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Stefano Puzzer (Getty Images)
L’attivista Stefano Puzzer: «Protestavamo seduti e ora ci rappresentano come quelli che menavano gli agenti. Questo è peggio di un regime».
«È veramente allucinante, alla fine è chiaro che si riferiscano a noi portuali, anche se dicono che ogni riferimento è puramente casuale. Il fatto di far passare in una fiction i portuali come quelli che hanno attaccato le forze dell’ordine, mentre noi eravamo lì solamente per difendere i nostri diritti, è veramente schifoso e vergognoso». L’amarezza di Stefano Puzzer è tangibile e decisamente giustificata. Vedere rappresentati in una serie televisiva della Rai i portuali di Trieste come pericolosi facinorosi e addirittura assassini è troppo anche per un uomo paziente come lui.
«Una cosa del genere ti crea un vuoto dentro», dice alla Verità, «una rabbia enorme, perché pensi che fra quindici anni, se qualcuno vedrà questa serie, si farà un’idea completamente diversa della realtà, nonostante ci siano migliaia di video che testimoniano il fatto che noi eravamo seduti e tranquilli».
Già. Voi eravate seduti, qualcuno addirittura pregava.
«La prima cosa a cui noi pensavamo era l’incolumità delle persone, e passare come un facinoroso che invece ha attaccato la polizia e ha addirittura ammazzato una persona è folle. È folle, non ho altre parole per dirlo, e questo mi fa capire che non siamo neanche in un regime o una dittatura, ma dentro a qualcosa di peggio».
Cioè?
«Questi pensano veramente che tutta la gente sia deficiente, che non riesca più a pensare con la propria testa e vada dietro a qualsiasi cosa mostri la tv. Però alle spalle ci sono dei valori, dei sacrifici... Ci sono dei principi. Forse chi ha scritto quella serie non sa che cosa c’è dietro alla decisione semplice, normale, naturale che abbiamo preso - quella di scioperare - per difendere i nostri diritti. Non sanno quanti sacrifici abbiamo fatto, mettendo in gioco la nostra famiglia, il nostro lavoro, il futuro dei nostri figli».
Insomma vi siete sentiti profondamente offesi.
«Mi chiedo se gli attori, leggendo la parte, si siano posti il problema di ciò che stavano per mettere in scena. Ma credo di no. Stavano parlando di me, di noi, di persone che hanno messo in gioco tutta la loro vita: se io fossi un attore, e dovessi interpretare un ruolo simile, me le farei queste domande. Vuol dire che questa gente una coscienza non ce l’ha».
A proposito di mettere in gioco la propria vita e il proprio lavoro. Tu sei stato licenziato, e adesso state aspettando l’esito dell’appello.
«Sì, io sto facendo tutti i lavori che vengono, che trovo, perché avrò l’appello in febbraio per la causa di lavoro e, se non andrà bene l’appello, andrò in Cassazione. Per fortuna, un giudice di Trieste ha avuto il coraggio di dire che un’azienda deve rimborsare le sospensioni di undici lavoratori che avevano deciso di aderire allo sciopero di quei giorni, di fatto legittimandolo. E questo è un piccolo passo, non poco importante. Però quando vedi quattro pagliacci che in tv si permettono di andare a dire certe cose e di screditare i nostri principi…».
A quel punto sale la rabbia.
«Ma certo. Non hanno screditato soltanto una azione, ma pure dei principi. In quei giorni c’erano appunto in gioco dei principi, dei valori, dei diritti. Delle famiglie che avevano deciso di rimanere a casa senza stipendio perché volevano difendere i loro sacrosanti diritti. Ed è ancora più vergognoso che a fare una cosa del genere sia stata la tv pubblica, che dovrebbe essere al di sopra delle parti».
Di sicuro è un racconto fuorviante. Per questo forse è il caso che su quanto successo in quel periodo si faccia finalmente chiarezza, si rimettano in ordine i tasselli ricostruendo almeno una parte di verità. Magari anche grazie alla commissione Covid, quando inizierà a lavorare. Che ne pensi?
«Mah, dopo quello che ho visto mi sembra inutile che ci vadano a mettere il prosciutto sugli occhi parlando di commissioni Covid. Sono cavolate. Con le commissioni si fanno i dispetti a livello politico, e io dico chissenefrega! Devono pensare a ben altro».
A che cosa?
