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2024-01-26
Tajani in pressing su Netanyahu: «Due Stati»
Antonio Tajani durante la visita in Israele (Ansa)
Roma gioca di sponda con Washington per convincere Benjamin Netanyahu ad accettare la soluzione dei due Stati. È questo quanto emerge dalla delicata missione, condotta ieri da Antonio Tajani in Israele. Il titolare della Farnesina ha innanzitutto incontrato il presidente israeliano, Isaac Herzog. «Sosteniamo con forza le azioni del governo israeliano contro le organizzazioni terroristiche e parallelamente vogliamo affrontare con i nostri amici israeliani la preparazione per un ritorno al confronto politico e diplomatico», ha dichiarato il vicepremier. «Dopo le operazioni militari a Gaza bisognerà individuare immediatamente un percorso politico per evitare che gli attuali scontri possano ripetersi e allargarsi», ha aggiunto, per poi proseguire: «Ma bisognerà anche avviare il percorso politico che inevitabilmente dovrà portare a una formula indirizzata alla soluzione del due popoli, due Stati».
Tajani, che ha anche tenuto un discorso allo Yad Vashem, definendo la Shoa «la pagina più buia della civiltà europea», ha poi avuto un incontro con l’omologo israeliano, Israel Katz. «Con il ministro degli Esteri israeliano, Katz, abbiamo concordato di rafforzare iniziative umanitarie congiunte. L’Italia è in prima fila nell’assistenza al popolo palestinese. Pronti a curare in Italia 100 bambini di Gaza», ha twittato il capo della Farnesina. «Il ministro Tajani è un vero amico di Israele. Io e le famiglie dei rapiti gli abbiamo detto che non avevamo altra scelta che finire la nostra missione a Gaza: riportare a casa i rapiti ed eliminare Hamas», ha affermato Katz, dal canto suo. «Gli ho chiesto di collaborare con il governo libanese per ritirare Hezbollah dal Libano meridionale, altrimenti subiranno un colpo dal quale non si riprenderanno», ha aggiunto il ministro israeliano.
Katz e Tajani hanno anche concordato di lavorare per «rinnovare le attività delle compagnie aeree italiane e promuovere ulteriormente la cooperazione nei settori di energia e turismo». Infine, interpellato sull’eventualità che la Corte internazionale di giustizia decreti un cessate il fuoco, il vicepremier si è detto favorevole a una tregua, «ma a patto che non sia una proposta contro Israele e che da Hamas non arrivino più razzi». Il ministro ha inoltre accusato Hamas di aver compiuto atti «quasi addirittura peggiori di quelli dei nazisti».
Sempre ieri, Tajani ha avuto un meeting con Abu Mazen a Ramallah, diventando così il primo ministro degli Esteri di area Ue a incontrare il presidente dell’Anp dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. «L’obiettivo è avviare un percorso politico per arrivare a un vero Stato palestinese che possa vivere in pace con lo Stato israeliano, rispettando le esigenze di sicurezza di Israele», ha detto il capo della Farnesina. «La mia visita qui», ha proseguito, «è una missione di vicinanza e di solidarietà all’Anp». Secondo indiscrezioni trapelate, Abu Mazen avrebbe chiesto il coinvolgimento dell’Italia nella ricostruzione di Gaza.
Insomma, è evidente che l’esecutivo italiano si sta muovendo in coordinamento con Washington. Gli Usa stanno infatti da tempo lavorando per una soluzione a due Stati e per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas dalla Striscia, Gaza sia posta sotto un governo guidato dall’Anp. È questa la linea portata fondamentalmente avanti finora dal segretario di Stato americano, Tony Blinken: una linea che non è tuttavia gradita da Netanyahu. Sabato scorso, il premier israeliano è infatti tornato a prendere le distanze dall’amministrazione Biden. «Non scenderò a compromessi sul pieno controllo della sicurezza israeliana su tutto il territorio a Ovest della Giordania. E questo è contrario a uno Stato palestinese», ha dichiarato su X. È quindi in quest’ottica che Washington e Roma stanno esercitando una moral suasion su Gerusalemme.
Trovare la quadra non è facile. Da una parte, Usa e Ue puntano a evitare sia un allargamento del conflitto sia un deterioramento delle relazioni con i Paesi arabi. Dall’altra, pressato soprattutto dall’ala destra del suo governo, Netanyahu teme che la soluzione dei due Stati possa rappresentare una minaccia alla sicurezza di Israele. Nel frattempo, il Washington Post ha rivelato che, nei prossimi giorni, il direttore della Cia, William Burns, si recherà in Europa per incontrare il capo del Mossad, David Barnea, e quello dei servizi egiziani, Abbas Kamel: i tre dovrebbero tenere colloqui con il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. In particolare, stando alla testata Usa, sarebbe in ballo un «piano ambizioso tra Hamas e Israele che comporterebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti e la più lunga cessazione delle ostilità dall’inizio della guerra».
