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2024-03-14
La Lega riapre un fronte col governo sui ballottaggi e il terzo mandato
Alberto Balboni (Fdi), relatore del dl elezioni (Imagoeconomica)
Al Senato ieri si doveva tornare a parlare del terzo mandato, ma alla fine a prendersi la scena è stata un’altra questione: quella dell’abolizione del ballottaggio per i sindaci. A innescare la discussione, come accaduto per il terzo mandato, è stata la Lega che, oltre ad avere ripresentato in Aula l’emendamento al dl elezioni che toglierebbe il limite a due mandati per i presidenti di Regione, ha presentato un’altra proposta di correzione del testo, di impatto forse ancora maggiore. Si tratta infatti dell’abolizione del ballottaggio per l’elezione del sindaco, nei Comuni in cui il candidato più votato prenda almeno il 40% dei voti. In questo modo, la sfida diretta tra i primi due classificati del primo turno avrebbe luogo solo nel caso che nessuno superi la detta soglia.
La proposta ha scatenato immediatamente le ire delle opposizioni, che hanno gridato al blitz antidemocratico: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha parlato di «sfregio alle più basilari regole democratiche», mentre per il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, è «una aberrazione, una provocazione, un colpo di mano inaccettabile contro leggi che hanno dimostrato di funzionare bene». Anche per Avs l’emendamento è inaccettabile e «offensivo non solo nei confronti delle forze politiche ma del lavoro della I Commissione». «Il dl elezioni», ha aggiunto Boccia, «che doveva solo stabilire la data del voto è diventato un golpe al quale ci opporremo». Anche l’Anci, attraverso il suo presidente (anch’esso dem) ha commentato negativamente, a partire dal metodo: «Noi non crediamo», ha affermato, «che uno stravolgimento della legge sull’elezione diretta dei sindaci possa essere ipotizzato senza interpellare i Comuni, come invece è accaduto per altri provvedimenti nella logica della leale collaborazione tra istituzioni. Speriamo», ha aggiunto, «che la proposta venga ritirata, anche perché andrebbe a intaccare alle fondamenta un sistema che fino a oggi ha funzionato nell’interesse dei cittadini''.
Dentro la maggioranza, poi, è arrivato l’invito dal relatore del provvedimento, il meloniano Alberto Balboni, a ritirare l’emendamento e a trasformarlo in un ordine del giorno. «Nel merito», ha affermato Balboni in Aula, «sono d’accordo, non credo sia un attentato alla Costituzione, ma sono d’accordo con quanti sottolineano la circostanza che un tema così importante e delicato andava affrontato con ben altro metodo e in ben altro luogo». Qualche ora dopo, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo è intervenuto in Aula, annunciando di aver accolto l’invito di Balboni, ma aggiungendo che il suo partito riproporrà la questione in futuro.
Il tutto, come detto, mentre il Carroccio aveva rimesso in pista l’emendamento sul terzo mandato per i governatori, già presentato in commissione e bocciato per la contrarietà di Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’episodio aveva creato delle fibrillazioni all’interno del centrodestra, poiché Matteo Salvini sta da tempo insistendo sull’argomento, sottolineando che, se è un territorio risulta ben amministrato, si dovrebbe dare la possibilità all’elettorato di rinnovare la fiducia a chi è virtuoso. Il pensiero è andato più volte al presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che a legislazione vigente non potrebbe ricandidarsi. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è già detta contraria a tale ipotesi e coerentemente a ciò ha fatto anche inserire il tetto di due mandati per il premier nel ddl Casellati sul premierato. A questo argomento, a sua volta, Salvini ha opposto che sarebbe allora coerente introdurre tale tetto anche per i parlamentari.
