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2023-01-09
Qui comandano i boss di Tirana
Il loro codice morale si chiama «Besa» e per boss e gregari vale più di tutte le leggi del loro Paese. Il suo significato è onore e dopo l’affiliazione diventa un contratto da onorare fino alla morte. Ha regole molto simili a quelle delle famiglie di ’ndrangheta. Tant’è che proprio come la criminalità organizzata calabrese produce pochissimi pentiti. E dopo il complicato periodo degli anni Novanta, quando i boss appena sbarcati in Italia erano diventati pappa e ciccia con la Sacra corona unita pugliese e, insieme con questi, erano finiti sotto il fuoco incrociato di migliaia di inchieste antimafia, uscendone molto ridimensionati, ora sono tornati più forti di prima. E la loro ascesa, definita di recente come «inarrestabile» da Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on anti corruption studies di Newark (Usa), sta preoccupando non poco il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, un mese fa, è volato a Tirana per stringere le relazioni internazionali sul contrasto alla criminalità organizzata con la Procura speciale albanese.
La mafia albanese ormai si è ripresa gli spazi che era stata costretta a lasciare. Anche grazie ai prezzi concorrenziali che offre nel mercato del narcotraffico. Le cosche di Tirana, spiegano dalla Direzione investigativa antimafia, si sono qualificate «come particolarmente affidabili». E riescono «a movimentare ingenti quantità di cocaina ed eroina attraverso la cooperazione di connazionali presenti in patria, in America e in altri Paesi europei, specie nei Paesi Bassi». I prezzi contenuti della materia prima avrebbero quindi «favorito il consolidamento dei rapporti con le organizzazioni mafiose italiane». Tanto da entrare in stretta confidenza con uno dei broker della ’ndrangheta che aveva scelto come base operativa Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, e che è risultato legato alla potentissima cosca dei Bellocco di Rosarno (Reggio Calabria).
Ma anche con una delle cosche emergenti della Stidda siciliana gli albanesi non hanno disdegnato relazioni: sempre in Lombardia è saltato fuori l’asse tra quattro grossisti albanesi che importavano cocaina dall’Olanda e un gruppo di acquirenti italiani che controllavano la zona dei cosiddetti «Palazzi» del quartiere Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo (Milano). A capo del gruppo italiano c’era il figlio di un ergastolano capo stidda di Mazzarino (Caltanissetta). E a Varese a casa di due narcotrafficanti albanesi gli investigatori hanno sequestrato 100.000 euro provento degli affari. E se prima l’epicentro era la Puglia, dove ancora gli albanesi immettono tonnellate di stupefacenti sul mercato, le ultime inchieste dimostrano le inquietanti ramificazioni in tutto il Paese.
«La mafia albanese ha preso in subappalto in Liguria la gestione del traffico di droga dalla ’ndrangheta», ha svelato il direttore della Dia Maurizio Vallone durante un suo viaggio a Genova. «Genova», ha spiegato l’investigatore, «è un porto che negli ultimi tempi è sotto stretta sorveglianza degli investigatori e lo dimostrano gli ingenti quantitativi di droga sequestrati». In Emilia Romagna, per esempio, soprattutto tra Reggio Emilia e Modena, riuscivano a far arrivare la droga dall’Olanda con centinaia di corrieri che riuscivano a passare i controlli nascondendo abilmente lo stupefacente nelle loro automobili. A Venezia erano riusciti addirittura a gestire in regime di monopolio lo spaccio al dettaglio nel centro storico. Mentre a Verona un autoveicolo abbandonato da tre albanesi durante un controllo teneva nel bagagliaio 138 chili di cocaina. Nonostante il veicolo fosse sotto sequestro, durante le indagini è emerso che uno degli albanesi si era organizzato per tentare di recuperare il carico.
