Dopo aver letto con molto interesse ed attenzione l’articolo apparso sulla Verità di domenica 17 agosto, con il titolo «L’unico a non aver sbagliato nulla è rimasto Martin Heidegger», ci è nato il dubbio - da cattolici -che si possa ingenerare qualche malinteso (certamente non legato e non voluto dall’autore del testo) circa il «posizionamento» del famoso filosofo tedesco, riguardo al cristianesimo. Heidegger è certamente un filosofo con cui ancora oggi bisogna fare i conti, soprattutto in un’ottica critica circa l’elaborazione del suo pensiero. A sostegno di questa affermazione, ci permettiamo di ricordare gli scritti di Edith Stein, sua collega all’interno della scuola filosofica di Edmund Husserl, di cui fu assistente dal 1916 al 1927, quando con la pubblicazione del libro Essere e tempo propose tesi che si distanziavano dalla fenomenologia husserliana. La santa filosofa, martire del nazismo ad Auschwitz, eletta compatrona d’Europa da San Giovanni Paolo II, già nel 1936 riscontrò nelle posizioni di Heidegger un «sentimento anticristiano» (antichristlicher Affekt) e sviluppò un’acuta analisi critica del cosiddetto man (si dice, si fa …), circa la formulazione dell’«autenticità», e dell’«essere per la morte», sviluppato interamente nell’ «al di qua» (Diesseits), ignorando (volutamente) l’«al di là» (Jenseits), presente anche nel momento della morte. Le tesi di Edith Stein sono state ampiamente riprese e spiegate da padre Marco Paolinelli, professore di storia della filosofia e di filosofia morale, nel suo libro Edith Stein e «l’uomo non redento» di Martin Heidegger. Erik Peterson, teologo protestante convertito al cattolicesimo, utilizzò parole molto dure analizzando la filosofia heideggeriana: «Nella filosofia di Heidegger è evidente a quali conseguenze conduce la trasformazione dei concetti teologici in concetti generali… porta a una tale deformazione che la scelta per Dio, che si è fatto uomo nel tempo, si trasforma nella scelta per il “führer” che è l’incarnazione nel suo tempo. La morte del martire, che rivela Dio - e il cielo si apre sempre, come con la lapidazione dell’arcimartire Stefano - diventa una morte che rivela solo i limiti dell’esistenza umana di fronte al nulla, il “momento” di Kierkegaard è un momento di misticismo cristiano, degenerato in un fugace impegno di responsabilità storica e politica». Lo stesso filosofo ebreo Hans Jonas, che seguì personalmente le lezioni di Heidegger, nella sua opera Gnosi e spirito tardo antico ne criticò l’impostazione gnostica, elencando ben 19 «topoi» chiaramente gnostici nell’opera del filosofo tedesco. A riprova e conferma vale la pena di ricordare il saggio di Susan Taubes - scritto con lo scopo di difendere Heidegger - con il significativo titolo The Gnostic Foundations of Heidegger’s Nihilism. Da non trascurare il fatto che Stein e Jonas evidenziano come Heidegger vada a minare il valore del «nomos», considerando la colpa solo un «esistenziale» e non più un’infrazione della legge morale. Negli anni, molti autori hanno proposto interpretazioni personali circa la notissima affermazione di Martin Heidegger nell’intervista al famoso giornale tedesco Der Spiegel, il 23 settembre 1966, 33 anni dopo la sua «chiacchierata» accettazione del Rettorato dell’Università di Friburgo: «Solo un dio ci può salvare», che ha suscitato da sempre interrogativi e un sentimento di forte perplessità. La domanda di fondo, che tutti possiamo e dobbiamo porci, è quale sia il «dio» cui il filosofo si riferisce. Di recente, il filosofo Giorgio Agamben ha proposto una sua interpretazione, che si aggiunge ad altre espresse nel tempo: «… Ciò che abbiamo perduto è solo un dio a cui sia possibile dare un nome e un’identità … Al di là dei nomi, resta la cosa più importante: il divino. Finché saremo capaci di percepire come divini un fiore, un volto, un uccello, un gesto o un filo d’erba, potremo fare a meno di un Dio che è possibile nominare. Ci basta il divino, l’aggettivo ci importa più del sostantivo. Non “un Dio”, piuttosto: “solo il divino ci può salvare”» (Quodlibet Una Voce, 21 marzo 2025). Questa interpretazione, che suona di fatto come una critica al pensatore di Meßkirch, ci pare plausibile. Resta, dunque, aperto il tema di fondo, che ci ha spinto a prendere la parola, con l’intento di fare chiarezza, evitando malintesi, pur nel rispetto del pensiero di chiunque: il «dio» cui si riferisce Heidegger non è il Dio di Gesù Cristo, non è la Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo; non è il Dio fatto uomo in Gesù di Nazareth. La dottrina cristiana è molto chiara e non c’è posto per equivoci: è Lui, e solo Lui, che ha il potere di salvare non solo l’umanità genericamente intesa, ma ogni singolo uomo, e ne ha dato prova e garanzia con la Sua Resurrezione.
