però nell’estate del 2023 per decisione della stessa.
Una scelta che l’uomo che poi diventerà il suo assassino non avrebbe accettato e per la quale si sarebbe vendicato inviando all’utenza telefonica del convivente della donna immagini esplicite del rapporto clandestino intercorso con la sua compagna.
Per questo Fandaj fu anche denunciato per stalking e revenge porn, iniziativa che riuscì a porre fine per qualche tempo agli atti persecutori, fino a quando l’uomo avrebbe scelto di «punirla» nel modo più cruento.
E proprio per questo, nei giorni successivi al delitto, dopo le ammissioni del procuratore di Treviso a proposito della sottovalutazione della situazione di pericolo per Vanessa (che aveva presentato una denuncia contro Fandaj, accompagnata dal marito e padre del loro bimbo di 4 anni), il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva chiesto agli uffici del dicastero di via Arenula di acquisire una relazione dettagliata.
Al momento del delitto la Ballan, cassiera in un supermercato del posto e già madre di un bambino, aveva da poco iniziato un periodo di assenza per la seconda maternità. Entrato nell’abitazione della coppia forzando una porta finestra, Bujar aggredì la giovane colpendola con un coltello per otto volte prima di andarsene per cercare di organizzare un tentativo di allontanamento dall’Italia. L’uomo fu tuttavia fermato dai carabinieri poche ore dopo in casa sua e ammise le proprie responsabilità pur cercando, in seguito, di negare la premeditazione del gesto.
Durante la prima udienza del processo, iniziato a febbraio del 2025, l’imputato si era detto disponibile a seguire un percorso di giustizia riparativa che, con il consenso dei familiari della vittima, gli avrebbe consentito di accorciare la pena futura di circa un terzo. L’opzione era però stata respinta dai legali dei familiari di Vanessa.
Il pm però, nonostante l’efferatezza del delitto, non aveva chiesto l’ergastolo per Fandaj, ma una pena di 28 anni. I giudici tuttavia avevano deciso per il massimo della pena.
Adesso l’accordo tra la Procura generale di Venezia e il condannato ribalta tutto, e Fandaj sconterà una pena ancora più bassa di quella chiesta dall’accusa durante il processo di primo grado. Con non pochi vantaggi per il kosovaro.
Grazie i benefici previsti dall’ordinamento penitenziario per la buona condotta, Fandaj potrebbe già avere accesso alle misure alternative e alla libertà vigilata dopo aver scontato circa 10 anni di carcere.
I familiari e i legali di Vanessa, che non hanno avuto modo di incidere sull’accordo raggiunto fra accusa e difesa, non hanno commentato la decisione.
Analizzando i risultati referendari a bocce ferme, il trionfo del No mi sembra più una «vittoria di Pirro». Altro che «segnale forte e chiaro» (Gratteri); «una vittoria come quella della lotta partigiana» (Bachelet); «nuova primavera per il Paese» (Landini); «Bella Ciao» (magistrati democratici). Il popolo del Sì chiaramente ha perso, ma non deve fasciarsi la testa. Anzi, deve rialzarla subito.
A conti rifatti, meno di due milioni di voti (su 28.300.000 di effettivi elettori) hanno separato i due schieramenti. Con circa un milione di voti in più di quelli ottenuti, quindi, il fronte del Sì avrebbe prevalso. Sarebbe stato sufficiente che i «musulmani d’Italia» che hanno votato (circa 1.200.000, a detta di Roberto Hamza Piccardo, figura apicale dell’islam italiano, e di suo figlio Davide, che ne segue la scia) non avessero fedelmente eseguito l’ordine di scuderia. E che fossero stati meno determinati i tifosi del reddito di cittadinanza, speranzosi di riottenerlo con la caduta dell’attuale governo, come dimostra il crollo del Sì nelle regioni meridionali (anche in quelle a guida centrodestra), nonostante i voti di malavitosi, pregiudicati e delinquenti vari.
Gli italiani «residui» dunque, e cioè i non islamici e redditieri (di cittadinanza) per intenderci, hanno invece chiaramente espresso - e a larga maggioranza - la disistima, se non la sfiducia, per questa magistratura e quindi per questa giustizia da essa rappresentata, con buona pace dei magistrati bellaciaoisti, palesemente indipendenti e apolitici, dunque sicuramente «affidabili».
