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2023-01-09
Qui comandano i boss di Tirana
Il loro codice morale si chiama «Besa» e per boss e gregari vale più di tutte le leggi del loro Paese. Il suo significato è onore e dopo l’affiliazione diventa un contratto da onorare fino alla morte. Ha regole molto simili a quelle delle famiglie di ’ndrangheta. Tant’è che proprio come la criminalità organizzata calabrese produce pochissimi pentiti. E dopo il complicato periodo degli anni Novanta, quando i boss appena sbarcati in Italia erano diventati pappa e ciccia con la Sacra corona unita pugliese e, insieme con questi, erano finiti sotto il fuoco incrociato di migliaia di inchieste antimafia, uscendone molto ridimensionati, ora sono tornati più forti di prima. E la loro ascesa, definita di recente come «inarrestabile» da Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on anti corruption studies di Newark (Usa), sta preoccupando non poco il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, un mese fa, è volato a Tirana per stringere le relazioni internazionali sul contrasto alla criminalità organizzata con la Procura speciale albanese.
La mafia albanese ormai si è ripresa gli spazi che era stata costretta a lasciare. Anche grazie ai prezzi concorrenziali che offre nel mercato del narcotraffico. Le cosche di Tirana, spiegano dalla Direzione investigativa antimafia, si sono qualificate «come particolarmente affidabili». E riescono «a movimentare ingenti quantità di cocaina ed eroina attraverso la cooperazione di connazionali presenti in patria, in America e in altri Paesi europei, specie nei Paesi Bassi». I prezzi contenuti della materia prima avrebbero quindi «favorito il consolidamento dei rapporti con le organizzazioni mafiose italiane». Tanto da entrare in stretta confidenza con uno dei broker della ’ndrangheta che aveva scelto come base operativa Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, e che è risultato legato alla potentissima cosca dei Bellocco di Rosarno (Reggio Calabria).
Ma anche con una delle cosche emergenti della Stidda siciliana gli albanesi non hanno disdegnato relazioni: sempre in Lombardia è saltato fuori l’asse tra quattro grossisti albanesi che importavano cocaina dall’Olanda e un gruppo di acquirenti italiani che controllavano la zona dei cosiddetti «Palazzi» del quartiere Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo (Milano). A capo del gruppo italiano c’era il figlio di un ergastolano capo stidda di Mazzarino (Caltanissetta). E a Varese a casa di due narcotrafficanti albanesi gli investigatori hanno sequestrato 100.000 euro provento degli affari. E se prima l’epicentro era la Puglia, dove ancora gli albanesi immettono tonnellate di stupefacenti sul mercato, le ultime inchieste dimostrano le inquietanti ramificazioni in tutto il Paese.
«La mafia albanese ha preso in subappalto in Liguria la gestione del traffico di droga dalla ’ndrangheta», ha svelato il direttore della Dia Maurizio Vallone durante un suo viaggio a Genova. «Genova», ha spiegato l’investigatore, «è un porto che negli ultimi tempi è sotto stretta sorveglianza degli investigatori e lo dimostrano gli ingenti quantitativi di droga sequestrati». In Emilia Romagna, per esempio, soprattutto tra Reggio Emilia e Modena, riuscivano a far arrivare la droga dall’Olanda con centinaia di corrieri che riuscivano a passare i controlli nascondendo abilmente lo stupefacente nelle loro automobili. A Venezia erano riusciti addirittura a gestire in regime di monopolio lo spaccio al dettaglio nel centro storico. Mentre a Verona un autoveicolo abbandonato da tre albanesi durante un controllo teneva nel bagagliaio 138 chili di cocaina. Nonostante il veicolo fosse sotto sequestro, durante le indagini è emerso che uno degli albanesi si era organizzato per tentare di recuperare il carico.