Detto questo, tra i 44 emendamenti presentati da tutti i gruppi, c’era quello leghista sul terzo mandato, e le cose in Aula sono andate esattamente come in commissione, visto che Fdi e Fi avevano ribadito la propria contrarietà e il governo si era rimesso nuovamente all’Aula per evitare un voto anti-esecutivo del Carroccio. Sul versante dell’opposizione, Italia Viva ha votato a favore, dopo aver rinnovato l’invito ai dem e al M5s a fare altrettanto, ma il «campo largo» è stato categorico per il no. Per tenere buono il partito degli amministratori locali (dopo le polemiche dell’ultima volta), Elly Schlein ha fatto comunque mettere a punto un odg per far «approfondire la questione» con la Conferenze delle Regioni e l’Anci. Netti, seppure garbati, gli argomenti con cui Fdi aveva rinnovato la propria chiusura: «Speravamo che l’emendamento non finisse in Aula», ha detto il senatore Raffaele Speranzon, «c’è la piena comprensione delle ragioni della Lega, che sono legittime, poi il Parlamento è sovrano».
Sala usa la Scala per salire sull’Anci
Ci sono due categorie di sindaci al secondo mandato: quelli che, non avendo nulla da perdere, prendono decisioni importanti e quelli che, invece, si preoccupano di ciò che faranno dopo. Beppe Sala, sindaco di Milano dal 2016, fa parte dell’ultima categoria: non decide, non fa, ma pensa soprattutto al suo futuro politico. Una prova plastica si è vista nella recente vicenda scaligera dove il sindaco milanese è arrivato in consiglio di amministrazione e ha proposto (a sorpresa) il nome di Fortunato Ortombina (ora a La Fenice di Venezia). Il nome è quello che mesi fa era stato fatto dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, sollevando proteste tra i consiglieri della Scala.
Cosa ha spinto Sala a cambiare idea? Il Partito democratico era convinto che il primo cittadino avrebbe resistito, memore dei due sgarbi che la sinistra a Milano ha subìto proprio da Sangiuliano: la nomina di Geronimo La Russa nel cda del Piccolo Teatro e quella di Angelo Crespi come nuovo direttore del Museo di Brera. Di fronte alla proposta del nome di Ortombina almeno tre consiglieri hanno avuto da ridire: Maite Bulgari, Francesco Micheli e Nazareno Carusi hanno obiettato sul metodo adottato. Ma a tenere Sala in posizione di forza, ancora una volta, è stato il suocero Giovanni Bazoli, vero dominus del Teatro, che ha cambiato idea su chi dovesse guidare la Scala dal 2025. Per di più Ortombina non è mai stato contattato e non ha mai avuto colloqui con Sala o con altri consiglieri: cosa mai accaduta.
Allo stesso tempo Palazzo Marino avrebbe aperto un canale di comunicazione anche con Regione Lombardia per una delle future nomine. Gli assist di Sala al centrodestra avrebbero un’altra contropartita, quella della presidenza dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani che ha un presidente in scadenza, il sindaco di Bari Antonio Decaro. Sala vorrebbe quel posto da cui, una volta terminato il suo mandato come sindaco, lancerebbe il suo progetto politico per federare Pd e 5 stelle. I sindaci italiani di sinistra oggi sono maggioranza, ma il consenso di quelli di destra potrebbe risultare decisivo.
Il primo cittadino milanese vuole tentare per una seconda volta il salto nella politica nazionale. Il primo tentativo fu fallimentare avendo scelto, come cavallo, Luigi Di Maio. La scorsa settimana Sala avrebbe ricevuto da Nando Pagnoncelli un nuovo sondaggio sulla sua notorietà nel Paese e i dati gli sarebbero apparsi incoraggianti. Quella dei sondaggi, del resto, sta diventando una mania per Sala, tanto che i suoi detrattori sostengono che li utilizza anche per governare la città, con risultati modesti. Incurante delle critiche, ha acceso un dibattito pubblico su Instagram: tema stadio San Siro. Di sicurezza, caro affitti, traffico e buche, invece, è meglio non parlare.
