Novità per i cittadini. Da questo mese stop al telemarketing da numero mobile, mentre il 30 novembre potrebbe arrivare lo stop a molti autovelox non conformi alle normative.
PGBS [CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)], via Wikimedia Commons
Quasi 8 milioni di euro di multe in 5 anni non bastano a bloccare le pubblicità selvagge. Bersagliati in particolare i più anziani. Negli ultimi cinque anni l'Autorità ha ricevuto 25.000 segnalazioni, circa 20 per ogni giorno lavorativo.
La scena è quella classica. È sera e la famiglia si trova riunita a tavola, spesso l'unico momento conviviale per fare due chiacchiere in tranquillità e scambiarsi le impressioni della giornata, oppure più semplicemente per godersi il programma televisivo preferito. Squilla il telefono, il più delle volte il numero telefonico chiamante è anonimo. Rispondere o non rispondere, questo è il dilemma. Le ipotesi si moltiplicano: magari è il capo reparto che all'ultimo momento chiama per avvisare di un cambio turno urgente, oppure un lontano parente che vive fuori sede e vuole augurarci buon compleanno con qualche giorno di ritardo, o magari la casa di riposo della vecchia zia che ha bisogno del nostro aiuto. Nei pochi secondi che abbiamo a disposizione per decidere il da farsi, infine scegliamo di rispondere. «Buonasera signor Rossi, sono Anna e la chiamo per proporle...». Ovviamente sono nomi di fantasia, ma la situazione è del tutto realistica. A chi, infatti, non è mai capitato di vivere un episodio del genere? Stessa questione dopo pranzo, o al mattino presto, persino durante i giorni festivi. La reazione, nella maggioranza dei casi, è tra lo sconsolato e l'insofferente. C'è chi, per sacrosanto rispetto di chi sta dall'altro capo del telefono, decide di rimanere in ascolto dell'operatore anche se conclude con un laconico «no, grazie». Qualcun altro, più brusco, attacca la cornetta senza nemmeno far terminare l'interlocutore.
Stimare il numero di telefonate che ogni giorno gli italiani ricevono sul proprio numero di casa o sul cellulare è impresa pressoché impossibile. Tuttavia, se pensiamo che nel nostro Paese esistono oltre 117 milioni di numerazioni (fisse e mobili), ci muoviamo senza dubbio nell'ordine delle numerose migliaia. Secondo quanto ha riportato il Garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, intervenuto l'anno scorso in audizione al Senato per l'approvazione della nuova normativa sul telemarketing selvaggio, negli ultimi cinque anni l'Autorità ha ricevuto 25.000 segnalazioni, circa 20 per ogni giorno lavorativo. Sempre nello stesso periodo, il Garante ha effettuato circa 6.000 contestazioni, per un valore complessivo di 7,8 milioni di euro.
È sufficiente dare uno sguardo ad alcuni provvedimenti emessi da parte dell'Autorità, la quale ha il compito di tutelare la privacy degli italiani, per avere un'idea della gravità del fenomeno. La scorsa primavera, il Garante ha intimato a Vodafone (terzo operatore del mercato di telefonia mobile) il blocco nell'invio di sms e chiamate promozionali «a chi non abbia manifestato uno specifico consenso o abbia addirittura chiesto di non essere disturbato con offerte commerciali». Nel testo si legge che «grazie alle verifiche effettuate e alla documentazione richiesta alla società, l'Autorità ha potuto accertare che, nel corso dei 18 mesi presi in considerazione per l'indagine, sono state effettuate nell'interesse di Vodafone fino a 2 milioni di telefonate promozionali e inviati circa 22 milioni di sms senza un valido consenso degli interessati». Cosa preoccupante, i contatti riguardavano anche coloro i quali avevano espressamente richiesto di non essere più disturbati, oppure la cancellazione dei propri contatti dal database dell'operatore telefonico, compresi numerosi ex clienti. Le pratiche commerciali aggressive hanno indotto il Garante a comminare a Vodafone una multa da 800.000 euro. Una cifra che sicuramente non è destinata a impensierire il colosso britannico, dal momento che equivale ad appena lo 0,001% del fatturato annuo e allo 0,03% degli utili del gruppo a livello internazionale.