Nel frattempo, ieri Israele ha accusato l’Oms di «collusione» con Hamas, in quanto avrebbe ignorato le prove dell’«uso terroristico» delle strutture mediche a Gaza. Infine, non si placano le fibrillazioni tra Qatar e Israele, dopo che è stato fatto trapelare un audio in cui Netanyahu sembra criticare il ruolo di Doha nella mediazione. Dall’altra parte, una delegazione degli Huthi è stata ricevuta ieri da Mosca.
Spari sulla folla in attesa degli aiuti. Hamas accusa, Gerusalemme nega
Ieri, a Khan Yunis, si è svolta una marcia di protesta contro la continuazione della guerra, come riportato dalla televisione pubblica israeliana Kan, che ha trasmesso alcune immagini dell’evento. Circa un centinaio di manifestanti con bandiere bianche ha scandito lo slogan «Vogliamo la pace». Alcuni partecipanti hanno mostrato tutta la loro frustrazione esibendo taniche d’acqua vuote. Martedì, a Deir el-Ballah e a Rafah, si sono tenute altre due manifestazioni. In una di esse, è stata avanzata la richiesta ad Hamas «di risolvere i problemi da loro creati», mentre altri manifestanti hanno definito i miliziani «dei pescecani di guerra». Poi nel video si vede una folla di palestinesi che chiede al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al leader di Hamas, Yahya Sinwar, di porre fine alla guerra a Gaza: «Netanyahu e Sinwar, vogliamo un cessate il fuoco. Basta con la distruzione!», grida la folla composta principalmente da uomini. Il fatto che dei manifestanti, oltretutto di sesso maschile, chiedano anche a Sinwar di fermare la guerra è il primo vero segnale del crescente malcontento della popolazione contro la leadership di Hamas che ha trascinato un popolo nella disperazione.
Netanyahu, durante la sua visita alle truppe israeliane al confine con la Striscia di Gaza, ha riconfermato il suo impegno per la vittoria totale. «Eliminazione di Hamas e il ritorno di tutti i nostri prigionieri. Non abbiamo rinunciato a questo obiettivo», ha dichiarato Netanyahu, come riportato da The Times of Israel. Il premier ha poi assicurato: «Approfondiremo le nostre radici nella nostra terra e sradicheremo i nostri nemici. Noi saremo qui, loro non ci saranno».
Il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, invece ha affermato: «Il fuoco israeliano ha colpito una folla di persone in attesa di aiuti umanitari, causando diverse vittime». Dall’altra parte, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato «di essere al corrente dei rapporti e sta esaminando la situazione», sottolineando che i suoi attacchi non mirano intenzionalmente ai civili. In attesa di conoscere la reale portata dei fatti (si parla di 20 morti), va ricordato che in passato il ministero della Sanità di Gaza (secondo il quale il bilancio dei morti a Gaza sarebbe arrivato a quota 25.900) ha inventato attacchi dell’Idf: vedi il missile sull’ospedale al-Shifa lanciato per sbaglio dalla jihad islamica, così come ha sempre gonfiato le cifre iniziali dei decessi prima di aggiornarle con numeri più accurati. Inoltre, il fatto che oggi potrebbe esserci il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia sulle accuse sudafricane secondo cui «la guerra di Gaza equivale a un genocidio dei palestinesi», potrebbe far pensare all’ennesima montatura messa in atto dai jihadisti palestinesi che hanno nell’emittente del Qatar al-Jazeera, «l’uomo in più».
La Resistenza islamica in Iraq, organizzazione che riunisce forze armate filoiraniane, ha rivendicato ieri sull’account Telegram degli Hezbollah, di aver condotto un attacco con droni contro il porto israeliano di Ashdod, situato tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv. L’Idf ha reso noto di aver condotto una serie di attacchi contro obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano, compresa una pista di atterraggio utilizzata dal gruppo terroristico nella regione montuosa di Qalaat Jabbour. Secondo il ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant, che ha reso noto che più di 100 agenti di Hamas sono stati catturati dalle truppe israeliane nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni, è l’Iran il responsabile della costruzione della pista utilizzata per lanciare droni.
Infine, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni contro i ribelli sciiti filoiraniani yemeniti Huthi. Lo afferma il Dipartimento di Stato, sottolineando che nel mirino sono finiti quattro militari del gruppo che continua a minacciare con i missili la navigazione nel Mar Rosso.
