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2023-08-09
Taglio alle spese e maggiore equità. Il nuovo Rdc contro le balle del M5s
Ansa
A settembre il nuovo Reddito di cittadinanza entrerà nel vivo. Una misura che non si discosta molto dall’originale, sia in termini economici sia di requisiti. Il decreto Lavoro, successivamente pubblicato in Gazzetta ufficiale, ha messo nero su bianco che il governo, per il 2024, spenderà 7 miliardi di euro per finanziare il nuovo Reddito di cittadinanza: 5,6 miliardi saranno destinati all’Assegno di inclusione e 1,5 per il supporto alla formazione e il lavoro.
Se si considera che il Reddito di cittadinanza è costato nel solo 2022, stando all’ultimo osservatorio Inps, 7,99 miliardi, il governo ha di fatto stimato un risparmio di «solo» 999 milioni di euro. Un taglio minimo, che si è concentrato su quella fetta di popolazione che viene ritenuta abile al lavoro. Per il 2023 sono, inoltre, previste spese per 506 milioni di euro per finanziare l’accompagnamento alla fine del Reddito e della pensione di cittadinanza (384 milioni) e altri 122,5 milioni per sostenere, dal primo di settembre, il supporto alla formazione e il lavoro per chi è ritenuto occupabile: cioè chi ha tra i 18 e i 59 anni, un Isee fino a 6.000 euro l’anno e non gravi disabilità. L’inps ha, infatti, precisato che, per i nuclei familiari che includono figli minori, disabili e anziani ultrasessantenni, è prevista la percezione del Reddito di cittadinanza fino al 31 dicembre 2023. Per tutti gli altri, al raggiungimento della settima mensilità di erogazione della prestazione, il beneficio viene gradualmente sospeso.
E, dunque, per chi ha minori, disabili o ha più di 60 anni, è previsto a partire dal primo gennaio 2024 l’Assegno di inclusione e i requisiti per richiederlo sono gli stessi previsti dal Reddito di cittadinanza (Isee, patrimoni, reddito, autoveicoli, ecc). L’integrazione al reddito prevista varia dai 6.000 ai 7.500 euro l’anno se il nucleo familiare è composto da persone con età superiore ai 67 anni o da soggetti che presentano gravi condizioni di invalidità o di non autosufficienza. Il beneficio viene erogato mensilmente per un periodo non superiore ai 18 mesi e potrà essere rinnovato, dopo un mese di sospensione, per ulteriori 12 mesi.
Per chi è, invece, considerato abile al lavoro, non è più previsto il Reddito di cittadinanza ma il supporto alla formazione. Al momento, i numeri ufficiali parlano di circa 200.000 italiani che rientrano in questa categoria e che saranno presi in carica dall’Inps, dalla Regione di competenza e dai Servizi sociali per l’inizio del loro percorso di formazione che avrà una durata massima di 12 mesi. Dal 1° di settembre sarà operativa la piattaforma predisposta e gestita dall’Inps per censire gli ex percettori che si dovranno registrare dando, di fatto, la loro disponibilità a formarsi e, quindi, ad accettare anche un lavoro. Dall’avvio del percorso di formazione verrà erogato un supporto di 350 euro mensili a persona, per tutta la durata del corso. Quindi, una famiglia composta da padre, madre e due figli di 19 e 21 anni, tutti aventi i requisiti previsti dalla norma per accedere alla formazione, percepirà complessivamente 1.400 euro di supporto alla formazione, oltre che avere l’Assegno unico e il sussidio per il Gol.
Quest’ultima è una misura prevista dal Pnrr che dispone di 4,4 miliardi di euro di risorse e, secondo l’Anpal, chi viene preso in carico sono per il 54,5% disoccupati che hanno fatto domanda di Naspi o Dis-Coll, per il 22,7% beneficiari di Reddito di cittadinanza e per il 22,8% disoccupati non soggetti a condizionalità.
Le novità non finiscono qui, perché il nuovo Reddito di cittadinanza incrocia la sua strada con l’Assegno unico e universale (Auu). Questo sussidio continuerà a essere erogato anche per tutti quei nuclei familiari considerati abili al lavoro e, dunque, esclusi dal nuovo Reddito. L’Inps ha, infatti, spiegato che il 27 agosto si riceveranno, senza eccezioni, le somme spettanti relative all’Assegno unico maturate a luglio e se si fa parte di un nucleo familiare che è stato sospeso dalla fruizione del Reddito di cittadinanza, si continuerà a percepire l’Assegno unico fino al compimento dei 21 anni del figlio.