In Molise, dopo un accordo con la mafia foggiana, gli albanesi sono diventati i più influenti. «La mafia garganico-foggiana e le cointeressenze della mafia albanese», spiegano dalla Dia, «si affiancano alle realtà criminali legate a camorra, ’ndrangheta, Cosa nostra e in tal modo il Molise presenterebbe, più di altre regioni, la connotazione di essere il punto d’incontro fra diversi interessi economici appetibili per le consorterie criminali». Di conseguenza, si sono registrati negli ultimi tempi «significative infiltrazioni in tutti i comparti maggiormente esposti al rischio di riciclaggio di denaro di provenienza illecita, quali le attività di rivendita di auto usate, di gestione dei locali notturni e delle sale giochi o quelle connesse con il settore dell’edilizia, l’acquisizione di attività commerciali, la produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua, nonché la gestione dei rifiuti e verosimilmente la fiorente green-economy».
Insomma, nel laboratorio molisano, gli albanesi stanno sperimentando la criminalità 2.0. Un upgrade che potrebbe portare presto la mala di Tirana a scalare la vetta del sistema criminale italiano. Partendo da Roma. Dove due settimane fa due bande sono state condannate a complessivi 120 anni di carcere, per aver invaso la capitale spingendosi a stringere una forte alleanza con la banda di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il leader degli Irriducibili della Lazio ucciso con un colpo alla nuca durante un agguato al parco degli Acquedotti. «L’uso indiscriminato della violenza è una caratteristica dei sodalizi albanesi», sottolineano dalla Dia, «sia per quel che concerne la composizione di faide interne legate alla gestione del mercato della droga, sia quale mezzo di intimidazione e di assoggettamento».
Ma non sono solo gli stupefacenti il loro core business. L’altro settore che li vede specializzati è quello dei reati predatori. Il fenomeno è caratterizzato dall’operatività di bande criminali che agiscono depredando abitazioni, ville, centri commerciali o assaltando bancomat e uffici postali. E da poco si sono buttati sull’oro nero. La Guardia di finanza di San Donà di Piave (Venezia) ha scoperto una frode che vedeva un albanese particolarmente attivo nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi. La frode era basata su un meccanismo di evasione dell’Iva e perpetrato attraverso l’emissione di fatture false tra società di comodo e ha fruttato circa 25 milioni di euro. E basta fare una semplice ricerca sul motore di ricerca Google per scoprire quanti arresti ci sono stati nell’ultimo anno in Italia per lo sfruttamento della prostituzione di ragazze importate dall’Albania: soprattutto a Bologna, a Brescia, a Trieste, a Salerno, a Como, a Modena.
«Anche nel settore del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i sodalizi albanesi continuano a indirizzare i loro interessi spesso congiuntamente a soggetti di diverse etnie e attraverso la commissione di reati collegati come lo sfruttamento della prostituzione di donne connazionali e la produzione di documenti falsi realizzati al fine di favorire la permanenza irregolare di cittadini extracomunitari sul territorio nazionale o europeo», denunciano dalla Dia.
E il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri avverte: «Da almeno tre anni dico che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un paese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. Se poi esco dall’Albania e ho già un potere economico riesco a rafforzarmi come mafia internazionale».
Con il film premiato grazie a un onorevole ripulito un milione
È stato selezionato per 25 premi cinematografici, l’ultimo dei quali, come miglior film italiano del 2021, al Los Angeles film festival. Ma All’alba perderò, pellicola della Henea production di Daniele Muscariello, che non disdegnava le pericolosissime relazioni con narcotrafficanti del calibro di Elvis Demce e Ermal Arapaj, due albanesi che a Roma - ritengono i magistrati antimafia - hanno un certo peso specifico negli ambienti della mala che conta, sarebbe stato finanziato addirittura da un clan della camorra. Il produttore romano, legato sentimentalmente a Fabiola Cimminella, ex tentatrice nel reality di Canale 5 Temptation Island, lo scorso marzo, un po’ in sordina, è finito agli arresti con l’accusa di riciclaggio per il cartello napoletano dei D’Amico-Mazzarella, guidato da Salvatore D’Amico, detto O’ Pirata.
