Siparietto tra il premier italiano e il primo ministro albanese: quando Giorgia Meloni e' arrivata al vertice della Comunità Politica Europea. Vedendola scendere dall'auto, Edi Rama si e' inginocchiato in segno di estrema galanteria. «Fallo solo quando siamo io e te», ha scherzato Meloni mentre Rama si alzava per salutarla.
Imagoeconomica
L’ente vuole chiedere all’esecutivo albanese un locale in comodato d’uso, che sostituisca quello, troppo costoso, inaugurato nel 2018. Ma ci sono uffici di rappresentanza pure a Roma e perfino a Bruxelles, dove son stati sborsati oltre 1,8 milioni di euro.
«Noi abbiamo un legame fortissimo con l’Albania, un legame che dura da secoli e che ha superato anche momenti di difficoltà. Questa lunga storia di affetto e di amicizia ci ha portato ad investire, con convinzione, su questa sede stabile della Regione Puglia in piazza Skandembeg, a Tirana, a due passi dal Comune, nel cuore dell’Albania». Così parlò il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, il 19 novembre del 2018 inaugurando la nuova sede della Regione a Tirana. Oggi però quella stessa base «logistica», seguita a un accordo di collaborazione con il Paese guidato da Edi Rama su università, ricerca, sistema produttivo, sanitario eccetera, costa troppo per potersela ancora permettere. Anche perché il confronto tra costi e benefici risulta negativo. Va ridotto il peso dell’affitto di questa sede sul bilancio regionale e poiché a novembre di quest’anno scadrà il contratto, la Regione potrebbe decidere di non rinnovarlo. Secondo quanto riporta in un servizio la tv locale del Salento, Telerama, l’obiettivo è comunque quello di mantenere un presidio fisso soprattutto per mandare in porto il progetto dell’Acquedotto Puglia in Albania. Di qui l’ipotesi di chiedere asilo al governo albanese. La richiesta che la Regione è pronta a fare a governo e comune di Tirana sarebbe infatti quella di ottenere in comodato d’uso gratuito una porzione di un immobile istituzionale, effettuando anche lavori per migliorarne lo stato. Con alcune condizioni: l’ufficio dovrà però essere situato possibilmente nelle vicinanze dell’Ambasciata Italiana oppure nell’area di piazza Skanderbeg, deve essere almeno di 80/100 metri quadri e non al piano terra. Vedremo se le richieste della Puglia verranno accettate. Se così non fosse alla giunta Emiliano resterebbero altre due sedi fuori dai confini pugliesi, quella di Roma, in via dei Barberini (acquistata per abbattere i costi delle trasferte e usata per riunioni e foresteria) e una a Bruxelles. Quest’ultima da 400 metri quadri fu acquistata per 1,85 milioni di euro, più 600.000 euro di spese di ristrutturazione. Nessuna sorpresa, anche altre regioni hanno sedi «oltreconfine» di rappresentanza. Lo stesso Raffaele Fitto, oggi ministro per gli Affari europei, politiche di coesione e Pnrr, quando fece la campagna elettorale come candidato alla presidenza della Regione per il centrodestra (era il settembre del 2020) tra le sue proposte programmatiche mise proprio la creazione di una sede efficiente della Regione Puglia a Bruxelles, una sorta di ufficio di collegamento, una «ambasciata» del territorio pugliese in Europa, chiamata «Casa Puglia». Perché, sottolineò in quella occasione, «la Regione Puglia dal 2003 ha una sede che non è stata mai utilizzata e che da due anni non ha più neanche un referente».