L’invasione tedesca della Francia destò inquietudine e preoccupazione, ma anche una sincera curiosità culturale. Montherlant vi vide un trionfo dei vecchi dèi. E che scandalo per quei soldati sempre nudi…
Alle 18.50 del 22 giugno 1940, i vertici delle forze armate della Germania nazionalsocialista e della Francia appena sconfitta firmano l’armistizio a Compiègne, cittadina situata nel dipartimento dell'Oise della regione dell'Alta Francia. La scelta della città non è casuale: Adolf Hitler infatti pretese che il luogo e persino il vagone ferroviario fossero esattamente gli stessi in cui, nel 1918, la Germania aveva firmato la resa. A tale scopo il vagone fu portato fuori dal museo dove era stato collocato e preparato per lo svolgimento delle nuove trattative. Hitler prese posto sulla stessa sedia sulla quale nel 1918 il maresciallo Ferdinand Foch ricevette i tedeschi sconfitti e, dopo la lettura del preambolo, lasciò la carrozza. Una delle grandi ferite storiche ancora sanguinanti nella memoria collettiva dei nazionalisti tedeschi veniva così (temporaneamente) sanata. Le truppe tedesche avevano già sfilato a Parigi sotto l’Arco di Trionfo, mentre il 18 giugno il Führer in persona aveva visitato la capitale francese.
L’ingresso delle truppe tedesche a Parigi e l’invasione della Francia fu però anche un evento culturale (in senso lato). Se Martin Heidegger, nelle sue lezioni universitarie su Nietzsche, vi vedeva una sconfitta di Cartesio di fronte al messaggio di Zarathustra, anche nel Paese vinto non furono pochi a restare affascinati dalle truppe crociuncinate. Anche a sinistra del Reno esisteva infatti una nutrita compagine filo fascista. Ma in Francia c’erano più che semplici simpatizzanti del fascismo come ce n’erano in tutta Europa: c’era un’intellighenzia pronta a razionalizzare o a poetizzare la conquista, fatto più unico che raro. Un episodio tipico di questa infatuazione lo vediamo ne Il solstizio di giugno, libro di Henry de Montherlant (recentemente ripubblicato per i tipi di Passaggio al bosco), che già nel titolo fa riferimento proprio alla coincidenza temporale tra la firma dell’armistizio e l’antica festività pagana.
Da Marsiglia, proprio in quelle settimane, Montherlant scriveva: «È passata una settimana e oggi è stato firmato l’armistizio. Il giorno del solstizio d’estate. La croce uncinata, che è la ruota solare, trionfa in una delle feste del sole. La sera sono stato a passeggiare lungo questa costa livida […]. A volte si slancia una piccola onda, come un cane che salta per afferrare una mosca. È il mare sopra il quale passò una voce che diceva: “Il grande Pan è morto”, traducete: “Hai vinto, o Galileo”. E sopra il quale, questa sera, sento passare un’altra voce: “Sei vinto, o Galileo” […]. A lungo avevo desiderato di vedere in faccia quell’esercito e di sapere qual era il suo comportamento; chi erano quegli uomini che “chiamano Dio il segreto dei boschi”; ai quali andava l’antica gloria di aver odiato il cristianesimo, e che ora avevano la missione di distruggere la morale borghese e la morale ecclesiastica, dalle rive dell’Atlantico fino ai confini della Russia».
L’ingresso delle truppe tedesche è quindi visto come una epifania pagana, il trionfo di una visione del mondo, di una spiritualità post cristiana e post borghese, il trionfo del corpo sulla cultura. Ma non fu solo un miraggio di poeti estetizzanti. In un corposo saggio che fece rumore, qualche anno fa Patrick Buisson descrisse gli anni 1940-1945 come gli Années érotiques. Il confronto, anche estetico, tra l’esercito francese e quello tedesco fu impietoso. «Contrariamente alla Wehrmacht», scrive Buisson, quello francese «è un esercito di padri di famiglia – quasi quattro mobilitati su dieci lo erano già stati 20 anni prima -, un esercito a immagine di una pianta che abbia esaurito l’energia e le qualità del suo suolo». A questa armata stanca, vecchia, sfiduciata, si oppone plasticamente l’immagine dei soldati tedeschi: «In questa estate 1940, la Francia intera è trasformata in un immenso campo naturista. Nelle fattorie requisite per l’alloggiamento delle truppe, nelle città, i villaggi e i borghi in cui esse hanno stabilito i loro accampamenti, i francesi scoprono con stupore i costumi di questa strana popolazione, torso nudo, busto bronzeo, come dei campeggiatori felici della vita. Dalla mattina alla sera, i soldati tedeschi sono nudi. Nudi fino all’astrazione, nudi di una nudità elevata a principio stilistico».
