Ma che significa: «Non diamo vantaggio a Putin?». A furia di andar dietro all’Unione europea il governo si sta avvitando in una situazione che non capiamo. Onestamente non credo che l’Italia debba dare ulteriori «prove d’amore» all’Ucraina. Credo chela solidarietà sincera al popolo ucraino non sia mai mancata, idem per quel che riguarda i finanziamenti a Zelensky necessari a non soccombere di fronte all’invasione russa.
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?







La cura Buttafuoco trasforma la Biennale da semplice vetrina a fabbrica di cultura
Metti una sera dopocena ad ascoltare il «Commento al Vangelo di Giovanni» scritto da Meister Eckhart, grande teologo e mistico tedesco, contemporaneo di Dante. Tre attori con leggero trucco argenteo - Federica Fracassi, Leda Kreider e Dario Aita - avvolti in un tendaggio circolare che dal tetto precipita a terra declamano il testo alternato ai canti del repertorio gregoriano tardo medievale, eseguiti dal coro della Cappella Marciana guidato dal maestro Marco Gemmani. Siamo nel Portego delle colonne della Scuola grande di San Marco dell’ospedale San Giovanni e Paolo di Venezia. Alle pareti dell’oratorio scorrono in verticale grafiche in bianco e nero di intarsi e luoghi sacri, per una drammaturgia (di Antonello Pocetti e Antonino Viola) che da antica si fa contemporanea. I tre attori incalzano salmodiando versi dai padri della Chiesa, da Sant’Agostino, dal testo evangelico rivisitato: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo».
È l’Expositio sancti evangelii secundum Iohannem (tratto dal monumentale Commento al vangelo di Giovanni di Johannes Eckhart, edito da Bompiani con testo latino a fronte) che il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, ha voluto proporre per due settimane come progetto speciale in collaborazione con l’Archivio storico delle arti contemporanee (Asac): ogni sera un tema specifico (Logos, Essere, Amore, Bene/Male, Anima/Corpo), introdotto da personalità come il cardinal José Tolentino de Mendoça, prefetto del dicastero vaticano per la cultura, o come il filosofo Peter Sloterdjik. Sono serate di ascolto e meditazione di parole essenziali e di voci inattuali, che proprio l’attualità di vocii incessanti e assordanti intendono sanamente contestare. Idea del presidente, che festeggia il primo anno a Ca’ Giustinian, è creare una nuova Biennale della parola, con prossimi eventi su testi di Friedrich Hegel e di Claude Lévi-Strauss. E non poteva esserci viatico migliore di un commento al vangelo che inizia con «In principio era il Verbo».
Buttafuoco, si sa, non è solo manager e organizzatore culturale, per altro figure di cui si avverte necessità. È anche scrittore e studioso. E sebbene la sua nomina, voluta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano, sia stata accolta con scetticismo dagli storici ambienti di riferimento della Biennale, ora che si compie il primo giro di calendario, bisogna riconoscere che una certa impronta si comincia a vedere. Ci sono coraggio, dinamismo e carattere propositivo nel palinsesto che via via prende corpo con la nuova presidenza. E, prima ancora, c’è stata una buona dose di sagacia, nell’abilità con cui, appena nominato, Buttafuoco ha saputo gestire la 60ª Esposizione d’Arte intitolata «Stranieri ovunque» e affidata dal suo predecessore Roberto Cicutto al curatore di militanza queer Antonio Pedrosa.
Figura identitaria e al contempo uomo di mondo, con un mix di continuità e rinnovamento, Buttafuoco ha provveduto alle nomine prorogando il direttore del Cinema Alberto Barbera, protagonista di una sequenza di mostre fucine di Oscar in serie (ultimi i tre di The Brutalist con Adrien Brody e quello per Io sono ancora qui di Walter Salles), e il responsabile del settore Danza, Wayne McGregor. Diversamente, ha impresso un cambio di passo scegliendo l’attore Willem Dafoe per il Teatro, nominando Caterina Barbieri per la Musica del biennio 2025-26, e nelle Arti visive con l’artista svizzero-camerunense Koyo Kuoh, che ha l’incarico di allestire la 61ª Esposizione d’Arte del 2026.
Votata a un’idea più movimentista che istituzionale dell’Ente, questa presidenza mostra di volersi spingere oltre l’agenda delle esposizioni. La vetrina è certamente importante, ma per un intellettuale irregolare e critico del mainstream qual è l’autore di Beato lui. Panegirico dell’arcitaliano Silvio Berlusconi (Longanesi), il vero obiettivo è fare della Biennale un soggetto di produzione culturale autonoma. Un ambito di creatività del pensiero a disposizione del presente e rivolto al futuro, per realizzare il quale è sempre più centrale il ruolo dell’Archivio storico, centro di ricerca sulle arti contemporanee che avrà presto la nuova sede all’interno dell’Arsenale. Buttafuoco si muove con cautela, lasciando parlare i fatti. Ha avviato il progetto speciale È il vento che fa il cielo. La Biennale di Venezia sulle orme di Marco Polo per i 700 anni dalla sua scomparsa, con eventi a Hangzhou in Cina e successivamente a Venezia. E, a 53 anni dall’ultimo numero del 1971, ha fatto rinascere la rivista trimestrale La Biennale di Venezia, affidando la supervisione editoriale a Debora Rossi e la direzione a Luigi Mascheroni. I due numeri usciti, il primo dedicato al tema dell’acqua e ai «Diluvi prossimi venturi» e il secondo alla «Forma del caos» e alla conservazione della memoria in opposizione alla cancel culture, consegnano un nuovo strumento ricco di testimonianze e contributi volti ad analizzare l’evoluzione del pensiero attraverso il prisma delle discipline della Biennale stessa (arte, cinema, architettura, musica, teatro e danza) per offrire materiali di riflessione alla discussione internazionale.