Ecco perché è stata, a mio avviso, una «vittoria di Pirro». L’Associazione nazionale magistrati (Anm) - a sostanziale guida «democratica» anche se col paravento di un presidente amico, scelto tra i magistrati dell’opposta fazione - non può prescindere dai risultati di questo referendum, apparentemente stravinto: deve farsene invece una ragione e darsi finalmente una regolata, visto che nessun governo ci è finora riuscito.
Ma non ci fidiamo. E per fortuna non è il solo antidoto. Infatti, considerato che la cordata per il No è stata di fatto tirata proprio dall’Anm, per non rinunciare all’abituale «occupazione» del Consiglio superiore della magistratura (Csm) - attraverso l’elezione pilotata di esponenti delle correnti che la compongono (e perciò a loro volta pilotabili) - sarebbe sufficiente recidere tale liaison dangereuse, cioè il cordone ombelicale che lega l’Anm (sindacato unico dei magistrati, rappresentandone formalmente oltre il 95%) al Csm, organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal presidente della Repubblica a garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Occorre però muoversi non in ambito legislativo, percorso rivelatosi molto ostico, ma più callidamente. Operazione ardua, è vero, ma non impossibile.
Indicherò due vie alternative che ritengo entrambe percorribili. La prima l’ho personalmente imboccata nel 2015, con alcuni eroici colleghi giudici tributari. Pochi sanno che anche la giustizia tributaria (dal 1996) ha il proprio Consiglio superiore (ad imitazione del Csm per i magistrati ordinari) ma che, non essendo previsto in Costituzione, si chiama Consiglio di presidenza, come del resto quelli che governano la giustizia amministrativa e la giustizia contabile. Ebbene, giacché i cattivi esempi sono i più seguiti, alcuni importanti magistrati ordinari, che avevano già fatto parte del Csm, tutti in quota «Unità per la Costituzione», la premiata ditta Palamara per intenderci, costituirono l’Associazione magistrati tributari (Amt), sulle orme dell’Anm, occupando poi, attraverso essa e con la stessa sperimentata metodologia, il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt). Con l’aggravante però che - a differenza dell’Anm, aperta a diverse correnti - l’Amt era di fatto espressione solo di quella sopra menzionata, con la ovvia conseguenza che chi non ne faceva parte non avrebbe mai avuto voce in capitolo, né potuto aspirare al «soglio» del Cpgt. Dopo aver tentato invano di far sentire voci dissenzienti all’interno dell’Amt, si rese inevitabile una scissione, dandosi vita ad una distinta associazione sindacale, l’Unione giudici tributari (Ugt) che, pur restando sempre minoritaria, ha fatto sentire tuttavia la propria voce sia a livello consultivo che propositivo, riuscendo anche a far eleggere propri esponenti in tutte le successive consiliature, compresa quella in corso.
Questa prima via, quantunque non agevole, la si è voluta ricordare e indicare proprio perché potrebbe essere intrapresa anche da quei magistrati ordinari che non si sentono rappresentati da questa Anm, geneticamente modificata ormai in soggetto politico, tanto da costituire e finanziare un Comitato per contrastare la proposta di una legge costituzionale ritualmente adottata dal Parlamento. Il potere giudiziario contro quello legislativo, pregiudicando il perfetto equilibrio tra i poteri dello Stato predicato da Montesquieu. La creazione di un’altra associazione, e non di un’ulteriore corrente dell’Anm - che col tempo si uniformerebbe alle esistenti, partecipando all’indegno e tristemente noto «mercato delle indulgenze» - è favorita anche dalla circostanza che solo il 25% circa dei magistrati iscritti all’Anm risulta aderire ad una delle quattro attuali correnti, forse perché non ne condividono appieno l’orientamento o per restare indipendenti, per non esporsi o altro.