«A chi adesso sta a casa con gli effetti avversi da vaccino, a chi ha perso la vita, a chi ha perso la salute e il lavoro. Ci sono anche persone che credevano nel vaccino e adesso si trovano ammalate, così come c’è chi ha dovuto cedere al ricatto del vaccino per andare a lavorare. Però non può esistere uno Stato che non abbia le palle di riconoscere quello che ha fatto. E che per lo più, per coprire le sue malefatte, si inventa addirittura una fiction».
Quindi sei scettico riguardo la commissione Covid.
«Allora, io sono uno che non parla se prima non ha visto i fatti, te l’ho già detto in passato. Se la commissione viene fatta è già un primo passo. Ma se questa commissione viene istituita per attaccare gli avversari politici, allora non va bene».
Servirebbe anche una indagine sugli effetti avversi.
«Per prima cosa bisogna pensare a chi sta male. Se si finisce - tramite la commissione Covid o in altro modo - col riconoscere che c’è chi ha avuto effetti avversi dopo il vaccino, anche senza incolpare nessuno, è già un successo. Però si deve riconoscere il diritto di chi si è vaccinato dietro a un ricatto e oggi sta male a essere mantenuto dallo Stato. Io non sono uno che vuole vendicarsi, a me non interessa che qualcuno paghi, ormai tanto la frittata è fatta. Però almeno che vadano ad aiutare chi adesso sta male».
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Stefano Puzzer (Ansa)
Il leader dei portuali: «Proseguirò il mio impegno politico combattendo i continui stati di emergenza».
Stefano Puzzer, leader delle proteste al porto di Trieste e candidato con Italexit, alla Verità ha dichiarato che la politica non le interessava granché. Cos’è cambiato?
«Ho capito che sarebbe stata l’unica alternativa di lotta contro la tempesta che ci sta arrivando addosso. Con le piazze non potevi combattere contro il caro bollette o contro l’invio di armi all’Ucraina, che non condivido. Questi argomenti sono più grandi di noi e secondo me l’unico modo di combatterli era la politica istituzionale».
Com’è stata la campagna elettorale?
«Noi, attraverso la candidatura, volevamo dare voce alle persone che stanno soffrendo per essere soggiogate a continui stati di emergenza, dando loro visibilità. Questa è stata la parte positiva della campagna elettorale».
Assestarsi a meno del 2% lo considera una sconfitta?
«Non ho mai guardato le percentuali. Logicamente, una volta arrivati al 25 settembre e usciti i risultati è giusto fare un’analisi del voto. Il popolo è sovrano e se ha deciso così è giusto rispettare il suo volere; dopodiché bisogna fare delle considerazioni per capire perché si è arrivati a meno del 2%».
E cosa ne pensa?
«Credo che uno degli errori maggiori sia stato non unire i vari movimenti antisistema».
Vi siete pentiti di questo?
«Se ci fosse stato più tempo avremmo spinto per l’unione, come abbiamo sempre fatto anche nelle piazze».
Intende proseguire il suo impegno politico?
«Credo che la politica si possa fare anche a pranzo con la propria moglie e che l’impegno politico ovviamente sia anche ciò che abbiamo fatto nelle piazze da un anno a questa parte. Se parliamo di politica istituzionale, appoggiando un partito, assolutamente sì».
E come lo proseguirà?
«Continuando a informare, ad ascoltare i cittadini, partendo dagli errori che abbiamo fatto e tentare di unire i vari movimenti antisistema, ascoltando la base, che oggi è rimasta delusa da noi che ci siamo candidati. Voleva un’unità di intenti da parte di tutti. Bisogna capire nuovamente le priorità ed essere presenti sul territorio; chi ha una struttura deve dare una forma a chi ha alimentato le piazze durante questi anni».
Ora che l’attenzione si è spostata verso altre emergenze, come il caro bollette. Ha ancora senso combattere battaglie, come quella del green pass?
«Secondo me è necessario mantenere l’attenzione su quella dinamica lì. Come dicevo prima, saltiamo da uno stato di emergenza all’altro. Ci sono logicamente delle priorità in questo momento. La protesta ora non è solo di chi rifiutava green pass e obbligo vaccinale, si sposta verso chi soffre, quindi piccole medie imprese e famiglie che non arrivano a fine mese. Stiamo andando verso una guerra che la maggior parte degli italiani non vogliono e ci sta dando tantissimi problemi».
Si fida della Meloni, premier in pectore?