L’accredito della somma «avverrà sulla carta (del Reddito di cittadinanza, ndr) per tutte le rate spettanti fino a febbraio 2024. Nell’ipotesi di presentazione di una nuova domanda di Auu, il pagamento avverrà con le modalità prescelte a decorrere dal mese successivo a quello della domanda», precisa la nota dell’Istituto. Per tutti i nuclei familiari che, invece, proseguiranno la percezione del Reddito di cittadinanza fino a dicembre 2023, l’integrazione dell’Assegno unico è corrisposto, insieme al reddito, sulla carta preposta.
Per le rate di gennaio e febbraio 2024, quando la prestazione del Reddito di cittadinanza sarà cessata, il pagamento dell’Assegno unico avverrà sempre sulla stessa carta. Inoltre, per le mensilità non coperte dalla misura del Reddito, non saranno più applicate le decurtazioni, previste dalla legge, per la contestuale presenza delle due misure, calcolate sulla base della scala di equivalenza.
Taxi, no allo sciopero preventivo
La norma più a rischio protesta è stata tolta durante la riunione del Consiglio dei ministri di lunedì: la cumulabilità delle licenze. Avrebbe permesso a una persona di detenere più licenze, con la possibilità che i taxisti passassero dall’essere lavoratori autonomi a dipendenti (una sola persona, il datore di lavoro, avrebbe potuto avere più licenze e farle usare ai suoi dipendenti). Nel 2006 ci aveva già provato, senza successo, Pier Luigi Bersani, da ministro dello Sviluppo economico. L’obiettivo del dl è di risolvere la carenza delle auto bianche: a Roma ne circolano 7.900, poche per il grande afflusso dei turisti, a Milano 4.855, a Napoli sono 2.400.
Numeri insufficienti pensando ai grandi eventi che si svolgeranno in queste città. La Ryder cup Roma 2023 di golf, per esempio, con 50.000 spettatori previsti al giorno dal 25 settembre al primo ottobre 2023, o il Giubileo del 2025 con 32 milioni di pellegrini stimati. Per non parlare delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 che porteranno 1,7 milioni di visitatori. Esclusa la cumulabilità, il dl Asset stabilisce che le città metropolitane, i capoluoghi e i Comuni sede di aeroporti internazionali possano bandire un concorso straordinario per le nuove licenze per taxi, sino a un incremento del 20% rispetto a quelle esistenti.
Il concorso sarà accessibile solo a chi è in possesso di un’auto green. Per l’acquisto dei taxi necessari all’esercizio delle nuove licenze è previsto il raddoppio, fino a 10.000 euro, dell’Ecobonus. Sburocratizzato, malgrado lo scarso successo, lo strumento della doppia guida, cioè la stessa vettura in servizio h24 ma con due guidatori, per affrontare i picchi turistici con la massima efficacia e semplicità per gli operatori. Previste anche licenze temporanee per far fronte a eventi straordinari, per un anno e prorogabili per 2 anni, con misure semplificate e potranno essere rilasciate a chi ha già una licenza da taxista, che sarà poi libero di venderla al prezzo che desidera, cosa che limiterebbe l’impatto dell’acquisto della nuova auto.
«Questo governo si è accollato una bega che non era sua perché, prima dei taxi, doveva intervenire sui Comuni che non seguono le linee guida dettate dall’Art, l’Autorità regionale dei trasporti», insiste Bittarelli che sul dl dice: «Buona idea, per loro, è compensare tassisti con doppia licenza, ma noi non la vogliamo perché è costosa e l’auto elettrica ancora di più: una licenza a Roma costa 120.000 euro, l’auto 40.000. Cifre che non si ammortizzano con 24 mesi». Secondo Bittarelli, a capo di 8.500 auto bianche, per migliorare il servizio taxi nelle metropoli italiane bisognerebbe fare una verifica seria sulla carenza di taxi, se strutturale o periodica, e introdurre elementi di flessibilità, pur dentro le regole già fissate, con le doppie guide che non decollano per la burocrazia delle Camere di commercio; ottimizzare le turnazioni, oggi non equilibrate; introdurre più tecnologia per la trasparenza e, all’interno del mercato regolamentato dal Comune, poter condizionare la domanda attraverso la leva del prezzo con limiti verso il basso o l’alto. Ora il decreto inizia il suo iter parlamentare per la conversione, con l’impegno dell’esecutivo per un provvedimento che può andare incontro alle richieste della categoria.
