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2024-01-26
Tajani in pressing su Netanyahu: «Due Stati»
Antonio Tajani durante la visita in Israele (Ansa)
Roma gioca di sponda con Washington per convincere Benjamin Netanyahu ad accettare la soluzione dei due Stati. È questo quanto emerge dalla delicata missione, condotta ieri da Antonio Tajani in Israele. Il titolare della Farnesina ha innanzitutto incontrato il presidente israeliano, Isaac Herzog. «Sosteniamo con forza le azioni del governo israeliano contro le organizzazioni terroristiche e parallelamente vogliamo affrontare con i nostri amici israeliani la preparazione per un ritorno al confronto politico e diplomatico», ha dichiarato il vicepremier. «Dopo le operazioni militari a Gaza bisognerà individuare immediatamente un percorso politico per evitare che gli attuali scontri possano ripetersi e allargarsi», ha aggiunto, per poi proseguire: «Ma bisognerà anche avviare il percorso politico che inevitabilmente dovrà portare a una formula indirizzata alla soluzione del due popoli, due Stati».
Tajani, che ha anche tenuto un discorso allo Yad Vashem, definendo la Shoa «la pagina più buia della civiltà europea», ha poi avuto un incontro con l’omologo israeliano, Israel Katz. «Con il ministro degli Esteri israeliano, Katz, abbiamo concordato di rafforzare iniziative umanitarie congiunte. L’Italia è in prima fila nell’assistenza al popolo palestinese. Pronti a curare in Italia 100 bambini di Gaza», ha twittato il capo della Farnesina. «Il ministro Tajani è un vero amico di Israele. Io e le famiglie dei rapiti gli abbiamo detto che non avevamo altra scelta che finire la nostra missione a Gaza: riportare a casa i rapiti ed eliminare Hamas», ha affermato Katz, dal canto suo. «Gli ho chiesto di collaborare con il governo libanese per ritirare Hezbollah dal Libano meridionale, altrimenti subiranno un colpo dal quale non si riprenderanno», ha aggiunto il ministro israeliano.
Katz e Tajani hanno anche concordato di lavorare per «rinnovare le attività delle compagnie aeree italiane e promuovere ulteriormente la cooperazione nei settori di energia e turismo». Infine, interpellato sull’eventualità che la Corte internazionale di giustizia decreti un cessate il fuoco, il vicepremier si è detto favorevole a una tregua, «ma a patto che non sia una proposta contro Israele e che da Hamas non arrivino più razzi». Il ministro ha inoltre accusato Hamas di aver compiuto atti «quasi addirittura peggiori di quelli dei nazisti».
Sempre ieri, Tajani ha avuto un meeting con Abu Mazen a Ramallah, diventando così il primo ministro degli Esteri di area Ue a incontrare il presidente dell’Anp dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. «L’obiettivo è avviare un percorso politico per arrivare a un vero Stato palestinese che possa vivere in pace con lo Stato israeliano, rispettando le esigenze di sicurezza di Israele», ha detto il capo della Farnesina. «La mia visita qui», ha proseguito, «è una missione di vicinanza e di solidarietà all’Anp». Secondo indiscrezioni trapelate, Abu Mazen avrebbe chiesto il coinvolgimento dell’Italia nella ricostruzione di Gaza.
Insomma, è evidente che l’esecutivo italiano si sta muovendo in coordinamento con Washington. Gli Usa stanno infatti da tempo lavorando per una soluzione a due Stati e per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas dalla Striscia, Gaza sia posta sotto un governo guidato dall’Anp. È questa la linea portata fondamentalmente avanti finora dal segretario di Stato americano, Tony Blinken: una linea che non è tuttavia gradita da Netanyahu. Sabato scorso, il premier israeliano è infatti tornato a prendere le distanze dall’amministrazione Biden. «Non scenderò a compromessi sul pieno controllo della sicurezza israeliana su tutto il territorio a Ovest della Giordania. E questo è contrario a uno Stato palestinese», ha dichiarato su X. È quindi in quest’ottica che Washington e Roma stanno esercitando una moral suasion su Gerusalemme.