Le costose sedi di rappresentanza servono però al governatore per portare avanti la sua politica estera come se la Puglia fosse un feudo autonomo dal punto di vista delle decisioni energetiche, infrastrutturali e logistiche di ogni sorta. Emiliano coltiva da anni solide relazioni con la vicina Tirana. Basti pensare al progetto Eagle Lng: un gasdotto sottomarino di 110 chilometri dall’Albania alla Puglia, presentato nel 2017 dalla Regione e dal presidente, lo stesso Emiliano che si era opposto con forza al progetto del gasdotto Tap dall’Azerbaigian, Turchia, Grecia, Albania, Adriatico e Puglia. Ma sono ormai rodate anche le relazioni con la più lontana Pechino, come più volte ha scritto La Verità raccontando la «sindrome cinese» sui porti di Taranto e Brindisi. Porto di Brindisi che, tra l’altro, è molto più vicino in termini di miglia marittime dall’Albania ma al quale è stato preferito quello di Bari per gestire il flussi dei traghetti da e per il Paese di Rama (con un investimento, nel 2019, di due milioni di euro). Cina e Albania, due «passioni» che il governatore condivide con Massimo D’Alema, che di Puglia se ne intende. Del resto, l’ascesa politica di Michele Emiliano comincia il 15 ottobre 2003, ovvero il giorno dell’incontro, che all’epoca fu definito «informale», con colui che in quel momento era il lìder màximo degli allora Ds. L’agenzia Ansa due giorni dopo collegò quell’incontro a un evento giudiziario con questo titolo: «Missione arcobaleno, il pm conclude l’indagine e si candida a sindaco di Bari». Il pm era Emiliano e l’inchiesta era tutta concentrata sull’operazione umanitaria voluta nel 1999 dal governo guidato da Massimo D’Alema in Albania per sostenere i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla Nato in conseguenza dell’intervento contro la Serbia.
Ps. Chiudiamo ricordando una storia che La Verità aveva raccontato a dicembre 2023. Quando a metà agosto dell’anno scorso Giorgia Meloni era andata in Albania, lo aveva fatto a bordo di una nave di linea tra Brindisi e Valona. Nave costruita nel 1979 che a dicembre è poi rimasta bloccata nel porto per un’avaria avvenuta pochi giorni dopo la visita del presidente del Consiglio. Quel traghetto su cui ha viaggiato Meloni era stato ceduto nell’aprile 2023 dai croati di Jadrolinija alla compagnia di navigazione greca A-Ships Management e ribattezzata Prince. L’idea era quella di impiegarla nella tratta che A-Ships gestisce insieme con Flipper Lines, una nuova compagnia di navigazione. Il broker che gestisce i viaggi, organizza le tratte di percorrenza e gestisce la parte doganale, è la Albline, società con uffici a Brindisi. Fino alla scorsa estate l’ad della società era Cosimo Taveri, fratello di Emma Taveri, assessore al Turismo del Comune di Brindisi in quota Pd e considerata vicina al governatore Emiliano.
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Olaf Scholz (Getty Images)
«Ma Mattarella cosa fa? Non c’è nessuno che lo sa». L’altro giorno al Corriere della Sera dev’essere risuonata la canzoncina dei bambini dell’asilo, che in coro si interrogavano sul coccodrillo, per poi sentenziare che l’arcosauro «si arrabbia ma non strilla, sorseggia camomilla». Ecco, anche il capo dello Stato a quanto pare si arrabbia, ma non strilla e sorseggia camomilla. Soprattutto, da quando Giorgia Meloni ha voluto tenerlo fuori dalla trattativa con l’Albania.
Il Colle avrebbe saputo dell’intesa a cose fatte, cioè più o meno come tutti quanti, e l’avrebbe presa male. Il protocollo non scritto che vuole Palazzo Chigi sempre attento a non irritare il Quirinale e soprattutto a tenerlo costantemente informato di ogni decisione, per ottenerne - ça va sans dire - la preventiva autorizzazione, in questo caso non sarebbe stato rispettato. Il presidente del Consiglio avrebbe fatto di testa sua, senza sentire alcun parere, neppure quello dei ministri. Passi per Pichetto Fratin, si devono essere detti lassù, nel Palazzo più alto, ma Mattarella non può essere tenuto all’oscuro di una faccenda così importante come l’esportazione a Tirana di migliaia di migranti. Dunque, il Corazziere della Sera si è preoccupato di informarci dell’irritazione del capo dello Stato. Il presidente è arrabbiato, ma non strilla e sorseggia camomilla.