In Molise, dopo un accordo con la mafia foggiana, gli albanesi sono diventati i più influenti. «La mafia garganico-foggiana e le cointeressenze della mafia albanese», spiegano dalla Dia, «si affiancano alle realtà criminali legate a camorra, ’ndrangheta, Cosa nostra e in tal modo il Molise presenterebbe, più di altre regioni, la connotazione di essere il punto d’incontro fra diversi interessi economici appetibili per le consorterie criminali». Di conseguenza, si sono registrati negli ultimi tempi «significative infiltrazioni in tutti i comparti maggiormente esposti al rischio di riciclaggio di denaro di provenienza illecita, quali le attività di rivendita di auto usate, di gestione dei locali notturni e delle sale giochi o quelle connesse con il settore dell’edilizia, l’acquisizione di attività commerciali, la produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua, nonché la gestione dei rifiuti e verosimilmente la fiorente green-economy».
Insomma, nel laboratorio molisano, gli albanesi stanno sperimentando la criminalità 2.0. Un upgrade che potrebbe portare presto la mala di Tirana a scalare la vetta del sistema criminale italiano. Partendo da Roma. Dove due settimane fa due bande sono state condannate a complessivi 120 anni di carcere, per aver invaso la capitale spingendosi a stringere una forte alleanza con la banda di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il leader degli Irriducibili della Lazio ucciso con un colpo alla nuca durante un agguato al parco degli Acquedotti. «L’uso indiscriminato della violenza è una caratteristica dei sodalizi albanesi», sottolineano dalla Dia, «sia per quel che concerne la composizione di faide interne legate alla gestione del mercato della droga, sia quale mezzo di intimidazione e di assoggettamento».
Ma non sono solo gli stupefacenti il loro core business. L’altro settore che li vede specializzati è quello dei reati predatori. Il fenomeno è caratterizzato dall’operatività di bande criminali che agiscono depredando abitazioni, ville, centri commerciali o assaltando bancomat e uffici postali. E da poco si sono buttati sull’oro nero. La Guardia di finanza di San Donà di Piave (Venezia) ha scoperto una frode che vedeva un albanese particolarmente attivo nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi. La frode era basata su un meccanismo di evasione dell’Iva e perpetrato attraverso l’emissione di fatture false tra società di comodo e ha fruttato circa 25 milioni di euro. E basta fare una semplice ricerca sul motore di ricerca Google per scoprire quanti arresti ci sono stati nell’ultimo anno in Italia per lo sfruttamento della prostituzione di ragazze importate dall’Albania: soprattutto a Bologna, a Brescia, a Trieste, a Salerno, a Como, a Modena.
«Anche nel settore del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i sodalizi albanesi continuano a indirizzare i loro interessi spesso congiuntamente a soggetti di diverse etnie e attraverso la commissione di reati collegati come lo sfruttamento della prostituzione di donne connazionali e la produzione di documenti falsi realizzati al fine di favorire la permanenza irregolare di cittadini extracomunitari sul territorio nazionale o europeo», denunciano dalla Dia.
E il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri avverte: «Da almeno tre anni dico che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un paese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. Se poi esco dall’Albania e ho già un potere economico riesco a rafforzarmi come mafia internazionale».
Con il film premiato grazie a un onorevole ripulito un milione
È stato selezionato per 25 premi cinematografici, l’ultimo dei quali, come miglior film italiano del 2021, al Los Angeles film festival. Ma All’alba perderò, pellicola della Henea production di Daniele Muscariello, che non disdegnava le pericolosissime relazioni con narcotrafficanti del calibro di Elvis Demce e Ermal Arapaj, due albanesi che a Roma - ritengono i magistrati antimafia - hanno un certo peso specifico negli ambienti della mala che conta, sarebbe stato finanziato addirittura da un clan della camorra. Il produttore romano, legato sentimentalmente a Fabiola Cimminella, ex tentatrice nel reality di Canale 5 Temptation Island, lo scorso marzo, un po’ in sordina, è finito agli arresti con l’accusa di riciclaggio per il cartello napoletano dei D’Amico-Mazzarella, guidato da Salvatore D’Amico, detto O’ Pirata.
