Quanti sono i buchi neri che, nelle nostre città, inghiottono la vita di giovani disperati? Ieri vi abbiamo raccontato la storia di Desirée, una ragazzina di 16 anni che dopo aver messo piede in uno stabile occupato nel centro di Roma, è stata drogata e violentata da più persone. Il suo corpo senza vita lo hanno trovato fra le impalcature del rudere, con una coperta lercia che lo ricopriva. Due sere prima la ragazzina aveva telefonato alla nonna per dirle di aver perso l'autobus per tornare a casa, annunciandole che sarebbe rimasta a dormire da un'amica. Nessuno sa dire perché abbia varcato la porta dell'inferno, uno stabile abbandonato che la polizia aveva già sgomberato più volte. Lì dentro avevano trovato rifugio spacciatori e senzatetto, extracomunitari e sbandati. Una vera fabbrica dell'illegalità nel centro della Capitale, a San Lorenzo, un quartiere popolare. Desirée forse cercava di recuperare un tablet che aveva perduto o che le era stato rubato. O forse cercava solo una dose o qualche soldo per comprarsela. Certo, qualche sofferenza nell'anima l'aveva e probabilmente questa l'ha spinta a entrare nel mondo oscuro, dove la legge non esiste. Ma la colpa (...)
(...) di quanto è accaduto non sta nel dolore che Desirée si portava dentro, nel cuore o nella testa. Sta nell'esistenza di quel buco nero nel cuore della città, frequentato da «arabi e africani». Tutti, in via dei Lucani e anche oltre, sapevano di quel covo di disperati e delinquenti. Lì dentro si spacciava e si consumava ogni genere di reato. Eppure, quella terra di nessuno, dove le regole non valgono, era tollerata. La legge vi girava al largo e l'amministrazione non esigeva nessuna misura di sicurezza dalla proprietà. Proprio come accade in tanti altri buchi neri spalancati nelle città italiane e pronti a inghiottire la vita di altri giovani.
Era una porta verso l'inferno anche quella che ha aperto Pamela Mastropietro, una giovane che a Macerata è stata drogata, violentata e poi fatta a pezzi da un africano. Il suo corpo lo hanno trovato in due valigie, sezionato come quello di un animale da macello. Pamela cercava droga da iniettarsi nelle vene. I suoi l'avevano convinta a curarsi in una comunità lontano da casa, ma da quel centro la ragazza romana era fuggita in cerca della dose. Una corsa finita nella casa dello spacciatore. Un «profugo» accolto come se avesse bisogno di aiuto, mentre aveva bisogno solo di un mercato dove spacciare impunito.
Nel cimitero delle giovani inghiottite da droga e violenza c'è la lapide anche di una ragazzina di Mestre. Alice, una sedicenne dal volto da bambina, proprio come Desirée e Pamela. Lei ha avuto il solo torto di innamorarsi del ragazzino sbagliato e la sua vita è stata inghiottita nel cesso maleodorante della stazione ferroviaria dove i due si erano appartati per iniettarsi la roba. Le dosi le avevano comprate in una strada lì vicino, nel quartiere della droga, un intreccio di vie dove gli spacciatori nigeriani distribuiscono l'eroina gialla, mortale. Con quella sostanza in corpo, nel giro di un anno a Mestre, di morti ne hanno contati 18. E solo dopo la fine di Alice qualcuno ha deciso di ripulire il covo di spacciatori, mettendone in galera 41.
Questi sono i buchi neri dove le vite di Desirée, Pamela e Alice sono cadute. Ma poi ci sono le altre porte dell'inferno, come per esempio quella che si è spalancata a Torino, nell'ex villaggio olimpico, dove una disabile è stata violentata da tre africani. O quella del centro Baobab di Roma, dove lo stupro è toccato a una donna slovacca.
È un elenco lungo, quello delle fabbriche dell'illegalità aperte in tutta Italia. Aziende dismesse, palazzine abbandonate, case popolari trascurate. Da Zingonia all'ex fabbrica di penicillina in zona Tiburtina. Da Bergamo a Roma: nelle terre di nessuno che le autorità tollerano come se fosse un male inevitabile si spaccia, si violenta, si uccide. Le cronache riferiscono ogni tanto di 150 chili di droga sequestrati, oppure di sgomberi di diseredati. La realtà è che se decine di giovani cascano in questi buchi neri è perché qualcuno permette che rimangano aperti. Anzi, qualcuno, inseguendo il mito dell'accoglienza, ha voluto importare spacciatori e stupratori e questo è il risultato. Ogni ora le forze dell'ordine pizzicano almeno tre immigrati che smerciano droga, ma questo non basta a far aprire gli occhi ai buonisti che li difendono a spada tratta. Certo, la droga circolava anche negli anni Settanta e i ragazzi morivano per strada con la siringa iniettata nelle vene e allora gli extracomunitari non c'erano. Vero, ma se siamo riusciti a non contare più i morti di eroina, perché adesso dobbiamo importare delinquenti che ci aiutano a stendere un elenco di decessi per droga e violenza sessuale? Quante altre Desirée, Alice e Pamela vogliamo piangere?
