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Lo ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini durante le proteste degli agricoltori a Bruxelles in concomitanza del Consiglio europeo.
Lo ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini durante le proteste degli agricoltori a Bruxelles in concomitanza del Consiglio europeo.
Al gastroenterologo Nino Cartabellotta la legge di bilancio provoca acidità di stomaco. Con la sua Fondazione Gimbe - quella che «giudica» oscurantista il governo Meloni perché, a suo dire, nasconde i dati del Covid, ma non emise un fiato ai tempi di Roberto Speranza e Giuseppe Conte sulla mancanza del piano d’emergenza, sugli sprechi per le mascherine e non ha mai prodotto un report sugli effetti avversi dei vaccini - sostiene che «nonostante le cifre altisonanti la legge di bilancio delude le legittime aspettative di professionisti sanitari e cittadini alle prese con un servizio sanitario che fatica sempre più a rispondere ai bisogni di salute». Come risulta evidente è una puntuale analisi statistica. Il fatto è che Cartabellotta, scartabellando le percentuali e i totali della spesa sanitaria del governo Meloni, fa un po’ di confusione. Perché la delusione ammonta a un aumento di spesa il prossimo anno che supera i 6 miliardi.
E infatti, pur in preda a una colica, il signor Gimbe deve ammettere: «Va riconosciuto al governo il merito di aver ottenuto un rilevante incremento: ben 6,6 miliardi, di cui 4,2 miliardi già stanziati nelle precedenti manovre. Complessivamente, la manovra 2026 assegna alla sanità 7,7 miliardi per il triennio 2026-2028: tuttavia, in rapporto al Pil, la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità, dopo un lieve aumento nel 2026, scenderà sotto la soglia “psicologica” del 6% nel 2028».
Guardando alle cifre assolute, però, i soldi che il centrodestra mette sugli ospedali sono davvero tanti. Leggendo le tabelle che accompagnano i conti presentati dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e bollinati dalla Ragioneria generale - ora c’è il passaggio parlamentare e, pur lasciando invariati i saldi, possono esserci molti aggiustamenti - al Fondo sanitario nazionale vanno 143,1 miliardi di euro l’anno prossimo, 144,1 miliardi nel 2027 e 145 l’anno successivo. Il nostro esperto di gastriti subito alza il ditino per dire: «In termini assoluti l’aumento di risorse nel triennio risulta sostanzialmente uniforme, senza alcun segnale di rilancio della sanità. L’auspicata inversione di rotta, ancora una volta, è rimandata». Ora, il dottor Cartabellotta saprà tutto di ernia iatale e dissenterie, ma gli sfugge un particolare: con le nuove norme europee le leggi di bilancio devono necessariamente tracciare un percorso uniforme di spesa pubblica perché è sugli orientamenti di medio termine che l’Ue si pronuncia. Scrivere oggi che nel 2028 si spenderà il 10% in più - tanto per fare un esempio - sarebbe folle perché significherebbe farsi bocciare i conti dell’anno che viene. Una seconda considerazione: esprimere un giudizio oggi sulle percentuali in rapporto al Pil da qui a tre anni è azzardato. Per prima cosa, perché il Pil può crescere più o meno del previsto e poi perché gli attuatori della spesa sanitaria sono i governi regionali e, una volta assegnato il tetto di spesa, spetta alle singole Regioni dare corso al servizio. Tant’è che Cartabellotta si lamenta sostenendo che queste previsioni di spesa costringono le Regioni o a tagli di assistenza o a alzare le tasse locali. Possono anche fare una terza cosa: rendere più efficiente il servizio. Ma viene da domandarsi - Gimbe opera dal 1996 - dov’era quando Mario Monti tagliava 6,8 miliardi, Enrico Letta 8,4 miliardi, Matteo Renzi in tre anni 16,6 miliardi, Mario Draghi 6 miliardi. Il totale fa 37,8 miliardi. Forse perché erano governi «amici» Gimbe aveva assunto un gastroprotettore?
Licenziamenti collettivi, tagli diffusi e tensioni sindacali. È questa la nuova fase di Yoox Net-a-Porter (Ynap), gruppo simbolo dell’e-commerce di alta moda fondato da Federico Marchetti, oggi controllato dalla holding LuxExperience con sede a Monaco di Baviera. La società ha comunicato ai sindacati l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per oltre il 20% della forza lavoro in Italia: 211 dipendenti in esubero su 1.091.