«Per un film ci possono volere 200.000 euro come 50 milioni», spiegava Muscariello agli amici albanesi. E, così, a colpi di 50, 100 e 150.000 euro per volta, il clan napoletano alla fine ha ripulito a Roma almeno 1.250.000 euro, facendolo passare per le società cinematografiche di Muscariello ma anche per una ditta vitivinicola di Monte Porzio Catone, la Femar Vini, con la copertura di un «onorevole» che alla fine non è stato identificato. Il denaro, secondo l’accusa, veniva prelevato in contanti a Napoli e trasportato a Roma. Poi, dalla casa vinicola i bonifici sarebbero partiti per quella cinematografica e sarebbero infine tornati al clan grazie a un complesso giro di fatture per operazioni inesistenti.
La casa cinematografica, infatti, avrebbe ricevuto fatture per circa 1 milione di euro da diverse società localizzate in provincia di Napoli, che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero relative a prestazioni di servizi non attinenti all’attività svolta, ma funzionali a giustificare il ritorno del denaro al gruppo criminale. Nella cassa del produttore sarebbero così rimasti 250.000 euro per il disturbo. In una delle conversazioni è emerso anche che Muscariello avrebbe avuto l’intenzione di cedere a un istituto bancario di Caserta uno dei crediti maturati per le attività cinematografiche «già ratificato», annotano gli investigatori, «dal ministero attraverso Henea production srl». «Al fine di comprendere se esiste la possibilità, la reale possibilità di poter cedere il credito maturato per le attività di opere filmiche... credito ratificato dal ministero», si lascia scappare il produttore in una conversazione.
E infatti, qualche giorno dopo, ancora un volta in compagnia della showgirl, Muscariello raggiunge la sede della Banca del Sud di Caserta, pedinato dalla polizia giudiziaria. In auto svela alla ragazza le sue reali intenzioni: «Io faccio un altro lavoro... e ancora non ci sei arrivata... ma stiamo facendo il film che mi devi dare un parere? Qua non mi devi dare un parere... qua devi fare quello che ti dico io... perché è un’altra cosa... Mi serve perché non siamo facendo un film, stiamo facendo un altro lavoro...».
«Abbiamo relazioni importanti, sono quattro volte che mi arrestano ma poi torno a casa», si vantava a telefono Muscariello. Che insieme agli albanesi, sostengono i pm, era pronto a mettere in atto anche un sequestro di persona a scopo di estorsione. Un dettaglio che è saltato fuori proprio da una captazione nell’abitazione di Demce (che in quel momento era agli arresti domiciliari), dove Muscariello e la showgirl si erano recati per parlare dell’affare. È proprio Demce a spiegare: «Ma lascia perdere i finanziamenti... vuole fare gli investimenti per prendere qualcosa... vuole i costruttori potenti per fotterli [...]. Stiamo prendendo subito un magazzino, un capannone per chiuderli... insomma con la scusa che questi stanno arrivando per fare un contratto di lavoro entreremo noi... per spaventarli... non per ucciderli... A uno lo colpiamo a una gamba, l’altro lo facciamo andare».
Muscariello spiegò che alcuni esponenti della famiglia napoletana sarebbero andati da Demce per pianificare il progetto. In particolare, il titolare di una società di ponteggi si sarebbe prestato a organizzare un incontro, chiedendo all’imprenditore da rapire di raggiungerlo nella sede della ditta per definire un preventivo. Lì, però, l’uomo avrebbe trovato i suoi sequestratori: «A questo appuntamento troveranno una sorpresa», spiega Muscariello. E Demce: «Ci saremo noi». Ma di operazioni con gli albanesi il produttore ne prevedeva più di una: «Se facciamo quel lavoro, ti compri quello che ti pare». Demce replica: «Oh, porco dinci, te la posso dire una cosa? Se facciamo quel lavoro una cosa di queste non vuoi che ce la compriamo? Prendiamo una società e gliela intestiamo, ce la compriamo». «Il contenuto delle intercettazioni», scrivono gli investigatori, «permette di ritenere particolarmente rilevante sia il peso criminale del gruppo capeggiato da Demce, sia l’inequivoca configurabilità del metodo mafioso che caratterizza l’agire dell’organizzazione». E il produttore, «titolare di numerose società operanti nel settore cinematografico», stando alle accuse, si sarebbe trasformato in «un punto di stabile riferimento per le attività di riciclaggio». Dimostrando ancora la capacità d’infiltrazione della mala albanese nella capitale.