Analogo destino è toccato lo scorso luglio a Fastweb, secondo operatore virtuale mobile in Italia con una quota di mercato del 20%. Dall'indagine svolta dal Garante, è emersa la presenza di «un numero considerevole di contatti effettuati», ben un milione nei sistemi attualmente in uso e 7,2 milioni nel precedente, «relativi a numerazioni non inserite nelle liste di contattabilità». Gli accertamenti svolti dall'Autorità, inoltre, hanno rilevato che la società di telecomunicazioni valorizzava a sistema un campo «esito» che permetteva di targettizzare i contatti per future promozioni e tentativi di vendita. Tra le categorie, il «cliente basso spendente» (138.000 utenze), quello «a costi elevati» (38.000) e la «persona anziana» (ben un milione di utenze).
E sono proprio i consumatori più in là con l'età che risultano più esposti, e di conseguenza più indifesi, nei confronti di questo fenomeno. Ma come si può difendere il cittadino dalla tempesta di telefonate indesiderate? Uno strumento è rappresentato dal Registro pubblico delle opposizioni (www.registrodelleopposizioni.it), istituito dal Dpr 178/2010 allo scopo di salvaguardare la privacy del cittadino e regolamentare la gestione del telemarketing. L'iscrizione, sempre gratuita e a tempo indeterminato, consente all'abbonato di non ricevere più contatti dagli operatori del settore, in quanto questi dovranno necessariamente consultare il Registro prima di avviare un'operazione promozionale. Secondo l'ultimo report mensile pubblicato dalla Fondazione Ugo Bordoni, che gestisce il Registro, alla data del primo dicembre erano presenti in elenco 1.545.569 numerazioni, più della metà delle quali raccolte via web (le altre modalità sono numero verde, email, fax e raccomandata). È bene precisare, tuttavia, che l'esclusione dalle chiamate di telemarketing riguarda solo quelle che derivano da operatori che consultano i pubblici elenchi telefonici. Il Registro, pertanto non interviene nei casi nei quali abbiamo fornito in precedenza un consenso privacy che permette il ricontatto o, peggio, consente di cedere i nostri dati a terzi per finalità promozionali.
Uno dei grossi limiti del Registro, l'esclusione dei numeri di cellulare, è stato in parte superato dalla legge 5/2018 approvata a febbraio, che estende l'iscrizione anche alle numerazioni di rete mobile, inasprisce le sanzioni in caso di trasgressione (fino alla revoca delle licenze) e istituisce prefissi dedicati agli operatori per riconoscere in anticipo che stiamo ricevendo una telefonata di telemarketing. Tuttavia, nel nostro caso non è stato possibile inserire il nostro numero di cellulare in quanto non presente nei pubblici elenchi.
«L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a fine settembre ha dato finalmente attuazione alle legge 5/2018, individuando i prefissi unici: 0844 le pubblicità, vendite e comunicazioni commerciali e 0843 per le attività statistiche», spiega alla Verità il presidente dell'Unione nazionale consumatori (Unc), Massimo Dona. «Peccato che nessuno se ne sia ancora accorto!», precisa Dona. «La verità è che sul telemarketing selvaggio si è fatto troppo poco. Ad esempio, la legge appena entrata in vigore, il 4 febbraio 2018, prevede i prefissi unici, ma poi, all'italiana, consente una deroga: basta presentare l'identità della linea a cui poter essere contattati, per aggirare la disposizione, vanificando la ratio della norma stessa. Insomma, non vale nemmeno il detto fatta la legge trovato l'inganno. È la legge stessa a concedere e contenere la scappatoia». «Una beffa e una presa in giro per chi riceve telefonate moleste a ogni ora del giorno, nei momenti meno opportuni, mentre stiamo magari mangiando», conclude il presidente dell'Unc. «Per questo abbiamo chiesto ripetutamente di rivedere la norma».