A spianare la strada verso l’Anci sembra esserci anche una parte di centrodestra. Non è un caso che in queste settimane proprio Decaro sia finito sotto attacco da parte di Forza Italia. Il deputato azzurro Mauro D’Attis, vicepresidente della commissione antimafia, si è spinto a dire che alcuni Comuni in Italia sono stati sciolti per molto meno, chiaro riferimento alla maxinchiesta «Codice Interno», che ha toccato anche l’amministrazione comunale barese. Decaro è in scadenza di mandato, ma il suo futuro sembra essere legato a quello del presidente di Regione, Michele Emiliano. Entrambi erano in attesa di capire se avrebbero potuto ricandidarsi per la terza volta, ma la legge sul terzo mandato è ormai naufragata, ma allo stesso tempo guardano con interesse alle elezioni europee. A quanto risulta alla Verità, Emiliano vorrebbe presentarsi, nonostante abbia smentito più volte l’intenzione di farlo. Nel caso accadesse, potrebbe lasciare la Regione proprio a Decaro (che ha già investito come successore) e ritagliarsi uno scranno a Bruxelles. Sono giochi politici che da Sud rimbalzano fino a Nord.
Per arrivare alla presidenza di Anci, Sala dovrà fare attenzione anche alle ricadute della nomina di Ortombina. A quanto pare Luigi Brugnaro a Venezia non avrebbe gradito lo scippo del «suo» sovrintendente. A sua volta Dario Nardella a Firenze, risolta la grana Carlo Fuortes, dovrà affrontare il tema Daniele Gatti (ora al Maggio fiorentino) se diventerà il nuovo direttore della Scala al posto di Riccardo Chailly. Infine, Dominique Meyer ha fatto sapere che lui onorerà il contratto fino alla sua scadenza naturale, affiancando Ortombina in una fase di «coabitazione», ma è probabile che lo faccia prendendosi qualche soddisfazione e togliendosi un po’ di sassolini dalle scarpe.
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Blitz in Aula per eliminare il secondo turno nei Comuni dove un candidato prende almeno il 40% dei voti. Ira dell’opposizione, anche Fdi frena. Il Carroccio ritira l’emendamento, bocciato quello sulle ricandidature.Beppe Sala per il dopo Meyer alla Scala punta su Ortombina, nome gradito a Sangiuliano. Il primo cittadino guarda al futuro: vuole la poltrona del dem Decaro e il centrodestra può aiutarlo.Lo speciale contiene due articoli.Al Senato ieri si doveva tornare a parlare del terzo mandato, ma alla fine a prendersi la scena è stata un’altra questione: quella dell’abolizione del ballottaggio per i sindaci. A innescare la discussione, come accaduto per il terzo mandato, è stata la Lega che, oltre ad avere ripresentato in Aula l’emendamento al dl elezioni che toglierebbe il limite a due mandati per i presidenti di Regione, ha presentato un’altra proposta di correzione del testo, di impatto forse ancora maggiore. Si tratta infatti dell’abolizione del ballottaggio per l’elezione del sindaco, nei Comuni in cui il candidato più votato prenda almeno il 40% dei voti. In questo modo, la sfida diretta tra i primi due classificati del primo turno avrebbe luogo solo nel caso che nessuno superi la detta soglia. La proposta ha scatenato immediatamente le ire delle opposizioni, che hanno gridato al blitz antidemocratico: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha parlato di «sfregio alle più basilari regole democratiche», mentre per il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, è «una aberrazione, una provocazione, un colpo di mano inaccettabile contro leggi che hanno dimostrato di funzionare bene». Anche per Avs l’emendamento è inaccettabile e «offensivo non solo nei confronti delle forze politiche ma del lavoro della I Commissione». «Il dl elezioni», ha aggiunto Boccia, «che doveva solo stabilire la data del voto è diventato un golpe al quale ci opporremo». Anche l’Anci, attraverso il suo presidente (anch’esso dem) ha commentato negativamente, a partire dal metodo: «Noi non crediamo», ha affermato, «che uno stravolgimento della legge sull’elezione diretta dei sindaci possa essere ipotizzato senza