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Secondo fonti arabe Mohammed Oudeh guiderà l’ala armata di Hamas dopo l’uccisione di al Haddad. Intanto Israele addestra centinaia di comunità ai confini di Gaza con squadre civili, nuovi protocolli anti incursione e kibbutz trasformati in fortezze.
Israele sta addestrando centinaia di comunità al confine con Gaza per fermare future incursioni di Hamas prima che possano trasformarsi in un nuovo massacro. Secondo fonti interne ad Hamas citate dal quotidiano arabo Asharq Al Awsat, Mohammed Oudeh sarebbe stato scelto come nuovo comandante dell’ala militare del movimento palestinese dopo l’uccisione di Ezz al Din al Haddad avvenuta nel fine settimana.
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
Nell’ennesimo caso di corruzione che coinvolge figure ucraine di alto profilo, l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, è già uscito dal carcere, nonostante penda su di lui l’accusa di riciclaggio di denaro. È stato rilasciato grazie ad alcuni benefattori che hanno pagato la cauzione fissata a 2,7 milioni di euro.
La scarcerazione arriva dopo che la scorsa settimana un tribunale anticorruzione di Kiev aveva disposto la detenzione preventiva per 60 giorni, fissando anche la somma della cauzione. Con Yermak che pochi giorni fa sperava nell’aiuto di «amici e conoscenti», sono stati in diversi a rispondere all’appello, tra singoli individui come l’ex allenatore della nazionale di calcio ucraina, Serhij Rebrov, aziende private e studi legali.
Il sospetto avanzato dall’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e dalla Procura specializzata anticorruzione (Sapo) è che Yermak abbia riciclato 10 milioni di dollari durante la realizzazione del progetto edilizio di lusso Dynastiia a Kozyn. E gli inquirenti non escludono che i fondi provengano anche dallo schema corruttivo legato all’azienda statale Energoatom, ovvero lo scandalo che ha costretto l’ex capo di gabinetto a dimettersi il 28 novembre. Zelensky però non sembra badare troppo alle questioni interne, preferendo concentrarsi su quello che accade dentro la Russia. Ha quindi sostenuto che Mosca sta affrontando perdite statali «significative», tenute volutamente nascoste. A dirlo sarebbe l’intelligence ucraina sulla base di alcuni documenti ottenuti. A detta del leader di Kiev «una sola compagnia petrolifera russa è stata costretta a chiudere circa 400 pozzi» e sarebbe stata notata «una riduzione della raffinazione petrolifera di almeno il 10% in pochi mesi solo quest’anno». Intanto Zelensky è costretto a incassare la richiesta «del rispetto dei diritti della minoranza ungherese che vive in Ucraina». A chiederlo è stato lo stesso presidente del Consiglio europeo, António Costa, incalzato dal nuovo premier ungherese, Péter Magyar, che ha scritto su X: «Prima dell’inizio della riunione di gabinetto di oggi (ieri, ndr), ho informato telefonicamente il presidente del Consiglio europeo che abbiamo avviato un ciclo di colloqui a livello tecnico con la parte Ucraina volti ad assicurare garanzie legali per i diritti linguistici, educativi e culturali della comunità ungherese in Transcarpazia».
Sul fronte delle trattative, a seguito dell’escalation degli attacchi reciproci tra Mosca e Kiev, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Dopo il massiccio raid su Kiev, il tycoon aveva infatti adombrato la possibilità di rallentamenti negli sforzi diplomatici. E Peskov ieri ha confermato: «Attualmente il processo di pace è in pausa, ci aspettiamo che venga ripreso». La speranza è che «i colleghi americani continueranno i loro sforzi di mediazione». Nei confronti dell’Europa non c’è lo stesso livello di speranza. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha sostenuto che «i radicali europei, i neoliberisti e i neonazisti, insieme al regime di Zelensky, sono decisi a impedire l’attuazione dei piani di pace che stanno elaborando gli Stati Uniti».
Nonostante il clima di sfiducia russo, in Europa prosegue il dibattito sull’apertura del dialogo con Mosca per evitare di stare in panchina nei futuri negoziati. Politico ha ipotizzato alcuni nomi che potrebbero guidare i colloqui, individuando però allo stesso tempo elementi di criticità: cita l’ex cancelliere tedesco, Angela Merkel, l’ex premier Mario Draghi e l’attuale presidente finlandese, Alexander Stubb. A frenare sul toto nomi è stata la portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anitta Hipper: settimana prossima, ha dichiarato, in occasione della riunione informale dei ministri degli Esteri, «verrà discussa la posizione europea in termini di richieste e di condizioni». «Si guarderà al “cosa”», ha aggiunto, «non al “chi”».
Chi ha tirato le orecchie a Bruxelles è la Merkel, «rammaricata» dal fatto che «l’Europa non stia sfruttando a sufficienza il proprio potenziale diplomatico» nel contesto della guerra in Ucraina. Ha poi aggiunto che «non è sufficiente» che solo il presidente degli Stati Uniti abbia contatti con Mosca, visto che «anche gli europei contano».