La mappa degli esuberi è chiara: circa 160 lavoratori concentrati nel bolognese, cuore storico di Yoox, e il resto a Milano, tra la sede direzionale e gli uffici amministrativi. Nei prossimi giorni sarà diffusa la lista dei nomi, ma l’ondata non riguarda soltanto l’Italia. Su scala globale, il piano di ristrutturazione coinvolgerà circa 700 persone tra Regno Unito, Stati Uniti e altre sedi internazionali.
Il gruppo motiva la decisione con «miglioramenti in termini di efficienza e struttura», che si tradurranno in accentramento di funzioni e trasferimenti di parte delle attività in Germania. Va detto, purtroppo, che l’ultimo esercizio ha segnato un calo dei ricavi di 191 milioni di euro e perdite croniche, per un rosso di 1,8 miliardi a fine 2024. Anche la chiusura del 2025, avvertono fonti interne, non promette inversioni di tendenza.
Un destino amaro per chi, nel 2000, aveva scritto una delle pagine più brillanti dell’innovazione italiana. Fondata a Bologna da Marchetti, Yoox fu il primo «unicorno» italiano, capace di quotarsi in Borsa e diventare partner privilegiato delle grandi maison del lusso. La fusione con Net-a-Porter nel 2015 sancì la nascita di un colosso internazionale, poi passato nel 2018 sotto il controllo del gruppo svizzero Richemont.
Il quadro si è aggravato dopo l’acquisizione di Ynap, lo scorso aprile, da parte di LuxExperience, la holding che controlla anche la piattaforma tedesca Mytheresa. L’operazione, salutata come una «nuova fase di rilancio», ha invece aperto la strada a un ridimensionamento globale. Alcune funzioni, dal back office alla logistica, verranno accentrate a Monaco di Baviera: una scelta che riduce i costi, ma che pesa direttamente sull’occupazione italiana e britannica.
I sindacati non hanno usato giri di parole. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs definiscono il piano «inaccettabile», anche perché non avrebbe seguito le procedure italiane. Non soltanto per i numeri – giudicati insostenibili – ma anche per le modalità: nessun tavolo di crisi aperto, nessun ricorso ad ammortizzatori sociali, scarsa comunicazione preventiva.
«Quando un gruppo internazionale opera nello stesso settore, il timore è quello delle ridondanze», denuncia Roberto Brambilla, Filcams-Cgil, «ma qui non c’è mai stato un vero confronto. È mancata trasparenza e ora ci troviamo di fronte a licenziamenti di massa». Le sigle sindacali hanno annunciato assemblee in tutte le sedi coinvolte per decidere le azioni di contrasto, mentre chiedono il coinvolgimento urgente delle istituzioni.
Certo, la crisi di Ynap non è isolata. L’intero comparto del lusso digitale sta vivendo una fase di assestamento dopo anni di crescita esplosiva. Farfetch è stata ceduta a Coupang dopo aver perso gran parte della sua capitalizzazione; Matchesfashion ha tagliato centinaia di posti di lavoro; Mytheresa stessa segnala un rallentamento della domanda. Gli analisti ricordano che l’euforia del passato ha lasciato spazio a un mercato più maturo, dove i marchi del lusso puntano a vendere sempre più direttamente al consumatore, riducendo la dipendenza dalle piattaforme multimarca. Resta ora da capire se LuxExperience riuscirà a rilanciare un marchio che ha fatto la storia dell’e-commerce italiano o se l’epoca d’oro di Yoox resterà solo un ricordo.
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia durante il dibattito sulla Pac (Politica agricola comune) all'Eurocamera di Strasburgo.
Chissà, forse dipende dal fatto che sul trattato pandemico tutto sommato gli è andata bene: il testo è stato approvato qualche giorno fa a Ginevra con 124 voti favorevoli e 11 astensioni, tra cui quella italiana. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, aveva frignato a lungo nel timore che l’accordo saltasse, se l’era presa con i soliti no vax immaginari e persino con i media, colpevoli di aver scritto troppe verità. Alla fine, però, il risultato in qualche modo l’ha portato a casa. Purtroppo per lui, i suoi sogni di dominio sono stati leggermente ridimensionati da Donald Trump e dalla sua - saggia - decisione di mollare l’Oms. Una scelta che i più (politici e giornali) hanno voluto raccontare come l’ennesima follia trumpiana, come una mossa sconsiderata che avrebbe finito per distruggere la salute degli americani e del mondo intero. Tedros ci ha messo del suo, piagnucolando non poco, ma ora sembra avere assunto un atteggiamento radicalmente diverso. Forse, appunto, perché era felice o forse perché si è reso conto che giocarsela da nemico di Trump non gli conviene troppo. Ed ecco allora che venerdì il capo dell’Oms si è confidato con il Daily Telegraph dichiarando che «i tagli senza precedenti agli aiuti internazionali operati da Donald Trump causeranno molte vittime, ma potrebbero avere effetti positivi per l’Africa a lungo termine».