«È l’unica persona in cui non vorrei essere, perché si ritrova davanti a due situazioni irrisolvibili: reddito di cittadinanza, che si è proposta di abolire, e la questione della guerra e del gas».
Sta partecipando alle proteste di piazza contro il caro bollette?
«Certo. Da cittadino libero quale sono, protesto in piazza da un anno, perché credo ci sia un piano per portarci alla povertà e al controllo digitale».
Sta portando avanti il suo comitato «La gente come noi»?
«Sì, il comitato è andato avanti tutto agosto e settembre. Abbiamo donato oltre 5.000 euro ai sospesi. Ultimamente non abbiamo postato perché non volevamo che durante si creasse confusione con le elezioni. Abbiamo donato 85.000 euro in sei mesi e questa cosa deve andare avanti. I sanitari sono ancora sospesi quindi mantiene una sua utilità».
Qual è la sua quotidianità oggi?
«Sono riuscito a vivere solo un paio di giorni da persona ordinaria, a casa con mia moglie e mio figlio. Ma in tutto questo sono sempre rimasto me stesso, non mi sono mai creduto un supereroe e non mi sento deluso da questa situazione. Faccio sempre quello che penso, e come non mi sono autoelogiato prima, non soffro ora della minore visibilità. Ho sempre fatto quello che mi sentivo. Sono in causa a livello lavorativo contro il licenziamento e nel frattempo riesco a mantenermi con la Naspi. Ora devo capire come mantenere la famiglia e gli avvocati che mi serviranno, visto che mi sono arrivati undici avvisi di garanzia».
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2022-07-12
«Il pass ritornerà e la salute non c’entra. I cittadini sono tenuti ancora sotto scacco»
Stefano Puzzer (Ansa)
Stefano Puzzer, il leader delle proteste al porto di Trieste: «Riavrò il mio impiego. Nel frattempo aiuto i lavoratori sospesi, soprattutto i sanitari».
Il provvedimento di Daspo urbano di Roma per un anno è stato annullato dal Tar del Lazio ad aprile, per quello di Pordenone - un foglio di via addirittura triennale - ha presentato ricorso, la risposta dovrebbe arrivare in settimana. In tutto, dice, gli sono arrivati undici avvisi di garanzia. Ed è stato licenziato «per giusta causa» dall’Agenzia per il lavoro portuale di Trieste. La voce di Stefano Puzzer è però più tranquilla che mai, quando lo rincorri al telefono tra i mille impegni delle giornate spese per il comitato «La gente come noi», e il vento della città friulana che soffia nella cornetta. Anche se nelle ultime ore è arrivata la notizia dell’ennesimo licenziamento tra i portuali di Trieste: riguarda Andrea Donaggio, al suo fianco nel comitato.
Sotto gli idranti e i fumogeni del porto di Trieste per le proteste anti green pass, Puzzer, nacque la sua notorietà. Ora qual è la sua quotidianità?
«La mattina ricevo il resoconto delle richieste d’aiuto ricevute via mail. Con Andrea e con Franco Zonta ci occupiamo di pagare le bollette e di andare ad acquistare i buoni spesa che spediamo con posta certificata».
Chi vi chiede aiuto?
«Abbiamo messo in piedi una raccolta fondi per tutti i lavoratori sospesi perché senza green pass e per le loro famiglie in difficoltà. Fino ad aprile abbiamo aiutato tutte le categorie, ora sono in prevalenza i lavoratori sanitari, gli unici rimasti a casa».
Di che cifre parliamo?
«A oggi abbiamo donato 72.000 euro. Spediamo anche una maglietta a chi dona più di 25 euro. Tendenzialmente abbiamo dato un massimo di 150-200 euro a famiglia, anche se ci sono casi in cui siamo intervenuti più di una volta».
Tutto rendicontato?
«Non scherziamo neanche: nessun giro di contanti, tutto rendicontato al centesimo perché sappiamo che presto o tardi verremo controllati. I registri li abbiamo fatti vidimare a un notaio. Il fondo serve per le spese legali, e appunto per le donazioni a chi è in difficoltà».
Temete contestazioni?
«Sa com’è, quando si è scomodi per il regime non si scherza».
Lei continua ad andare nelle piazze di tutta Italia. Partecipa a cortei, parla dai palchi.