Sarebbe una questione di metodo (ma forse anche di merito) ad aver fatto scendere il gelo tra lui e la premier. Il sospetto del presidente della Repubblica è che tutti sapessero, anche a Bruxelles. O almeno che fossero a conoscenza gli uffici direttamente interessati, ma non lui. Certo, ci sarebbe da chiedersi dove stia scritto in Costituzione che l’uomo del Colle debba essere sempre preventivamente informato anche su temi non di sua stretta competenza. L’articolo 87 dice che il capo dello Stato ratifica i trattati internazionali, ma non dice che quella è materia esclusivamente sua. L’intesa con l’Albania non sembra che si possa annoverare tra i trattati di pace, e nemmeno in quelli di guerra, che sarebbero di pertinenza quirinalizia. Dunque, non si intravede alcun obbligo di informazione preventiva. Non soltanto: la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica dice che la competenza in materia di affari esteri non è del capo dello Stato, ma semmai del governo. Quindi, non è chiaro perché il Corriere della Sera non rovesci il concetto, chiedendosi perché in passato sia stato il Quirinale a non sentire l’esigenza di una comunicazione anticipata su temi di politica internazionale che sarebbero stati affrontati dal presidente. Le relazioni di Mattarella con la Francia sono note, ma a quanto ci risulta alcune uscite del primo non sono mai state annunciate in anticipo, senza che il premier se ne sia mai lamentato. Nel pieno dello scontro al calor bianco tra Macron e Meloni sono volate scintille e il nostro presidente ha voluto spendere più di una parola per riportare la pace tra i due Paesi: nessuna delle frasi però pare essere stata concordata con il premier prima di essere pronunciata. Le comunicazioni di solito funzionano in due sensi, ma a quanto pare, per il giornale di via Solferino non esiste reciprocità.
Tuttavia, se l’irritazione del capo dello Stato si è manifestata con un avvertimento sulle pagine del Corriere, quella che cova dentro il Pd per essere stato messo di fronte al fatto compiuto tracima ogni argine, soprattutto dopo la gaffe della richiesta di espulsione di Edi Rama dal Partito socialista europeo.
La rappresaglia contro il premier albanese, reo di essersi accordato con Meloni, non soltanto è stata ignorata al vertice di Malaga, costringendo gli esponenti del Partito democratico a una veloce retromarcia, ma ieri è arrivata la doccia fredda di Olaf Scholz. Come da noi anticipato, la Germania si prepara a seguire l’esempio dell’Italia, «esternalizzando le pratiche per la concessione dell’asilo ai migranti». Non si tratta di trasferire a un centro fuori dalla Ue la decisione se concedere o meno la tutela umanitaria, ma di trasferire in un Paese estero, magari in Africa, il compito dell’accoglienza e della concessione del permesso. In pratica, si sposta un po’ più in là il problema. Dunque, se i compagni speravano in una scomunica europea dell’accordo con l’Albania, si rendono conto che anche un Paese ritenuto accogliente oggi punta a creare punti di raccolta dei migranti in aree in cui non possano creare problemi. A differenza di quel che pensava la sinistra, non è l’Italia a essere isolata in Europa, ma è il Pd a essere fuori dal mondo. Per dirla con Edi Rama, il premier che Schlein voleva cacciare dal Pse, i vertici del Partito democratico sono composti da pazzi. Sarà per questo che l’ultimo sondaggio li dà al minimo storico?
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- Droga, prostituzione, furti nelle case, immigrazione clandestina: gli albanesi hanno scalato la criminalità italiana. I segreti? Pochi pentiti, legami con le cosche e prezzi bassi nel narcotraffico.
- «All’alba perderò» selezionato per 25 riconoscimenti. Un clan napoletano finanzia le riprese passando per una ditta di vini.
Lo speciale contiene due articoli.