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A settembre entrerà in funzione il nuovo strumento di sostegno alle famiglie. Il governo risparmierà i fondi prima destinati «a pioggia» anche per chi risulta abile al lavoro: per loro è prevista la formazione.Le sigle dei taxi non incroceranno le braccia, marcando le distanze dalla Cgil. Pure per Assoutenti una protesta dei guidatori sarebbe «assurda e intollerabile».Lo speciale contiene due articoli.A settembre il nuovo Reddito di cittadinanza entrerà nel vivo. Una misura che non si discosta molto dall’originale, sia in termini economici sia di requisiti. Il decreto Lavoro, successivamente pubblicato in Gazzetta ufficiale, ha messo nero su bianco che il governo, per il 2024, spenderà 7 miliardi di euro per finanziare il nuovo Reddito di cittadinanza: 5,6 miliardi saranno destinati all’Assegno di inclusione e 1,5 per il supporto alla formazione e il lavoro. Se si considera che il Reddito di cittadinanza è costato nel solo 2022, stando all’ultimo osservatorio Inps, 7,99 miliardi, il governo ha di fatto stimato un risparmio di «solo» 999 milioni di euro. Un taglio minimo, che si è concentrato su quella fetta di popolazione che viene ritenuta abile al lavoro. Per il 2023 sono, inoltre, previste spese per 506 milioni di euro per finanziare l’accompagnamento alla fine del Reddito e della pensione di cittadinanza (384 milioni) e altri 122,5 milioni per sostenere, dal primo di settembre, il supporto alla formazione e il lavoro per chi è ritenuto occupabile: cioè chi ha tra i 18 e i 59 anni, un Isee fino a 6.000 euro l’anno e non gravi disabilità. L’inps ha, infatti, precisato che, per i nuclei familiari che includono figli minori, disabili e anziani ultrasessantenni, è prevista la percezione del Reddito di cittadinanza fino al 31 dicembre 2023. Per tutti gli altri, al raggiungimento della settima mensilità di erogazione della prestazione, il beneficio viene gradualmente sospeso. E, dunque, per chi ha minori, disabili o ha più di 60 anni, è previsto a partire dal primo gennaio 2024 l’Assegno di inclusione e i requisiti per richiederlo sono gli stessi previsti dal Reddito di cittadinanza (Isee, patrimoni, reddito, autoveicoli, ecc). L’integrazione al reddito prevista varia dai 6.000 ai 7.500 euro l’anno se il nucleo familiare è composto da persone con età superiore ai 67 anni o da soggetti che presentano gravi condizioni di invalidità o di non autosufficienza. Il beneficio viene erogato mensilmente per un periodo non superiore ai 18 mesi e potrà essere rinnovato, dopo un mese di sospensione, per ulteriori 12 mesi. Per chi è, invece, considerato abile al lavoro, non è più previsto il Reddito di cittadinanza ma il supporto alla formazione. Al momento, i numeri ufficiali parlano di circa 200.000 italiani che rientrano in questa categoria e che saranno presi in carica dall’Inps, dalla Regione di competenza e dai Servizi sociali per l’inizio del loro percorso di formazione che avrà una durata massima di 12 mesi. Dal 1° di settembre sarà operativa la piattaforma predisposta e gestita dall’Inps per censire gli ex percettori che si dovranno registrare dando, di fatto, la loro disponibilità a formarsi e, quindi, ad accettare anche un lavoro. Dall’avvio del percorso di formazione verrà erogato un supporto di 350 euro mensili a persona, per tutta la durata del corso. Quindi, una famiglia composta da padre, madre e due figli di 19 e 21 anni, tutti aventi i requisiti previsti dalla norma per accedere alla formazione, percepirà complessivamente 1.400 euro di supporto alla formazione, oltre che avere l’Assegno unico e il sussidio per il Gol. Quest’ultima è una misura prevista dal Pnrr che dispone di 4,4 miliardi di euro di risorse e, secondo l’Anpal, chi viene preso in carico sono per il 54,5% disoccupati che hanno fatto domanda di Naspi o Dis-Coll, per il 22,7% beneficiari di Reddito di cittadinanza e per il 22,8% disoccupati non soggetti a condizionalità.Le novità non finiscono qui, perché il nuovo Reddito di cittadinanza incrocia la sua strada con l’Assegno unico e universale (Auu). Questo sussidio continuerà a essere erogato anche per tutti quei nuclei familiari considerati abili al lavoro e, dunque, esclusi dal nuovo Reddito. L’Inps ha, infatti, spiegato che il 27 agosto si riceveranno, senza eccezioni, le somme spettanti relative all’Assegno unico maturate a luglio e se si fa parte di un nucleo familiare che è stato sospeso dalla fruizione del Reddito di cittadinanza, si continuerà a percepire l’Assegno unico fino al compimento dei 21 anni del figlio. L’accredito della somma «avverrà