«Se andiamo, non è certo per fare i cantanti. All’inizio era giusto far capire cosa stesse accadendo. Mi passi la metafora: tra chi protesta c’è chi abita al primo piano del grattacielo e pensava solo al green pass come inizio e fine di una ingiustizia, e poi ci sono quelli che abitano all’ultimo piano, che conoscono l’agenda 2030 (dell’Onu, «per lo sviluppo sostenibile», ndr) e parlano di transumanesimo».
Un popolo variegato, spesso tacciato di complottismo.
«Si rischiava di passare per complottisti, sì. Le assicuro che io penso che nessuno abbia la verità in tasca, e che tutti devono essere liberi di scegliere. Non abbiamo mai imposto alcuna scelta, né siamo stati “contro” qualcuno. Con i camalli del porto di Trieste abbiamo semplicemente fatto emergere ciò che stava accadendo lì. Oggi il disegno sull’economia italiana, però, mi sembra più chiaro che mai a tutti. Le persone si rendono conto anche da sole di quel che sta accadendo».
Cioè?
«Rischiamo di trovarci presto i soldi del Monopoli nel portafoglio. Ed è iniziata la svendita dei nostri beni, si veda ad esempio ciò che è accaduto con le concessioni demaniali».
Presagi di default?
«Non fino a che il debito pubblico italiano lo hanno in mano Francia e Germania per buona parte. Forse non ci vogliono ancora far saltare».
La guerra Russia-Ucraina che c’entra con voi che cantate nei cortei «la gente come noi non molla mai»?
«Beh, oggi è l’ago della bilancia. Non ce l’abbiamo né con l’Ucraina né con il suo popolo, ovviamente, ma ci interroghiamo sul fatto che il conflitto sia il laboratorio della Nato aperto sui confini della Russia. Spero non si arrivi a uno scontro deleterio per tutti».
Torno a lei. Licenziato «per giusta causa», ha detto di essere fiero di essere stato coerente: il 15 ottobre affermò che non sarebbe andato al lavoro finché non ci fosse andato l’ultimo dei lavoratori. Lo pensa ancora?
«Certo che sì. E comunque quel licenziamento l’ho impugnato e mi tocca ora aspettare i tempi dei tribunali. Ma c’è un ragazzo, qui al porto, che ha ricevuto una contestazione disciplinare con una sanzione di cinque giorni di sospensione perché non ha mostrato il green pass. Peccato che in fase di conciliazione in Regione sia emerso che non si può far ricorso alla contestazione disciplinare in casi così».
Insomma spera di tornare al suo posto. In tanti, e lo sa, l’hanno accusata di non voler lavorare.
«Invece il mio lavoro io lo amo, vorrei fare solo quello. Ho iniziato nel ’94 e ci tornerò, ho fiducia nella giustizia. Da ragazzo facevo il facchino, scaricavo il caffè dai container. Poi mi sono specializzato, mi chiamavano per lavorare in tutti i terminal del porto, a turni, e mi piaceva cambiare lavoro tutti i giorni. Facevamo gli autisti, lavori generici, i gruisti…».
Un po’ di fastidio lei lo ha sempre dato, però. Anni fa le accuse di urine positive alla cocaina.
«Sono stato tra i fondatori di un sindacato autonomo, qui a Trieste, e ho dato così fastidio - evidentemente - che qualcuno ha ritenuto di dovermi far fuori. Nel 2017, a tre mesi dal matrimonio, la notizia di positività alla cocaina. Senza aver fatto nulla. Ho dimostrato con cause giudiziarie che qualcuno aveva manomesso le analisi. Una vicenda vergognosa. E non è stato l’unico atto compiuto ai miei danni, eh».
Da quella vicenda ne è uscito pulito, da altre si vedrà.
«Pulitissimo, altroché. Io nella giustizia ci credo: sono sicuro che rimetterà a posto le cose e ho fiducia che la verità salterà fuori».
Il Daspo di Roma è stato annullato. In novembre ricevette un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per un anno dopo una manifestazione non preavvisata.
«Ma il ministero degli Interni è stato condannato a pagare anche le spese legali. Non succede spesso, non è di poco conto».
A Pordenone un altro Daspo, di tre anni.
«Mi hanno accusato di aver assalito un ospedale quando invece chiacchieravo in tutta tranquillità con dei lavoratori sanitari. Non ho mai fatto niente di illegale, eppure sono stato tacciato di qualsiasi cosa, dai media soprattutto».
Quando lei si è preso il Covid, molti leoni da tastiera hanno gioito.
