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2024-03-14
La Lega riapre un fronte col governo sui ballottaggi e il terzo mandato
Alberto Balboni (Fdi), relatore del dl elezioni (Imagoeconomica)
Al Senato ieri si doveva tornare a parlare del terzo mandato, ma alla fine a prendersi la scena è stata un’altra questione: quella dell’abolizione del ballottaggio per i sindaci. A innescare la discussione, come accaduto per il terzo mandato, è stata la Lega che, oltre ad avere ripresentato in Aula l’emendamento al dl elezioni che toglierebbe il limite a due mandati per i presidenti di Regione, ha presentato un’altra proposta di correzione del testo, di impatto forse ancora maggiore. Si tratta infatti dell’abolizione del ballottaggio per l’elezione del sindaco, nei Comuni in cui il candidato più votato prenda almeno il 40% dei voti. In questo modo, la sfida diretta tra i primi due classificati del primo turno avrebbe luogo solo nel caso che nessuno superi la detta soglia.
La proposta ha scatenato immediatamente le ire delle opposizioni, che hanno gridato al blitz antidemocratico: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha parlato di «sfregio alle più basilari regole democratiche», mentre per il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, è «una aberrazione, una provocazione, un colpo di mano inaccettabile contro leggi che hanno dimostrato di funzionare bene». Anche per Avs l’emendamento è inaccettabile e «offensivo non solo nei confronti delle forze politiche ma del lavoro della I Commissione». «Il dl elezioni», ha aggiunto Boccia, «che doveva solo stabilire la data del voto è diventato un golpe al quale ci opporremo». Anche l’Anci, attraverso il suo presidente (anch’esso dem) ha commentato negativamente, a partire dal metodo: «Noi non crediamo», ha affermato, «che uno stravolgimento della legge sull’elezione diretta dei sindaci possa essere ipotizzato senza interpellare i Comuni, come invece è accaduto per altri provvedimenti nella logica della leale collaborazione tra istituzioni. Speriamo», ha aggiunto, «che la proposta venga ritirata, anche perché andrebbe a intaccare alle fondamenta un sistema che fino a oggi ha funzionato nell’interesse dei cittadini''.
Dentro la maggioranza, poi, è arrivato l’invito dal relatore del provvedimento, il meloniano Alberto Balboni, a ritirare l’emendamento e a trasformarlo in un ordine del giorno. «Nel merito», ha affermato Balboni in Aula, «sono d’accordo, non credo sia un attentato alla Costituzione, ma sono d’accordo con quanti sottolineano la circostanza che un tema così importante e delicato andava affrontato con ben altro metodo e in ben altro luogo». Qualche ora dopo, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo è intervenuto in Aula, annunciando di aver accolto l’invito di Balboni, ma aggiungendo che il suo partito riproporrà la questione in futuro.
Il tutto, come detto, mentre il Carroccio aveva rimesso in pista l’emendamento sul terzo mandato per i governatori, già presentato in commissione e bocciato per la contrarietà di Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’episodio aveva creato delle fibrillazioni all’interno del centrodestra, poiché Matteo Salvini sta da tempo insistendo sull’argomento, sottolineando che, se è un territorio risulta ben amministrato, si dovrebbe dare la possibilità all’elettorato di rinnovare la fiducia a chi è virtuoso. Il pensiero è andato più volte al presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che a legislazione vigente non potrebbe ricandidarsi. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è già detta contraria a tale ipotesi e coerentemente a ciò ha fatto anche inserire il tetto di due mandati per il premier nel ddl Casellati sul premierato. A questo argomento, a sua volta, Salvini ha opposto che sarebbe allora coerente introdurre tale tetto anche per i parlamentari.
