A volte si ha l’impressione che gli esponenti del Pd, che pur di avere un campo largo conquistando i Verdi ammettono che gli asini - in difesa della biodiversità - volano, non sappiano più a che Greta votarsi. La svedesina ha smesso di occuparsi di ambiente e si è specializzata nel gioco dei pacchi cercando di distribuirne a Gaza, ma i militari israeliani non sono così accomodanti come il Parlamento europeo, che si lascia insultare dalla prima che passa, e l’hanno rispedita in Svezia. Per il trauma la poverina si è rifiutata di guardare i video dell’orrore del 7 ottobre. Come si è sempre rifiutata di considerare che le sciagure da lei annunciate non si sono verificate. E con lei si rifiutano di prenderne atto i suoi seguaci come il capogruppo del Pd in Regione Lombardia, Pierfrancesco Majorino, uno che cerca sempre di stare dalla parte giusta. Non devono però averlo avvertito che la Heidi dei fiordiha cancellato il suo primo tweet del 2018 in cui affermava: «Entro il 2023 il mondo scomparirà». Pare sia caduto in prescrizione. La Gretina - nel senso di piccola Greta - affermava: «Un importante scienziato del clima avverte che il cambiamento climatico spazzerà via l’intera umanità se non smetteremo di usare i combustibili fossili nei prossimi cinque anni». Ma pare che non sia più così. Non si capisce allora perché se la piglino tanto con Lucia Lo Palo, che ha un solo torto: essere presidente dell’Arpa Lombardia, l’agenzia regionale che monitora l’ambiente, e parlare chiaro. In una intervista al canale Byoblu - impegnato sul fronte dell’informazione scevra da luogocomunismo - ha detto: «L’Europa, prima, parlando di ambiente e green era totalmente ideologizzata, adesso con l’avvento di Donald Trump stiamo vedendo che certe tematiche vengono affrontate in maniera molto più pragmatica». Ci vuole un bel coraggio di questi tempi a infilare in una frase due concetti che per la sinistra sono come lo smog negli occhi: Donald Trump e ambiente. Così Pierfrancesco Majorino ha emesso la sua scomunica per apostasia dell’ideologia green: Lucia Lo Palo «è una persona palesemente inadeguata. Incredibile che per un banale gioco di poltrone sia in quel posto. Esprimiamo solidarietà ai lavoratori di un ente che viene umiliato». Che Majorino parli di un banale gioco di poltrona fa già ridere così. Da figgicciotto ha cercato in tutti i modi di scalare il Pci, poi si è accasato con Massino D’Alema, ha sostenuto Nicola Zingaretti, da ultimo si è buttato con Elly Schlein e non si contano le volte che è stato trombato. Nel 2019 lo hanno spedito all’Europarlamento per risarcimento, nel 2016 alle primarie per il sindaco (eleggeranno Beppe Sala) era arrivato terzo, si è candidato nel 2023 in Regione: sconfitto; ha fatto perdere le regionali anche al suocero Riccardo Sarfatti, uno della Milano bene col portafoglio pieno e il cuore a sinistra, trombato da Roberto Formigoni nel 2005. A Majorino non è andato giù che la presidente dell’Arpa abbia osato affermare: «Il cambiamento climatico c’è da sempre. Ma è la gestione dell’uomo a fare la differenza, quando vengono puliti gli alvei dei fiumi come si deve, quando i tombini sono puliti l’impatto non è così devastante ove è possibile arginare». E dopo aver rivendicato - lei all’Arpa i dati li ha - che la qualità dell’aria in Lombardia, ma non nella Milano a zero macchine di Beppe Sala, è assai migliorata da «quando c’è il filtro antiparticolato per le Euro 4», ha aggiunto: «Il cambiamento climatico è spesso una scusante, è l’amministrazione dei territori che deve essere maggiormente incisiva». Troppo per chi difende la scelta europea di bloccare le auto Euro 5 dal primo di ottobre mandando a piedi, e molti sul lastrico, un milione di automobilisti in tutta la pianura Padana; troppo per chi come Pierfrancesco Majorino ritiene che Teresa Ribera, ora vicepresidente della Commissione europea con delega al Green deal, già ministro socialista dell’ambiente in Spagna, sia un baluardo contro la fine del mondo. In Spagna hanno scoperto che la Ribera ha messo al tappetto il sistema elettrico. Così il capogruppo del Pd al Pirellone ha rispolverato una vecchia polemica contro la Lo Palo, che in un’intervista all’Italpress disse: «Non credo che il cambiamento climatico sia frutto dell’uomo.» Majorino provò a impallinarla con una mozione che invitava la giunta a licenziarla. Lei ieri ha contrattaccato sostenendo: «Per me è diventato inaccettabile subire attacchi di questo tipo». Continua a ribadire che gli studi confermano sia che l’aria è migliorata sia che gli eventi avversi possono essere mitigati se il territorio è ben curato. E allora viene da pensare che il livore del Pd sia preventivo per evitare di finire nella bufera che disperde i consensi. Può accadere con lo stop agli Euro 5, che il Pd difende a Strasburgo e in Italia sostenendo che il traffico inquina troppo. Quanto all’ambiente, Milano ha subito forti attacchi al patrimonio forestale e il Sindaco Beppe Sala ha incrementato il consumo di suolo; l’affaire Salva-Milano, che dava il via libera ai cantieri, è la spia che di ambiente si parla molto, ma poi si fa poco. Come l’inesistente pulizia dei tombini che ha mandato la Madonnina sott’acqua. Ma non ditelo a Majorino.
