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2024-01-26
Tajani in pressing su Netanyahu: «Due Stati»
Antonio Tajani durante la visita in Israele (Ansa)
Roma gioca di sponda con Washington per convincere Benjamin Netanyahu ad accettare la soluzione dei due Stati. È questo quanto emerge dalla delicata missione, condotta ieri da Antonio Tajani in Israele. Il titolare della Farnesina ha innanzitutto incontrato il presidente israeliano, Isaac Herzog. «Sosteniamo con forza le azioni del governo israeliano contro le organizzazioni terroristiche e parallelamente vogliamo affrontare con i nostri amici israeliani la preparazione per un ritorno al confronto politico e diplomatico», ha dichiarato il vicepremier. «Dopo le operazioni militari a Gaza bisognerà individuare immediatamente un percorso politico per evitare che gli attuali scontri possano ripetersi e allargarsi», ha aggiunto, per poi proseguire: «Ma bisognerà anche avviare il percorso politico che inevitabilmente dovrà portare a una formula indirizzata alla soluzione del due popoli, due Stati».
Tajani, che ha anche tenuto un discorso allo Yad Vashem, definendo la Shoa «la pagina più buia della civiltà europea», ha poi avuto un incontro con l’omologo israeliano, Israel Katz. «Con il ministro degli Esteri israeliano, Katz, abbiamo concordato di rafforzare iniziative umanitarie congiunte. L’Italia è in prima fila nell’assistenza al popolo palestinese. Pronti a curare in Italia 100 bambini di Gaza», ha twittato il capo della Farnesina. «Il ministro Tajani è un vero amico di Israele. Io e le famiglie dei rapiti gli abbiamo detto che non avevamo altra scelta che finire la nostra missione a Gaza: riportare a casa i rapiti ed eliminare Hamas», ha affermato Katz, dal canto suo. «Gli ho chiesto di collaborare con il governo libanese per ritirare Hezbollah dal Libano meridionale, altrimenti subiranno un colpo dal quale non si riprenderanno», ha aggiunto il ministro israeliano.
Katz e Tajani hanno anche concordato di lavorare per «rinnovare le attività delle compagnie aeree italiane e promuovere ulteriormente la cooperazione nei settori di energia e turismo». Infine, interpellato sull’eventualità che la Corte internazionale di giustizia decreti un cessate il fuoco, il vicepremier si è detto favorevole a una tregua, «ma a patto che non sia una proposta contro Israele e che da Hamas non arrivino più razzi». Il ministro ha inoltre accusato Hamas di aver compiuto atti «quasi addirittura peggiori di quelli dei nazisti».
Sempre ieri, Tajani ha avuto un meeting con Abu Mazen a Ramallah, diventando così il primo ministro degli Esteri di area Ue a incontrare il presidente dell’Anp dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. «L’obiettivo è avviare un percorso politico per arrivare a un vero Stato palestinese che possa vivere in pace con lo Stato israeliano, rispettando le esigenze di sicurezza di Israele», ha detto il capo della Farnesina. «La mia visita qui», ha proseguito, «è una missione di vicinanza e di solidarietà all’Anp». Secondo indiscrezioni trapelate, Abu Mazen avrebbe chiesto il coinvolgimento dell’Italia nella ricostruzione di Gaza.
Insomma, è evidente che l’esecutivo italiano si sta muovendo in coordinamento con Washington. Gli Usa stanno infatti da tempo lavorando per una soluzione a due Stati e per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas dalla Striscia, Gaza sia posta sotto un governo guidato dall’Anp. È questa la linea portata fondamentalmente avanti finora dal segretario di Stato americano, Tony Blinken: una linea che non è tuttavia gradita da Netanyahu. Sabato scorso, il premier israeliano è infatti tornato a prendere le distanze dall’amministrazione Biden. «Non scenderò a compromessi sul pieno controllo della sicurezza israeliana su tutto il territorio a Ovest della Giordania. E questo è contrario a uno Stato palestinese», ha dichiarato su X. È quindi in quest’ottica che Washington e Roma stanno esercitando una moral suasion su Gerusalemme.
Trovare la quadra non è facile. Da una parte, Usa e Ue puntano a evitare sia un allargamento del conflitto sia un deterioramento delle relazioni con i Paesi arabi. Dall’altra, pressato soprattutto dall’ala destra del suo governo, Netanyahu teme che la soluzione dei due Stati possa rappresentare una minaccia alla sicurezza di Israele. Nel frattempo, il Washington Post ha rivelato che, nei prossimi giorni, il direttore della Cia, William Burns, si recherà in Europa per incontrare il capo del Mossad, David Barnea, e quello dei servizi egiziani, Abbas Kamel: i tre dovrebbero tenere colloqui con il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. In particolare, stando alla testata Usa, sarebbe in ballo un «piano ambizioso tra Hamas e Israele che comporterebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti e la più lunga cessazione delle ostilità dall’inizio della guerra».