Il loro codice morale si chiama «Besa» e per boss e gregari vale più di tutte le leggi del loro Paese. Il suo significato è onore e dopo l’affiliazione diventa un contratto da onorare fino alla morte. Ha regole molto simili a quelle delle famiglie di ’ndrangheta. Tant’è che proprio come la criminalità organizzata calabrese produce pochissimi pentiti. E dopo il complicato periodo degli anni Novanta, quando i boss appena sbarcati in Italia erano diventati pappa e ciccia con la Sacra corona unita pugliese e, insieme con questi, erano finiti sotto il fuoco incrociato di migliaia di inchieste antimafia, uscendone molto ridimensionati, ora sono tornati più forti di prima. E la loro ascesa, definita di recente come «inarrestabile» da Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on anti corruption studies di Newark (Usa), sta preoccupando non poco il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, un mese fa, è volato a Tirana per stringere le relazioni internazionali sul contrasto alla criminalità organizzata con la Procura speciale albanese.
La mafia albanese ormai si è ripresa gli spazi che era stata costretta a lasciare. Anche grazie ai prezzi concorrenziali che offre nel mercato del narcotraffico. Le cosche di Tirana, spiegano dalla Direzione investigativa antimafia, si sono qualificate «come particolarmente affidabili». E riescono «a movimentare ingenti quantità di cocaina ed eroina attraverso la cooperazione di connazionali presenti in patria, in America e in altri Paesi europei, specie nei Paesi Bassi». I prezzi contenuti della materia prima avrebbero quindi «favorito il consolidamento dei rapporti con le organizzazioni mafiose italiane». Tanto da entrare in stretta confidenza con uno dei broker della ’ndrangheta che aveva scelto come base operativa Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, e che è risultato legato alla potentissima cosca dei Bellocco di Rosarno (Reggio Calabria).
Ma anche con una delle cosche emergenti della Stidda siciliana gli albanesi non hanno disdegnato relazioni: sempre in Lombardia è saltato fuori l’asse tra quattro grossisti albanesi che importavano cocaina dall’Olanda e un gruppo di acquirenti italiani che controllavano la zona dei cosiddetti «Palazzi» del quartiere Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo (Milano). A capo del gruppo italiano c’era il figlio di un ergastolano capo stidda di Mazzarino (Caltanissetta). E a Varese a casa di due narcotrafficanti albanesi gli investigatori hanno sequestrato 100.000 euro provento degli affari. E se prima l’epicentro era la Puglia, dove ancora gli albanesi immettono tonnellate di stupefacenti sul mercato, le ultime inchieste dimostrano le inquietanti ramificazioni in tutto il Paese.
«La mafia albanese ha preso in subappalto in Liguria la gestione del traffico di droga dalla ’ndrangheta», ha svelato il direttore della Dia Maurizio Vallone durante un suo viaggio a Genova. «Genova», ha spiegato l’investigatore, «è un porto che negli ultimi tempi è sotto stretta sorveglianza degli investigatori e lo dimostrano gli ingenti quantitativi di droga sequestrati». In Emilia Romagna, per esempio, soprattutto tra Reggio Emilia e Modena, riuscivano a far arrivare la droga dall’Olanda con centinaia di corrieri che riuscivano a passare i controlli nascondendo abilmente lo stupefacente nelle loro automobili. A Venezia erano riusciti addirittura a gestire in regime di monopolio lo spaccio al dettaglio nel centro storico. Mentre a Verona un autoveicolo abbandonato da tre albanesi durante un controllo teneva nel bagagliaio 138 chili di cocaina. Nonostante il veicolo fosse sotto sequestro, durante le indagini è emerso che uno degli albanesi si era organizzato per tentare di recuperare il carico.