«Per un film ci possono volere 200.000 euro come 50 milioni», spiegava Muscariello agli amici albanesi. E, così, a colpi di 50, 100 e 150.000 euro per volta, il clan napoletano alla fine ha ripulito a Roma almeno 1.250.000 euro, facendolo passare per le società cinematografiche di Muscariello ma anche per una ditta vitivinicola di Monte Porzio Catone, la Femar Vini, con la copertura di un «onorevole» che alla fine non è stato identificato. Il denaro, secondo l’accusa, veniva prelevato in contanti a Napoli e trasportato a Roma. Poi, dalla casa vinicola i bonifici sarebbero partiti per quella cinematografica e sarebbero infine tornati al clan grazie a un complesso giro di fatture per operazioni inesistenti.
La casa cinematografica, infatti, avrebbe ricevuto fatture per circa 1 milione di euro da diverse società localizzate in provincia di Napoli, che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero relative a prestazioni di servizi non attinenti all’attività svolta, ma funzionali a giustificare il ritorno del denaro al gruppo criminale. Nella cassa del produttore sarebbero così rimasti 250.000 euro per il disturbo. In una delle conversazioni è emerso anche che Muscariello avrebbe avuto l’intenzione di cedere a un istituto bancario di Caserta uno dei crediti maturati per le attività cinematografiche «già ratificato», annotano gli investigatori, «dal ministero attraverso Henea production srl». «Al fine di comprendere se esiste la possibilità, la reale possibilità di poter cedere il credito maturato per le attività di opere filmiche... credito ratificato dal ministero», si lascia scappare il produttore in una conversazione.
E infatti, qualche giorno dopo, ancora un volta in compagnia della showgirl, Muscariello raggiunge la sede della Banca del Sud di Caserta, pedinato dalla polizia giudiziaria. In auto svela alla ragazza le sue reali intenzioni: «Io faccio un altro lavoro... e ancora non ci sei arrivata... ma stiamo facendo il film che mi devi dare un parere? Qua non mi devi dare un parere... qua devi fare quello che ti dico io... perché è un’altra cosa... Mi serve perché non siamo facendo un film, stiamo facendo un altro lavoro...».
«Abbiamo relazioni importanti, sono quattro volte che mi arrestano ma poi torno a casa», si vantava a telefono Muscariello. Che insieme agli albanesi, sostengono i pm, era pronto a mettere in atto anche un sequestro di persona a scopo di estorsione. Un dettaglio che è saltato fuori proprio da una captazione nell’abitazione di Demce (che in quel momento era agli arresti domiciliari), dove Muscariello e la showgirl si erano recati per parlare dell’affare. È proprio Demce a spiegare: «Ma lascia perdere i finanziamenti... vuole fare gli investimenti per prendere qualcosa... vuole i costruttori potenti per fotterli [...]. Stiamo prendendo subito un magazzino, un capannone per chiuderli... insomma con la scusa che questi stanno arrivando per fare un contratto di lavoro entreremo noi... per spaventarli... non per ucciderli... A uno lo colpiamo a una gamba, l’altro lo facciamo andare».
Muscariello spiegò che alcuni esponenti della famiglia napoletana sarebbero andati da Demce per pianificare il progetto. In particolare, il titolare di una società di ponteggi si sarebbe prestato a organizzare un incontro, chiedendo all’imprenditore da rapire di raggiungerlo nella sede della ditta per definire un preventivo. Lì, però, l’uomo avrebbe trovato i suoi sequestratori: «A questo appuntamento troveranno una sorpresa», spiega Muscariello. E Demce: «Ci saremo noi». Ma di operazioni con gli albanesi il produttore ne prevedeva più di una: «Se facciamo quel lavoro, ti compri quello che ti pare». Demce replica: «Oh, porco dinci, te la posso dire una cosa? Se facciamo quel lavoro una cosa di queste non vuoi che ce la compriamo? Prendiamo una società e gliela intestiamo, ce la compriamo». «Il contenuto delle intercettazioni», scrivono gli investigatori, «permette di ritenere particolarmente rilevante sia il peso criminale del gruppo capeggiato da Demce, sia l’inequivoca configurabilità del metodo mafioso che caratterizza l’agire dell’organizzazione». E il produttore, «titolare di numerose società operanti nel settore cinematografico», stando alle accuse, si sarebbe trasformato in «un punto di stabile riferimento per le attività di riciclaggio». Dimostrando ancora la capacità d’infiltrazione della mala albanese nella capitale.
