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2023-08-09
Taglio alle spese e maggiore equità. Il nuovo Rdc contro le balle del M5s
Ansa
A settembre il nuovo Reddito di cittadinanza entrerà nel vivo. Una misura che non si discosta molto dall’originale, sia in termini economici sia di requisiti. Il decreto Lavoro, successivamente pubblicato in Gazzetta ufficiale, ha messo nero su bianco che il governo, per il 2024, spenderà 7 miliardi di euro per finanziare il nuovo Reddito di cittadinanza: 5,6 miliardi saranno destinati all’Assegno di inclusione e 1,5 per il supporto alla formazione e il lavoro.
Se si considera che il Reddito di cittadinanza è costato nel solo 2022, stando all’ultimo osservatorio Inps, 7,99 miliardi, il governo ha di fatto stimato un risparmio di «solo» 999 milioni di euro. Un taglio minimo, che si è concentrato su quella fetta di popolazione che viene ritenuta abile al lavoro. Per il 2023 sono, inoltre, previste spese per 506 milioni di euro per finanziare l’accompagnamento alla fine del Reddito e della pensione di cittadinanza (384 milioni) e altri 122,5 milioni per sostenere, dal primo di settembre, il supporto alla formazione e il lavoro per chi è ritenuto occupabile: cioè chi ha tra i 18 e i 59 anni, un Isee fino a 6.000 euro l’anno e non gravi disabilità. L’inps ha, infatti, precisato che, per i nuclei familiari che includono figli minori, disabili e anziani ultrasessantenni, è prevista la percezione del Reddito di cittadinanza fino al 31 dicembre 2023. Per tutti gli altri, al raggiungimento della settima mensilità di erogazione della prestazione, il beneficio viene gradualmente sospeso.
E, dunque, per chi ha minori, disabili o ha più di 60 anni, è previsto a partire dal primo gennaio 2024 l’Assegno di inclusione e i requisiti per richiederlo sono gli stessi previsti dal Reddito di cittadinanza (Isee, patrimoni, reddito, autoveicoli, ecc). L’integrazione al reddito prevista varia dai 6.000 ai 7.500 euro l’anno se il nucleo familiare è composto da persone con età superiore ai 67 anni o da soggetti che presentano gravi condizioni di invalidità o di non autosufficienza. Il beneficio viene erogato mensilmente per un periodo non superiore ai 18 mesi e potrà essere rinnovato, dopo un mese di sospensione, per ulteriori 12 mesi.
Per chi è, invece, considerato abile al lavoro, non è più previsto il Reddito di cittadinanza ma il supporto alla formazione. Al momento, i numeri ufficiali parlano di circa 200.000 italiani che rientrano in questa categoria e che saranno presi in carica dall’Inps, dalla Regione di competenza e dai Servizi sociali per l’inizio del loro percorso di formazione che avrà una durata massima di 12 mesi. Dal 1° di settembre sarà operativa la piattaforma predisposta e gestita dall’Inps per censire gli ex percettori che si dovranno registrare dando, di fatto, la loro disponibilità a formarsi e, quindi, ad accettare anche un lavoro. Dall’avvio del percorso di formazione verrà erogato un supporto di 350 euro mensili a persona, per tutta la durata del corso. Quindi, una famiglia composta da padre, madre e due figli di 19 e 21 anni, tutti aventi i requisiti previsti dalla norma per accedere alla formazione, percepirà complessivamente 1.400 euro di supporto alla formazione, oltre che avere l’Assegno unico e il sussidio per il Gol.
Quest’ultima è una misura prevista dal Pnrr che dispone di 4,4 miliardi di euro di risorse e, secondo l’Anpal, chi viene preso in carico sono per il 54,5% disoccupati che hanno fatto domanda di Naspi o Dis-Coll, per il 22,7% beneficiari di Reddito di cittadinanza e per il 22,8% disoccupati non soggetti a condizionalità.
Le novità non finiscono qui, perché il nuovo Reddito di cittadinanza incrocia la sua strada con l’Assegno unico e universale (Auu). Questo sussidio continuerà a essere erogato anche per tutti quei nuclei familiari considerati abili al lavoro e, dunque, esclusi dal nuovo Reddito. L’Inps ha, infatti, spiegato che il 27 agosto si riceveranno, senza eccezioni, le somme spettanti relative all’Assegno unico maturate a luglio e se si fa parte di un nucleo familiare che è stato sospeso dalla fruizione del Reddito di cittadinanza, si continuerà a percepire l’Assegno unico fino al compimento dei 21 anni del figlio.