Trovare la quadra non è facile. Da una parte, Usa e Ue puntano a evitare sia un allargamento del conflitto sia un deterioramento delle relazioni con i Paesi arabi. Dall’altra, pressato soprattutto dall’ala destra del suo governo, Netanyahu teme che la soluzione dei due Stati possa rappresentare una minaccia alla sicurezza di Israele. Nel frattempo, il Washington Post ha rivelato che, nei prossimi giorni, il direttore della Cia, William Burns, si recherà in Europa per incontrare il capo del Mossad, David Barnea, e quello dei servizi egiziani, Abbas Kamel: i tre dovrebbero tenere colloqui con il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. In particolare, stando alla testata Usa, sarebbe in ballo un «piano ambizioso tra Hamas e Israele che comporterebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti e la più lunga cessazione delle ostilità dall’inizio della guerra».
Nel frattempo, ieri Israele ha accusato l’Oms di «collusione» con Hamas, in quanto avrebbe ignorato le prove dell’«uso terroristico» delle strutture mediche a Gaza. Infine, non si placano le fibrillazioni tra Qatar e Israele, dopo che è stato fatto trapelare un audio in cui Netanyahu sembra criticare il ruolo di Doha nella mediazione. Dall’altra parte, una delegazione degli Huthi è stata ricevuta ieri da Mosca.
Spari sulla folla in attesa degli aiuti. Hamas accusa, Gerusalemme nega
Ieri, a Khan Yunis, si è svolta una marcia di protesta contro la continuazione della guerra, come riportato dalla televisione pubblica israeliana Kan, che ha trasmesso alcune immagini dell’evento. Circa un centinaio di manifestanti con bandiere bianche ha scandito lo slogan «Vogliamo la pace». Alcuni partecipanti hanno mostrato tutta la loro frustrazione esibendo taniche d’acqua vuote. Martedì, a Deir el-Ballah e a Rafah, si sono tenute altre due manifestazioni. In una di esse, è stata avanzata la richiesta ad Hamas «di risolvere i problemi da loro creati», mentre altri manifestanti hanno definito i miliziani «dei pescecani di guerra». Poi nel video si vede una folla di palestinesi che chiede al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al leader di Hamas, Yahya Sinwar, di porre fine alla guerra a Gaza: «Netanyahu e Sinwar, vogliamo un cessate il fuoco. Basta con la distruzione!», grida la folla composta principalmente da uomini. Il fatto che dei manifestanti, oltretutto di sesso maschile, chiedano anche a Sinwar di fermare la guerra è il primo vero segnale del crescente malcontento della popolazione contro la leadership di Hamas che ha trascinato un popolo nella disperazione.
Netanyahu, durante la sua visita alle truppe israeliane al confine con la Striscia di Gaza, ha riconfermato il suo impegno per la vittoria totale. «Eliminazione di Hamas e il ritorno di tutti i nostri prigionieri. Non abbiamo rinunciato a questo obiettivo», ha dichiarato Netanyahu, come riportato da The Times of Israel. Il premier ha poi assicurato: «Approfondiremo le nostre radici nella nostra terra e sradicheremo i nostri nemici. Noi saremo qui, loro non ci saranno».
Il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, invece ha affermato: «Il fuoco israeliano ha colpito una folla di persone in attesa di aiuti umanitari, causando diverse vittime». Dall’altra parte, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato «di essere al corrente dei rapporti e sta esaminando la situazione», sottolineando che i suoi attacchi non mirano intenzionalmente ai civili. In attesa di conoscere la reale portata dei fatti (si parla di 20 morti), va ricordato che in passato il ministero della Sanità di Gaza (secondo il quale il bilancio dei morti a Gaza sarebbe arrivato a quota 25.900) ha inventato attacchi dell’Idf: vedi il missile sull’ospedale al-Shifa lanciato per sbaglio dalla jihad islamica, così come ha sempre gonfiato le cifre iniziali dei decessi prima di aggiornarle con numeri più accurati. Inoltre, il fatto che oggi potrebbe esserci il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia sulle accuse sudafricane secondo cui «la guerra di Gaza equivale a un genocidio dei palestinesi», potrebbe far pensare all’ennesima montatura messa in atto dai jihadisti palestinesi che hanno nell’emittente del Qatar al-Jazeera, «l’uomo in più».
