In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Imagoeconomica
Il prestigioso ateneo stila un vademecum per l’organizzazione di eventi: è tutto all’insegna di «diversità», «inclusione» e «green». E il rinfresco diventa un incubo.
Il vero problema causato dagli esondanti discorsi sul ritorno del fascismo che occupano lo spazio mediatico sta nel fatto che il brusio costante a proposito del presunto rigurgito nero occulta fenomeni che rappresentano veri e incombenti rischi per il futuro (e il presente) della democrazia. Uno di questi, il più allarmante, è stato ribattezzato da qualcuno «nuova intolleranza», ma forse la definizione più giusta l’ha offerta Alain de Benoist parlando di totalitarismo dolce. Il riferimento è a quella che nel mondo anglosassone viene chiamata ideologia woke, atroce evoluzione del politicamente corretto da cui è sempre più difficile difendersi. È vero, del pol. cor. ormai si denunciano pubblicamente le storture, persino a sinistra c’è chi ne riconosce gli eccessi (anche se, a ben vedere, tutto il politicamente corretto è un eccesso, non soltanto le sue manifestazioni più estreme). Eppure il sistema liberale che lo sorregge non viene scalfito da tali denunce. Anzi, sembra avere imparato a farsi più mellifluo: evita o fa emergere le topiche più clamorose, ma intanto, sottotraccia, continua a infettare la società intera.
Come ogni totalitarismo, anche l’ideologia woke – o, più semplicemente, quella liberal-progressista – esige la mobilitazione totale: tutta la popolazione, nessuno escluso, deve agire per la causa. Esatto: nella lotta ogni cittadino deve impegnarsi e, soprattutto, vi si devono impegnare le istituzioni pubbliche e private. Queste ultime, ovviamente, collaborano volentieri e si adeguano alla volontà dei nuovi custodi della morale per non rischiare reprimende che non gioverebbero all’immagine e di conseguenza agli affari. In questa maniera si producono mostri abominevoli che non solo risultano sgradevoli alla vista, ma provvedono anche a limitare seriamente la libertà.
Un esempio lampante di tale tendenza lo fornisce un documento prodotto dalla prestigiosa università Luiss nel settembre del 2022. Si chiama Policy eventi e contiene le «linee guida per la sostenibilità nella realizzazione degli eventi»: chiunque voglia organizzare qualcosa all’interno dell’ateneo deve rispettarle. Di più: chiunque voglia esibire sulla locandina di un evento il logo dell’università è tenuto al rispetto delle linee guida.
Come si legge proprio all’inizio delle dieci pagine di testo, «Luiss lavora quotidianamente affinché la sostenibilità sia integrata nel proprio tessuto, e sia un criterio primo per definire scelte ed azioni affinché tutti i membri della comunità diano un contributo attivo per la creazione di un mondo più sostenibile nelle sue tre dimensioni: ambientale, sociale ed economica. Luiss sostiene gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, e si impegna affinché ogni sua iniziativa rispetti in modo capillare i principi dello sviluppo sostenibile». Già, le linee guida si collocano all’interno dei parametri ideologici globali fissati dalle agenzie sovranazionali. Non stupisce dunque che i punti cardinali siano tre: Gender Diversity, Inclusion, Environment.
Partiamo dalla prima, la diversità di genere. Le indicazioni fornite sono particolarmente deliranti. Affinché un evento sia «gender compliant», cioè rispettoso delle diversità, deve avere tre requisiti: «La presenza di almeno 1/3 del genere meno rappresentato tra i componenti dei panel/tavoli; l’equilibrio nell’ordine di intervento e nei contenuti nella discussione (es. bilanciare una lectio magistralis con interventi di pari prestigio); la presenza di almeno il 20% del genere meno rappresentato o l’utilizzo di cooperative sociali (per categorie di svantaggio), quando sia previsto un servizio di accoglienza». Già questo basterebbe per convocare d’urgenza la neuro. Ma c’è molto di più. La Luiss, ad esempio, stabilisce che, nella pubblicizzazione degli eventi, si debba «valorizzare e dare risalto al genere meno rappresentato nei contenuti social/web (es: in un post, pubblicare per prima la foto della relatrice)». Il rispetto delle diversità deve essere garantito a tutti i livelli. E tutti vuol dire tutti, sentite qui: «In presenza di servizio catering e/pulizie, assicurare pari numero di cameriere e camerieri e inservienti; assicurarsi che gli interventi del pubblico siano non solo in ordine cronologico, ma paritari anche nel gender; garantire eguale percentuale di gender tra i posti riservati per gli ospiti di prestigio […]; in generale, assicurarsi che il linguaggio e le immagini dei materiali proiettati/distribuiti non contengano allusioni, affermazioni sessiste o non rispettose della dignità di genere».