Nell'attesa che le armi per i consumatori diventino più affilate, ognuno si arrangia come può. E internet diventa uno strumento prezioso per difendersi dall'insistenza (e a volte anche dalla maleducazione) degli operatori.
Uno dei siti più in voga in questo senso è il tedesco Tellows (www.tellows.it), basato su una community formata da oltre 7 milioni di utenti al mese, da 50 diversi Paesi del mondo. È sufficiente inserire il numero di telefono dal quale si è ricevuta la chiamata e il sito offre una pagina con le valutazioni degli utenti. Non solo il tipo di chiamata (pubblicità aggressiva, aziende di recupero crediti, telemarketing, terrorismo telefonico, ricerche di mercato, truffa, eccetera) e il numero totale di ricerche effettuate sul numero, ma anche il Tellows score, un punteggio che giudica l'affidabilità del chiamante con un punteggio (da 1 a 10) tanto più alto tanto più fastidiosa risulta la telefonata. Tellows fornisce anche un'app, disponibile per iPhone e Android, che alla ricezione della chiamata fornisce in tempo reale l'identificativo del chiamante e la relativa valutazione. Come recita il vecchio adagio, spesso la migliore ricetta è fare di necessità virtù.
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Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano ha attaccato Juice Plus, multinazionale americana che vende prodotti dietetici tramite un network di distributori italiani. L'accusa è di non pagare le tasse. Ma il nostro ordinamento tributario prevede specifiche deroghe per le organizzazioni piramidali.
Questa volta nel mirino di Selvaggia Lucarelli è finita una multinazionale americana che vende e distribuisce prodotti alimentari e dietetici con il sistema del multilevel marketing: la Juice Plus. In un articolo sul Fatto Quotidiano, la Lucarelli ha ventilato, invitando la Guardia di finanza ad indagare, sistematiche evasioni fiscali all'interno del network in quanto i compensi riconosciuti ai distributori sarebbero corrisposti da una società svizzera del gruppo e non verrebbero fatturati. La giornalista, da tempo attiva contro il bullismo in Rete, sostiene che alcuni venditori affiliati al network e organizzati in gruppi, pur di piazzare i loro prodotti, offenderebbero e bullizzerebbero chi è sovrappeso. Inoltre, venderebbero in modo spregiudicato l'illusione di una facile ricchezza, secondo una specie di dottrina di comunicazione basata sull'ostentazione del successo suggerita dall'azienda stessa.
Il settore del network marketing a livello mondiale nel 2017 ha sviluppato un giro d'affari di circa 190 miliardi di dollari, con 117 milioni di incaricati alle vendite. In Italia questo mercato l'anno scorso ha impiegato 561.000 incaricati generando un fatturato di 2,9 miliardi di euro. È quindi un settore che ha importanti ricadute economiche. Senza nulla togliere alla meritoria campagna di contrasto al bullismo in Rete, cerchiamo di capire meglio cosa dice la legge italiana. Il network marketing non è vietato, a patto che ci sia qualcosa di sostanziale da vendere: l'articolo 5 della legge 173/2005 proibisce esclusivamente le cosiddette catene di Sant'Antonio, in cui il guadagno scaturisce in modo prevalente o esclusivo dal mero reclutamento di nuovi aderenti alla piramide. La semplice organizzazione piramidale, quindi, non comporta di per sé l'illiceità del sistema. Questo modello di distribuzione si caratterizza per basarsi su una rete di venditori indipendenti che, da un lato guadagnano vendendo direttamente al consumatore finale e dall'altro lato possono costruirsi una rete di distribuzione, con altri venditori indipendenti, sulle cui vendite percepiscono una provvigione.