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Droga, prostituzione, furti nelle case, immigrazione clandestina: gli albanesi hanno scalato la criminalità italiana. I segreti? Pochi pentiti, legami con le cosche e prezzi bassi nel narcotraffico.«All’alba perderò» selezionato per 25 riconoscimenti. Un clan napoletano finanzia le riprese passando per una ditta di vini.Lo speciale contiene due articoli.Il loro codice morale si chiama «Besa» e per boss e gregari vale più di tutte le leggi del loro Paese. Il suo significato è onore e dopo l’affiliazione diventa un contratto da onorare fino alla morte. Ha regole molto simili a quelle delle famiglie di ’ndrangheta. Tant’è che proprio come la criminalità organizzata calabrese produce pochissimi pentiti. E dopo il complicato periodo degli anni Novanta, quando i boss appena sbarcati in Italia erano diventati pappa e ciccia con la Sacra corona unita pugliese e, insieme con questi, erano finiti sotto il fuoco incrociato di migliaia di inchieste antimafia, uscendone molto ridimensionati, ora sono tornati più forti di prima. E la loro ascesa, definita di recente come «inarrestabile» da Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on anti corruption studies di Newark (Usa), sta preoccupando non poco il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, un mese fa, è volato a Tirana per stringere le relazioni internazionali sul contrasto alla criminalità organizzata con la Procura speciale albanese.La mafia albanese ormai si è ripresa gli spazi che era stata costretta a lasciare. Anche grazie ai prezzi concorrenziali che offre nel mercato del narcotraffico. Le cosche di Tirana, spiegano dalla Direzione investigativa antimafia, si sono qualificate «come particolarmente affidabili». E riescono «a movimentare ingenti quantità di cocaina ed eroina attraverso la cooperazione di connazionali presenti in patria, in America e in altri Paesi europei, specie nei Paesi Bassi». I prezzi contenuti della materia prima avrebbero quindi «favorito il consolidamento dei rapporti con le organizzazioni mafiose italiane». Tanto da entrare in stretta confidenza con uno dei broker della ’ndrangheta che aveva scelto come base operativa Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, e che è risultato legato alla potentissima cosca dei Bellocco di Rosarno (Reggio Calabria). Ma anche con una delle cosche emergenti della Stidda siciliana gli albanesi non hanno disdegnato relazioni: sempre in Lombardia è saltato fuori l’asse tra quattro grossisti albanesi che importavano cocaina dall’Olanda e un gruppo di acquirenti italiani che controllavano la zona dei cosiddetti «Palazzi» del quartiere Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo (Milano). A capo del gruppo italiano c’era il figlio di un ergastolano capo stidda di Mazzarino (Caltanissetta). E a Varese a casa di due narcotrafficanti albanesi gli investigatori hanno sequestrato 100.000 euro provento degli affari. E se prima l’epicentro era la Puglia, dove ancora gli albanesi immettono tonnellate di stupefacenti sul mercato, le ultime inchieste dimostrano le inquietanti ramificazioni in tutto il Paese.«La mafia albanese ha preso in subappalto in Liguria la gestione del traffico di droga dalla ’ndrangheta», ha svelato il direttore della Dia Maurizio Vallone durante un suo viaggio a Genova. «Genova», ha spiegato l’investigatore, «è un porto che negli ultimi tempi è sotto stretta sorveglianza degli investigatori e lo dimostrano gli ingenti quantitativi di droga sequestrati». In Emilia Romagna, per esempio, soprattutto tra Reggio Emilia e Modena, riuscivano a far arrivare la droga dall’Olanda con centinaia di corrieri che riuscivano a passare i controlli nascondendo abilmente lo stupefacente nelle loro automobili. A Venezia erano riusciti addirittura a gestire in regime di monopolio lo spaccio al dettaglio nel centro storico. Mentre a Verona un autoveicolo abbandonato da tre albanesi durante un controllo teneva nel bagagliaio 138 chili di cocaina. Nonostante il veicolo fosse sotto sequestro, durante le indagini è emerso che uno degli albanesi si era organizzato per tentare di recuperare il carico.In Molise, dopo un accordo con la mafia foggiana, gli albanesi sono diventati i più influenti. «La mafia garganico-foggiana e le