Nel frattempo, ieri Israele ha accusato l’Oms di «collusione» con Hamas, in quanto avrebbe ignorato le prove dell’«uso terroristico» delle strutture mediche a Gaza. Infine, non si placano le fibrillazioni tra Qatar e Israele, dopo che è stato fatto trapelare un audio in cui Netanyahu sembra criticare il ruolo di Doha nella mediazione. Dall’altra parte, una delegazione degli Huthi è stata ricevuta ieri da Mosca.
Spari sulla folla in attesa degli aiuti. Hamas accusa, Gerusalemme nega
Ieri, a Khan Yunis, si è svolta una marcia di protesta contro la continuazione della guerra, come riportato dalla televisione pubblica israeliana Kan, che ha trasmesso alcune immagini dell’evento. Circa un centinaio di manifestanti con bandiere bianche ha scandito lo slogan «Vogliamo la pace». Alcuni partecipanti hanno mostrato tutta la loro frustrazione esibendo taniche d’acqua vuote. Martedì, a Deir el-Ballah e a Rafah, si sono tenute altre due manifestazioni. In una di esse, è stata avanzata la richiesta ad Hamas «di risolvere i problemi da loro creati», mentre altri manifestanti hanno definito i miliziani «dei pescecani di guerra». Poi nel video si vede una folla di palestinesi che chiede al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al leader di Hamas, Yahya Sinwar, di porre fine alla guerra a Gaza: «Netanyahu e Sinwar, vogliamo un cessate il fuoco. Basta con la distruzione!», grida la folla composta principalmente da uomini. Il fatto che dei manifestanti, oltretutto di sesso maschile, chiedano anche a Sinwar di fermare la guerra è il primo vero segnale del crescente malcontento della popolazione contro la leadership di Hamas che ha trascinato un popolo nella disperazione.
Netanyahu, durante la sua visita alle truppe israeliane al confine con la Striscia di Gaza, ha riconfermato il suo impegno per la vittoria totale. «Eliminazione di Hamas e il ritorno di tutti i nostri prigionieri. Non abbiamo rinunciato a questo obiettivo», ha dichiarato Netanyahu, come riportato da The Times of Israel. Il premier ha poi assicurato: «Approfondiremo le nostre radici nella nostra terra e sradicheremo i nostri nemici. Noi saremo qui, loro non ci saranno».
Il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, invece ha affermato: «Il fuoco israeliano ha colpito una folla di persone in attesa di aiuti umanitari, causando diverse vittime». Dall’altra parte, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato «di essere al corrente dei rapporti e sta esaminando la situazione», sottolineando che i suoi attacchi non mirano intenzionalmente ai civili. In attesa di conoscere la reale portata dei fatti (si parla di 20 morti), va ricordato che in passato il ministero della Sanità di Gaza (secondo il quale il bilancio dei morti a Gaza sarebbe arrivato a quota 25.900) ha inventato attacchi dell’Idf: vedi il missile sull’ospedale al-Shifa lanciato per sbaglio dalla jihad islamica, così come ha sempre gonfiato le cifre iniziali dei decessi prima di aggiornarle con numeri più accurati. Inoltre, il fatto che oggi potrebbe esserci il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia sulle accuse sudafricane secondo cui «la guerra di Gaza equivale a un genocidio dei palestinesi», potrebbe far pensare all’ennesima montatura messa in atto dai jihadisti palestinesi che hanno nell’emittente del Qatar al-Jazeera, «l’uomo in più».
La Resistenza islamica in Iraq, organizzazione che riunisce forze armate filoiraniane, ha rivendicato ieri sull’account Telegram degli Hezbollah, di aver condotto un attacco con droni contro il porto israeliano di Ashdod, situato tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv. L’Idf ha reso noto di aver condotto una serie di attacchi contro obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano, compresa una pista di atterraggio utilizzata dal gruppo terroristico nella regione montuosa di Qalaat Jabbour. Secondo il ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant, che ha reso noto che più di 100 agenti di Hamas sono stati catturati dalle truppe israeliane nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni, è l’Iran il responsabile della costruzione della pista utilizzata per lanciare droni.
Infine, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni contro i ribelli sciiti filoiraniani yemeniti Huthi. Lo afferma il Dipartimento di Stato, sottolineando che nel mirino sono finiti quattro militari del gruppo che continua a minacciare con i missili la navigazione nel Mar Rosso.