Il secondo pilastro del documento è, manco a dirlo, l’inclusione, uno dei grandi feticci contemporanei. Come ha spiegato Luca Ricolfi, l’inclusione ha ormai surclassato l’eguaglianza come obiettivo della sinistra. Il che comporta alcuni problemi: «Il sostantivo eguaglianza allude a uno stato delle cose», dice Ricolfi. «La parola inclusione, attraverso il verbo includere, rimanda anche all’azione. Anzi, a uno spettro di azioni potenzialmente illimitato. Portato alle estreme conseguenze, il compito di includere - diversamente da quello di promuovere l’eguaglianza - può condurre a considerare legittimi ogni desiderio e aspirazione individuale e collettiva». Le regole della Luiss a questo riguardo sono particolarmente precise. L’imperativo è «agevolare ogni forma di inclusione e di incoraggiamento alla contaminazione dal punto di vista sociale e culturale». Dunque bisogna contemplare «la presenza di minoranze etnico-culturali nel personale di servizio degli eventi (steward, hostess, ecc…)». Oppure tenere in considerazione «differenti regimi alimentari dati da vincoli religiosi, culturali o personali (celiaci, vegetariani, vegani, ecc…) nell’organizzazione dei servizi catering». Pensate che incubo l’organizzazione di un rinfresco: devono esserci cibi per ogni palato, cultura e religione. A servirli devono pensare camerieri e cameriere presenti in egual numero (e i non binari? Mistero) e tra questi devono esserci rappresentanti di minoranze. Tutti buoni motivi per invitare gli ospiti a portarsi il pranzo al sacco.
L’ultimo caposaldo delle linee guida è l’immancabile «rispetto dell’ambiente». In ossequio alla rivoluzione green, l’università invita a «impiegare durante i catering consumabili di natura riciclabile o compostabile. Inoltre, per quanto possibile, cercare di ridurne l’utilizzo (con caraffe o distributori di bevande che consentano di riempire borracce). In generale, quando possibile, scegliere un menù plant-based e km 0». Si deve poi «regolare in maniera appropriata le temperature dei luoghi interessati dall’evento e assicurarsi un adeguato isolamento termico (porte, finestre). Ciò migliora il comfort degli ospiti e riduce gli sprechi di energia». Infine, è opportuno «ridurre il più possibile l’utilizzo di materiale cartaceo nel processo di gestione dell’evento, preferendo strumenti digitali (biglietti, prenotazioni, badge ecc…)».
Gli eventi che rispetteranno i requisiti in materia di diversità di genere, inclusione e rispetto dell’ambiente riceveranno un logo appositamente creato dalla Luiss «che si ispira ad un progetto lanciato da Erasmus + e dalla Commissione Europea, finalizzato al raggiungimento della parità di genere nel settore della formazione, il cui slogan è “No man, no woman. Just human”». Il logo si chiama appunto Just Human e la Luiss ha «elaborato un visual con i colori della bandiera pansessuale: il rosa rappresenta le donne, l’azzurro gli uomini e il giallo le persone che non si riconoscono in nessun genere».
Prima di ridere di questo delirio, considerate un particolare: in istituzioni come la Luiss si forma la classe dirigente della nazione. Una élite che, ogni giorno, si troverà immersa in un ambiente in cui, per organizzare un rinfresco, bisogna garantire parità di genere e diversità etnica fra i camerieri ed esibire la bandiera pansessuale.
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2019-09-21
La Luiss butta fuori Gervasoni, il prof che non canta nel coro dei fan dell’invasione
Ansa
Epurazioni in corso nell'ateneo degli industriali: basta un tweet per perdere la cattedra. Alla faccia della libertà di espressione.
In curiosa consonanza con il cambio di clima politico, inizia la stagione delle epurazioni: liberal, europeiste, democratiche e progressiste, si capisce.
Personaggi e interpreti di questa storia: nei panni dell'epurato, il professor Marco Gervasoni, storico, saggista, e titolare alla Luiss del corso di storia comparata dei sistemi politici (Gervasoni insegna anche in un ateneo pubblico, l'università del Molise); nei panni del «censore» politicamente corretto, il direttore del dipartimento di scienze politiche e fondatore della Luiss school of government, Sergio Fabbrini, definito da Matteo Renzi nientemeno che «uno dei pensatori più importanti del panorama europeo». Roba forte, ci spiegò Il Foglio alcuni mesi fa: Fabbrini «è in cima alla lista delle firme che Renzi considera letture imprescindibili». Ambientazione: la Luiss, università che fa riferimento alla Confindustria, e che ha proprio nel dipartimento di scienze politiche il suo autentico fiore all'occhiello, un'eccellenza vera, va detto.
Che è successo? Che il professor Gervasoni, l'estate scorsa, non avendo (ancora) perso i diritti politici, la libertà d'espressione e l'uso dei social network, si è espresso in modo ruvido sul tema dell'immigrazione illegale e del traffico di esseri umani, rilanciando una proposta di Giorgia Meloni e twittando in modo chiaramente provocatorio: «Ha ragione Giorgia Meloni, la nave va affondata. Quindi Sea Watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso». Uno potrà dire: si può essere d'accordo o meno sulla sostanza, magari dissentire sulla forma, ma non si vede in cosa possa essere sacrificata la libertà d'espressione di un docente che - nelle ore di lezione - non si è mai sognato di ammorbare gli studenti con comizi politici.