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Droga, prostituzione, furti nelle case, immigrazione clandestina: gli albanesi hanno scalato la criminalità italiana. I segreti? Pochi pentiti, legami con le cosche e prezzi bassi nel narcotraffico.«All’alba perderò» selezionato per 25 riconoscimenti. Un clan napoletano finanzia le riprese passando per una ditta di vini.Lo speciale contiene due articoli.Il loro codice morale si chiama «Besa» e per boss e gregari vale più di tutte le leggi del loro Paese. Il suo significato è onore e dopo l’affiliazione diventa un contratto da onorare fino alla morte. Ha regole molto simili a quelle delle famiglie di ’ndrangheta. Tant’è che proprio come la criminalità organizzata calabrese produce pochissimi pentiti. E dopo il complicato periodo degli anni Novanta, quando i boss appena sbarcati in Italia erano diventati pappa e ciccia con la Sacra corona unita pugliese e, insieme con questi, erano finiti sotto il fuoco incrociato di migliaia di inchieste antimafia, uscendone molto ridimensionati, ora sono tornati più forti di prima. E la loro ascesa, definita di recente come «inarrestabile» da Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on anti corruption studies di Newark (Usa), sta preoccupando non poco il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, un mese fa, è volato a Tirana per stringere le relazioni internazionali sul contrasto alla criminalità organizzata con la Procura speciale albanese.La mafia albanese ormai si è ripresa gli spazi che era stata costretta a lasciare. Anche grazie ai prezzi concorrenziali che offre nel mercato del narcotraffico. Le cosche di Tirana, spiegano dalla Direzione investigativa antimafia, si sono qualificate «come particolarmente affidabili». E riescono «a movimentare ingenti quantità di cocaina ed eroina attraverso la cooperazione di connazionali presenti in patria, in America e in altri Paesi europei, specie nei Paesi Bassi». I prezzi contenuti della materia prima avrebbero quindi «favorito il consolidamento dei rapporti con le organizzazioni mafiose italiane». Tanto da entrare in stretta confidenza con uno dei broker della ’ndrangheta che aveva scelto come base operativa Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, e che è risultato legato alla potentissima cosca dei Bellocco di Rosarno (Reggio Calabria). Ma anche con una delle cosche emergenti della Stidda siciliana gli albanesi non hanno disdegnato relazioni: sempre in Lombardia è saltato fuori l’asse tra quattro grossisti albanesi che importavano cocaina dall’Olanda e un gruppo di acquirenti italiani che controllavano la zona dei cosiddetti «Palazzi» del quartiere Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo (Milano). A capo del gruppo italiano c’era il figlio di un ergastolano capo stidda di Mazzarino (Caltanissetta). E a Varese a casa di due narcotrafficanti albanesi gli investigatori hanno sequestrato 100.000 euro provento degli affari. E se prima l’epicentro era la Puglia, dove ancora gli albanesi immettono tonnellate di stupefacenti sul mercato, le ultime inchieste dimostrano le inquietanti ramificazioni in tutto il Paese.«La mafia albanese ha preso in subappalto in Liguria la gestione del traffico di droga dalla ’ndrangheta», ha svelato il direttore della Dia Maurizio Vallone durante un suo viaggio a Genova. «Genova», ha spiegato l’investigatore, «è un porto che negli ultimi tempi è sotto stretta sorveglianza degli investigatori e lo dimostrano gli ingenti quantitativi di droga sequestrati». In Emilia Romagna, per esempio, soprattutto tra Reggio Emilia e Modena, riuscivano a far arrivare la droga dall’Olanda con centinaia di corrieri che riuscivano a passare i controlli nascondendo abilmente lo stupefacente nelle loro automobili. A Venezia erano riusciti addirittura a gestire in regime di monopolio lo spaccio al dettaglio nel centro storico. Mentre a Verona un autoveicolo abbandonato da tre albanesi durante un controllo teneva nel bagagliaio 138 chili di cocaina. Nonostante il veicolo fosse sotto sequestro, durante le indagini è emerso che uno degli albanesi si era organizzato per tentare di recuperare il carico.In Molise, dopo un accordo con la mafia foggiana, gli albanesi sono diventati i più influenti. «La