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Roma gioca di sponda con Washington e invia il vicepremier per cercare di impedire che il conflitto si allarghi. Positivi i dialoghi con Herzog e Abu Mazen. Ma da Bibi arrivano ancora segnali di chiusura. Intanto Israele sfida l’Oms: «È collusa con i jihadisti».Proteste palestinesi contro i miliziani. Gli Huthi colpiti dalle sanzioni di Usa e Londra.Lo speciale contiene due articoli.Roma gioca di sponda con Washington per convincere Benjamin Netanyahu ad accettare la soluzione dei due Stati. È questo quanto emerge dalla delicata missione, condotta ieri da Antonio Tajani in Israele. Il titolare della Farnesina ha innanzitutto incontrato il presidente israeliano, Isaac Herzog. «Sosteniamo con forza le azioni del governo israeliano contro le organizzazioni terroristiche e parallelamente vogliamo affrontare con i nostri amici israeliani la preparazione per un ritorno al confronto politico e diplomatico», ha dichiarato il vicepremier. «Dopo le operazioni militari a Gaza bisognerà individuare immediatamente un percorso politico per evitare che gli attuali scontri possano ripetersi e allargarsi», ha aggiunto, per poi proseguire: «Ma bisognerà anche avviare il percorso politico che inevitabilmente dovrà portare a una formula indirizzata alla soluzione del due popoli, due Stati». Tajani, che ha anche tenuto un discorso allo Yad Vashem, definendo la Shoa «la pagina più buia della civiltà europea», ha poi avuto un incontro con l’omologo israeliano, Israel Katz. «Con il ministro degli Esteri israeliano, Katz, abbiamo concordato di rafforzare iniziative umanitarie congiunte. L’Italia è in prima fila nell’assistenza al popolo palestinese. Pronti a curare in Italia 100 bambini di Gaza», ha twittato il capo della Farnesina. «Il ministro Tajani è un vero amico di Israele. Io e le famiglie dei rapiti gli abbiamo detto che non avevamo altra scelta che finire la nostra missione a Gaza: riportare a casa i rapiti ed eliminare Hamas», ha affermato Katz, dal canto suo. «Gli ho chiesto di collaborare con il governo libanese per ritirare Hezbollah dal Libano meridionale, altrimenti subiranno un colpo dal quale non si riprenderanno», ha aggiunto il ministro israeliano. Katz e Tajani hanno anche concordato di lavorare per «rinnovare le attività delle compagnie aeree italiane e promuovere ulteriormente la cooperazione nei settori di energia e turismo». Infine, interpellato sull’eventualità che la Corte internazionale di giustizia decreti un cessate il fuoco, il vicepremier si è detto favorevole a una tregua, «ma a patto che non sia una proposta contro Israele e che da Hamas non arrivino più razzi». Il ministro ha inoltre accusato Hamas di aver compiuto atti «quasi addirittura peggiori di quelli dei nazisti». Sempre ieri, Tajani ha avuto un meeting con Abu Mazen a Ramallah, diventando così il primo ministro degli Esteri di area Ue a incontrare il presidente dell’Anp dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. «L’obiettivo è avviare un percorso politico per arrivare a un vero Stato palestinese che possa vivere in pace con lo Stato israeliano, rispettando le esigenze di sicurezza di Israele», ha detto il capo della Farnesina. «La mia visita qui», ha proseguito, «è una missione di vicinanza e di solidarietà all’Anp». Secondo indiscrezioni trapelate, Abu Mazen avrebbe chiesto il coinvolgimento dell’Italia nella ricostruzione di Gaza. Insomma, è evidente che l’esecutivo italiano si sta muovendo in coordinamento con Washington. Gli Usa stanno infatti da tempo lavorando per una soluzione a due Stati e per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas dalla Striscia, Gaza sia posta sotto un governo guidato dall’Anp. È questa la linea portata fondamentalmente avanti finora dal segretario di Stato americano, Tony Blinken: una linea che non è tuttavia gradita da Netanyahu. Sabato scorso, il premier israeliano è infatti tornato a prendere le distanze dall’amministrazione Biden. «Non scenderò a compromessi sul pieno controllo della sicurezza israeliana su tutto il territorio a Ovest della Giordania. E questo è contrario a uno Stato palestinese», ha dichiarato su X. È quindi in quest’ottica che Washington e Roma stanno esercitando una moral suasion su Gerusalemme. Trovare la quadra non è facile. Da una parte, Usa e Ue puntano a evitare sia un allargamento del conflitto sia un deterioramento delle relazioni con i Paesi arabi. Dall’altra, pressato soprattutto dall’ala destra del suo governo, Netanyahu teme che la soluzione dei due Stati possa rappresentare una minaccia alla sicurezza di Israele. Nel frattempo, il Washington Post ha rivelato che, nei prossimi giorni, il direttore della Cia, William Burns, si recherà in Europa per incontrare il capo del Mossad, David Barnea, e quello dei servizi egiziani, Abbas Kamel: i tre dovrebbero tenere colloqui con il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. In particolare, stando alla testata Usa, sarebbe in ballo un «piano ambizioso tra Hamas e Israele che comporterebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti e la più lunga cessazione delle ostilità dall’inizio della guerra». Nel frattempo, ieri Israele ha accusato l’Oms di «collusione» con Hamas, in quanto avrebbe ignorato le prove dell’«uso terroristico» delle strutture mediche a Gaza. Infine, non si placano le fibrillazioni tra Qatar e Israele, dopo che è stato fatto trapelare un audio in cui Netanyahu sembra criticare il ruolo di Doha nella mediazione. Dall’altra parte, una delegazione degli Huthi è stata ricevuta ieri da Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tajani-netanyahu-diplomazia-2667092562.