In ogni caso, i primi a indignarsi furono quelli dell'Anpi Molise (se non lo sapevate, esiste): tale Loreto Tizzani, rappresentante dell'organizzazione, si augurò che «comportamenti così gravi […] fossero adeguatamente valutati dall'università del Molise». E infatti Gervasoni ebbe buon gioco a chiudere la polemica rivendicando tutta intera la sua libertà d'espressione: «Non si capisce cosa c'entri la mia attività di docente con le mie opinioni politiche espresse liberamente al di fuori, a meno di non avere come modello di libertà l'Urss, a cui l'Anpi sembra rimasta legata». Tra l'altro, non si vede come un tweet - di tutta evidenza scritto a titolo personale - potesse o possa «impegnare» un ateneo.
Incredibilmente, però, a raccogliere la richiesta censoria dell'Anpi Molise è stata la Luiss, che si tenderebbe a immaginare come una fucina di pensiero liberale. Dapprima Fabbrini ha chiesto spiegazioni per iscritto a Gervasoni. Il quale ha provveduto a rispondere, non solo rivendicando il proprio diritto al free speech, ma sottolineando di non aver mai fatto politica in aula.
Ma la risposta non è servita a nulla. Infatti, è stato convocato in fretta e furia il consiglio di dipartimento che, a maggioranza fabbrinesca, ha defenestrato Gervasoni, sollevandolo dal corso. Intendiamoci bene: un ateneo privato ha certamente diritto ad allontanare chi crede. Tutto legittimo. Ma altrettanto legittimo è discutere il carattere discrezionale della scelta, dal quale è difficile distinguere una sgradevole sfumatura di attacco al free speech e una preoccupante commistione tra la valutazione dell'attività didattica di un docente e l'analisi delle sue dichiarazioni pubbliche ed extra universitarie.
Direte voi: forse in quel consiglio di dipartimento si vuole che la politica stia assolutamente fuori. Peccato che ne siano membri autorevoli il professor Roberto D'Alimonte, considerato tra gli ispiratori dell'Italicum e della riforma costituzionale renziana, e il professor Michele Sorice, il cui nome si è letto sui giornali come possibile consulente nell'ambito della neo istituita commissione statuto del Pd. E c'è chi ricorda come - per eventi, conferenze, dibattiti - non siano mancati, alla Luiss, inviti a Renzi, a Maria Elena Boschi, a Paolo Gentiloni. Tutto bene, dunque, par di capire. Tutto ammesso: tranne i tweet e la libertà d'opinione del dissenziente Gervasoni.
Va anche ricordato che proprio il dipartimento di scienze politiche della Luiss ha tuttora in forza una figura controversa, l'ex direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, coinvolto nella nota inchiesta (con le accuse di false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo), e protagonista - come La Verità ha raccontato - di sontuose note spese. In quello stesso dipartimento, Napoletano insegnerà nientemeno che giornalismo politico economico. Gervasoni no, Napoletano sì.
L'imbarazzo di fronte a una decisione oggettivamente censoria appare palpabile: la comunicazione sulla sua defenestrazione non è arrivata a Gervasoni per iscritto, ma solo con una telefonata (non sarebbe stato facile, forse, lasciare nero su bianco le motivazioni di una simile decisione), e casualmente la notizia gli è giunta dopo il voto di fiducia ricevuto dal Conte bis. Sicuramente una coincidenza.
Tanto per capire come ci si regola altrove nel mondo, tempo fa un columnist del New York Times, Bret Stephens, aveva chiesto provvedimenti dopo un tweet di un docente della George Washington university. Il rettore, lungi dall'accettare logiche di epurazione, ha risposto con garbo sottolineando che le opinioni del docente «sono le sue personali», e che esiste un impegno dell'università a favore della libertà accademica e del free speech. Morale: l'editorialista è stato ufficialmente invitato al campus per un dibattito sulla discussione pubblica nell'era digitale. Aprire porte e finestre, moltiplicare le voci: e non censurare nessuno. Si sa, l'America è lontana.
E ieri sera ad Atreju, dove Gervasoni ha presentato il suo libro, La rivoluzione sovranista, in compagnia di Maria Giovanna Maglie e Paolo Del Debbio, è stata proprio Giorgia Meloni a risollevare il caso. Interpellata dalla Verità, la leader di Fdi ha dichiarato: «Per la democratica sinistra sei libero di dire e fare quello che vuoi purché tu dica e faccia quello che vogliono loro. È successo anche nei confronti del professor Gervasoni, attaccato violentemente dall'Anpi per aver condiviso le mie posizioni sul caso Sea Watch. Fratelli d'Italia ha difeso pubblicamente, anche in Parlamento, il professor Gervasoni perché la libertà di pensiero è un diritto sancito dalla Costituzione e nessuno, tanto meno l'Anpi, può arrogarsi il diritto di censurare qualcuno. Gervasoni è un intellettuale libero e coraggioso ed è stato per noi un piacere ospitarlo ad Atreju».
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