sulla carta (del Reddito di cittadinanza, ndr) per tutte le rate spettanti fino a febbraio 2024. Nell’ipotesi di presentazione di una nuova domanda di Auu, il pagamento avverrà con le modalità prescelte a decorrere dal mese successivo a quello della domanda», precisa la nota dell’Istituto. Per tutti i nuclei familiari che, invece, proseguiranno la percezione del Reddito di cittadinanza fino a dicembre 2023, l’integrazione dell’Assegno unico è corrisposto, insieme al reddito, sulla carta preposta. Per le rate di gennaio e febbraio 2024, quando la prestazione del Reddito di cittadinanza sarà cessata, il pagamento dell’Assegno unico avverrà sempre sulla stessa carta. Inoltre, per le mensilità non coperte dalla misura del Reddito, non saranno più applicate le decurtazioni, previste dalla legge, per la contestuale presenza delle due misure, calcolate sulla base della scala di equivalenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/taglio-spese-maggiore-equita-rdc-2662977250.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="taxi-no-allo-sciopero-preventivo" data-post-id="2662977250" data-published-at="1691543331" data-use-pagination="False"> Taxi, no allo sciopero preventivo La norma più a rischio protesta è stata tolta durante la riunione del Consiglio dei ministri di lunedì: la cumulabilità delle licenze. Avrebbe permesso a una persona di detenere più licenze, con la possibilità che i taxisti passassero dall’essere lavoratori autonomi a dipendenti (una sola persona, il datore di lavoro, avrebbe potuto avere più licenze e farle usare ai suoi dipendenti). Nel 2006 ci aveva già provato, senza successo, Pier Luigi Bersani, da ministro dello Sviluppo economico. L’obiettivo del dl è di risolvere la carenza delle auto bianche: a Roma ne circolano 7.900, poche per il grande afflusso dei turisti, a Milano 4.855, a Napoli sono 2.400. Numeri insufficienti pensando ai grandi eventi che si svolgeranno in queste città. La Ryder cup Roma 2023 di golf, per esempio, con 50.000 spettatori previsti al giorno dal 25 settembre al primo ottobre 2023, o il Giubileo del 2025 con 32 milioni di pellegrini stimati. Per non parlare delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 che porteranno 1,7 milioni di visitatori. Esclusa la cumulabilità, il dl Asset stabilisce che le città metropolitane, i capoluoghi e i Comuni sede di aeroporti internazionali possano bandire un concorso straordinario per le nuove licenze per taxi, sino a un incremento del 20% rispetto a quelle esistenti. Il concorso sarà accessibile solo a chi è in possesso di un’auto green. Per l’acquisto dei taxi necessari all’esercizio delle nuove licenze è previsto il raddoppio, fino a 10.000 euro, dell’Ecobonus. Sburocratizzato, malgrado lo scarso successo, lo strumento della doppia guida, cioè la stessa vettura in servizio h24 ma con due guidatori, per affrontare i picchi turistici con la massima efficacia e semplicità per gli operatori. Previste anche licenze temporanee per far fronte a eventi straordinari, per un anno e prorogabili per 2 anni, con misure semplificate e potranno essere rilasciate a chi ha già una licenza da taxista, che sarà poi libero di venderla al prezzo che desidera, cosa che limiterebbe l’impatto dell’acquisto della nuova auto. «Questo governo si è accollato una bega che non era sua perché, prima dei taxi, doveva intervenire sui Comuni che non seguono le linee guida dettate dall’Art, l’Autorità regionale dei trasporti», insiste Bittarelli che sul dl dice: «Buona idea, per loro, è compensare tassisti con doppia licenza, ma noi non la vogliamo perché è costosa e l’auto elettrica ancora di più: una licenza a Roma costa 120.000 euro, l’auto 40.000. Cifre che non si ammortizzano con 24 mesi». Secondo Bittarelli, a capo di 8.500 auto bianche, per migliorare il servizio taxi nelle metropoli italiane bisognerebbe fare una verifica seria sulla carenza di taxi, se strutturale o periodica, e introdurre elementi di flessibilità, pur dentro le regole già fissate, con le doppie guide che non decollano per la burocrazia delle Camere di commercio; ottimizzare le turnazioni, oggi non equilibrate; introdurre più tecnologia per la trasparenza e, all’interno del mercato regolamentato dal Comune, poter condizionare la domanda attraverso la leva del prezzo con limiti verso il basso o l’alto. Ora il decreto inizia il suo iter parlamentare per la conversione, con l’impegno dell’esecutivo per un provvedimento che può andare incontro alle richieste della categoria.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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