L’accredito della somma «avverrà sulla carta (del Reddito di cittadinanza, ndr) per tutte le rate spettanti fino a febbraio 2024. Nell’ipotesi di presentazione di una nuova domanda di Auu, il pagamento avverrà con le modalità prescelte a decorrere dal mese successivo a quello della domanda», precisa la nota dell’Istituto. Per tutti i nuclei familiari che, invece, proseguiranno la percezione del Reddito di cittadinanza fino a dicembre 2023, l’integrazione dell’Assegno unico è corrisposto, insieme al reddito, sulla carta preposta.
Per le rate di gennaio e febbraio 2024, quando la prestazione del Reddito di cittadinanza sarà cessata, il pagamento dell’Assegno unico avverrà sempre sulla stessa carta. Inoltre, per le mensilità non coperte dalla misura del Reddito, non saranno più applicate le decurtazioni, previste dalla legge, per la contestuale presenza delle due misure, calcolate sulla base della scala di equivalenza.
Taxi, no allo sciopero preventivo
La norma più a rischio protesta è stata tolta durante la riunione del Consiglio dei ministri di lunedì: la cumulabilità delle licenze. Avrebbe permesso a una persona di detenere più licenze, con la possibilità che i taxisti passassero dall’essere lavoratori autonomi a dipendenti (una sola persona, il datore di lavoro, avrebbe potuto avere più licenze e farle usare ai suoi dipendenti). Nel 2006 ci aveva già provato, senza successo, Pier Luigi Bersani, da ministro dello Sviluppo economico. L’obiettivo del dl è di risolvere la carenza delle auto bianche: a Roma ne circolano 7.900, poche per il grande afflusso dei turisti, a Milano 4.855, a Napoli sono 2.400.
Numeri insufficienti pensando ai grandi eventi che si svolgeranno in queste città. La Ryder cup Roma 2023 di golf, per esempio, con 50.000 spettatori previsti al giorno dal 25 settembre al primo ottobre 2023, o il Giubileo del 2025 con 32 milioni di pellegrini stimati. Per non parlare delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 che porteranno 1,7 milioni di visitatori. Esclusa la cumulabilità, il dl Asset stabilisce che le città metropolitane, i capoluoghi e i Comuni sede di aeroporti internazionali possano bandire un concorso straordinario per le nuove licenze per taxi, sino a un incremento del 20% rispetto a quelle esistenti.
Il concorso sarà accessibile solo a chi è in possesso di un’auto green. Per l’acquisto dei taxi necessari all’esercizio delle nuove licenze è previsto il raddoppio, fino a 10.000 euro, dell’Ecobonus. Sburocratizzato, malgrado lo scarso successo, lo strumento della doppia guida, cioè la stessa vettura in servizio h24 ma con due guidatori, per affrontare i picchi turistici con la massima efficacia e semplicità per gli operatori. Previste anche licenze temporanee per far fronte a eventi straordinari, per un anno e prorogabili per 2 anni, con misure semplificate e potranno essere rilasciate a chi ha già una licenza da taxista, che sarà poi libero di venderla al prezzo che desidera, cosa che limiterebbe l’impatto dell’acquisto della nuova auto.
«Questo governo si è accollato una bega che non era sua perché, prima dei taxi, doveva intervenire sui Comuni che non seguono le linee guida dettate dall’Art, l’Autorità regionale dei trasporti», insiste Bittarelli che sul dl dice: «Buona idea, per loro, è compensare tassisti con doppia licenza, ma noi non la vogliamo perché è costosa e l’auto elettrica ancora di più: una licenza a Roma costa 120.000 euro, l’auto 40.000. Cifre che non si ammortizzano con 24 mesi». Secondo Bittarelli, a capo di 8.500 auto bianche, per migliorare il servizio taxi nelle metropoli italiane bisognerebbe fare una verifica seria sulla carenza di taxi, se strutturale o periodica, e introdurre elementi di flessibilità, pur dentro le regole già fissate, con le doppie guide che non decollano per la burocrazia delle Camere di commercio; ottimizzare le turnazioni, oggi non equilibrate; introdurre più tecnologia per la trasparenza e, all’interno del mercato regolamentato dal Comune, poter condizionare la domanda attraverso la leva del prezzo con limiti verso il basso o l’alto. Ora il decreto inizia il suo iter parlamentare per la conversione, con l’impegno dell’esecutivo per un provvedimento che può andare incontro alle richieste della categoria.