Quindi la creazione di una diversa associazione di categoria potrebbe essere attrattiva per gli oltre 6.000 magistrati «agnostici», sempre che si munisse degli anticorpi per non diventare un duplicato dell’Anm con ogni sua negatività. Ci si riferisce soprattutto al «correntismo», degenerazione delle correnti, queste assolutamente indispensabili invece per assicurare la dialettica di idee e di valori. Sarebbe anche auspicabile che la costituenda associazione, per individuare i candidati al Consiglio superiore, facesse ricorso al tanto deprecato «sorteggio» in modo da fugare ogni tentazione di correntismo e di nepotismo. Ritengo, poi, molto importante che lo Statuto di tale nuovo soggetto - pur con le debite differenziazioni e peculiarità - esplicitasse la piena compatibilità e la non conflittualità con quello dell’Anm, rendendo così possibile l’appartenenza ad entrambe le associazioni. Ricordo, infine, che la presenza di due associazioni di categoria non è nuova per la nostra magistratura; infatti, quando vi ho fatto ingresso nel 1969, oltre all’Anm, era in vita, e lo è rimasta per quasi un decennio, anche l’Umi (Unione magistrati italiani), poi confluita nell’Anm.
La seconda possibilità di smuovere l’attuale critica situazione stagnante, in cui è adagiata la magistratura, prescinde dalla creazione di una seconda associazione di categoria, quindi appare a prima vista di più facile attuazione, ma invece è forse ancora maggiormente impegnativa sotto il profilo operativo, sebbene con l’attuale livello di informatizzazione e possibilità di incrociare dati, la ritengo tuttavia una strada percorribile. È un’utopia, ma potrebbe davvero recidere quel nefasto collegamento tra Anm e Csm, rispettando tuttavia l’art. 104 della Costituzione, che prescrive l’elettività dei componenti dello stesso. La considerazione di partenza è che non sono segreti né gli elenchi dei magistrati in servizio, né quelli dei magistrati iscritti all’Anm (da cui si possono evincere i non iscritti), così come quelli dei magistrati aderenti alle varie correnti. Tutti costoro infatti hanno autorizzato il ministero di Giustizia alle ritenute mensili sullo stipendio, relative alla quota d’iscrizione all’Anm e anche eventualmente ad una corrente. E allora, una volta raccolti i dati dei magistrati non iscritti all’Anm e di quelli iscritti ma non ufficialmente aderenti ad una corrente, ovviamente con ogni cautela per assicurare il rispetto della privacy, sarebbe sufficiente un interpello personale per sapere, innanzitutto, chi di essi acconsenta ad essere sorteggiato come candidato per il Csm; in secondo luogo, chi assicuri comunque di votare i candidati che risulteranno sorteggiati. Ovviamente il sorteggio dovrebbe essere assicurato con ogni garanzia e la massima trasparenza. Se si riuscisse a creare una banca dati ed effettuare un coordinamento del genere – ma, come ho detto, sembra utopico – una base di 5/6.000 magistrati assicurerebbe, con un’attenta regia di spartizione voti, l’elezione di quasi tutti e venti i componenti togati del Csm, espropriando così di fatto l’Anm della sua più importante funzione e di ogni prospettiva politica. E anche by-passando le «forche caudine» della legge costituzionale. Idee, suggestioni, forse utopie. Per non demordere.
Il ritorno in Parlamento di Giorgia Meloni, dopo il referendum e con il mondo intero con il fiato sospeso per la fragile tregua tra Usa (o meglio, Israele e Usa) e Iran, non sarà una passeggiata. La premier lo sa bene e affila le unghie: il momento è difficile, molto difficile, probabilmente il più cupo della sua esperienza a Palazzo Chigi: un po’ di sollievo sembrava arrivato dal cessate il fuoco accettato da Washington e Teheran, ma ci ha pensato il solito Benjamin Netanyahu, bombardando in maniera terribile il Libano, facendo strage di civili e colpendo anche un veicolo italiano dell’Unifil, a far riesplodere l’incendio.
Già previste le accuse dell’opposizione: «Siete un governo inginocchiato a Trump e Netanyahu». Accuse strumentali, ovviamente, perché Giorgia Meloni, in qualità di presidente del Consiglio, è stata, per il periodo in cui Joe Biden è rimasto alla Casa Bianca, alleata altrettanto fedele degli Usa come lo è oggi. Il problema però è politico: con Biden c’era da rispettare un’alleanza tra due Stati, con Trump c’è stata, e costantemente rivendicata, una affinità di idee, di vedute, una special relationship che è diventata tanto dannosa quanto era stata foriera di successi internazionali.