interpellare i Comuni, come invece è accaduto per altri provvedimenti nella logica della leale collaborazione tra istituzioni. Speriamo», ha aggiunto, «che la proposta venga ritirata, anche perché andrebbe a intaccare alle fondamenta un sistema che fino a oggi ha funzionato nell’interesse dei cittadini''. Dentro la maggioranza, poi, è arrivato l’invito dal relatore del provvedimento, il meloniano Alberto Balboni, a ritirare l’emendamento e a trasformarlo in un ordine del giorno. «Nel merito», ha affermato Balboni in Aula, «sono d’accordo, non credo sia un attentato alla Costituzione, ma sono d’accordo con quanti sottolineano la circostanza che un tema così importante e delicato andava affrontato con ben altro metodo e in ben altro luogo». Qualche ora dopo, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo è intervenuto in Aula, annunciando di aver accolto l’invito di Balboni, ma aggiungendo che il suo partito riproporrà la questione in futuro. Il tutto, come detto, mentre il Carroccio aveva rimesso in pista l’emendamento sul terzo mandato per i governatori, già presentato in commissione e bocciato per la contrarietà di Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’episodio aveva creato delle fibrillazioni all’interno del centrodestra, poiché Matteo Salvini sta da tempo insistendo sull’argomento, sottolineando che, se è un territorio risulta ben amministrato, si dovrebbe dare la possibilità all’elettorato di rinnovare la fiducia a chi è virtuoso. Il pensiero è andato più volte al presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che a legislazione vigente non potrebbe ricandidarsi. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è già detta contraria a tale ipotesi e coerentemente a ciò ha fatto anche inserire il tetto di due mandati per il premier nel ddl Casellati sul premierato. A questo argomento, a sua volta, Salvini ha opposto che sarebbe allora coerente introdurre tale tetto anche per i parlamentari.Detto questo, tra i 44 emendamenti presentati da tutti i gruppi, c’era quello leghista sul terzo mandato, e le cose in Aula sono andate esattamente come in commissione, visto che Fdi e Fi avevano ribadito la propria contrarietà e il governo si era rimesso nuovamente all’Aula per evitare un voto anti-esecutivo del Carroccio. Sul versante dell’opposizione, Italia Viva ha votato a favore, dopo aver rinnovato l’invito ai dem e al M5s a fare altrettanto, ma il «campo largo» è stato categorico per il no. Per tenere buono il partito degli amministratori locali (dopo le polemiche dell’ultima volta), Elly Schlein ha fatto comunque mettere a punto un odg per far «approfondire la questione» con la Conferenze delle Regioni e l’Anci. Netti, seppure garbati, gli argomenti con cui Fdi aveva rinnovato la propria chiusura: «Speravamo che l’emendamento non finisse in Aula», ha detto il senatore Raffaele Speranzon, «c’è la piena comprensione delle ragioni della Lega, che sono legittime, poi il Parlamento è sovrano».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terzo-mandato-ballottaggio-sindaci-2667509900.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sala-usa-la-scala-per-salire-sullanci" data-post-id="2667509900" data-published-at="1710416789" data-use-pagination="False"> Sala usa la Scala per salire sull’Anci Ci sono due categorie di sindaci al secondo mandato: quelli che, non avendo nulla da perdere, prendono decisioni importanti e quelli che, invece, si preoccupano di ciò che faranno dopo. Beppe Sala, sindaco di Milano dal 2016, fa parte dell’ultima categoria: non decide, non fa, ma pensa soprattutto al suo futuro politico. Una prova plastica si è vista nella recente vicenda scaligera dove il sindaco milanese è arrivato in consiglio di amministrazione e ha proposto (a sorpresa) il nome di Fortunato Ortombina (ora a La Fenice di Venezia). Il nome è quello che mesi fa era stato fatto dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, sollevando proteste tra i consiglieri della Scala. Cosa ha spinto