Sul piano fiscale, sono previste varie semplificazioni: sulle provvigioni percepite attraverso la piramide, fino a un reddito imponibile massimo di 5.000 euro l'anno (che corrisponde ad un importo lordo di 6.410,26 euro che include un forfait del 22% deducibile in automatico) l'attività viene considerata come prestazione occasionale e viene tassata attraverso una ritenuta del 23% sull'imponibile (pari al primo scaglione di imposta): somme trattenute direttamente dalla casa madre. Oltre questa soglia, scatta l'obbligo di aprire una partita Iva e il distributore è tenuto a tutti i normali adempimenti: emissione di fattura, registrazione, presentazione della dichiarazione Iva. Il sistema resta comunque semplificato, perché continua a operare il meccanismo di ritenuta da parte della casa madre, rimane ferma l'aliquota del 23%, e non c'è obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi (che sono tassati mediante la ritenuta): lo prevede l'articolare 25 bis del decreto del Presidente della Repubblica 600/1973. Inoltre, superata questa fatidica soglia, scatta l'obbligo di iscrizione alla gestione separata Inps e il conseguente obbligo di versamento dei contributi.
Con questo tipo di sistema è virtualmente impossibile (o quanto meno è da suicidio) evadere il fisco: tutti i pagamenti sono tracciati per via bancaria e un controllo sui conti bancari (che il fisco può svolgere senza particolari difficoltà) rivelerebbe eventuali omissioni. Il sistema delle ritenute, inoltre, garantisce che il fisco percepisca il dovuto direttamente dalla società, senza dover inseguire i singoli venditori e non è plausibile che, quando il venditore entra nel regime di applicazione dell'Iva, la società che eroga i pagamenti non richieda l'emissione della fattura per poter dedurre i relativi costi. Dunque, un tentativo di evasione fiscale sarebbe poco plausibile e anche molto ingenuo.
Nel caso di Juice Plus, il business in Europa è gestito dalla società The Juice Plus+ Company Europe GmbH, con sede a Basilea, e in Italia dalla The Juice Plus+ Company Srl, che fattura circa 74 milioni di euro. A stretta regola, il rapporto tra gli incaricati alla vendita e l'azienda dovrebbe essere instaurato con la società italiana e quindi pagamenti, ritenute e fatture, quindi, verrebbero regolati nel modo descritto. Ma cosa accadrebbe se, come scrive la Lucarelli, i venditori si rapportassero, per esempio, direttamente alla società svizzera? In questo caso vengono meno tutte le semplificazioni previste dalla legge: l'attività del venditore non rientra più nella sfera di applicazione della legge 173/2005. La società estera può legittimamente svolgere attività di distribuzione in Italia senza avere una sua stabile organizzazione o un codice fiscale italiano: sono molte le aziende di network marketing che operano in questo modo. Per i singoli venditori o distributori, però, scattano tutti gli obblighi che gravano ordinariamente su un imprenditore individuale: dovrà aprire la partita Iva, tenere e istituire tutte le scritture contabili, i suoi redditi faranno cumulo con eventuali altri redditi e scatteranno le aliquote crescenti, dovrà presentare la dichiarazione dei redditi, eccetera. Diventa più difficile per il fisco monitorare eventuali evasioni mediante controlli sul soggetto estero, che non ha obblighi fiscali verso l'Italia, ma resta agevole il controllo su ciascun venditore, perché i pagamenti avvengono per via bancaria.
Tutto questo, però, resta nella sfera di responsabilità dei singoli affiliati al network a meno che non si provi che esiste una precisa strategia studiata e incoraggiata dall'azienda. Inutile dire che se si riscontrassero simili violazioni l'azienda ne risulterebbe in ogni caso gravemente screditata sul piano dell'immagine. E soprattutto, l'intero settore subirebbe un grave contraccolpo. Come si è detto, questo è un settore con numeri importanti e una campagna di capillare caccia all'evasore che esponga le migliaia di operatori potrebbe spaventare e scoraggiare anche chi svolge questa attività in modo pienamente rispettoso della legge. Insomma, il rischio è che criminalizzando acriticamente il sistema di vendita si butti via insieme all'acqua anche il bambino.
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