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A settembre entrerà in funzione il nuovo strumento di sostegno alle famiglie. Il governo risparmierà i fondi prima destinati «a pioggia» anche per chi risulta abile al lavoro: per loro è prevista la formazione.Le sigle dei taxi non incroceranno le braccia, marcando le distanze dalla Cgil. Pure per Assoutenti una protesta dei guidatori sarebbe «assurda e intollerabile».Lo speciale contiene due articoli.A settembre il nuovo Reddito di cittadinanza entrerà nel vivo. Una misura che non si discosta molto dall’originale, sia in termini economici sia di requisiti. Il decreto Lavoro, successivamente pubblicato in Gazzetta ufficiale, ha messo nero su bianco che il governo, per il 2024, spenderà 7 miliardi di euro per finanziare il nuovo Reddito di cittadinanza: 5,6 miliardi saranno destinati all’Assegno di inclusione e 1,5 per il supporto alla formazione e il lavoro. Se si considera che il Reddito di cittadinanza è costato nel solo 2022, stando all’ultimo osservatorio Inps, 7,99 miliardi, il governo ha di fatto stimato un risparmio di «solo» 999 milioni di euro. Un taglio minimo, che si è concentrato su quella fetta di popolazione che viene ritenuta abile al lavoro. Per il 2023 sono, inoltre, previste spese per 506 milioni di euro per finanziare l’accompagnamento alla fine del Reddito e della pensione di cittadinanza (384 milioni) e altri 122,5 milioni per sostenere, dal primo di settembre, il supporto alla formazione e il lavoro per chi è ritenuto occupabile: cioè chi ha tra i 18 e i 59 anni, un Isee fino a 6.000 euro l’anno e non gravi disabilità. L’inps ha, infatti, precisato che, per i nuclei familiari che includono figli minori, disabili e anziani ultrasessantenni, è prevista la percezione del Reddito di cittadinanza fino al 31 dicembre 2023. Per tutti gli altri, al raggiungimento della settima mensilità di erogazione della prestazione, il beneficio viene gradualmente sospeso. E, dunque, per chi ha minori, disabili o ha più di 60 anni, è previsto a partire dal primo gennaio 2024 l’Assegno di inclusione e i requisiti per richiederlo sono gli stessi previsti dal Reddito di cittadinanza (Isee, patrimoni, reddito, autoveicoli, ecc). L’integrazione al reddito prevista varia dai 6.000 ai 7.500 euro l’anno se il nucleo familiare è composto da persone con età superiore ai 67 anni o da soggetti che presentano gravi condizioni di invalidità o di non autosufficienza. Il beneficio viene erogato mensilmente per un periodo non superiore ai 18 mesi e potrà essere rinnovato, dopo un mese di sospensione, per ulteriori 12 mesi. Per chi è, invece, considerato abile al lavoro, non è più previsto il Reddito di cittadinanza ma il supporto alla formazione. Al momento, i numeri ufficiali parlano di circa 200.000 italiani che rientrano in questa categoria e che saranno presi in carica dall’Inps, dalla Regione di competenza e dai Servizi sociali per l’inizio del loro percorso di formazione che avrà una durata massima di 12 mesi. Dal 1° di settembre sarà operativa la piattaforma predisposta e gestita dall’Inps per censire gli ex percettori che si dovranno registrare dando, di fatto, la loro disponibilità a formarsi e, quindi, ad accettare anche un lavoro. Dall’avvio del percorso di formazione verrà erogato un supporto di 350 euro mensili a persona, per tutta la durata del corso. Quindi, una famiglia composta da padre, madre e due figli di 19 e 21 anni, tutti aventi i requisiti previsti dalla norma per accedere alla formazione, percepirà complessivamente 1.400 euro di supporto alla formazione, oltre che avere l’Assegno unico e il sussidio per il Gol. Quest’ultima è una misura prevista dal Pnrr che dispone di 4,4 miliardi di euro di risorse e, secondo l’Anpal, chi viene preso in carico sono per il 54,5% disoccupati che hanno fatto domanda di Naspi o Dis-Coll, per il 22,7% beneficiari di Reddito di cittadinanza e per il 22,8% disoccupati non soggetti a condizionalità.Le novità non finiscono qui, perché il nuovo Reddito di cittadinanza incrocia la sua strada con l’Assegno unico e universale (Auu). Questo sussidio continuerà a essere erogato anche per tutti quei nuclei familiari considerati abili al lavoro e, dunque, esclusi dal nuovo Reddito. L’Inps ha, infatti, spiegato che il 27 agosto si riceveranno, senza eccezioni, le somme spettanti relative all’Assegno unico maturate a luglio e se si fa parte di un nucleo familiare che è stato sospeso dalla fruizione del Reddito di cittadinanza, si continuerà a percepire l’Assegno unico fino al compimento dei 21 anni del figlio. L’accredito della somma «avverrà