Netanyahu a parte, però, la tregua in Iran alleggerisce almeno un po’ il peso della vicinanza a Donald Trump: nessuno può prevedere se Giorgia, nella sua informativa (alle 9 a Montecitorio e alle 13 a Palazzo Madama), prenderà le distanze dalle scelte dell’amministrazione Usa, disinnescando i prevedibili attacchi da sinistra. Molto più probabilmente, soprattutto dopo l’attacco al contingente italiano in Libano di ieri, marcherà le distanze da Netanyahu, come del resto ha già fatto, anche in maniera netta, quando le autorità israeliane hanno impedito l’accesso al Santo Sepolcro di Gerusalemme al cardinale Pizzaballa e a padre Ielpo, Custode di Terrasanta. «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme», scrisse la Meloni, «è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri. Impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa».
Ci vorrà molto di più, stavolta: vedremo se la Meloni utilizzerà parole di condanna chiare e nette nei confronti di un governo, quello israeliano, che ormai appare fuori controllo. Di certo le opposizioni non mancheranno di contestare al governo le parole pronunciate ieri a Budapest dal vicepresidente Usa Jd Vance a proposito dell’Ucraina: «Siamo rimasti delusi da gran parte della leadership politica in Europa perché non sembra particolarmente interessata a risolvere questo specifico conflitto», ha detto Vance, «abbiamo avuto aiuto da alcuni partner: Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orbán, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti».
Detto ciò, la Meloni di certo non mancherà di sottolineare, a chi le contesterà l’«appiattimento» su Trump, che i trattati bilaterali tra Italia e Stati Uniti esistono dal secolo scorso, e sono stati sempre e comunque rispettati da qualsiasi governo sia stato in carica a Roma. Su questo terreno, la Meloni avrà gioco facile a rintuzzare i prevedibili attacchi di Pd e M5s. I dem sono stati al governo praticamente sempre, tranne poche parentesi, e sempre hanno mantenuto saldissimo il legame con Washington: basti pensare che nel 2022 Enrico Letta preferì concedere una vittoria sicura alla Meloni piuttosto che allearsi con il M5s di Giuseppe Conte, giudicato troppo filorusso: il centrosinistra si presentò diviso alle elezioni e perse una marea di collegi uninominali che altrimenti sarebbero stati contendibili. Per quel che riguarda lo stesso Conte, poi, per la Meloni sarà un gioco da ragazzi ricordare i bei tempi (lontani) di «Giuseppi» e quelli vicini del meeting culinario con Paolo Zampolli, inviato speciale di Trump per le partnership globali.
Al di là del «il miglior amico di Trump sei tu», «no sei tu» (ah come cambiano in fretta i tempi, fino a poche settimane c’era la corsa ad accreditarsi come fedelissimi alleati del tycoon, oggi invece si cerca in ogni modo di prenderne le distanze), la sostanza del discorso della Meloni, le parole che gli italiani sono più ansiosi di ascoltare, riguardano la crisi energetica e le contromisure che ha in mente il governo, al di là del taglio delle accise prorogato fino al 1 maggio. Su questo tema la premier avrà solidi fatti da contrapporre alle parole dell’opposizione: la missione della presidente del Consiglio, la prima leader europea a recarsi nei Paesi del Golfo nei giorni più infuocati della crisi energetica, è stata una abile mossa diplomatica. La Meloni, ricordiamolo, ha incontrato in rapida successione i leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Salman, Tamim bin Hamad Al Thani e Mohamed bin Zayed Al Nayyan. In Parlamento potrà esporre i risultati di questi incontri.
Buono anche il clima politico in casa Lega: Matteo Salvini è stato in prima linea, in questi giorni, contro ipotesi apocalittiche come razionamenti, lockdown energetico, smart working, patto di stabilità (attraverso le parole di Giancarlo Giorgetti) e con il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz questi spettri sembrano più lontani.