In Molise, dopo un accordo con la mafia foggiana, gli albanesi sono diventati i più influenti. «La mafia garganico-foggiana e le cointeressenze della mafia albanese», spiegano dalla Dia, «si affiancano alle realtà criminali legate a camorra, ’ndrangheta, Cosa nostra e in tal modo il Molise presenterebbe, più di altre regioni, la connotazione di essere il punto d’incontro fra diversi interessi economici appetibili per le consorterie criminali». Di conseguenza, si sono registrati negli ultimi tempi «significative infiltrazioni in tutti i comparti maggiormente esposti al rischio di riciclaggio di denaro di provenienza illecita, quali le attività di rivendita di auto usate, di gestione dei locali notturni e delle sale giochi o quelle connesse con il settore dell’edilizia, l’acquisizione di attività commerciali, la produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua, nonché la gestione dei rifiuti e verosimilmente la fiorente green-economy».
Insomma, nel laboratorio molisano, gli albanesi stanno sperimentando la criminalità 2.0. Un upgrade che potrebbe portare presto la mala di Tirana a scalare la vetta del sistema criminale italiano. Partendo da Roma. Dove due settimane fa due bande sono state condannate a complessivi 120 anni di carcere, per aver invaso la capitale spingendosi a stringere una forte alleanza con la banda di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il leader degli Irriducibili della Lazio ucciso con un colpo alla nuca durante un agguato al parco degli Acquedotti. «L’uso indiscriminato della violenza è una caratteristica dei sodalizi albanesi», sottolineano dalla Dia, «sia per quel che concerne la composizione di faide interne legate alla gestione del mercato della droga, sia quale mezzo di intimidazione e di assoggettamento».
Ma non sono solo gli stupefacenti il loro core business. L’altro settore che li vede specializzati è quello dei reati predatori. Il fenomeno è caratterizzato dall’operatività di bande criminali che agiscono depredando abitazioni, ville, centri commerciali o assaltando bancomat e uffici postali. E da poco si sono buttati sull’oro nero. La Guardia di finanza di San Donà di Piave (Venezia) ha scoperto una frode che vedeva un albanese particolarmente attivo nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi. La frode era basata su un meccanismo di evasione dell’Iva e perpetrato attraverso l’emissione di fatture false tra società di comodo e ha fruttato circa 25 milioni di euro. E basta fare una semplice ricerca sul motore di ricerca Google per scoprire quanti arresti ci sono stati nell’ultimo anno in Italia per lo sfruttamento della prostituzione di ragazze importate dall’Albania: soprattutto a Bologna, a Brescia, a Trieste, a Salerno, a Como, a Modena.
«Anche nel settore del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i sodalizi albanesi continuano a indirizzare i loro interessi spesso congiuntamente a soggetti di diverse etnie e attraverso la commissione di reati collegati come lo sfruttamento della prostituzione di donne connazionali e la produzione di documenti falsi realizzati al fine di favorire la permanenza irregolare di cittadini extracomunitari sul territorio nazionale o europeo», denunciano dalla Dia.
E il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri avverte: «Da almeno tre anni dico che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un paese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. Se poi esco dall’Albania e ho già un potere economico riesco a rafforzarmi come mafia internazionale».
Con il film premiato grazie a un onorevole ripulito un milione
È stato selezionato per 25 premi cinematografici, l’ultimo dei quali, come miglior film italiano del 2021, al Los Angeles film festival. Ma All’alba perderò, pellicola della Henea production di Daniele Muscariello, che non disdegnava le pericolosissime relazioni con narcotrafficanti del calibro di Elvis Demce e Ermal Arapaj, due albanesi che a Roma - ritengono i magistrati antimafia - hanno un certo peso specifico negli ambienti della mala che conta, sarebbe stato finanziato addirittura da un clan della camorra. Il produttore romano, legato sentimentalmente a Fabiola Cimminella, ex tentatrice nel reality di Canale 5 Temptation Island, lo scorso marzo, un po’ in sordina, è finito agli arresti con l’accusa di riciclaggio per il cartello napoletano dei D’Amico-Mazzarella, guidato da Salvatore D’Amico, detto O’ Pirata.