cointeressenze della mafia albanese», spiegano dalla Dia, «si affiancano alle realtà criminali legate a camorra, ’ndrangheta, Cosa nostra e in tal modo il Molise presenterebbe, più di altre regioni, la connotazione di essere il punto d’incontro fra diversi interessi economici appetibili per le consorterie criminali». Di conseguenza, si sono registrati negli ultimi tempi «significative infiltrazioni in tutti i comparti maggiormente esposti al rischio di riciclaggio di denaro di provenienza illecita, quali le attività di rivendita di auto usate, di gestione dei locali notturni e delle sale giochi o quelle connesse con il settore dell’edilizia, l’acquisizione di attività commerciali, la produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua, nonché la gestione dei rifiuti e verosimilmente la fiorente green-economy». Insomma, nel laboratorio molisano, gli albanesi stanno sperimentando la criminalità 2.0. Un upgrade che potrebbe portare presto la mala di Tirana a scalare la vetta del sistema criminale italiano. Partendo da Roma. Dove due settimane fa due bande sono state condannate a complessivi 120 anni di carcere, per aver invaso la capitale spingendosi a stringere una forte alleanza con la banda di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il leader degli Irriducibili della Lazio ucciso con un colpo alla nuca durante un agguato al parco degli Acquedotti. «L’uso indiscriminato della violenza è una caratteristica dei sodalizi albanesi», sottolineano dalla Dia, «sia per quel che concerne la composizione di faide interne legate alla gestione del mercato della droga, sia quale mezzo di intimidazione e di assoggettamento». Ma non sono solo gli stupefacenti il loro core business. L’altro settore che li vede specializzati è quello dei reati predatori. Il fenomeno è caratterizzato dall’operatività di bande criminali che agiscono depredando abitazioni, ville, centri commerciali o assaltando bancomat e uffici postali. E da poco si sono buttati sull’oro nero. La Guardia di finanza di San Donà di Piave (Venezia) ha scoperto una frode che vedeva un albanese particolarmente attivo nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi. La frode era basata su un meccanismo di evasione dell’Iva e perpetrato attraverso l’emissione di fatture false tra società di comodo e ha fruttato circa 25 milioni di euro. E basta fare una semplice ricerca sul motore di ricerca Google per scoprire quanti arresti ci sono stati nell’ultimo anno in Italia per lo sfruttamento della prostituzione di ragazze importate dall’Albania: soprattutto a Bologna, a Brescia, a Trieste, a Salerno, a Como, a Modena.«Anche nel settore del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i sodalizi albanesi continuano a indirizzare i loro interessi spesso congiuntamente a soggetti di diverse etnie e attraverso la commissione di reati collegati come lo sfruttamento della prostituzione di donne connazionali e la produzione di documenti falsi realizzati al fine di favorire la permanenza irregolare di cittadini extracomunitari sul territorio nazionale o europeo», denunciano dalla Dia. E il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri avverte: «Da almeno tre anni dico che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un paese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. 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Ma All’alba perderò, pellicola della Henea production di Daniele Muscariello, che non disdegnava le pericolosissime relazioni con narcotrafficanti del calibro di Elvis Demce e Ermal Arapaj, due albanesi che a Roma - ritengono i magistrati antimafia - hanno un certo peso specifico negli ambienti della mala che conta, sarebbe stato finanziato addirittura da un clan della camorra. Il produttore romano, legato sentimentalmente a Fabiola Cimminella, ex tentatrice nel reality di Canale 5 Temptation Island, lo scorso marzo, un po’ in sordina, è finito agli arresti con l’accusa di riciclaggio per il cartello napoletano dei D’Amico-Mazzarella, guidato da Salvatore D’Amico, detto O’ Pirata. «Per un film ci possono volere 200.000 euro come 50 milioni», spiegava Muscariello agli amici albanesi. E, così, a colpi di 50, 100 e 150.000 euro per volta, il clan napoletano alla fine ha ripulito a Roma almeno 1.250.000 euro, facendolo