mafia garganico-foggiana e le cointeressenze della mafia albanese», spiegano dalla Dia, «si affiancano alle realtà criminali legate a camorra, ’ndrangheta, Cosa nostra e in tal modo il Molise presenterebbe, più di altre regioni, la connotazione di essere il punto d’incontro fra diversi interessi economici appetibili per le consorterie criminali». Di conseguenza, si sono registrati negli ultimi tempi «significative infiltrazioni in tutti i comparti maggiormente esposti al rischio di riciclaggio di denaro di provenienza illecita, quali le attività di rivendita di auto usate, di gestione dei locali notturni e delle sale giochi o quelle connesse con il settore dell’edilizia, l’acquisizione di attività commerciali, la produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua, nonché la gestione dei rifiuti e verosimilmente la fiorente green-economy». Insomma, nel laboratorio molisano, gli albanesi stanno sperimentando la criminalità 2.0. Un upgrade che potrebbe portare presto la mala di Tirana a scalare la vetta del sistema criminale italiano. Partendo da Roma. Dove due settimane fa due bande sono state condannate a complessivi 120 anni di carcere, per aver invaso la capitale spingendosi a stringere una forte alleanza con la banda di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il leader degli Irriducibili della Lazio ucciso con un colpo alla nuca durante un agguato al parco degli Acquedotti. «L’uso indiscriminato della violenza è una caratteristica dei sodalizi albanesi», sottolineano dalla Dia, «sia per quel che concerne la composizione di faide interne legate alla gestione del mercato della droga, sia quale mezzo di intimidazione e di assoggettamento». Ma non sono solo gli stupefacenti il loro core business. L’altro settore che li vede specializzati è quello dei reati predatori. Il fenomeno è caratterizzato dall’operatività di bande criminali che agiscono depredando abitazioni, ville, centri commerciali o assaltando bancomat e uffici postali. E da poco si sono buttati sull’oro nero. La Guardia di finanza di San Donà di Piave (Venezia) ha scoperto una frode che vedeva un albanese particolarmente attivo nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi. La frode era basata su un meccanismo di evasione dell’Iva e perpetrato attraverso l’emissione di fatture false tra società di comodo e ha fruttato circa 25 milioni di euro. E basta fare una semplice ricerca sul motore di ricerca Google per scoprire quanti arresti ci sono stati nell’ultimo anno in Italia per lo sfruttamento della prostituzione di ragazze importate dall’Albania: soprattutto a Bologna, a Brescia, a Trieste, a Salerno, a Como, a Modena.«Anche nel settore del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i sodalizi albanesi continuano a indirizzare i loro interessi spesso congiuntamente a soggetti di diverse etnie e attraverso la commissione di reati collegati come lo sfruttamento della prostituzione di donne connazionali e la produzione di documenti falsi realizzati al fine di favorire la permanenza irregolare di cittadini extracomunitari sul territorio nazionale o europeo», denunciano dalla Dia. E il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri avverte: «Da almeno tre anni dico che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un paese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. 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Ma All’alba perderò, pellicola della Henea production di Daniele Muscariello, che non disdegnava le pericolosissime relazioni con narcotrafficanti del calibro di Elvis Demce e Ermal Arapaj, due albanesi che a Roma - ritengono i magistrati antimafia - hanno un certo peso specifico negli ambienti della mala che conta, sarebbe stato finanziato addirittura da un clan della camorra. Il produttore romano, legato sentimentalmente a Fabiola Cimminella, ex tentatrice nel reality di Canale 5 Temptation Island, lo scorso marzo, un po’ in sordina, è finito agli arresti con l’accusa di riciclaggio per il cartello napoletano dei D’Amico-Mazzarella, guidato da Salvatore D’Amico, detto O’ Pirata. «Per un film ci possono volere 200.000 euro come 50 milioni», spiegava Muscariello agli amici albanesi. E, così, a colpi di 50, 100 e 150.000 euro per volta, il