«Per un film ci possono volere 200.000 euro come 50 milioni», spiegava Muscariello agli amici albanesi. E, così, a colpi di 50, 100 e 150.000 euro per volta, il clan napoletano alla fine ha ripulito a Roma almeno 1.250.000 euro, facendolo passare per le società cinematografiche di Muscariello ma anche per una ditta vitivinicola di Monte Porzio Catone, la Femar Vini, con la copertura di un «onorevole» che alla fine non è stato identificato. Il denaro, secondo l’accusa, veniva prelevato in contanti a Napoli e trasportato a Roma. Poi, dalla casa vinicola i bonifici sarebbero partiti per quella cinematografica e sarebbero infine tornati al clan grazie a un complesso giro di fatture per operazioni inesistenti.
La casa cinematografica, infatti, avrebbe ricevuto fatture per circa 1 milione di euro da diverse società localizzate in provincia di Napoli, che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero relative a prestazioni di servizi non attinenti all’attività svolta, ma funzionali a giustificare il ritorno del denaro al gruppo criminale. Nella cassa del produttore sarebbero così rimasti 250.000 euro per il disturbo. In una delle conversazioni è emerso anche che Muscariello avrebbe avuto l’intenzione di cedere a un istituto bancario di Caserta uno dei crediti maturati per le attività cinematografiche «già ratificato», annotano gli investigatori, «dal ministero attraverso Henea production srl». «Al fine di comprendere se esiste la possibilità, la reale possibilità di poter cedere il credito maturato per le attività di opere filmiche... credito ratificato dal ministero», si lascia scappare il produttore in una conversazione.
E infatti, qualche giorno dopo, ancora un volta in compagnia della showgirl, Muscariello raggiunge la sede della Banca del Sud di Caserta, pedinato dalla polizia giudiziaria. In auto svela alla ragazza le sue reali intenzioni: «Io faccio un altro lavoro... e ancora non ci sei arrivata... ma stiamo facendo il film che mi devi dare un parere? Qua non mi devi dare un parere... qua devi fare quello che ti dico io... perché è un’altra cosa... Mi serve perché non siamo facendo un film, stiamo facendo un altro lavoro...».
«Abbiamo relazioni importanti, sono quattro volte che mi arrestano ma poi torno a casa», si vantava a telefono Muscariello. Che insieme agli albanesi, sostengono i pm, era pronto a mettere in atto anche un sequestro di persona a scopo di estorsione. Un dettaglio che è saltato fuori proprio da una captazione nell’abitazione di Demce (che in quel momento era agli arresti domiciliari), dove Muscariello e la showgirl si erano recati per parlare dell’affare. È proprio Demce a spiegare: «Ma lascia perdere i finanziamenti... vuole fare gli investimenti per prendere qualcosa... vuole i costruttori potenti per fotterli [...]. Stiamo prendendo subito un magazzino, un capannone per chiuderli... insomma con la scusa che questi stanno arrivando per fare un contratto di lavoro entreremo noi... per spaventarli... non per ucciderli... A uno lo colpiamo a una gamba, l’altro lo facciamo andare».
Muscariello spiegò che alcuni esponenti della famiglia napoletana sarebbero andati da Demce per pianificare il progetto. In particolare, il titolare di una società di ponteggi si sarebbe prestato a organizzare un incontro, chiedendo all’imprenditore da rapire di raggiungerlo nella sede della ditta per definire un preventivo. Lì, però, l’uomo avrebbe trovato i suoi sequestratori: «A questo appuntamento troveranno una sorpresa», spiega Muscariello. E Demce: «Ci saremo noi». Ma di operazioni con gli albanesi il produttore ne prevedeva più di una: «Se facciamo quel lavoro, ti compri quello che ti pare». Demce replica: «Oh, porco dinci, te la posso dire una cosa? Se facciamo quel lavoro una cosa di queste non vuoi che ce la compriamo? Prendiamo una società e gliela intestiamo, ce la compriamo». «Il contenuto delle intercettazioni», scrivono gli investigatori, «permette di ritenere particolarmente rilevante sia il peso criminale del gruppo capeggiato da Demce, sia l’inequivoca configurabilità del metodo mafioso che caratterizza l’agire dell’organizzazione». E il produttore, «titolare di numerose società operanti nel settore cinematografico», stando alle accuse, si sarebbe trasformato in «un punto di stabile riferimento per le attività di riciclaggio». Dimostrando ancora la capacità d’infiltrazione della mala albanese nella capitale.