sulla carta (del Reddito di cittadinanza, ndr) per tutte le rate spettanti fino a febbraio 2024. Nell’ipotesi di presentazione di una nuova domanda di Auu, il pagamento avverrà con le modalità prescelte a decorrere dal mese successivo a quello della domanda», precisa la nota dell’Istituto. Per tutti i nuclei familiari che, invece, proseguiranno la percezione del Reddito di cittadinanza fino a dicembre 2023, l’integrazione dell’Assegno unico è corrisposto, insieme al reddito, sulla carta preposta. Per le rate di gennaio e febbraio 2024, quando la prestazione del Reddito di cittadinanza sarà cessata, il pagamento dell’Assegno unico avverrà sempre sulla stessa carta. Inoltre, per le mensilità non coperte dalla misura del Reddito, non saranno più applicate le decurtazioni, previste dalla legge, per la contestuale presenza delle due misure, calcolate sulla base della scala di equivalenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/taglio-spese-maggiore-equita-rdc-2662977250.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="taxi-no-allo-sciopero-preventivo" data-post-id="2662977250" data-published-at="1691543331" data-use-pagination="False"> Taxi, no allo sciopero preventivo La norma più a rischio protesta è stata tolta durante la riunione del Consiglio dei ministri di lunedì: la cumulabilità delle licenze. Avrebbe permesso a una persona di detenere più licenze, con la possibilità che i taxisti passassero dall’essere lavoratori autonomi a dipendenti (una sola persona, il datore di lavoro, avrebbe potuto avere più licenze e farle usare ai suoi dipendenti). Nel 2006 ci aveva già provato, senza successo, Pier Luigi Bersani, da ministro dello Sviluppo economico. L’obiettivo del dl è di risolvere la carenza delle auto bianche: a Roma ne circolano 7.900, poche per il grande afflusso dei turisti, a Milano 4.855, a Napoli sono 2.400. Numeri insufficienti pensando ai grandi eventi che si svolgeranno in queste città. La Ryder cup Roma 2023 di golf, per esempio, con 50.000 spettatori previsti al giorno dal 25 settembre al primo ottobre 2023, o il Giubileo del 2025 con 32 milioni di pellegrini stimati. Per non parlare delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 che porteranno 1,7 milioni di visitatori. Esclusa la cumulabilità, il dl Asset stabilisce che le città metropolitane, i capoluoghi e i Comuni sede di aeroporti internazionali possano bandire un concorso straordinario per le nuove licenze per taxi, sino a un incremento del 20% rispetto a quelle esistenti. Il concorso sarà accessibile solo a chi è in possesso di un’auto green. Per l’acquisto dei taxi necessari all’esercizio delle nuove licenze è previsto il raddoppio, fino a 10.000 euro, dell’Ecobonus. Sburocratizzato, malgrado lo scarso successo, lo strumento della doppia guida, cioè la stessa vettura in servizio h24 ma con due guidatori, per affrontare i picchi turistici con la massima efficacia e semplicità per gli operatori. Previste anche licenze temporanee per far fronte a eventi straordinari, per un anno e prorogabili per 2 anni, con misure semplificate e potranno essere rilasciate a chi ha già una licenza da taxista, che sarà poi libero di venderla al prezzo che desidera, cosa che limiterebbe l’impatto dell’acquisto della nuova auto. «Questo governo si è accollato una bega che non era sua perché, prima dei taxi, doveva intervenire sui Comuni che non seguono le linee guida dettate dall’Art, l’Autorità regionale dei trasporti», insiste Bittarelli che sul dl dice: «Buona idea, per loro, è compensare tassisti con doppia licenza, ma noi non la vogliamo perché è costosa e l’auto elettrica ancora di più: una licenza a Roma costa 120.000 euro, l’auto 40.000. Cifre che non si ammortizzano con 24 mesi». Secondo Bittarelli, a capo di 8.500 auto bianche, per migliorare il servizio taxi nelle metropoli italiane bisognerebbe fare una verifica seria sulla carenza di taxi, se strutturale o periodica, e introdurre elementi di flessibilità, pur dentro le regole già fissate, con le doppie guide che non decollano per la burocrazia delle Camere di commercio; ottimizzare le turnazioni, oggi non equilibrate; introdurre più tecnologia per la trasparenza e, all’interno del mercato regolamentato dal Comune, poter condizionare la domanda attraverso la leva del prezzo con limiti verso il basso o l’alto. Ora il decreto inizia il suo iter parlamentare per la conversione, con l’impegno dell’esecutivo per un provvedimento che può andare incontro alle richieste della categoria.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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