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spari-sulla-folla-in-attesa-degli-aiuti-hamas-accusa-gerusalemme-nega" data-post-id="2667092562" data-published-at="1706256738" data-use-pagination="False"> Spari sulla folla in attesa degli aiuti. Hamas accusa, Gerusalemme nega Ieri, a Khan Yunis, si è svolta una marcia di protesta contro la continuazione della guerra, come riportato dalla televisione pubblica israeliana Kan, che ha trasmesso alcune immagini dell’evento. Circa un centinaio di manifestanti con bandiere bianche ha scandito lo slogan «Vogliamo la pace». Alcuni partecipanti hanno mostrato tutta la loro frustrazione esibendo taniche d’acqua vuote. Martedì, a Deir el-Ballah e a Rafah, si sono tenute altre due manifestazioni. In una di esse, è stata avanzata la richiesta ad Hamas «di risolvere i problemi da loro creati», mentre altri manifestanti hanno definito i miliziani «dei pescecani di guerra». Poi nel video si vede una folla di palestinesi che chiede al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al leader di Hamas, Yahya Sinwar, di porre fine alla guerra a Gaza: «Netanyahu e Sinwar, vogliamo un cessate il fuoco. Basta con la distruzione!», grida la folla composta principalmente da uomini. Il fatto che dei manifestanti, oltretutto di sesso maschile, chiedano anche a Sinwar di fermare la guerra è il primo vero segnale del crescente malcontento della popolazione contro la leadership di Hamas che ha trascinato un popolo nella disperazione. Netanyahu, durante la sua visita alle truppe israeliane al confine con la Striscia di Gaza, ha riconfermato il suo impegno per la vittoria totale. «Eliminazione di Hamas e il ritorno di tutti i nostri prigionieri. Non abbiamo rinunciato a questo obiettivo», ha dichiarato Netanyahu, come riportato da The Times of Israel. Il premier ha poi assicurato: «Approfondiremo le nostre radici nella nostra terra e sradicheremo i nostri nemici. Noi saremo qui, loro non ci saranno». Il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, invece ha affermato: «Il fuoco israeliano ha colpito una folla di persone in attesa di aiuti umanitari, causando diverse vittime». Dall’altra parte, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato «di essere al corrente dei rapporti e sta esaminando la situazione», sottolineando che i suoi attacchi non mirano intenzionalmente ai civili. In attesa di conoscere la reale portata dei fatti (si parla di 20 morti), va ricordato che in passato il ministero della Sanità di Gaza (secondo il quale il bilancio dei morti a Gaza sarebbe arrivato a quota 25.900) ha inventato attacchi dell’Idf: vedi il missile sull’ospedale al-Shifa lanciato per sbaglio dalla jihad islamica, così come ha sempre gonfiato le cifre iniziali dei decessi prima di aggiornarle con numeri più accurati. Inoltre, il fatto che oggi potrebbe esserci il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia sulle accuse sudafricane secondo cui «la guerra di Gaza equivale a un genocidio dei palestinesi», potrebbe far pensare all’ennesima montatura messa in atto dai jihadisti palestinesi che hanno nell’emittente del Qatar al-Jazeera, «l’uomo in più». La Resistenza islamica in Iraq, organizzazione che riunisce forze armate filoiraniane, ha rivendicato ieri sull’account Telegram degli Hezbollah, di aver condotto un attacco con droni contro il porto israeliano di Ashdod, situato tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv. L’Idf ha reso noto di aver condotto una serie di attacchi contro obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano, compresa una pista di atterraggio utilizzata dal gruppo terroristico nella regione montuosa di Qalaat Jabbour. Secondo il ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant, che ha reso noto che più di 100 agenti di Hamas sono stati catturati dalle truppe israeliane nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni, è l’Iran il responsabile della costruzione della pista utilizzata per lanciare droni. Infine, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni contro i ribelli sciiti filoiraniani yemeniti Huthi. Lo afferma il Dipartimento di Stato, sottolineando che nel mirino sono finiti quattro militari del gruppo che continua a minacciare con i missili la navigazione nel Mar Rosso.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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