«Fingendo di ignorare che mi sono vaccinato con due dosi e che quindi dal 15 ottobre avevo il green pass. Non l’ho mai nascosto. A gennaio sono risultato positivo».
È stato male?
«Per niente, se non un po’ di male alle ossa, come un’influenza. L’azienda mi ha tacciato di non voler usare il certificato verde per andare a lavorare, ma questa è la mia scelta, anche se mi è costata il licenziamento».
Lei sui vaccini è critico…
«Di più: invito tutti i vaccinati a fare analisi, per scoprire se il sangue è diverso da prima».
Però anche lei si è fatto iniettare il siero.
«All’epoca mia madre aveva avuto un infarto. Volevo starle vicino e per forza di cose mi sono vaccinato».
Oggi i contagi sono in aumento.
«E sono sicuro che lo spettro del green pass ritornerà, Ma come le dicevo ormai è chiaro che non è un problema solo a livello sanitario, ma una spirale che coinvolge anche economia, finanza, geopolitica. Persino la siccità: a me sembra l’ennesima campagna di “terrorismo” per tenere sotto scacco le persone. Però, la prego, ribadisca una cosa fondamentale…».
Cosa?
«Che ho il massimo rispetto per chi ha perso i suoi cari, e per i morti. Il fatto è che “Tachipirina e vigile attesa” è stato un grosso errore. E chi ha sbagliato deve pagare. Il governo deve dimettersi e i colpevoli andare a giudizio, e poi in galera».
Gli ultimi no green pass a Cortina e Padova. Prossime mosse? Sogna una federazione in vista di possibili obiettivi politici comuni?
«Se si vuol fare politica occorre prendere esempio dall’Austria, e unire per davvero tutte le forze senza personalismi e senza leader. Un 5-6% non serve a nessuno, se non a scaldare qualche seggiola e mettersi a posto la famiglia per qualche generazione».
Si può fare entro le prossime elezioni politiche?
«Solo se c’è un ideale comune. Personalmente, la politica non mi interessa granché. Certo è che è ora di finirla di delegare sempre a qualcun altro il nostro volere».
Degli attuali partiti salva qualcuno?
«Sono uno di quelli che è stato fregato in passato dai 5 Stelle. Ora inizio a pensare che il Movimento sia stato costruito ad arte perché la gente perdesse quel poco di fiducia rimasta nei partiti. Ad oggi non andrei a votare, pure se è un mio dovere. Scriverei sulla scheda che non mi sento rappresentato da nessuno, con tanto di firma. E poi chissà se le elezioni ci saranno per davvero: mettessero lo stato di guerra…».
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Stefano Puzzer (Ansa)
La cappa s'appesantisce: al leader dei camalli viene notificato il foglio di via da Roma. Dopo Trieste e Novara, Padova e altre città meditano lo stop ai cortei. E persino «Report» è alla sbarra per le critiche sulla terza dose.
C'è puzza di regime, in Italia. Anzi, Puzzer. Il foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per un anno a Roma piovuto sul groppone del portuale di Trieste, leader della protesta no green pass, rappresenta un ulteriore salto di qualità nella strategia che il governo sta attuando nei confronti di chi non è d'accordo sulla obbligatorietà del certificato verde.
La manifestazione di protesta, non dovrebbe essere il caso neanche di ricordarlo, è un diritto garantito dalla Costituzione, eppure quello che è successo a Stefano Puzzer va oltre ogni immaginazione. Il portuale, l'altro ieri, non ha fatto altro che posizionare, in piazza del Popolo, un banchetto, intorno al quale si sono radunati alcuni cittadini contrari al green pass. «Staremo qui fino a quando non ci arriverà una risposta», aveva spiegato, aggiungendo di essere «pronto a tornare qui ogni giorno, anche fino al 31 dicembre». Non potrà: Digos e polizia scientifica hanno ripreso tutte le fasi della manifestazione, hanno trovato il cavillo, ovvero che l'iniziativa non era stata preavvisata, e hanno fatto scattare il foglio di via e la denuncia alla Procura. A Puzzer è stato intimato di lasciare la Capitale e di far rientro a Trieste entro le 21 di ieri: in caso contrario, il portuale avrebbe commesso un altro reato. «Puzzer e tutti coloro che hanno preso la parola in piazza», ha fatto sapere la Questura di Roma, «verranno denunciati alla Procura della Repubblica per manifestazione non preavvisata, per il primo aggravato dal fatto di esserne stato promotore».