La Resistenza islamica in Iraq, organizzazione che riunisce forze armate filoiraniane, ha rivendicato ieri sull’account Telegram degli Hezbollah, di aver condotto un attacco con droni contro il porto israeliano di Ashdod, situato tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv. L’Idf ha reso noto di aver condotto una serie di attacchi contro obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano, compresa una pista di atterraggio utilizzata dal gruppo terroristico nella regione montuosa di Qalaat Jabbour. Secondo il ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant, che ha reso noto che più di 100 agenti di Hamas sono stati catturati dalle truppe israeliane nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni, è l’Iran il responsabile della costruzione della pista utilizzata per lanciare droni.
Infine, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni contro i ribelli sciiti filoiraniani yemeniti Huthi. Lo afferma il Dipartimento di Stato, sottolineando che nel mirino sono finiti quattro militari del gruppo che continua a minacciare con i missili la navigazione nel Mar Rosso.
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Roma gioca di sponda con Washington e invia il vicepremier per cercare di impedire che il conflitto si allarghi. Positivi i dialoghi con Herzog e Abu Mazen. Ma da Bibi arrivano ancora segnali di chiusura. Intanto Israele sfida l’Oms: «È collusa con i jihadisti».Proteste palestinesi contro i miliziani. Gli Huthi colpiti dalle sanzioni di Usa e Londra.Lo speciale contiene due articoli.Roma gioca di sponda con Washington per convincere Benjamin Netanyahu ad accettare la soluzione dei due Stati. È questo quanto emerge dalla delicata missione, condotta ieri da Antonio Tajani in Israele. Il titolare della Farnesina ha innanzitutto incontrato il presidente israeliano, Isaac Herzog. «Sosteniamo con forza le azioni del governo israeliano contro le organizzazioni terroristiche e parallelamente vogliamo affrontare con i nostri amici israeliani la preparazione per un ritorno al confronto politico e diplomatico», ha dichiarato il vicepremier. «Dopo le operazioni militari a Gaza bisognerà individuare immediatamente un percorso politico per evitare che gli attuali scontri possano ripetersi e allargarsi», ha aggiunto, per poi proseguire: «Ma bisognerà anche avviare il percorso politico che inevitabilmente dovrà portare a una formula indirizzata alla soluzione del due popoli, due Stati». Tajani, che ha anche tenuto un discorso allo Yad Vashem, definendo la Shoa «la pagina più buia della civiltà europea», ha poi avuto un incontro con l’omologo israeliano, Israel Katz. «Con il ministro degli Esteri israeliano, Katz, abbiamo concordato di rafforzare iniziative umanitarie congiunte. L’Italia è in prima fila nell’assistenza al popolo palestinese. Pronti a curare in Italia 100 bambini di Gaza», ha twittato il capo della Farnesina. «Il ministro Tajani è un vero amico di Israele. Io e le famiglie dei rapiti gli abbiamo detto che non avevamo altra scelta che finire la nostra missione a Gaza: riportare a casa i rapiti ed eliminare Hamas», ha affermato Katz, dal canto suo. «Gli ho chiesto di collaborare con il governo libanese per ritirare Hezbollah dal Libano meridionale, altrimenti subiranno un colpo dal quale non si riprenderanno», ha aggiunto il ministro israeliano. Katz e Tajani hanno anche concordato di lavorare per «rinnovare le attività delle compagnie aeree italiane e promuovere ulteriormente la cooperazione nei settori di energia e turismo». Infine, interpellato sull’eventualità che la Corte internazionale di giustizia decreti un cessate il fuoco, il vicepremier si è detto favorevole a una tregua, «ma a patto che non sia una proposta contro Israele e che da Hamas non arrivino più razzi». Il ministro ha inoltre accusato Hamas di aver compiuto atti «quasi addirittura peggiori di quelli dei nazisti». Sempre ieri, Tajani ha avuto un meeting con Abu Mazen a Ramallah, diventando così il primo ministro degli Esteri di area Ue a incontrare il presidente dell’Anp dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. «L’obiettivo è avviare un percorso politico per arrivare a un vero Stato palestinese che possa vivere in pace con lo Stato israeliano, rispettando le esigenze di sicurezza di Israele», ha detto il capo della Farnesina. «La