«Con Elly Schlein c’è grande sintonia». Nel giorno dell’investitura a candidato governatore per via della trasferta dorata di Stefano Bonaccini a Bruxelles, Michele De Pascale suona il violino che è una bellezza. Nelle interviste stereo a Corriere della Sera e Repubblica aggiunge anche che «Bonaccini è un maestro» e che c’è da stare tranquilli perché lui ha già sperimentato il campo largo come sindaco di Ravenna. Lo è da otto anni (ne ha 39) ed è anche il perfetto destriero del progressismo alla romagnola: dopo il liceo scientifico non ha fatto altro che cavalcare l’onda della politica, da quando era consigliere comunale a Cervia fino alla poltroncina di assessore; poi segretario del Pd provinciale e candidato permanente a tutto profumasse di lambrusco, fino allo scranno principale di palazzo Merlato.
Nella paradisiaca sinfonia mediatica, De Pascale aggiunge che «nel mio impegno ci sarà lo spirito della lotta all’alluvione». E ricorda i duri giorni di maggio 2023 (17 morti, 23.000 sfollati, 8,5 miliardi di danni) quando lui spalava fango con gli stivali e chiedeva alle cooperative «di allagare i campi per salvare la città». È un esempio plastico di mezza verità, è un ruvido «massaggio del messaggio» perché il sindaco non ricorda (anche i giovani talvolta hanno stupefacenti vuoti mnemonici) che allora la sua lotta all’alluvione era in rotta di collisione con la politica del suo partito.
Aveva il fegato grosso, lui, nei confronti del Pd ecologista e gruppettaro dominato dall’immobilismo green della vicepresidente Schlein (con delega all’ambiente). Aveva qualche conto da regolare, lui, con l’incedere distratto del governatore che si era dimenticato di realizzare 11 vasche di laminazione su 23 per quieto vivere. In quei giorni fradici, mentre la verdissima sinistra locale balbettava giustificazioni, De Pascale tuonava: «Qui si tratta di fare opere di protezione, argini più robusti, casse di espansione, invasi, pulire i fiumi, potenziare le idrovore. Se lasci solo il fiume, esonda». Ascoltava Luca Mercalli, Mario Tozzi, Angelo Bonelli discettare di «rinaturalizzazione» (praticamente tornare all’era delle paludi), scuoteva il capo e al grido di «l’acqua non si ferma con i buoni propositi» sosteneva - neanche fosse un sordido amministratore di centrodestra - che «se il sistema delle nostre idrovore si spegnesse, l’acqua arriverebbe in Piazza del Popolo. Ci siamo salvati grazie alle opere napoleoniche».
Se in quei giorni, in quelle settimane di emergenza, Bonaccini e Schlein avevano una spina nel fianco, quella era De Pascale. Comprensibile, perché durante le tragedie è difficile per un amministratore nascondere la verità sotto l’ideologia dominante, causa di quel disastro. Lui non faceva sconti neppure alle demenziali politiche arboree. «Se oso dire che gli alberi negli alvei dei fiumi vanno tagliati perché costituiscono un problema, arrivano le critiche».
E mentre molti suoi colleghi di partito si schieravano a difesa delle politiche suicide adottate fin lì dalla Regione per «non imbrigliare la natura», lui arrivava a compiere il sacrilegio supremo: attaccare le nutrie, sacre per Schlein più delle vacche del Gange. «Non hanno antagonisti e sono diventare troppe. Come tane fanno buchi enormi negli argini, dai quali entra l’acqua che li indebolisce». Per poi concludere: «Quando ho provato a fare piani per controllarne la riproduzione, ho ricevuto minacce di morte dagli ambientalisti. Siamo messi così...». Peccato che il vizio della memoria non sia molto praticato da quelle parti.
Caro De Pascale, oggi ci sarà anche grande sintonia con la segretaria, e l’ex governatore sarà pure un maestro (anzi un professore), e i teppisti di Ultima Generazione avranno un’improvvisa rivalutazione. Ma nessuno dimentica quel «siamo messi così...». Laddove i puntini significavano: con le pezze al sedere. Lo ha detto lei ed è molto difficile che si riferisse ad altri, nei giorni delle lacrime e del fango. In realtà il sindaco di Ravenna ha una storia di concretezza che lo rendeva credibile: la difesa della ricerca di idrocarburi, la contrapposizione ai No Triv, l’industrializzazione sostenibile contro la decrescita nimby. Sempre diffidente verso i dogmi dell’ambientalismo spinto, era un punto fermo del solido, concreto progressismo romagnolo, malsopportato dal Nazareno e ancora prima da Botteghe Oscure.
L’anno scorso De Pascale chiedeva invasi, denunciava mancate manutenzioni, alzava la voce contro la sinistra delle nutrie. Ora arpeggia, muove l’archetto sullo Stradivari, parla di «spirito della lotta all’alluvione», danza con Elly (ettecredo, c’è una poltronissima da raggiungere) dimenticandosi che i nemici non erano fuori casa ma dentro casa. Un colpo di spugna alla tela e via con un nuovo dipinto impressionista. Oggi è pronto anche lui al grande abbraccio con chi aveva posto i prodromi per l’allagamento di Ravenna. «Il campo largo l’ho già sperimentato», sentenzia il candidato unico. Già, ma ha dovuto asciugarlo con le galosce. E lo ha salvato grazie ad opere napoleoniche. Ieri, passandogli il testimone, Bonaccini ha rassicurato el pueblo: «Con De Pascale siamo in buone mani». Anche perché ha una pessima memoria.