A quel punto, Stefano Puzzer ha lasciato Roma e si è diretto verso casa. La notizia del «Daspo» a Puzzer ha scatenato una mobilitazione a suo sostegno, e sul Web si stanno organizzando manifestazioni con banchetti, per simulare la protesta del sindacalista triestino, in varie città, compresa una iniziativa intitolata «Liberiamo l'Italia», in programma il prossimo 20 novembre alle 15 al Circo Massimo.
La evidente sproporzione tra il «reato» commesso da Puzzer e la sanzione che lo ha colpito ha scatenato vivaci proteste: «Al presidente Draghi», ha detto la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, al termine dell'incontro con il premier, «ho parlato anche del clima che c'è. Sono rimasta molto colpita dal Daspo a Puzzer, come ero rimasta molto colpita dal fatto che il governo che consente i rave sparasse con gli idranti sui manifestanti. Credo che non siano reazioni degne di una democrazia: si deve avere il diritto di manifestare il dissenso», ha aggiunto la Meloni, «non siamo in Corea, Cina o tra i talebani. Non credo neanche che aiuti la credibilità del suo governo».
«Il governo», ha chiesto in aula il capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia, Francesco Lollobrigida, «venga urgentemente a riferire sul provvedimento di Daspo che ha colpito il sindacalista Stefano Puzzer. Si può ancora liberamente esprimere in questa nazione opinioni in dissenso da chi la governa?». Il gruppo L'Alternativa c'è ha chiamato in causa il ministro dell'Interno: «Il Daspo a Puzzer», ha sottolineato il deputato Andrea Vallascas, «non è altro che la conferma della dottrina Lamorgese di uno Stato che usa il pugno di ferro con i cittadini che manifestano pacificamente, ma che sta a guardare in caso di manifestazioni violente».
Un altro bersaglio dei teorici della censura è Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, trasmissione di Rai 3 considerata a sinistra una specie di Sacra Scrittura, fino a lunedì scorso. L'ultima puntata, infatti, ha trasformato Ranucci da giornalista idolatrato sempre e comunque, soprattutto quando attacca il centrodestra, a pericoloso no vax, per il semplice motivo di aver trasmesso un servizio che solleva dubbi e perplessità sulla terza dose di vaccino, etichettata come un business per le case farmaceutiche. Apriti cielo: Ranucci è passato dall'essere un premio Pulitzer a vestire i panni del premio Puzzer. «Su Report», hanno attaccato i parlamentari del Pd della Commissione di vigilanza sulla Rai, che hanno anche chiesto un chiarimento ai vertici dell'azienda, «è andato in onda un lungo compendio delle più irresponsabili tesi no vax e no green pass. Sedicenti infermieri, irriconoscibili e coperti dall'anonimato come se si trattasse di pentiti di mafia affermano nel servizio di essersi infettati per responsabilità delle aziende farmaceutiche». Attacchi pure da Andrea Ruggeri, di Forza Italia, e da Matteo Renzi. «Sono stufo di queste accuse. Sono vaccinato come tutta la redazione della trasmissione», si è difeso Ranucci, «ma come giornalista devo essere libero di raccontare delle criticità».
È appena il caso di ricordare agli indignados a gettone del Pd che la tecnica di intervistare persone coperte dall'anonimato viene utilizzata in centinaia di trasmissioni, sempre e costantemente difese dai dem, tranne stavolta. Intanto, dopo il divieto di manifestare a Trieste, sarebbero in arrivo analoghi provvedimenti a Padova, a Novara, a Udine, a Gorizia, a Pordenone, mentre aumentano le voci di chi vorrebbe spedire in lockdown i non vaccinati in caso di aumento dei contagi e dei ricoveri (il virologo Fabrizio Pregliasco parla di «opzione possibile»). «Credo sia giusto fare una distinzione fra chi si è vaccinato e chi non si è vaccinato», dice a questo proposito a Rai Radio 1 il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa. «È una follia dal punto di vista giuridico ed epidemiologico», replica all'AdnkronosAndrea Crisanti, direttore del dipartimento di Microbiologia dell'Università di Padova, «penso che siamo all'improvvisazione. Non ha nessun senso epidemiologico anche perché i vaccinati trasmettono il virus. E uno che non si può vaccinare perché sta male che fa? Rimane a casa perché non si può vaccinare? La Costituzione», conclude Crisanti, «non la prevede questa cosa». Neanche tante altre.
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