mia visita qui», ha proseguito, «è una missione di vicinanza e di solidarietà all’Anp». Secondo indiscrezioni trapelate, Abu Mazen avrebbe chiesto il coinvolgimento dell’Italia nella ricostruzione di Gaza. Insomma, è evidente che l’esecutivo italiano si sta muovendo in coordinamento con Washington. Gli Usa stanno infatti da tempo lavorando per una soluzione a due Stati e per far sì che, dopo lo sradicamento di Hamas dalla Striscia, Gaza sia posta sotto un governo guidato dall’Anp. È questa la linea portata fondamentalmente avanti finora dal segretario di Stato americano, Tony Blinken: una linea che non è tuttavia gradita da Netanyahu. Sabato scorso, il premier israeliano è infatti tornato a prendere le distanze dall’amministrazione Biden. «Non scenderò a compromessi sul pieno controllo della sicurezza israeliana su tutto il territorio a Ovest della Giordania. E questo è contrario a uno Stato palestinese», ha dichiarato su X. È quindi in quest’ottica che Washington e Roma stanno esercitando una moral suasion su Gerusalemme. Trovare la quadra non è facile. Da una parte, Usa e Ue puntano a evitare sia un allargamento del conflitto sia un deterioramento delle relazioni con i Paesi arabi. Dall’altra, pressato soprattutto dall’ala destra del suo governo, Netanyahu teme che la soluzione dei due Stati possa rappresentare una minaccia alla sicurezza di Israele. Nel frattempo, il Washington Post ha rivelato che, nei prossimi giorni, il direttore della Cia, William Burns, si recherà in Europa per incontrare il capo del Mossad, David Barnea, e quello dei servizi egiziani, Abbas Kamel: i tre dovrebbero tenere colloqui con il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. In particolare, stando alla testata Usa, sarebbe in ballo un «piano ambizioso tra Hamas e Israele che comporterebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti e la più lunga cessazione delle ostilità dall’inizio della guerra». Nel frattempo, ieri Israele ha accusato l’Oms di «collusione» con Hamas, in quanto avrebbe ignorato le prove dell’«uso terroristico» delle strutture mediche a Gaza. Infine, non si placano le fibrillazioni tra Qatar e Israele, dopo che è stato fatto trapelare un audio in cui Netanyahu sembra criticare il ruolo di Doha nella mediazione. Dall’altra parte, una delegazione degli Huthi è stata ricevuta ieri da Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tajani-netanyahu-diplomazia-2667092562.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spari-sulla-folla-in-attesa-degli-aiuti-hamas-accusa-gerusalemme-nega" data-post-id="2667092562" data-published-at="1706256738" data-use-pagination="False"> Spari sulla folla in attesa degli aiuti. Hamas accusa, Gerusalemme nega Ieri, a Khan Yunis, si è svolta una marcia di protesta contro la continuazione della guerra, come riportato dalla televisione pubblica israeliana Kan, che ha trasmesso alcune immagini dell’evento. Circa un centinaio di manifestanti con bandiere bianche ha scandito lo slogan «Vogliamo la pace». Alcuni partecipanti hanno mostrato tutta la loro frustrazione esibendo taniche d’acqua vuote. Martedì, a Deir el-Ballah e a Rafah, si sono tenute altre due manifestazioni. In una di esse, è stata avanzata la richiesta ad Hamas «di risolvere i problemi da loro creati», mentre altri manifestanti hanno definito i miliziani «dei pescecani di guerra». Poi nel video si vede una folla di palestinesi che chiede al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al leader di Hamas, Yahya Sinwar, di porre fine alla guerra a Gaza: «Netanyahu e Sinwar, vogliamo un cessate il fuoco. Basta con la distruzione!», grida la folla composta principalmente da uomini. Il fatto che dei manifestanti, oltretutto di sesso maschile, chiedano anche a Sinwar di fermare la guerra è il primo vero segnale del crescente malcontento della popolazione contro la leadership di Hamas che ha trascinato un popolo nella disperazione. Netanyahu, durante la sua visita alle truppe israeliane al confine con la Striscia di Gaza, ha riconfermato il suo impegno per la vittoria totale. «Eliminazione di Hamas e il ritorno di tutti i nostri prigionieri. Non abbiamo rinunciato a questo obiettivo», ha dichiarato Netanyahu, come riportato da The Times of Israel. Il premier ha poi assicurato: «Approfondiremo le nostre radici nella nostra terra e sradicheremo i