Detto questo, tra i 44 emendamenti presentati da tutti i gruppi, c’era quello leghista sul terzo mandato, e le cose in Aula sono andate esattamente come in commissione, visto che Fdi e Fi avevano ribadito la propria contrarietà e il governo si era rimesso nuovamente all’Aula per evitare un voto anti-esecutivo del Carroccio. Sul versante dell’opposizione, Italia Viva ha votato a favore, dopo aver rinnovato l’invito ai dem e al M5s a fare altrettanto, ma il «campo largo» è stato categorico per il no. Per tenere buono il partito degli amministratori locali (dopo le polemiche dell’ultima volta), Elly Schlein ha fatto comunque mettere a punto un odg per far «approfondire la questione» con la Conferenze delle Regioni e l’Anci. Netti, seppure garbati, gli argomenti con cui Fdi aveva rinnovato la propria chiusura: «Speravamo che l’emendamento non finisse in Aula», ha detto il senatore Raffaele Speranzon, «c’è la piena comprensione delle ragioni della Lega, che sono legittime, poi il Parlamento è sovrano».
Sala usa la Scala per salire sull’Anci
Ci sono due categorie di sindaci al secondo mandato: quelli che, non avendo nulla da perdere, prendono decisioni importanti e quelli che, invece, si preoccupano di ciò che faranno dopo. Beppe Sala, sindaco di Milano dal 2016, fa parte dell’ultima categoria: non decide, non fa, ma pensa soprattutto al suo futuro politico. Una prova plastica si è vista nella recente vicenda scaligera dove il sindaco milanese è arrivato in consiglio di amministrazione e ha proposto (a sorpresa) il nome di Fortunato Ortombina (ora a La Fenice di Venezia). Il nome è quello che mesi fa era stato fatto dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, sollevando proteste tra i consiglieri della Scala.
Cosa ha spinto Sala a cambiare idea? Il Partito democratico era convinto che il primo cittadino avrebbe resistito, memore dei due sgarbi che la sinistra a Milano ha subìto proprio da Sangiuliano: la nomina di Geronimo La Russa nel cda del Piccolo Teatro e quella di Angelo Crespi come nuovo direttore del Museo di Brera. Di fronte alla proposta del nome di Ortombina almeno tre consiglieri hanno avuto da ridire: Maite Bulgari, Francesco Micheli e Nazareno Carusi hanno obiettato sul metodo adottato. Ma a tenere Sala in posizione di forza, ancora una volta, è stato il suocero Giovanni Bazoli, vero dominus del Teatro, che ha cambiato idea su chi dovesse guidare la Scala dal 2025. Per di più Ortombina non è mai stato contattato e non ha mai avuto colloqui con Sala o con altri consiglieri: cosa mai accaduta.
Allo stesso tempo Palazzo Marino avrebbe aperto un canale di comunicazione anche con Regione Lombardia per una delle future nomine. Gli assist di Sala al centrodestra avrebbero un’altra contropartita, quella della presidenza dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani che ha un presidente in scadenza, il sindaco di Bari Antonio Decaro. Sala vorrebbe quel posto da cui, una volta terminato il suo mandato come sindaco, lancerebbe il suo progetto politico per federare Pd e 5 stelle. I sindaci italiani di sinistra oggi sono maggioranza, ma il consenso di quelli di destra potrebbe risultare decisivo.
Il primo cittadino milanese vuole tentare per una seconda volta il salto nella politica nazionale. Il primo tentativo fu fallimentare avendo scelto, come cavallo, Luigi Di Maio. La scorsa settimana Sala avrebbe ricevuto da Nando Pagnoncelli un nuovo sondaggio sulla sua notorietà nel Paese e i dati gli sarebbero apparsi incoraggianti. Quella dei sondaggi, del resto, sta diventando una mania per Sala, tanto che i suoi detrattori sostengono che li utilizza anche per governare la città, con risultati modesti. Incurante delle critiche, ha acceso un dibattito pubblico su Instagram: tema stadio San Siro. Di sicurezza, caro affitti, traffico e buche, invece, è meglio non parlare.