Sul campo di battaglia, intanto, Zelensky ha accusato Mosca, a ridosso della visita di Putin in Cina, di aver colpito una nave cinese con un drone a Odessa. Altri raid russi si sono registrati a Dnipro, Zaporizhzhia, Kherson: gli attacchi sul territorio ucraino hanno interessato 524 droni e 22 missili, causando oltre 30 feriti e almeno due morti, dopo che, il giorno precedente, Mosca era stata colpita con un maxi blitz di droni in cui hanno perso la vita almeno quattro civili. Ieri, invece, in Russia è stata colpita la regione di Belgorod, ma raid ucraini sono stati diretti anche contro la regione del Donetsk.
A pochi giorni dalla visita di Donald Trump in Cina, Vladimir Putin vola a sua volta a Pechino per un vertice che il Cremlino presenta come un ulteriore rafforzamento dell’asse strategico tra Russia e Cina. Putin atterrerà stasera nella capitale cinese e domani mattina incontrerà Xi Jinping nella Grande sala del popolo, in Piazza Tiananmen. Sul tavolo di questo delicato summit ci saranno energia, commercio, trasporti, cooperazione industriale e, soprattutto, il consolidamento del partenariato tra Mosca e Pechino, che nel 2026 compie 30 anni.
Il Cremlino, che ha parlato di «aspettative alte», ha annunciato che Putin e Xi firmeranno una lunga dichiarazione congiunta sull’«interazione strategica» tra le due nazioni, oltre a un secondo documento dedicato alla costruzione di «un mondo multipolare» e di «un nuovo tipo di relazioni internazionali», come ha dichiarato Yuri Ushakov, il consigliere diplomatico del Cremlino. Secondo lo stesso Ushakov, il testo principale sarà un documento «programmatico» di 47 pagine destinato a definire le linee guida della cooperazione futura tra Mosca e Pechino. Complessivamente, durante la visita dovrebbero essere firmati circa 40 accordi nei settori dell’industria, dei trasporti, dell’energia nucleare, dell’istruzione, del cinema e della cooperazione tra agenzie di stampa.
La delegazione russa sarà imponente: cinque vicepremier, otto ministri, la governatrice della Banca centrale (Elvira Nabiullina), dirigenti delle grandi banche, manager delle imprese di Stato e rappresentanti dei principali gruppi industriali. «Molto, molto rappresentativa», l’ha definita Ushakov. Da parte sua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha invece respinto ogni paragone con la visita di Trump, sostenendo che Mosca «non compete con nessuno» sulla composizione delle delegazioni. Sarà, ma resta il fatto che Putin arriverà a Pechino appena quattro giorni dopo la partenza del tycoon, reduce da un cauto riavvicinamento con Xi dopo mesi di tensioni commerciali e politiche tra Washington e la Repubblica popolare.
Ad ogni modo, il tema forte dei colloqui sino-russi sarà l’energia. Putin e Xi discuteranno della cooperazione sugli idrocarburi e in particolare del progetto Power of Siberia 2, il grande gasdotto destinato a collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia. Mosca spinge da tempo per chiudere definitivamente l’accordo, che prevedrebbe forniture per 30 anni e una capacità aggiuntiva di 50 miliardi di metri cubi di gas. Ushakov ha confermato che il dossier sarà affrontato «in modo molto approfondito».
Negli ultimi anni, infatti, Pechino è diventata uno dei principali sbocchi economici della Russia colpita dalle sanzioni occidentali: gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto livelli record dopo il 2022 e la Cina acquista ormai oltre un quarto delle esportazioni russe. In questo modo, Mosca può contare su entrate di vitale importanza, mentre Pechino si è dotata di una vera e propria garanzia sul piano energetico (oggi ancora più strategica a causa della crisi dello Stretto di Hormuz).
I colloqui tra Putin e Xi, peraltro, si svolgeranno in formato sia ristretto sia allargato. Domani, infatti, i due leader avranno anche un incontro informale che il Cremlino considera particolarmente significativo, perché consentirà di discutere «apertamente e in via riservata» i principali dossier internazionali. Dopo i negoziati, infine, i due presidenti rilasceranno dichiarazioni alla stampa e parteciperanno a un ricevimento ufficiale ospitato dal leader cinese.
Secondo Joseph Webster, ricercatore dell’Atlantic council, «Taiwan potrebbe essere il tema sottinteso dell’incontro tra Xi e Putin». L’ipotesi dell’autorevole think tank americano è che Pechino voglia rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con Mosca proprio per garantirsi approvvigionamenti più sicuri in caso di una futura crisi nello Stretto di Taiwan. In quest’ottica, pertanto, il progetto Power of Siberia 2 assumerebbe non soltanto un valore prettamente economico, ma anche una chiara valenza strategica e geopolitica.