nostri nemici. Noi saremo qui, loro non ci saranno». Il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, invece ha affermato: «Il fuoco israeliano ha colpito una folla di persone in attesa di aiuti umanitari, causando diverse vittime». Dall’altra parte, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato «di essere al corrente dei rapporti e sta esaminando la situazione», sottolineando che i suoi attacchi non mirano intenzionalmente ai civili. In attesa di conoscere la reale portata dei fatti (si parla di 20 morti), va ricordato che in passato il ministero della Sanità di Gaza (secondo il quale il bilancio dei morti a Gaza sarebbe arrivato a quota 25.900) ha inventato attacchi dell’Idf: vedi il missile sull’ospedale al-Shifa lanciato per sbaglio dalla jihad islamica, così come ha sempre gonfiato le cifre iniziali dei decessi prima di aggiornarle con numeri più accurati. Inoltre, il fatto che oggi potrebbe esserci il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia sulle accuse sudafricane secondo cui «la guerra di Gaza equivale a un genocidio dei palestinesi», potrebbe far pensare all’ennesima montatura messa in atto dai jihadisti palestinesi che hanno nell’emittente del Qatar al-Jazeera, «l’uomo in più». La Resistenza islamica in Iraq, organizzazione che riunisce forze armate filoiraniane, ha rivendicato ieri sull’account Telegram degli Hezbollah, di aver condotto un attacco con droni contro il porto israeliano di Ashdod, situato tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv. L’Idf ha reso noto di aver condotto una serie di attacchi contro obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano, compresa una pista di atterraggio utilizzata dal gruppo terroristico nella regione montuosa di Qalaat Jabbour. Secondo il ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant, che ha reso noto che più di 100 agenti di Hamas sono stati catturati dalle truppe israeliane nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni, è l’Iran il responsabile della costruzione della pista utilizzata per lanciare droni. Infine, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni contro i ribelli sciiti filoiraniani yemeniti Huthi. Lo afferma il Dipartimento di Stato, sottolineando che nel mirino sono finiti quattro militari del gruppo che continua a minacciare con i missili la navigazione nel Mar Rosso.
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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Ansa
I contorni della vicenda sono complessi e, seppure siano già stati compiutamente tratteggiati da Francesco Borgonovo, è giusto siano ripetuti: Noelia fu tolta dalla Municipalità catalana e dallo Stato spagnolo ai genitori; la famiglia si oppose all’allontanamento che fu quindi eseguito attraverso l’irruzione di numerosi agenti di polizia (c’è un filmato); Noelia fu messa in una struttura di Stato per minori e sottoposta a cure psichiatriche; la struttura ospitava anche «ragazzi problematici», con problemi molto diversi da quelli di Noelia; Noelia subì vari episodi di violenza sessuale in circostanze non chiare; secondo alcune testimonianze di famigliari e amici, nessun assistente sociale sporse denuncia in quanto possibile motivo di «discriminazione razziale»; dopo qualche tempo Noelia tentò il suicidio gettandosi dal quinto piano risultando paraplegica; nel frattempo la famiglia iniziò una battaglia legale denunciando gli stupri e le negligenze delle strutture di cura, perdendo sempre nei tribunali; in seguito Noelia fu sottoposta a trattamento psichiatrico ancora più pesante visto il tentato suicidio; le fu proposta l’eutanasia che Noelia accettò; la famiglia fece ricorso contro l’eutanasia; i ricorsi furono tutti respinti e Noelia, giudicata «lucida ed in grado di decidere», il 26 marzo è stata soppressa dallo Stato spagnolo a venticinque anni. Dopo 601 giorni di contenzioso legale lo Stato spagnolo ha così «risolto» la questione in maniera definitiva ponendosi sempre, in ogni sua articolazione, con ogni sua normativa e in ogni circostanza, come controparte ostile della famiglia e delle associazioni che chiedevano cure diverse e trattamenti diversi per la ragazza, sino a indicare nella morte l’esito «migliore» per una persona di 25 anni la cui vita è stata segnata da eventi tragici ma che non era affetta da alcuna malattia terminale.