A spianare la strada verso l’Anci sembra esserci anche una parte di centrodestra. Non è un caso che in queste settimane proprio Decaro sia finito sotto attacco da parte di Forza Italia. Il deputato azzurro Mauro D’Attis, vicepresidente della commissione antimafia, si è spinto a dire che alcuni Comuni in Italia sono stati sciolti per molto meno, chiaro riferimento alla maxinchiesta «Codice Interno», che ha toccato anche l’amministrazione comunale barese. Decaro è in scadenza di mandato, ma il suo futuro sembra essere legato a quello del presidente di Regione, Michele Emiliano. Entrambi erano in attesa di capire se avrebbero potuto ricandidarsi per la terza volta, ma la legge sul terzo mandato è ormai naufragata, ma allo stesso tempo guardano con interesse alle elezioni europee. A quanto risulta alla Verità, Emiliano vorrebbe presentarsi, nonostante abbia smentito più volte l’intenzione di farlo. Nel caso accadesse, potrebbe lasciare la Regione proprio a Decaro (che ha già investito come successore) e ritagliarsi uno scranno a Bruxelles. Sono giochi politici che da Sud rimbalzano fino a Nord.
Per arrivare alla presidenza di Anci, Sala dovrà fare attenzione anche alle ricadute della nomina di Ortombina. A quanto pare Luigi Brugnaro a Venezia non avrebbe gradito lo scippo del «suo» sovrintendente. A sua volta Dario Nardella a Firenze, risolta la grana Carlo Fuortes, dovrà affrontare il tema Daniele Gatti (ora al Maggio fiorentino) se diventerà il nuovo direttore della Scala al posto di Riccardo Chailly. Infine, Dominique Meyer ha fatto sapere che lui onorerà il contratto fino alla sua scadenza naturale, affiancando Ortombina in una fase di «coabitazione», ma è probabile che lo faccia prendendosi qualche soddisfazione e togliendosi un po’ di sassolini dalle scarpe.
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Blitz in Aula per eliminare il secondo turno nei Comuni dove un candidato prende almeno il 40% dei voti. Ira dell’opposizione, anche Fdi frena. Il Carroccio ritira l’emendamento, bocciato quello sulle ricandidature.Beppe Sala per il dopo Meyer alla Scala punta su Ortombina, nome gradito a Sangiuliano. Il primo cittadino guarda al futuro: vuole la poltrona del dem Decaro e il centrodestra può aiutarlo.Lo speciale contiene due articoli.Al Senato ieri si doveva tornare a parlare del terzo mandato, ma alla fine a prendersi la scena è stata un’altra questione: quella dell’abolizione del ballottaggio per i sindaci. A innescare la discussione, come accaduto per il terzo mandato, è stata la Lega che, oltre ad avere ripresentato in Aula l’emendamento al dl elezioni che toglierebbe il limite a due mandati per i presidenti di Regione, ha presentato un’altra proposta di correzione del testo, di impatto forse ancora maggiore. Si tratta infatti dell’abolizione del ballottaggio per l’elezione del sindaco, nei Comuni in cui il candidato più votato prenda almeno il 40% dei voti. In questo modo, la sfida diretta tra i primi due classificati del primo turno avrebbe luogo solo nel caso che nessuno superi la detta soglia. La proposta ha scatenato immediatamente le ire delle opposizioni, che hanno gridato al blitz antidemocratico: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha parlato di «sfregio alle più basilari regole democratiche», mentre per il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, è «una aberrazione, una provocazione, un colpo di mano inaccettabile contro leggi che hanno dimostrato di funzionare bene». Anche per Avs l’emendamento è inaccettabile e «offensivo non solo nei confronti delle forze politiche ma del lavoro della I Commissione». «Il dl elezioni», ha aggiunto Boccia, «che doveva solo stabilire la data del voto è diventato un golpe al quale ci opporremo». Anche l’Anci, attraverso il suo presidente (anch’esso dem) ha commentato negativamente, a partire dal metodo: «Noi non crediamo», ha affermato, «che uno stravolgimento della legge sull’elezione diretta dei sindaci possa essere ipotizzato senza