Tim prosegue con le attività a fianco del Miur per sostenere la didattica a distanza con il digitale e per ridurre le disuguaglianze. In quest'ottica, da oggi lancia E-learning card, dedicata a tutti i clienti prepagati consumer di telefonia mobile con un'offerta dati attiva. L'iniziativa rientra tra le attività che Tim sta favorendo per supportare la scuola ed è rivolta a docenti e studenti, che potranno navigare senza consumare giga della propria offerta sulle principali piattaforme di didattica a distanza, in particolare quelle indicate sul sito del ministero (a ora Weschool powered by Tim, Office 365 education a1, Google suite for education). E-learning card sarà aperta ad altre piattaforme che saranno indicate dal Miur e si attiva gratis su Timparty.it. È inoltre possibile avere un bundle dati aggiuntivo di 5 giga al mese per la navigazione dai Paesi Ue. Fra le altre iniziative di Tim, Maestri d'Italia e un helpdesk per gli utenti di Weschool e delle piattaforme Google.
Tempi grami per i cugini d'Oltralpe, costretti non solo a patire con Bruxelles per non finire a ferro e fuoco, ma pure a mendicare opere d'arte all'odiosa-amata Italia. Il museo del Louvre, con la tipica megalomania francese, ha in programma per l'anno prossimo una mostra «totale» su Leonardo da Vinci, del quale ricorre il cinquecentenario della morte. Il Louvre aveva già ottenuto dal precedente governo delle vantaggiose, anzi supine condizioni: la traslazione in Francia di tutte le opere vinciane possedute dallo Stato italiano (ché alcune appartengono al Vaticano).
Ora però con il cambio di governo e soprattutto di interlocutori ai Beni culturali, da Dario Franceschini - ministro innamorato della propria voce - a Lucia Borgonzoni - sottosegretario innamorato dell'arte - l'andazzo è notevolmente cambiato.
La Borgonzoni infatti (per una volta un sottosegretario che l'arte la conosce davvero) ha subito silenziato le pretese francesi, tra l'altro fatte pervenire all'Italia con una sorta d'intimazione, ossia una lista di opere vinciane improcrastinabili inviata via mail quasi si trattasse della nota della spesa buttata lì alla serva. Dopo il patriottico adagio Biagio proferito dalla Borgonzoni, adesso anche il direttore degli Uffizi - Eike Schmidt - nega al Louvre il prestito di «qualsivoglia opera vinciana» per quei motivi di sicurezza e conservazione che lo stesso Louvre, d'altronde, adduce infastidito quando qualche museo italiano implora il prestito della Gioconda.
Sicché quella che doveva essere la mostra definitiva sul genio italiano di Leonardo - messa però in piedi dai francesi - rischia di trasformarsi in un solenne flop, con i curatori che sono costretti a ripiegare sull'orrido multimediale in mancanza dei sublimi originali. Ben gli sta, vien da dire. I francesi godono a tormentarci con il sorriso malizioso della Monna Lisa (come quando dopo i Mondiali la travestirono con la maglia dei Blues) sempre sottolineando inoltre, e con perfidia, che essi la detengono legalmente. Se è vero che il fatidico quadretto fu acquistato dalla Francia nella persona di Francesco I in modo legale, è altresì vero che quello è uno dei loro pochi capolavori stranieri «regolari». Basta leggere il classico libro dello storico Paul Wescher, I furti d'arte. Napoleone e la nascita del Louvre, per esserne perfettamente edotti.
Delle oltre 500 opere razziate da Napoleone durante la campagna d'Italia (per tacere delle sue guerre nelle altre nazioni con annesso bottino) appena la metà è ritornata qui con la Restaurazione. E non si tratta di vasellame o cassapanche, ma di capolavori inarrivabili di Cimabue, Giotto, Angelico, Mantegna, Perugino, Pontormo, Veronese, Reni; opere che ancora adesso stanno in bella mostra al Louvre con la dicitura - colmo della beffa - Campagne d'Italie. Sommando tutti i furti e le spoliazioni napoleoniche che ci sono state in giro per l'Europa e l'Oriente, Wescher può concludere senza troppo esagerare che il Louvre, più che un museo, assomiglia al magazzino di un ricettatore. Che poi le opere italiane abbiano in Francia maggior visibilità, come i francesi sostengono, è una dichiarazione che fa il paio per spregio e sfottò con la risposta che il British museum diede al governo greco, quando questi reclamò la restituzione dei frontoni del Partenone: «Da noi si vedono meglio».
La storia lo insegna: è un malvezzo peculiare dei francesi quello di prendere idee italiane e spacciarle per roba propria. Si studi la storia dell'arte o del costume, dalla cucina alle buone maniere: tutte le strombazzate invenzioni francesi hanno un'origine italiana. Tanto che se non fosse stato per Caterina de' Medici, probabilmente i francesi mangerebbero ancora senza la forchetta, così come riescono a fare a meno del bidet.
Al più si può dire che l'autentico genio transalpino è quello dell'imitazione, dello scimmiottare deridendo; non a caso uno spirito super partes come Arthur Schopenhauer li definiva «le scimmie d'Europa», assegnando all'Italia - erede ben più diretta dei Romani - lo scettro di maestra delle genti. I francesi (questo bisogna almeno riconoscerglielo dopo tante legnate) sono abilissimi nell'illuminare loro stessi e le loro cose, lasciando gli altri, magari ben più meritevoli, in ombra e disgrazia; sono dei bravi illuminotecnici o se si preferisce dei mirabolanti prestigiatori. In quest'arte, per esempio, Emmanuel Macron riesce a essere migliore persino del nostro Silvan. Solo un grande mago può farsi populista da tecnocrate, sforare il 3 per cento senza incorrere nella procedura d'infrazione dell'Unione europea, continuando a guardarci dall'alto in basso e impartendo lezioni: Sim Salabim.