clan napoletano alla fine ha ripulito a Roma almeno 1.250.000 euro, facendolo passare per le società cinematografiche di Muscariello ma anche per una ditta vitivinicola di Monte Porzio Catone, la Femar Vini, con la copertura di un «onorevole» che alla fine non è stato identificato. Il denaro, secondo l’accusa, veniva prelevato in contanti a Napoli e trasportato a Roma. Poi, dalla casa vinicola i bonifici sarebbero partiti per quella cinematografica e sarebbero infine tornati al clan grazie a un complesso giro di fatture per operazioni inesistenti. La casa cinematografica, infatti, avrebbe ricevuto fatture per circa 1 milione di euro da diverse società localizzate in provincia di Napoli, che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero relative a prestazioni di servizi non attinenti all’attività svolta, ma funzionali a giustificare il ritorno del denaro al gruppo criminale. Nella cassa del produttore sarebbero così rimasti 250.000 euro per il disturbo. In una delle conversazioni è emerso anche che Muscariello avrebbe avuto l’intenzione di cedere a un istituto bancario di Caserta uno dei crediti maturati per le attività cinematografiche «già ratificato», annotano gli investigatori, «dal ministero attraverso Henea production srl». «Al fine di comprendere se esiste la possibilità, la reale possibilità di poter cedere il credito maturato per le attività di opere filmiche... credito ratificato dal ministero», si lascia scappare il produttore in una conversazione. E infatti, qualche giorno dopo, ancora un volta in compagnia della showgirl, Muscariello raggiunge la sede della Banca del Sud di Caserta, pedinato dalla polizia giudiziaria. In auto svela alla ragazza le sue reali intenzioni: «Io faccio un altro lavoro... e ancora non ci sei arrivata... ma stiamo facendo il film che mi devi dare un parere? Qua non mi devi dare un parere... qua devi fare quello che ti dico io... perché è un’altra cosa... Mi serve perché non siamo facendo un film, stiamo facendo un altro lavoro...». «Abbiamo relazioni importanti, sono quattro volte che mi arrestano ma poi torno a casa», si vantava a telefono Muscariello. Che insieme agli albanesi, sostengono i pm, era pronto a mettere in atto anche un sequestro di persona a scopo di estorsione. Un dettaglio che è saltato fuori proprio da una captazione nell’abitazione di Demce (che in quel momento era agli arresti domiciliari), dove Muscariello e la showgirl si erano recati per parlare dell’affare. È proprio Demce a spiegare: «Ma lascia perdere i finanziamenti... vuole fare gli investimenti per prendere qualcosa... vuole i costruttori potenti per fotterli [...]. Stiamo prendendo subito un magazzino, un capannone per chiuderli... insomma con la scusa che questi stanno arrivando per fare un contratto di lavoro entreremo noi... per spaventarli... non per ucciderli... A uno lo colpiamo a una gamba, l’altro lo facciamo andare». Muscariello spiegò che alcuni esponenti della famiglia napoletana sarebbero andati da Demce per pianificare il progetto. In particolare, il titolare di una società di ponteggi si sarebbe prestato a organizzare un incontro, chiedendo all’imprenditore da rapire di raggiungerlo nella sede della ditta per definire un preventivo. Lì, però, l’uomo avrebbe trovato i suoi sequestratori: «A questo appuntamento troveranno una sorpresa», spiega Muscariello. E Demce: «Ci saremo noi». Ma di operazioni con gli albanesi il produttore ne prevedeva più di una: «Se facciamo quel lavoro, ti compri quello che ti pare». Demce replica: «Oh, porco dinci, te la posso dire una cosa? Se facciamo quel lavoro una cosa di queste non vuoi che ce la compriamo? Prendiamo una società e gliela intestiamo, ce la compriamo». «Il contenuto delle intercettazioni», scrivono gli investigatori, «permette di ritenere particolarmente rilevante sia il peso criminale del gruppo capeggiato da Demce, sia l’inequivoca configurabilità del metodo mafioso che caratterizza l’agire dell’organizzazione». E il produttore, «titolare di numerose società operanti nel settore cinematografico», stando alle accuse, si sarebbe trasformato in «un punto di stabile riferimento per le attività di riciclaggio». Dimostrando ancora la capacità d’infiltrazione della mala albanese nella capitale.