Sta qui il cuore oscuro della questione, nel paradigma del Leviatano secolarizzato che, perduta ogni trascendenza, diventa puro meccanismo di gestione della sofferenza tramite eliminazione: l’onnipotenza statale che decide che per qualcuno la morte sia preferibile alla vita e quindi costruisce un itinerario procedurale obbligato che conduce inesorabilmente alla morte. Il potere statale cessa dunque di essere oppressivo come in Dostoevskij o insensato come in Kafka, ma diviene «attivamente neutrale» nel sancire la morte sia come inevitabile sia come somministrata. Alla stessa persona alla quale i Servizi sociali prescrivevano farmaci per inibire gli istinti suicidari è stata imposta l’eutanasia come «esito migliore» per la sua condizione. Se Noelia avesse tentato il suicidio per la seconda volta, e se qualche amico o famigliare l’avesse aiutata, ci troveremmo oggi di fronte a una tragedia dell’umano, ma di fronte a uno Stato che sorveglia, isola e sottopone a terapia coatta una persona per poi somministrarle l’eutanasia definendola «in grado di intendere e di volere», e ciò contro la volontà della famiglia, allora siamo di fronte a qualcosa di nuovo, di una nuova forma di tragedia: il tragico meccanico.
Quando lo Stato, cioè il potere massimo e inesorabile, si pone, nella vita di una persona debole, costantemente dalla parte del suo male, allora possiamo scorgere in esso quel connotato anticristico di cui giustamente si sta recentemente parlando. Un connotato che si sostanzia non nell’assenza ma nell’onnipresenza, nel controllo assoluto della vita che diventa calcolo per la morte, nella sordità nei confronti dell’umano che solo una macchina può avere. Lo Stato, nel suo rifiuto di arginare il Male, lo definisce legalmente sancendo la sofferenza come «diritto alla morte» e la vulnerabilità come «diritto alla soppressione», altri due «nuovi diritti». Il debole diviene così capro espiatorio delle impossibilità dello Stato nichilista, diviene momento di spegnimento di una macchina che, non riuscendo a risolvere la vita, arriva inevitabilmente alla morte come procedura.
Fino a che punto ha senso temere gli esiti distopici di una Intelligenza artificiale che «prende il controllo» quando lo Stato è già giunto alla meccanizzazione della sofferenza e alla relativa concezione della vita come accensione o spegnimento? Siamo qui di fronte alla degenerazione dello schema biopolitico per giungere a un potere che fa pagare i propri fallimenti ai deboli, non accettando di ritirarsi dai processi che ha ormai iniziato, istituendo così una nuova forma di ostilità irriducibile. In tutto il mondo, il giorno prima dell’uccisione di Noelia, si stavano organizzando viaggi per giungere in Spagna a esprimere semplice vicinanza. Un atto inutile e tardivo ma così umano; un tentativo che avrebbe mostrato che l’unica salvezza dallo Stato-macchina si può avere solo ricadendone fuori. Tra quel dentro e quel fuori si combatte la più dura delle battaglie.
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Leone XIV (Ansa)
Ieri Leone XIV è arrivato nel principato di Monaco, dove è stato accolto dal sovrano di questo micro Stato, principe Alberto II, dalla moglie, la principessa Charlène e dai loro due figli gemelli. Già nel tragitto tra l’eliporto e il palazzo del principe, una folla di monegaschi, francesi e italiani, si è stretta attorno al corteo papale, testimoniando l’attaccamento del secondo Paese più piccolo del mondo alla sua fede cattolica che, ai piedi della Rocca, è religione di Stato.
