Non è un mistero che i dem americani abbiano sempre fatto affidamento sulle questioni giudiziarie per riuscire a eliminare politicamente Donald Trump. Quando, ad agosto, quest’ultimo si recò nel carcere di Atlanta per farsi scattare l’ormai famosa foto segnaletica, Joe Biden twittò sarcastico: «Penso che oggi sia un grande giorno per fare donazioni alla mia campagna». Nella stessa occasione, il deputato dem, Jamaal Bowman, pubblicò un video in cui, dileggiando l’ex presidente, esclamava: «Ti abbiamo preso. E altro deve arrivare. Clown! Delinquente!» Eppure, dopo svariati mesi, la situazione giudiziaria di Trump appare meno grave del previsto.
Innanzitutto, il giudice Aileen Cannon ha appena posticipato a data da definirsi il processo penale che, originariamente fissato per il 20 maggio in Florida, dovrebbe vedere l’ex presidente imputato per aver trattenuto indebitamente dei documenti classificati. Nella sua decisione, la toga ha reso noto che prima dovranno essere risolte otto mozioni attualmente pendenti. Sia i dem sia il team del procuratore speciale Jack Smith non hanno accolto con entusiasmo la mossa della Cannon: Trump ha tutto l’interesse a spostare il più avanti possibile l’avvio del processo. Tra l’altro, quella sui documenti classificati è un’incriminazione federale: ragion per cui, qualora tornasse alla Casa Bianca, il candidato repubblicano potrebbe cassarla ricorrendo al perdono presidenziale. Neanche a dirlo, il mondo progressista americano non fa che sottolineare il fatto che la Cannon fu nominata giudice dallo stesso Trump nel 2020, evocando più o meno esplicitamente lo spettro di un conflitto di interessi. Eppure anche gli altri procedimenti giudiziari contro l’ex presidente non godono di ottima salute.
Il processo sui fatti del 2020, istruito sempre da Smith, avrebbe dovuto cominciare il 4 marzo e invece è ancora fermo in attesa che la Corte suprema si pronunci sulla richiesta di immunità avanzata da Trump. I supremi giudici non prenderanno una decisione prima di giugno o luglio ed è abbastanza probabile che rimandino la questione ai tribunali di grado inferiore: uno scenario che allungherebbe ulteriormente i tempi, facendo ancora una volta il gioco del candidato repubblicano. Anche qui abbiamo un’incriminazione di natura federale e vale, quindi, lo stesso discorso fatto prima sul perdono presidenziale.
Non solo. A essere in seria difficoltà è anche il procedimento giudiziario, istruito dalla procuratrice distrettuale dem di Fulton County, Fani Willis. La sua immagine è stata fortemente compromessa dopo che il giudice Scott McAfee l’ha ufficialmente redarguita a causa di una relazione amorosa impropria col pm che aveva nominato per seguire il processo contro Trump. Intanto la questione è ferma presso una Corte d’appello che ha accettato ieri di esaminare il ricorso, inoltrato dall’ex presidente, per chiedere la ricusazione della Willis, la quale - a proposito di conflitti di interesse - è in campagna elettorale per essere rieletta procuratrice.
Al momento, l’unico processo iniziato è quello di Manhattan, nel cui ambito ha testimoniato l’altro ieri l’ex pornostar Stormy Daniels, la quale ha raccontato con dovizia di particolari il presunto incontro sessuale che avrebbe avuto con Trump nel 2006: incontro che il candidato repubblicano ha sempre negato. La deposizione in aula ha fatto parecchio scalpore. Eppure, nonostante non si trattasse di questioni attinenti alla materia del processo, il giudice Juan Merchan (uno che nel 2020 effettuò delle donazioni, ancorché contenute, al Partito democratico) ha lasciato che la testimonianza si svolgesse, rifiutando anche l’annullamento del processo, chiesto dai legali dell’ex presidente. Quello stesso Merchan che, davanti alla scabrosità dei particolari raccontati dalla Daniels, ha alla fine ammesso: «Sarebbe stato meglio se alcune di queste cose non fossero state dette». Ma intanto quelle affermazioni sono state fatte davanti a una giuria e senza attinenza al processo.
Ricordiamo che il procuratore distrettuale di Manhattan (anche lui dem), Alvin Bragg, ha accusato Trump di aver falsificato dei documenti aziendali, rendicontando in maniera errata i soldi versati per ottenere il silenzio della Daniels sul presunto incontro sessuale del 2006. Di per sé, secondo la legge di New York, si tratterebbe di un reato minore, ma Bragg vuole dimostrare che Trump usò quei soldi per commetterne uno più grave: la violazione delle normative sui finanziamenti elettorali. Già non si capisce in che modo il procuratore potrà dimostrare che Trump abbia pagato quei soldi per tutelare la sua campagna elettorale del 2016 e non, magari, per non far sapere alla famiglia della presunta relazione con la Daniels. Ma non si capisce neppure che cosa c’entrassero col processo i dettagli pruriginosi di cui l’ex pornostar ha parlato martedì. Trump non è accusato di aver avuto una relazione extraconiugale: il fatto che l’incontro sessuale abbia avuto luogo o meno è del tutto irrilevante ai fini del processo. Che Trump abbia pagato per il silenzio della Daniels è acclarato. È semmai in discussione se lo abbia fatto per tutelare la propria famiglia o per salvaguardare la propria campagna elettorale.
L’unico obiettivo della testimonianza di martedì era, quindi, evidentemente quello di mettere in imbarazzo l’ex presidente a livello elettorale e di porlo in cattiva luce davanti alla giuria, facendo leva su una linea d’attacco sostanzialmente puritana. E pensare che, nel 1998, i dem si lamentarono del fatto che il rapporto, redatto contro Bill Clinton dal procuratore speciale Ken Starr sul caso Lewinsky, contenesse dei dettagli salaci. L’allora presidente dem finì in stato d’accusa per aver mentito sotto giuramento, ma il dibattito pubblico finì per concentrarsi proprio su quei dettagli. Eppure, secondo il Pew research center, durante il caso Lewinsky, Clinton non vide intaccato il suo elevato grado di popolarità. Non si può, quindi, escludere che Bragg, con la testimonianza della Daniels, rischi seriamente un effetto boomerang.