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2022-05-25
Per riportare una coppa europea in Italia serviva Mou. Che in conferenza fa uno dei suoi show
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La Roma batte il Feyenoord 1-0 a Tirana, decisivo un gol di Nicolò Zaniolo nel primo tempo, e conquista la prima edizione della Conference League. Per i giallorossi un titolo internazionale dopo la Coppa delle Fiere del 1961 e la Coppa Angloitaliana del 1972, per lo Special One è il quinto trofeo europeo.
José Mourinho e la Roma colorano il cielo di Tirana di giallorosso. Nella prima finale della Conference League disputata all'Arena Kombëtare, lo Special One e i giallorossi hanno battuto gli olandesi del Feyenoord 1-0 con un gol segnato al 32' del primo tempo da Nicolò Zaniolo, finalmente decisivo, e riportano una coppa internazionale in Italia dopo 12 anni di digiuni, finali perse e competizioni come l'Europa League snobbate e considerate con troppa superficialità un impiccio del giovedì sera. Era infatti dal 2010 che un club italiano non trionfava in Europa, con l'Inter del Triplete che la sera del 22 maggio sollevava al cielo di Madrid la Champions League. Guarda caso, sotto la guida del portoghese.
Con questo trofeo la Roma impreziosisce una bacheca che a livello generale non veniva aggiornata dal 2008 con la vittoria della Coppa Italia, e in ambito internazionale contava una Coppa delle Fiere del 1961 e una Coppa Angloitaliana del 1972. E non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se ci permettiamo di dire che questo è il primo trofeo internazionale della sua storia. Alla Roma e al suo allenatore vanno fatti i complimenti perché ci hanno creduto fin dall'inizio e fin dalla prima partita del 19 agosto in Turchia a Trebisonda contro il Trabzonspor, passando per trasferte in Ucraina, il doppio viaggio al Circolo Polare Artico contro il Bodo-Glimt, con quella sconfitta per 6-1 che ha bruciato così tanto che deve aver fatto scattare qualcosa nella testa del gruppo giallorosso, e infine qui a Tirana, dove la squadra è arrivata con 55 partite stagionali sulle gambe ma ha giocato una gara tosta, difensiva certo, ma a dimostrazione che le finali, quando c'è in palio un trofeo da portare a casa, vanno vinte, punto e basta. E a sottolineare questo concetto con poteva che essere lo stesso Mourinho che nel post partita, in conferenza stampa ha ricordato una domanda che un giornalista gli aveva posto alla vigilia della finale, riguardo a quanto sia molto difficile vincere giocando un bel calcio. «È molto difficile vincere» ha risposto Mou - «Bisogna avere tanti ingredienti, la nostra squadra ha fatto 55 partite e siamo arrivati alla finale in questa condizione di stanchezza fisica e mentale». L'allenatore portoghese dal 2003, anno in cui ha cominciato a vincere in Europa con il Porto, non ha praticamente fallito nessun appuntamento europeo. Dopo la Coppa Uefa con il Porto nel 2003 e il bis in Champions nel 2004, è arrivata un'altra Champions League con l'Inter nel 2010, un'Europa League con il Manchester United nel 2017 e, appunto, la Conference con la Roma, diventando il terzo allenatore, insieme a leggende come Giovanni Trapattoni e Udo Lattek a vincere tre competizioni europee diverse.
Mourinho che riesce a stupire una volta sempre di più, non solo con i risultati, ma anche con quella che è la sua altra grande abilità: i colpi di scena e le trovate comunicative. Mentre rispondeva alla seconda domanda dei giornalisti in conferenza stampa, i suoi giocatori fanno irruzione in sala con champagne e cori «Campeones, campeones», lui si unisce a loro e, gioco di prestigio, ne approfitta per dileguarsi e dribblare le altre domande.
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