C’è una data cerchiata di rosso sui calendari degli esponenti del Partito democratico di Milano. È quella del 30 gennaio, quando Mario Calabresi - giornalista, ex direttore di Repubblica e oggi direttore editoriale di Chora Media - farà la sua prima vera «entrata in scena» nell’orbita del Pd milanese, intervenendo a un’iniziativa pubblica organizzata dall’ex assessore Pierfrancesco Maran. Un debutto atteso, perché fin qui il suo nome come candidato sindaco del centrosinistra nel 2027 è circolato più nelle conversazioni di partito che in un confronto politico esplicito. E anche perché, paradosso tipicamente meneghino, attorno a lui si sta già costruendo un mondo di ipotesi, cautele, tattiche e «procedurine» che con ogni probabilità lo stesso Calabresi potrebbe non conoscere affatto.
A Milano, infatti, una parte dei dem si sta muovendo per evitare del tutto le primarie o, al più, per organizzarle in forma puramente simbolica, così da spianare la strada al giornalista. In pratica, mentre a destra il problema resta chi candidare - l’autocandidatura di Antonio Civita del Panino Giusto non ha scaldato gli animi e continuano a circolare i nomi dell’ex calciatore Demetrio Albertini e dell’avvocato Annamaria Bernardini de Pace - a sinistra il nodo è il metodo. L’idea di primarie «addomesticate» non arriva tanto dal Pd nazionale, che osserva con cautela, quanto da una parte del Pd milanese, timorosa di una competizione reale e orientata verso un percorso più controllato: una democrazia che si muove, sì, ma su binari già tracciati.
In questo scenario, alcune figure di peso sembrano poco inclini a entrare in un confronto costruito in questo modo. Maran, oggi eurodeputato, appare più concentrato su temi e contenuti per la città che su una candidatura personale. Lia Quartapelle, deputata del Pd con un profilo ormai nazionale, non dà segnali di voler lasciare Roma per Palazzo Marino. Resta poi l’incognita Anna Scavuzzo, attuale vicesindaco, che in passato ha lasciato intendere una possibile disponibilità, anche se c’è chi la considera troppo identificata con l’eredità di Beppe Sala, pur essendo tra le poche a conoscere a fondo la macchina comunale.
Se le «figure forti» restano ai margini, per dare alle primarie una parvenza di competizione potrebbero scendere in campo profili politicamente riconoscibili ma non divisivi, come Anita Pirovano ed Emmanuel Conte, assessore comunale dell’area riformista. Candidature utili a legittimare il percorso, senza renderlo davvero imprevedibile.
In questo quadro si inserisce anche Matteo Renzi, oggi non più regista della partita milanese, ma possibile influenza laterale su un elettorato riformista e moderato che può contare sia alle primarie sia alle comunali.
Resta però una variabile capace di cambiare l’equazione: Pierfrancesco Majorino. Oggi è consigliere regionale in Lombardia e figura centrale dell’opposizione; il suo mandato scade nel 2028, quindi non è formalmente in uscita. Tuttavia, la politica vive di incastri: nel 2027 sono previste le elezioni politiche e per Majorino esiste una possibile traiettoria verso un ruolo nazionale. Allo stesso tempo, non ha mai nascosto di avere una visione forte della Milano sociale e di considerare Palazzo Marino un obiettivo possibile. Non è affatto scontato che decida di candidarsi, ma il suo profilo rende difficile costruire percorsi troppo rigidi: se si muovesse, le primarie «educate» diventerebbero primarie vere, con la possibilità che Calabresi alla fine ne esca sconfitto.
L’ex direttore di Repubblica si affaccia il 30 gennaio dal lato civile, per ora lontano dalle logiche di corrente. Attorno, però, si discute già di regole e candidati «compatibili». Milano ama definirsi laboratorio di partecipazione, salvo poi metterlo sottovuoto. E la politica, così, prima o poi presenta il conto. Di solito alle urne.