interpellare i Comuni, come invece è accaduto per altri provvedimenti nella logica della leale collaborazione tra istituzioni. Speriamo», ha aggiunto, «che la proposta venga ritirata, anche perché andrebbe a intaccare alle fondamenta un sistema che fino a oggi ha funzionato nell’interesse dei cittadini''. Dentro la maggioranza, poi, è arrivato l’invito dal relatore del provvedimento, il meloniano Alberto Balboni, a ritirare l’emendamento e a trasformarlo in un ordine del giorno. «Nel merito», ha affermato Balboni in Aula, «sono d’accordo, non credo sia un attentato alla Costituzione, ma sono d’accordo con quanti sottolineano la circostanza che un tema così importante e delicato andava affrontato con ben altro metodo e in ben altro luogo». Qualche ora dopo, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo è intervenuto in Aula, annunciando di aver accolto l’invito di Balboni, ma aggiungendo che il suo partito riproporrà la questione in futuro. Il tutto, come detto, mentre il Carroccio aveva rimesso in pista l’emendamento sul terzo mandato per i governatori, già presentato in commissione e bocciato per la contrarietà di Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’episodio aveva creato delle fibrillazioni all’interno del centrodestra, poiché Matteo Salvini sta da tempo insistendo sull’argomento, sottolineando che, se è un territorio risulta ben amministrato, si dovrebbe dare la possibilità all’elettorato di rinnovare la fiducia a chi è virtuoso. Il pensiero è andato più volte al presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che a legislazione vigente non potrebbe ricandidarsi. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è già detta contraria a tale ipotesi e coerentemente a ciò ha fatto anche inserire il tetto di due mandati per il premier nel ddl Casellati sul premierato. A questo argomento, a sua volta, Salvini ha opposto che sarebbe allora coerente introdurre tale tetto anche per i parlamentari.Detto questo, tra i 44 emendamenti presentati da tutti i gruppi, c’era quello leghista sul terzo mandato, e le cose in Aula sono andate esattamente come in commissione, visto che Fdi e Fi avevano ribadito la propria contrarietà e il governo si era rimesso nuovamente all’Aula per evitare un voto anti-esecutivo del Carroccio. Sul versante dell’opposizione, Italia Viva ha votato a favore, dopo aver rinnovato l’invito ai dem e al M5s a fare altrettanto, ma il «campo largo» è stato categorico per il no. Per tenere buono il partito degli amministratori locali (dopo le polemiche dell’ultima volta), Elly Schlein ha fatto comunque mettere a punto un odg per far «approfondire la questione» con la Conferenze delle Regioni e l’Anci. Netti, seppure garbati, gli argomenti con cui Fdi aveva rinnovato la propria chiusura: «Speravamo che l’emendamento non finisse in Aula», ha detto il senatore Raffaele Speranzon, «c’è la piena comprensione delle ragioni della Lega, che sono legittime, poi il Parlamento è sovrano».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terzo-mandato-ballottaggio-sindaci-2667509900.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sala-usa-la-scala-per-salire-sullanci" data-post-id="2667509900" data-published-at="1710416789" data-use-pagination="False"> Sala usa la Scala per salire sull’Anci Ci sono due categorie di sindaci al secondo mandato: quelli che, non avendo nulla da perdere, prendono decisioni importanti e quelli che, invece, si preoccupano di ciò che faranno dopo. Beppe Sala, sindaco di Milano dal 2016, fa parte dell’ultima categoria: non decide, non fa, ma pensa soprattutto al suo futuro politico. Una prova plastica si è vista nella recente vicenda scaligera dove il sindaco milanese è arrivato in consiglio di amministrazione e ha proposto (a sorpresa) il nome di Fortunato Ortombina (ora a La Fenice di Venezia). Il nome è quello che mesi fa era stato fatto dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, sollevando proteste tra i consiglieri della Scala. Cosa ha spinto