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Roma gioca di sponda con Washington e invia il vicepremier per cercare di impedire che il conflitto si allarghi. Positivi i dialoghi con Herzog e Abu Mazen. Ma da Bibi arrivano ancora segnali di chiusura. Intanto Israele sfida l’Oms: «È collusa con i jihadisti».Proteste palestinesi contro i miliziani. Gli Huthi colpiti dalle sanzioni di Usa e Londra.Lo speciale contiene due articoli.Roma gioca di sponda con Washington per convincere Benjamin Netanyahu ad accettare la soluzione dei due Stati. È questo quanto emerge dalla delicata missione, condotta ieri da Antonio Tajani in Israele. Il titolare della Farnesina ha innanzitutto incontrato il presidente israeliano, Isaac Herzog. «Sosteniamo con forza le azioni del governo israeliano contro le organizzazioni terroristiche e parallelamente vogliamo affrontare con i nostri amici israeliani la preparazione per un ritorno al confronto politico e diplomatico», ha dichiarato il vicepremier. «Dopo le operazioni militari a Gaza bisognerà individuare immediatamente un percorso politico per evitare che gli attuali scontri possano ripetersi e allargarsi», ha aggiunto, per poi proseguire: «Ma bisognerà anche avviare il percorso politico che inevitabilmente dovrà portare a una formula indirizzata alla soluzione del due popoli, due Stati». Tajani, che ha anche tenuto un discorso allo Yad Vashem, definendo la Shoa «la pagina più buia della civiltà europea», ha poi avuto un incontro con l’omologo israeliano, Israel Katz. «Con il ministro degli Esteri israeliano, Katz, abbiamo concordato di rafforzare iniziative umanitarie congiunte. L’Italia è in prima fila nell’assistenza al popolo palestinese. Pronti a curare in Italia 100 bambini di Gaza», ha twittato il capo della Farnesina. «Il ministro Tajani è un vero amico di Israele. Io e le famiglie dei rapiti gli abbiamo detto che non avevamo altra scelta che finire la nostra missione a Gaza: riportare a casa i rapiti ed eliminare Hamas», ha affermato Katz, dal canto suo. «Gli ho chiesto di collaborare con il governo libanese per ritirare Hezbollah dal Libano meridionale, altrimenti subiranno un colpo dal quale non si riprenderanno», ha aggiunto il ministro israeliano. Katz e Tajani hanno anche concordato di lavorare per «rinnovare le attività delle compagnie aeree italiane e promuovere ulteriormente la cooperazione nei settori di energia e turismo». Infine, interpellato sull’eventualità che la Corte internazionale di giustizia decreti un cessate il fuoco, il vicepremier si è detto favorevole a una tregua, «ma a patto che non sia una proposta contro Israele e che da Hamas non arrivino più razzi». Il ministro ha inoltre accusato Hamas di aver compiuto atti «quasi addirittura peggiori di quelli dei nazisti». Sempre ieri, Tajani ha avuto un meeting con Abu Mazen a Ramallah, diventando così il primo ministro degli Esteri di area Ue a incontrare il presidente dell’Anp dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. «L’obiettivo è avviare un percorso politico per arrivare a un vero Stato palestinese che possa vivere in pace con lo Stato israeliano, rispettando le esigenze di sicurezza di Israele», ha detto il capo della Farnesina. «La mia visita qui», ha proseguito, «è una missione di vicinanza e di solidarietà all’Anp». Secondo indiscrezioni trapelate, Abu Mazen avrebbe chiesto il coinvolgimento dell’Italia nella ricostruzione di Gaza. Insomma, è evidente che l’esecutivo italiano si sta muovendo in coordinamento con Washington. Gli Usa stanno infatti da tempo lavorando per una soluzione a due Stati e per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas dalla Striscia, Gaza sia posta sotto un governo guidato dall’Anp. È questa la linea portata fondamentalmente avanti finora dal segretario di Stato americano, Tony Blinken: una linea che non è tuttavia gradita da Netanyahu. Sabato scorso, il premier israeliano è infatti tornato a prendere le distanze dall’amministrazione Biden. «Non scenderò a compromessi sul pieno controllo della sicurezza israeliana su tutto il territorio a Ovest della Giordania. E questo è contrario a uno Stato palestinese», ha dichiarato su X. È quindi in quest’ottica che Washington e Roma stanno esercitando una moral suasion su Gerusalemme. Trovare la quadra non è facile. Da una parte, Usa e Ue puntano a evitare sia un allargamento del conflitto sia un deterioramento delle relazioni con i Paesi arabi. Dall’altra, pressato soprattutto dall’ala destra del suo governo, Netanyahu teme che la soluzione dei due Stati possa rappresentare una minaccia alla sicurezza di Israele. Nel frattempo, il Washington Post ha rivelato che, nei prossimi giorni, il direttore della Cia, William Burns, si recherà in Europa per incontrare il capo del Mossad, David Barnea, e quello dei servizi egiziani, Abbas Kamel: i tre dovrebbero tenere colloqui con il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. In particolare, stando alla testata Usa, sarebbe in ballo un «piano ambizioso tra Hamas e Israele che comporterebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti e la più lunga cessazione delle ostilità dall’inizio della guerra». Nel frattempo, ieri Israele ha accusato l’Oms di «collusione» con Hamas, in quanto avrebbe ignorato le prove dell’«uso terroristico» delle strutture mediche a Gaza. Infine, non si placano le fibrillazioni tra Qatar e Israele, dopo che è stato fatto trapelare un audio in cui Netanyahu sembra criticare il ruolo di Doha nella mediazione. Dall’altra parte, una delegazione degli Huthi è stata ricevuta ieri da Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tajani-netanyahu-diplomazia-2667092562.