Profili di donne che il potere di cambiare il mondo se lo sono conquistate con capacità, passione e dedizione. E che, proprio per questo, incarnano una delle forme più alte di merito. E di valore per la collettività.
In un tempo che troppo spesso misura il valore del femminile attraverso la lente deformante degli stereotipi e delle banalizzazioni, emerge una forza silenziosa e tenace, capace di insinuarsi nelle pieghe della società per scuoterne le fondamenta più profonde. È la forza delle donne che non attendono concessioni, che non chiedono il permesso di esistere, di affermarsi, di lasciare un segno. Donne che si sono costruite da sole, attraversando ostacoli, solitudini e responsabilità senza mai trasformare la fatica in vittimismo, ma piuttosto in disciplina interiore, in desiderio di crescita, in incessante tensione verso il miglioramento. Le pagine di questo numero di Valore Donna restituiscono il ritratto di un’Italia al femminile che resiste, crea, guida, cura, giudica, denuncia, innova. Un mosaico di voci autorevoli compone questa fotografia vivida: magistrate, giornaliste, avvocate, imprenditrici, rappresentanti delle istituzioni. Donne che hanno scelto di non arretrare davanti alle difficoltà, ma di trasformarle in testimonianza concreta.
Una rivoluzione culturale Le donne della giustizia non solo applicano le leggi, ma ogni giorno si confrontano con la fragilità umana, la paura, il dolore e quella sottile linea che separa il diritto dalla coscienza. Pioniera nella lotta contro la violenza di genere in Italia e fondatrice dell’associazione Doppia Difesa, la senatrice e presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno conduce questa battaglia senza retorica, con lucidità e concretezza, lontana dalle semplificazioni ideologiche. Oggi guida il confronto parlamentare per rafforzare la normativa sulla violenza contro le donne attraverso l’istituzione di un comitato ristretto «che lavorerà sia per tentare una mediazione politica sia su aspetti tecnici che riguardino non solo l’articolo 609 bis del codice penale, ma anche altre figure come la violenza di gruppo».
Dietro ogni fascicolo aperto sulla violenza di genere non esistono soltanto numeri, statistiche o atti giudiziari: esistono vite spezzate, libertà negate, paure taciute, denunce rimaste senza voce. Eppure, accanto a questo dolore, si sta delineando una nuova idea di giustizia: non più soltanto repressiva, ma anche culturale, educativa e preventiva. Tutte le forme di violenza contro le donne affondano infatti le proprie radici in una concezione patriarcale che continua, ancora oggi, a sopravvivere nel tessuto sociale. E se ne potrà uscire soltanto attraverso una rivoluzione culturale profonda, che procede ancora troppo lentamente e in modo discontinuo. In questo processo, il ruolo dell’informazione è decisivo. La magistrata Paola Di Nicola Travaglini lo ricorda con chiarezza: «Le parole non sono neutre: riflettono e rafforzano stereotipi radicati. Partire dall’educazione e dal linguaggio è fondamentale: è lì che si costruisce, o si ostacola, un cambiamento reale». Allo stesso modo, Vittoriana Abate — giornalista, autrice e conduttrice televisiva — rivendica la necessità di «un linguaggio calibrato e responsabile», capace di raccontare i femminicidi senza spettacolarizzare il dolore, ma contribuendo piuttosto alla prevenzione, alla consapevolezza e alla tutela delle vittime. Anche Albina Perri, direttore di Giallo, riflette sul ruolo dei media nella narrazione della violenza di genere, tra responsabilità etica, linguaggio e necessità di un’informazione più consapevole e rispettosa. La vera partita si gioca dunque nella società, a ogni livello, in ogni suo risvolto. Lo testimoniano le riflessioni della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno; del magistrato Valerio De Gioia; del presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia; di Francesco Menditto, che alla guida della Procura di Tivoli ha introdotto modelli operativi e buone pratiche divenuti riferimento nazionale. E ancora le avvocate Claudia Eccher ed Elena Biaggioni; Cristina Carelli, presidente della rete dei centri antiviolenza; e infine Daniela Ferolla, presidente della Fondazione Le Stelle di Marisa ETS; e Roberta Beolchi, alla guida dell’associazione Edela, realtà che stanno accanto agli orfani di femminicidio. Ognuno di loro, attraverso il proprio lavoro e la propria esperienza sul campo, contribuisce a comporre il quadro complesso e doloroso di una delle emergenze civili più profonde del nostro tempo.