Sala a cambiare idea? Il Partito democratico era convinto che il primo cittadino avrebbe resistito, memore dei due sgarbi che la sinistra a Milano ha subìto proprio da Sangiuliano: la nomina di Geronimo La Russa nel cda del Piccolo Teatro e quella di Angelo Crespi come nuovo direttore del Museo di Brera. Di fronte alla proposta del nome di Ortombina almeno tre consiglieri hanno avuto da ridire: Maite Bulgari, Francesco Micheli e Nazareno Carusi hanno obiettato sul metodo adottato. Ma a tenere Sala in posizione di forza, ancora una volta, è stato il suocero Giovanni Bazoli, vero dominus del Teatro, che ha cambiato idea su chi dovesse guidare la Scala dal 2025. Per di più Ortombina non è mai stato contattato e non ha mai avuto colloqui con Sala o con altri consiglieri: cosa mai accaduta. Allo stesso tempo Palazzo Marino avrebbe aperto un canale di comunicazione anche con Regione Lombardia per una delle future nomine. Gli assist di Sala al centrodestra avrebbero un’altra contropartita, quella della presidenza dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani che ha un presidente in scadenza, il sindaco di Bari Antonio Decaro. Sala vorrebbe quel posto da cui, una volta terminato il suo mandato come sindaco, lancerebbe il suo progetto politico per federare Pd e 5 stelle. I sindaci italiani di sinistra oggi sono maggioranza, ma il consenso di quelli di destra potrebbe risultare decisivo. Il primo cittadino milanese vuole tentare per una seconda volta il salto nella politica nazionale. Il primo tentativo fu fallimentare avendo scelto, come cavallo, Luigi Di Maio. La scorsa settimana Sala avrebbe ricevuto da Nando Pagnoncelli un nuovo sondaggio sulla sua notorietà nel Paese e i dati gli sarebbero apparsi incoraggianti. Quella dei sondaggi, del resto, sta diventando una mania per Sala, tanto che i suoi detrattori sostengono che li utilizza anche per governare la città, con risultati modesti. Incurante delle critiche, ha acceso un dibattito pubblico su Instagram: tema stadio San Siro. Di sicurezza, caro affitti, traffico e buche, invece, è meglio non parlare. A spianare la strada verso l’Anci sembra esserci anche una parte di centrodestra. Non è un caso che in queste settimane proprio Decaro sia finito sotto attacco da parte di Forza Italia. Il deputato azzurro Mauro D’Attis, vicepresidente della commissione antimafia, si è spinto a dire che alcuni Comuni in Italia sono stati sciolti per molto meno, chiaro riferimento alla maxinchiesta «Codice Interno», che ha toccato anche l’amministrazione comunale barese. Decaro è in scadenza di mandato, ma il suo futuro sembra essere legato a quello del presidente di Regione, Michele Emiliano. Entrambi erano in attesa di capire se avrebbero potuto ricandidarsi per la terza volta, ma la legge sul terzo mandato è ormai naufragata, ma allo stesso tempo guardano con interesse alle elezioni europee. A quanto risulta alla Verità, Emiliano vorrebbe presentarsi, nonostante abbia smentito più volte l’intenzione di farlo. Nel caso accadesse, potrebbe lasciare la Regione proprio a Decaro (che ha già investito come successore) e ritagliarsi uno scranno a Bruxelles. Sono giochi politici che da Sud rimbalzano fino a Nord. Per arrivare alla presidenza di Anci, Sala dovrà fare attenzione anche alle ricadute della nomina di Ortombina. A quanto pare Luigi Brugnaro a Venezia non avrebbe gradito lo scippo del «suo» sovrintendente. A sua volta Dario Nardella a Firenze, risolta la grana Carlo Fuortes, dovrà affrontare il tema Daniele Gatti (ora al Maggio fiorentino) se diventerà il nuovo direttore della Scala al posto di Riccardo Chailly. Infine, Dominique Meyer ha fatto sapere che lui onorerà il contratto fino alla sua scadenza naturale, affiancando Ortombina in una fase di «coabitazione», ma è probabile che lo faccia prendendosi qualche soddisfazione e togliendosi un po’ di sassolini dalle scarpe.
Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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