passare per le società cinematografiche di Muscariello ma anche per una ditta vitivinicola di Monte Porzio Catone, la Femar Vini, con la copertura di un «onorevole» che alla fine non è stato identificato. Il denaro, secondo l’accusa, veniva prelevato in contanti a Napoli e trasportato a Roma. Poi, dalla casa vinicola i bonifici sarebbero partiti per quella cinematografica e sarebbero infine tornati al clan grazie a un complesso giro di fatture per operazioni inesistenti. La casa cinematografica, infatti, avrebbe ricevuto fatture per circa 1 milione di euro da diverse società localizzate in provincia di Napoli, che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero relative a prestazioni di servizi non attinenti all’attività svolta, ma funzionali a giustificare il ritorno del denaro al gruppo criminale. Nella cassa del produttore sarebbero così rimasti 250.000 euro per il disturbo. In una delle conversazioni è emerso anche che Muscariello avrebbe avuto l’intenzione di cedere a un istituto bancario di Caserta uno dei crediti maturati per le attività cinematografiche «già ratificato», annotano gli investigatori, «dal ministero attraverso Henea production srl». «Al fine di comprendere se esiste la possibilità, la reale possibilità di poter cedere il credito maturato per le attività di opere filmiche... credito ratificato dal ministero», si lascia scappare il produttore in una conversazione. E infatti, qualche giorno dopo, ancora un volta in compagnia della showgirl, Muscariello raggiunge la sede della Banca del Sud di Caserta, pedinato dalla polizia giudiziaria. In auto svela alla ragazza le sue reali intenzioni: «Io faccio un altro lavoro... e ancora non ci sei arrivata... ma stiamo facendo il film che mi devi dare un parere? Qua non mi devi dare un parere... qua devi fare quello che ti dico io... perché è un’altra cosa... Mi serve perché non siamo facendo un film, stiamo facendo un altro lavoro...». «Abbiamo relazioni importanti, sono quattro volte che mi arrestano ma poi torno a casa», si vantava a telefono Muscariello. Che insieme agli albanesi, sostengono i pm, era pronto a mettere in atto anche un sequestro di persona a scopo di estorsione. Un dettaglio che è saltato fuori proprio da una captazione nell’abitazione di Demce (che in quel momento era agli arresti domiciliari), dove Muscariello e la showgirl si erano recati per parlare dell’affare. È proprio Demce a spiegare: «Ma lascia perdere i finanziamenti... vuole fare gli investimenti per prendere qualcosa... vuole i costruttori potenti per fotterli [...]. Stiamo prendendo subito un magazzino, un capannone per chiuderli... insomma con la scusa che questi stanno arrivando per fare un contratto di lavoro entreremo noi... per spaventarli... non per ucciderli... A uno lo colpiamo a una gamba, l’altro lo facciamo andare». Muscariello spiegò che alcuni esponenti della famiglia napoletana sarebbero andati da Demce per pianificare il progetto. In particolare, il titolare di una società di ponteggi si sarebbe prestato a organizzare un incontro, chiedendo all’imprenditore da rapire di raggiungerlo nella sede della ditta per definire un preventivo. Lì, però, l’uomo avrebbe trovato i suoi sequestratori: «A questo appuntamento troveranno una sorpresa», spiega Muscariello. E Demce: «Ci saremo noi». Ma di operazioni con gli albanesi il produttore ne prevedeva più di una: «Se facciamo quel lavoro, ti compri quello che ti pare». Demce replica: «Oh, porco dinci, te la posso dire una cosa? Se facciamo quel lavoro una cosa di queste non vuoi che ce la compriamo? Prendiamo una società e gliela intestiamo, ce la compriamo». «Il contenuto delle intercettazioni», scrivono gli investigatori, «permette di ritenere particolarmente rilevante sia il peso criminale del gruppo capeggiato da Demce, sia l’inequivoca configurabilità del metodo mafioso che caratterizza l’agire dell’organizzazione». E il produttore, «titolare di numerose società operanti nel settore cinematografico», stando alle accuse, si sarebbe trasformato in «un punto di stabile riferimento per le attività di riciclaggio». Dimostrando ancora la capacità d’infiltrazione della mala albanese nella capitale.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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