Sala a cambiare idea? Il Partito democratico era convinto che il primo cittadino avrebbe resistito, memore dei due sgarbi che la sinistra a Milano ha subìto proprio da Sangiuliano: la nomina di Geronimo La Russa nel cda del Piccolo Teatro e quella di Angelo Crespi come nuovo direttore del Museo di Brera. Di fronte alla proposta del nome di Ortombina almeno tre consiglieri hanno avuto da ridire: Maite Bulgari, Francesco Micheli e Nazareno Carusi hanno obiettato sul metodo adottato. Ma a tenere Sala in posizione di forza, ancora una volta, è stato il suocero Giovanni Bazoli, vero dominus del Teatro, che ha cambiato idea su chi dovesse guidare la Scala dal 2025. Per di più Ortombina non è mai stato contattato e non ha mai avuto colloqui con Sala o con altri consiglieri: cosa mai accaduta. Allo stesso tempo Palazzo Marino avrebbe aperto un canale di comunicazione anche con Regione Lombardia per una delle future nomine. Gli assist di Sala al centrodestra avrebbero un’altra contropartita, quella della presidenza dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani che ha un presidente in scadenza, il sindaco di Bari Antonio Decaro. Sala vorrebbe quel posto da cui, una volta terminato il suo mandato come sindaco, lancerebbe il suo progetto politico per federare Pd e 5 stelle. I sindaci italiani di sinistra oggi sono maggioranza, ma il consenso di quelli di destra potrebbe risultare decisivo. Il primo cittadino milanese vuole tentare per una seconda volta il salto nella politica nazionale. Il primo tentativo fu fallimentare avendo scelto, come cavallo, Luigi Di Maio. La scorsa settimana Sala avrebbe ricevuto da Nando Pagnoncelli un nuovo sondaggio sulla sua notorietà nel Paese e i dati gli sarebbero apparsi incoraggianti. Quella dei sondaggi, del resto, sta diventando una mania per Sala, tanto che i suoi detrattori sostengono che li utilizza anche per governare la città, con risultati modesti. Incurante delle critiche, ha acceso un dibattito pubblico su Instagram: tema stadio San Siro. Di sicurezza, caro affitti, traffico e buche, invece, è meglio non parlare. A spianare la strada verso l’Anci sembra esserci anche una parte di centrodestra. Non è un caso che in queste settimane proprio Decaro sia finito sotto attacco da parte di Forza Italia. Il deputato azzurro Mauro D’Attis, vicepresidente della commissione antimafia, si è spinto a dire che alcuni Comuni in Italia sono stati sciolti per molto meno, chiaro riferimento alla maxinchiesta «Codice Interno», che ha toccato anche l’amministrazione comunale barese. Decaro è in scadenza di mandato, ma il suo futuro sembra essere legato a quello del presidente di Regione, Michele Emiliano. Entrambi erano in attesa di capire se avrebbero potuto ricandidarsi per la terza volta, ma la legge sul terzo mandato è ormai naufragata, ma allo stesso tempo guardano con interesse alle elezioni europee. A quanto risulta alla Verità, Emiliano vorrebbe presentarsi, nonostante abbia smentito più volte l’intenzione di farlo. Nel caso accadesse, potrebbe lasciare la Regione proprio a Decaro (che ha già investito come successore) e ritagliarsi uno scranno a Bruxelles. Sono giochi politici che da Sud rimbalzano fino a Nord. Per arrivare alla presidenza di Anci, Sala dovrà fare attenzione anche alle ricadute della nomina di Ortombina. A quanto pare Luigi Brugnaro a Venezia non avrebbe gradito lo scippo del «suo» sovrintendente. A sua volta Dario Nardella a Firenze, risolta la grana Carlo Fuortes, dovrà affrontare il tema Daniele Gatti (ora al Maggio fiorentino) se diventerà il nuovo direttore della Scala al posto di Riccardo Chailly. Infine, Dominique Meyer ha fatto sapere che lui onorerà il contratto fino alla sua scadenza naturale, affiancando Ortombina in una fase di «coabitazione», ma è probabile che lo faccia prendendosi qualche soddisfazione e togliendosi un po’ di sassolini dalle scarpe.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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