Salim El Koudri, il marocchino autore della strage nel centro storico di Modena, era stato seguito un paio d’anni dal centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbo schizoide della personalità. Dal 2024 aveva interrotto il percorso terapeutico. «Purtroppo, ha sospeso questa terapia: non è più andato e ha smesso di prendere le medicine prescritte. Questo è stato l’inizio di un progressivo deterioramento […] Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha dichiarato il suo avvocato, Fausto Giannelli».
Da più parti si è già cercato di accusare la sanità di scarsa attenzione per le problematiche psichiche, o di essere comunque corresponsabile della folle devianza del trentunenne di Ravarino, che avrebbe dovuto essere segnalata e controllata. «Ci diranno e ci diremo che Salim El Koudri è un folle, una variabile imprevedibile che poteva abbattersi ovunque e comunque […] ma è solo la parte più evidente e più tragica di una storia che ci riguarda tutti molto più da vicino di quanto siamo disposti ad ammettere», scriveva ieri La Stampa.
Un po’ di numeri aiutano a inquadrare la situazione problemi mentali. Nell’ultimo Rapporto sulla salute mentale in Italia, riferito al 2024 e a cura dell’Ufficio statistica del ministero della Salute, gli assistiti sul territorio nazionale con almeno un contatto presso strutture territoriali psichiatriche sono 760.601, ovvero 154,6 per 10.000 abitanti adulti. Gli utenti di nazionalità non italiana sono 40.485 (5,6%).
I tassi di incidenza della schizofrenia e altre psicosi funzionali sono di 3,8 casi su 10.000 abitanti. In Emilia-Romagna, nel 2024 il 52,9% dei pazienti soffriva di schizofrenia. I pazienti con diagnosi di schizofrenia e altre psicosi funzionali (14.690 soggetti) rappresentano la metà dell’utenza delle strutture residenziali (50,2%); con riferimento all’età, la maggior parte risulta di fascia 45-64 anni. Nei centri semiresidenziali, le persone (9.897) con la stessa diagnosi rappresentano quasi la metà dell’utenza (44,3%) e sono soprattutto di fascia 25-64 anni nei maschi, 45-64 anni nelle femmine.
Nel 2024 si registrano 141.317 dimessi adulti con diagnosi di disturbo mentale dalle strutture ospedaliere italiane: 127.897 in regime ordinario (90,5%) e 13.420 in regime diurno (9,5%); il numero dei dimessi dai reparti di psichiatria rappresenta il 73,1% del totale dei dimessi in regime ordinario e il 72,9% della casistica in regime diurno. Nello stesso anno, i pazienti con disturbi schizofrenici e altre psicosi funzionali che hanno abbandonato il trattamento risultano 1.024 (0,6%). Non per questo, tutti questi disturbati mentali in circolazione sono in giro a investire passanti inermi o a progettare stragi come l’italiano di «seconda generazione».
«Normalmente il disturbo schizoide della personalità non dà problemi tali da richiedere il nostro intervento», afferma Giuseppe Nicolò, direttore del dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 5, coordinatore vicario del tavolo tecnico nazionale della Salute mentale e vice presidente della Società italiana di psichiatria. Spiega il professore: «È un disturbo abbastanza raro, faccio lo psichiatra da trent’anni e avrò visto 15.000 pazienti, ma non più di dieci con disturbo schizoide della personalità. La persona che ne se soffre non ha interesse nelle relazioni interpersonali, non trova piacere nelle relazioni affettive e in quasi nessuna attività, è indifferente alle lodi e alle critiche. Sono dei solitari, degli asociali, non vengono nemmeno notati perché marginali e quasi mai vengono a contatto con i servizi sanitari».
Lo psichiatra e psicoterapeuta sottolinea che «in questi soggetti non c’è un comportamento anti giuridico, non sono persone che destano allarme o attenzione, solitamente si isolano». Se l’incidenza della violenza in questi individui solitamente distaccati è estremamente bassa, «tra 0,5 e 0,8%, può essere che un gesto sfrenato possa dare emozionalità alla persona con disturbo schizoide della personalità. Può provare piacere e stimolo da situazioni più estreme», dichiara Nicolò.
Nel caso di Salim El Koudri, il professore ritiene che «non solo il disturbo possa spiegare il gesto, ma anche altri fattori quali la marginalizzazione sociale, alcune credenze religiose, forse far parte di qualche gruppo che un po’ esasperava le sue convinzioni. La violenza ha anche un corrispettivo culturale, anche se non è automatico».
Per lo psichiatra Tonino Cantelmi, presidente dell’Istituto di terapia cognitivo comportamentale (Itci) di Roma, se l’attentatore «non sembra aderire esplicitamente ad un movimento terroristico, tuttavia ricalca modalità terroristiche già utilizzate. Per cui nessuna ipotesi esclude l’altra, si tratta di un mix fra condizioni psichiche problematiche, difficoltà di integrazioni che accompagnano le seconde generazioni, stimoli ambientali mal elaborati, rabbia e comportamenti improntati a schemi culturali specifici, sicuramente influenti. Un mix micidiale ed esplosivo».
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