Secondo Tedros, «molti Paesi in via di sviluppo vedono i tagli come un’opportunità per spezzare il ciclo di dipendenza dagli aiuti nel mondo in via di sviluppo». Stando al Telegraph, «Tedros ha affermato che l’Oms e i suoi stati membri stavano affrontando una tempesta, ma che avrebbero superato la situazione e ne sarebbero usciti più forti. Ha aggiunto che, nonostante gli Stati Uniti abbiano annunciato l’uscita dall’Oms, la porta rimane aperta per un loro rientro e che le comunicazioni informali con il Segretario alla Salute degli Stati Uniti, Robert F. Kennedy jr, continuano». Il caro Tedros dichiara: «Siamo in contatto con Rfk junior. Facciamo cose insieme. È informale, non pubblico. Mi ha mandato un messaggio proprio venerdì alle 00:42». Capito? Non c’è stata alcuna catastrofe sanitaria, in compenso lui e Kennedy sono amiconi. «Tedros», insiste il Telegraph, «ha affermato che i tagli degli Stati Uniti hanno innescato una grave crisi e che avrebbe preferito che gli Stati Uniti avessero concesso ai Paesi in via di sviluppo sei mesi o un anno per passare ad altre fonti invece di staccare la spina. Tuttavia, gli Stati Uniti avevano tutto il diritto di spendere i propri soldi come volevano e i tagli sono stati visti dagli Stati membri come un’opportunità per rompere con una mentalità di dipendenza e stare in piedi con le proprie gambe». Ma pensa: i tagli e l’addio degli Usa adesso sono diventati addirittura una opportunità. Anzi, un toccasana per l’Africa che dovrà così imparare a fare da sola. «A dire il vero, da africano, sono davvero imbarazzato nel vedere questo», ha detto ancora Tedros. «È imbarazzante perché rivela una dipendenza, un bisogno di dipendenza. Sono però incoraggiato dal modo in cui molti Paesi colpiti stanno reagendo, abbandonando una mentalità di dipendenza dagli aiuti e concentrandosi su soluzioni interne. Moltissimi Paesi hanno ormai iniziato a mobilitare le risorse interne. Quindi c’è un paradigma che sta cambiando; si sta spostando verso la convinzione che, ok, questo è un nostro problema da risolvere. Dobbiamo diventare autosufficienti. Non possiamo dipendere dagli altri». A margine della assemblea generale dell’Oms, Tedros si è lasciato andare anche ad altre considerazioni. Ad esempio ha affermato che l’organizzazione aveva previsto la possibilità che uno dei suoi principali finanziatori si ritirasse e addirittura lo aveva già immaginato nel 2017, mettendo in atto meccanismi «per ampliare la sua base di finanziamento in modo da rimanere solvente e indipendente nel caso di una crisi del genere». È abbastanza chiaro che Tedros stia cercando di ricucire i rapporti con l’amministrazione Trump e sia in qualche modo costretto ad abbassare la cresta, anzi a prostrarsi al cospetto di Washington. Cosa che lo qualifica: l’uomo è molto interessato al potere e decisamente meno a tutto il resto, salute compresa.
Le sue frasi, però, risultano molto utili e interessanti. Intanto dimostrano che quanto scritto e detto dai nostri media sulla follia disumana di lasciare l’Oms e di tagliare gli aiuti umanitari non è vero. Può anzi essere, per qualcuno, una buona occasione di crescere davvero. Discutere di questioni sanitarie a livello internazionale è comunque possibile, non si è verificata alcuna apocalisse ed esiste persino - elemento che giustamente Tedros rimarca - il diritto degli Stati di spendere i propri soldi come desiderano. Viene allora da domandarsi: se il disimpegno americano produce tutte queste conseguenze, che cosa aspettiamo noi italiani a seguire l’esempio? Il caro Tedros, così contento e gioioso, certo non potrà aversene a male.