Ammazzata nel covo degli spacciatori africani dopo essere stata drogata e violentata. A seguito delle dichiarazioni rese da un senegalese - che è diventato il testimone chiave dell'inchiesta - si indaga su quattro immigrati.
Era andata lì per recuperare il tablet che le avevano sottratto. Nulla di più pericoloso: ad attendere Desirée Mariottini, 16 anni, c'erano spietati assassini. La tragedia è avvenuta lo scorso 19 ottobre: la ragazza, liceale di Cisterna di Latina, viene ritrovata senza vita in uno stabile diroccato di via dei Lucani a Roma, un'area dismessa trasformata in fortino per sbandati e pusher.
Alle 3 di notte un anonimo ha chiamato i soccorsi da un telefono pubblico, ma i paramedici arrivati in loco con un'ambulanza del 118 non hanno potuto superare il cancello e soccorrere subito l'adolescente, perché l'accesso era chiuso con un lucchetto. Sono riusciti a raggiungere la vittima solo dopo l'intervento dei vigili del fuoco. Desirée era già morta, l'hanno trovata fra le impalcature che sorreggono il rudere. L'indagine è partita proprio dalla telefonata al 112.
In poco tempo si è scoperto che Desirée aveva detto ai genitori che avrebbe dormito da un'amica ma la ragazzina, non si sa ancora perché, come nel caso di Pamela Mastropietro (uccisa a Macerata), si è imbattuta in un branco. Nelle prime ore il giallo di Desirée sembrava un rompicapo dalla soluzione indecifrabile. Poi gli investigatori hanno raccolto le dichiarazioni del senegalese, che ha anche parlato con i cronisti di Rai 1, raccontando di essere arrivato lì «tra mezzanotte o mezzanotte e mezza». Di essere «entrato» e di aver visto che «c'era una ragazza che urlava». L'immigrato potrebbe aver descritto gli ultimi istanti di vita della giovane. O forse è arrivato tardi anche lui: «Ho guardato quella che urlava e c'era un'altra ragazza a letto: le avevano messo una coperta fino alla testa ma si vedeva la faccia. Non lo so se respirava ma sembrava già morta, perché l'altra ragazza urlava e diceva che era morta». In quello stabile secondo il giovane senegalese «c'erano africani e arabi: un po' di gente... sette persone o sei. L'altra ragazza era italiana: penso pure fosse romana, parlava romano. Urlava che l'hanno violentata, poi lei ha anche preso qualche droga perché lì si vende la droga. È stata drogata perché aveva 16 anni. Da quello che diceva lei sono stati tre o quattro». Oltre al senegalese la Squadra mobile ha individuato tre testimoni: un altro immigrato africano e due ragazze. Martedì mattina gli anatomopatologi dell'istituto di medicina legale dell'università La Sapienza hanno effettuato l'autopsia. Il referto è agghiacciante: l'adolescente è stata drogata e violentata da più persone. Ora è caccia ai responsabili.
Per lavorare nella più assoluta tranquillità - all'inizio dell'indagine - gli investigatori avevano detto ai giornalisti che la vittima era una donna tra 25 e 30 anni, probabilmente tossicodipendente, vestita e senza evidenti segni di violenza. Una sbandata, insomma, che probabilmente viveva in uno dei palazzi occupati in quell'area, stroncata da una overdose. Così non era. Desirée non era tossicodipendente né frequentava abitualmente quel rione romano. Gli investigatori lo avevano capito subito, ma sapevano anche che in quel momento era necessario il massimo riserbo sull'inchiesta.
La causa precisa della morte è ancora in fase di accertamento. In Procura, dove è stato attivato il pool antiviolenza, è attesa la prima relazione dei medici legali. Ma dalle prime notizie nel sangue di Desirée è stata trovata della droga. Per stabilire se sia stata questa (o delle percosse) a ucciderla, serviranno approfondimenti. Per questo motivo chi indaga al momento è cauto e ai giornalisti dice: «Stiamo verificando le dichiarazioni del senegalese». Che però paiono trovare conferma ogni minuto che passa.