Il sovrano monegasco ha pronunciato una allocuzione di benvenuto, dalla loggia del suo palazzo, sottolineando i legami particolari tra il principato di Monaco e la Santa Sede. Accanto al principe Alberto II c’era il Santo Padre che, prendendo la parola, ha sottolineato, a sua volta, «il profondo legame che» unisce Monaco alla «Chiesa di Roma e alla fede cattolica». Poi, Leone XIV ha evidenziato come Monaco abbia ricevuto «il dono della piccolezza, insieme a un’eredità spirituale viva» che rappresentano un impegno a mettere la «ricchezza al servizio del diritto e della giustizia, soprattutto in un momento storico in cui la dimostrazione della forza e la logica dell’onnipotenza feriscono il mondo e compromettono la pace». Nella Bibbia, come sapete» ha continuato il pontefice, «sono i piccoli a fare la storia! Le spiritualità autentiche coltivano questa consapevolezza. Bisogna avere fiducia nella provvidenza di Dio, anche quando prevale il senso di impotenza o di insufficienza, perché crediamo che il Regno di Dio sia simile a un minuscolo seme che diventa un albero», come scritto nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo. «Certamente», ha precisato il Papa, «questa fede cambia il mondo solo se ci assumiamo le nostre responsabilità storiche». Di qui, l’invito a offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l’uomo all’individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza».
Ascoltando il primo discorso del pontefice, si aveva in effetti l’impressione che Leone XIV stesse mandando, con pacatezza, due avvertimenti. Uno, rivolto ai monegaschi, per invitarli a non dormire sugli allori della ricchezza materiale e di impiegarla per aiutare i meno fortunati. Un altro riguardava invece le nazioni europee e occidentali sempre più laicizzate. Paesi come quella Francia che circonda il piccolo principato di Monaco e nella quale Leone XIV ieri non ha messo piede, dove la secolarizzazione è considerata una sorta di «conquista sociale» e spacciata come un passo in avanti verso «progressi» quale l’aborto o l’eutanasia.
Ed è proprio della difesa della vita che ha parlato il Papa, sia nel primo discorso sia nei suoi altri interventi della giornata. Sempre dalla loggia del palazzo dei principi, Leone XIV ha ricordato che la religione cattolica di Stato «impegna i cristiani a diventare nel mondo un Regno di fratelli e sorelle, una presenza [...] pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in ogni momento e in ogni condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla tavola della fraternità».
Dopo un intervento nella cattedrale di Monaco, il Papa si è recato nella chiesetta di Santa Devota, la patrona del principato, che ne ospita le reliquie insieme a quelle di San Carlo Acutis. Qui ha incontrato i giovani cattolici e i catecumeni della città Stato, che riceveranno il battesimo a Pasqua. Parlando dei due giovani santi di epoche diverse, venerati in questo luogo di culto, il Papa ha invitato i giovani «a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio». Quindi ha ripreso il concetto delle piccole-grandi tracce lasciate da chi testimonia la fede in Cristo che è «un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani», un grande messaggio di speranza per i giovani e non solo.
Il tema della difesa della vita è stato ripreso dal pontefice nell’omelia della messa da lui presieduta allo stadio Louis II di Monaco. Prendendo spunto dal brano del Vangelo proclamato qualche minuto prima, il Santo padre è partito dal «verdetto di Caifa» che «nasce da un calcolo politico che ha alla base la paura», per mostrare i «due moti opposti». Da una parte la «rivelazione di Dio» in Gesù Cristo che «mostra il suo volto come Signore onnipotente» e, dall’altra, «l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli». Papa Leone XIV ha ribadito che «il Signore libera dal dolore [...] mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia». Quella stessa «misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità». Poi la citazione del suo predecessore: «come ci ha insegnato papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto».
Un altro concetto sviluppato nell’omelia del Santo padre è stato quello dei tanti idoli che tutti noi veneriamo senza magari nemmeno accorgercene. Il Papa ha spiegato che la parola idolo significa «piccola idea» e cioè «una visione diminuita che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente [...] ma anche la mente dell’uomo». Il pontefice ha ribadito che «Dio non ci abbandona in queste tentazioni» provocate dagli idoli e «come insegna Sant’Agostino» nel De civitate Dei, «l’uomo si libera dal loro dominio quando crede in colui che per risollevarlo, ha offerto un esempio di umiltà».
Non è mancato l’appello per la pace. «Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra!», ha detto il Papa. «La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere».
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