Donne e giustizia: presidio di coscienza civile La giustizia può restare credibile solo se riesce a sottrarsi alle distorsioni della spettacolarizzazione, delle appartenenze e delle pressioni esterne. La penalista Giada Bocellari, entrata giovanissima nel team difensivo di Alberto Stasi nel caso Garlasco, affronta il tema dell’errore giudiziario e del peso del processo mediatico. A muoverla è sempre stata un profondo bisogno di giustizia. «Per me la condanna di Alberto Stasi è stata processualmente un’ingiustizia, perché non pronunciata oltre ogni ragionevole dubbio». Su questo principio si pronuncia anche Stefano Vitelli, il giudice che ha assolto Alberto Stasi nel 2009. Il suo libro è una potente riflessione sul valore del dubbio nella società contemporanea. Natalia Ceccarelli affronta invece il tema della crisi di autorevolezza della magistratura e delle derive associative interne all’Anm, da cui ha preso le distanze dopo la vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia. La giudice denuncia il rischio di una crescente politicizzazione delle correnti e di una perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti dell’ordine giudiziario. La magistratura deve recuperare prestigio attraverso meritocrazia, indipendenza e responsabilità etica, evitando logiche di appartenenza o dinamiche di potere che finiscono per indebolire l’immagine stessa della giustizia.
Autorevolezza femminile, oltre le quote rosa Il vero cambiamento, però, non risiede soltanto nelle norme, pur necessarie, ma nello sguardo collettivo. Nella capacità di riconoscere il talento femminile senza considerarlo un’eccezione. Nella maturità culturale di comprendere che l’autorevolezza non appartiene a un genere, ma alla qualità delle persone. E mentre il mondo continua a interrogarsi sulla leadership femminile, molte donne spostano più avanti la barra del progresso, con la forza delle idee e con una determinazione che lascia tracce profonde. Lo fanno nei tribunali, nelle redazioni, nelle aziende, nelle università, nelle istituzioni. Dal sottosegretario di Stato alla Difesa, Isabella Rauti alla presidente di Ance, Federica Brancaccio; dalla giornalista Chiara di Cristofaro alla deputata europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint; dalla comandante della Nave Alpino della Marina Militare, Sara Vinci, a Romina Nicoletti, presidente della Italian Delegation Made in Italy; dal direttore generale di Cisambiente Confindustria, Lucia Leonessi alla deputata Mara Carfagna; dalla presidente Fondazione Enasarco, Patrizia De Luise, al direttore generale ENIT, Elena Nembrini. E ancora attraverso le storie imprenditoriali di Diana Bracco, Debora Paglieri, Eleonora Calavalle, Elisabetta Fabri, Maria Criscuolo, Cristina Rigoni, Monica Pedrali e Albiera Antinori. La migliore espressione del made in Italy. Forse è proprio qui il significato più profondo della parola valore: non il potere ostentato, ma quello conquistato con competenza e coraggio. Un valore che non ha bisogno di imporsi con le quote rosa, perché si afferma attraverso la credibilità. Che si nutre di talento, impegno e perseveranza.
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Valore Donna Maggio 2026.pdf
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