Intanto, ieri, la Meloni ha annunciato che «il decreto bollette è legge»: «Aiutiamo chi è più in difficoltà con il bonus sociale che sale a 315 euro, riduciamo gli oneri generali di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese, poniamo le basi per abbassare in modo strutturale il costo dell’energia».
della legislatura avrebbe dovuto fare luce sul periodo, ma tra reticenze e ostacoli fatica a procedere. Con qualche eccezione, come ad esempio l’audizione di ieri, in cui due imprenditori hanno raccontato la strana mediazione per la fornitura di mascherine sanitarie. A proporla sarebbe stato un legale dello studio Alpa, lo stesso per cui aveva lavorato Giuseppe Conte.
I lettori della Verità in parte conoscono il protagonista di questa faccenda, perché già tempo fa il nostro Giacomo Amadori si occupò dell’avvocato Luca Di Donna, raccontando il suo interessamento alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, l’uomo di Massimo D’Alema posto dall’allora presidente del Consiglio a capo dell’organizzazione d’emergenza. Ora però due imprenditori, prima Giovanni Buini poi Dario Bianchi, raccontano di essere stati avvicinati da un «collega di studio di Giuseppe Conte». E costui, in cambio di una mediazione, avrebbe richiesto il pagamento di una percentuale sui contratti di fornitura di mascherine. Una partita da decine di milioni, che per fornire una consulenza nell’affare avrebbe preteso il pagamento del 10%. Un ruolo nella vicenda lo avrebbe avuto anche un altro avvocato, collega di Di Donna, il quale avrebbe incontrato Buini dicendo che «qualora ce ne fosse stato bisogno avrebbero potuto agevolarlo o creare opportunità di lavoro con la presidenza del Consiglio, facendo riferimento alla vicinanza di Di Donna con l’allora premier» in cambio, ovviamente, di un compenso. Buini in commissione ha detto tempo fa di considerare la somma richiesta dai due legali – circa 13 milioni di euro su una fornitura da 160 milioni di mascherine – «palesemente una tangente».
Discorso più o meno simile quello di Dario Bianchi, cui Luca Di Donna fu presentato come un legale che avrebbe «potuto agevolare la risoluzione di un contenzioso, che all’epoca era in corso fra la sua azienda e la struttura commissariale». Gli incontri si svolsero presso lo studio Alpa e lo stesso Di Donna si presentò come «collega del premier». Nell’ultimo appuntamento il legale avrebbe detto che la vicenda si sarebbe potuta risolvere, ma solo sottoscrivendo un accordo che impegnasse l’azienda a pagare, con una somma pari al 10% del fatturato, le attività svolte in suo favore. «Non posso dire che sia stata una richiesta di tangente, ma di sicuro è stata una richiesta abnorme e ingiustificata», ha spiegato l’imprenditore, «alla quale non è stato dato seguito». Dopo aver detto no alla «consulenza», il rapporto con la struttura commissariale invece di risolversi si complicò, con un aumento di controlli sulle mascherine fornite dalla ditta.
La Procura di Roma ha indagato sulla faccenda, ma poi ha archiviato. Ora però pare avviata un’altra inchiesta da parte dei pm di Civitavecchia, competenti per il luogo in cui si sarebbero svolti i fatti. Di fronte a tutto ciò la domanda è piuttosto ovvia: durante il Covid, mentre morivano le persone, qualcuno ha speculato sulla tragedia, cercando di lucrare tangenti in cambio di presunte «agevolazioni»? Viene spontaneo anche un quesito: ha senso che Giuseppe Conte sieda proprio nella commissione che deve indagare sulla gestione dell’emergenza? Naturalmente l’ex premier e capo dei 5 stelle non è responsabile di ciò che hanno fatto o non hanno fatto persone a lui vicine, ma la sua presenza nell’istituzione che deve fare piena luce su un periodo in cui egli stesso è stato protagonista non contribuisce a favorire con serenità gli accertamenti dei fatti. «Conte usa la commissione come scudo» dicono gli esponenti di Fratelli d’Italia, mentre dovrebbe spogliarsi del doppio ruolo di testimone e commissario. In effetti, l’ex avvocato del popolo, in questo caso, sembra molto l’avvocato di sé stesso, più attento a tutelare la propria immagine che a fugare le ombre di un periodo buio.