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spari-sulla-folla-in-attesa-degli-aiuti-hamas-accusa-gerusalemme-nega" data-post-id="2667092562" data-published-at="1706256738" data-use-pagination="False"> Spari sulla folla in attesa degli aiuti. Hamas accusa, Gerusalemme nega Ieri, a Khan Yunis, si è svolta una marcia di protesta contro la continuazione della guerra, come riportato dalla televisione pubblica israeliana Kan, che ha trasmesso alcune immagini dell’evento. Circa un centinaio di manifestanti con bandiere bianche ha scandito lo slogan «Vogliamo la pace». Alcuni partecipanti hanno mostrato tutta la loro frustrazione esibendo taniche d’acqua vuote. Martedì, a Deir el-Ballah e a Rafah, si sono tenute altre due manifestazioni. In una di esse, è stata avanzata la richiesta ad Hamas «di risolvere i problemi da loro creati», mentre altri manifestanti hanno definito i miliziani «dei pescecani di guerra». Poi nel video si vede una folla di palestinesi che chiede al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al leader di Hamas, Yahya Sinwar, di porre fine alla guerra a Gaza: «Netanyahu e Sinwar, vogliamo un cessate il fuoco. Basta con la distruzione!», grida la folla composta principalmente da uomini. Il fatto che dei manifestanti, oltretutto di sesso maschile, chiedano anche a Sinwar di fermare la guerra è il primo vero segnale del crescente malcontento della popolazione contro la leadership di Hamas che ha trascinato un popolo nella disperazione. Netanyahu, durante la sua visita alle truppe israeliane al confine con la Striscia di Gaza, ha riconfermato il suo impegno per la vittoria totale. «Eliminazione di Hamas e il ritorno di tutti i nostri prigionieri. Non abbiamo rinunciato a questo obiettivo», ha dichiarato Netanyahu, come riportato da The Times of Israel. Il premier ha poi assicurato: «Approfondiremo le nostre radici nella nostra terra e sradicheremo i nostri nemici. Noi saremo qui, loro non ci saranno». Il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, invece ha affermato: «Il fuoco israeliano ha colpito una folla di persone in attesa di aiuti umanitari, causando diverse vittime». Dall’altra parte, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato «di essere al corrente dei rapporti e sta esaminando la situazione», sottolineando che i suoi attacchi non mirano intenzionalmente ai civili. In attesa di conoscere la reale portata dei fatti (si parla di 20 morti), va ricordato che in passato il ministero della Sanità di Gaza (secondo il quale il bilancio dei morti a Gaza sarebbe arrivato a quota 25.900) ha inventato attacchi dell’Idf: vedi il missile sull’ospedale al-Shifa lanciato per sbaglio dalla jihad islamica, così come ha sempre gonfiato le cifre iniziali dei decessi prima di aggiornarle con numeri più accurati. Inoltre, il fatto che oggi potrebbe esserci il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia sulle accuse sudafricane secondo cui «la guerra di Gaza equivale a un genocidio dei palestinesi», potrebbe far pensare all’ennesima montatura messa in atto dai jihadisti palestinesi che hanno nell’emittente del Qatar al-Jazeera, «l’uomo in più». La Resistenza islamica in Iraq, organizzazione che riunisce forze armate filoiraniane, ha rivendicato ieri sull’account Telegram degli Hezbollah, di aver condotto un attacco con droni contro il porto israeliano di Ashdod, situato tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv. L’Idf ha reso noto di aver condotto una serie di attacchi contro obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano, compresa una pista di atterraggio utilizzata dal gruppo terroristico nella regione montuosa di Qalaat Jabbour. Secondo il ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant, che ha reso noto che più di 100 agenti di Hamas sono stati catturati dalle truppe israeliane nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni, è l’Iran il responsabile della costruzione della pista utilizzata per lanciare droni. Infine, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni contro i ribelli sciiti filoiraniani yemeniti Huthi. Lo afferma il Dipartimento di Stato, sottolineando che nel mirino sono finiti quattro militari del gruppo che continua a minacciare con i missili la navigazione nel Mar Rosso.
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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