L’impatto culturale è tremendo: «Presso i giovani francesi, fra i quali non è ancora in uso di togliersi la maglia, di esibire ginocchia e polpacci sotto i calzoncini o di curare il proprio corpo altrimenti che come una compito da svolgere a riparo da sguardi indiscreti, si insinua l’impressione lancinante di essere relegati nelle tenebre di una umanità inferiore». Particolari che in Montherlant – che, ricordiamolo, era omosessuale, come altri nel circuito dei collaborazionisti francesi – dovettero avere un certo peso.
Partiamo da un fatto: i giovanissimi non guardano più le partite di calcio. O meglio, il pallone li appassiona ancora, ma una partita tutta intera, 90 minuti filati, proprio non la reggono, come se il loro cervello rifiutasse di recepire le fasi di stallo, i riempitivi sincopati che anticipano un'azione da gol. Meglio disputare un match alla Playstation: lì, primo e secondo tempo sono condensati in qualche manciata di minuti, i fraseggi salienti conducono facilmente alla rete, per di più si vive l'emozione dei protagonisti, e magari si allestisce una squadra con i propri beniamini, poco importa il colore della maglia.
La notizia non deve destare scalpore. Da anni i social come Instagram e TikTok impongono la fruizione di video della durata massima di quattro o cinque minuti, le didascalie di commento a una foto si cristallizzano in un motto, magari in qualche parolina di contorno, il resto è noia che affascina solo chi crede nell'effluvio balsamico della parola. Il mondo del calcio professionistico non è esente dalla rivoluzione: i ragazzi di oggi sono il pubblico affezionato (e pagante) di domani, gli investitori sanno bene come la fascia anagrafica tra i 16 e i 24 anni sia quella da blandire per promuovere iniziative commerciali redditizie. Se volessimo analizzare la cosa dal punto di vista filosofico, non occorrerebbe scomodare Martin Heidegger o Emanuele Severino per comprendere come il pensiero tecnico, espressione più radicale del pensiero occidentale, stia fagocitando il quotidiano: se una volta la tecnica era un mezzo per raggiungere uno scopo, oggi è diventata essa stessa lo scopo.
Ma se ci si sposta sul versante sportivo, le conseguenze sono altrettanto dirompenti. In un futuro possibile, l'europeissimo calcio diventerà simile all' americanissima NBA di basket, i tifosi potrebbero affezionarsi a un campione itinerante di città in città anno dopo anno, più che a una particolare franchigia, allo spettacolo, un po' meno alla maglia di un territorio, espressione di quel senso di comunità che l'individualismo oltranzista cerca di soverchiare. Già Florentino Perez e Andrea Agnelli lo avevano annunciato quando tentarono il golpe della Superlega: occorre inventarsi espedienti all'americana per cambiare le regole e riattualizzare le partite. Oggi ci pensa la Fifa a buttar sul piatto un esperimento destinato a far discutere gli appassionati. La Federazione Internazionale sta valutando l'introduzione di novità drastiche, la cui efficacia sarà verificata durante la Future Football Cup - torneo amichevole per Under 19 in corso di svolgimento - a cui stanno partecipando il Lipsia, il Bruges, il Psv Eindhoven e l'Az Alkmaar. Il primo cambiamento coinvolge proprio la durata di una sfida. Si gioca 30 minuti per tempo, e il cronometro dell'arbitro si ferma a ogni interruzione, per sradicare tempi morti e sceneggiate da infortuni fittizi, peculiarità strapaesane che animano il calcio da quando è stato concepito. Poi si interverrà sulle sostituzioni. Il progetto è farle diventare illimitate, ben oltre le già 5 per squadra previste. La terza modifica riguarda le sanzioni: potrebbero diventare a tempo. Un cartellino giallo prevederebbe l'uscita dal campo del calciatore ammonito per 5 minuti. Le rimesse laterali poi, verrebbero battute con i piedi, non più con le mani, garantendo l'innesco di azioni insidiose e permettendo magari di battere subito a rete, togliendo l'obbligo di servire in prima istanza un compagno di squadra.
Beninteso, un esperimento non è garanzia della sua approvazione. La filiera burocratica della federazione osserverà passo dopo passo gli effetti sugli incontri e la reazione del pubblico, dopodiché sceglierà quale novità proporre al Consiglio Internazionale deputato a decidere.
Nel frattempo, pure in Serie A si preannunciano rivoluzioni copernicane: dopo 17 stagioni a 20 squadre, arriva la proposta di tornare a 18 club entro il 2024, dopo qualche campionato di transizione, con l'aggiunta dei playoff per assegnare lo scudetto. Lo scopo è snellire il numero delle sfide, in modo da preservare le energie delle compagini italiane impegnate nelle coppe europee, oltre che offrire - e questo è un aspetto controverso - incontri scoppiettanti in primavera con partite a eliminazione diretta. Il progetto è sul tavolo della Figc, ma come già capitato in altri casi, occorrerà un dialogo serrato - magari a suon di sganassoni verbali - tra favorevoli e contrari, coinvolgendo la Serie B.
Nell'elaborazione della riforma, c'è lo zampino della società di consulenza internazionale Deloitte, ingaggiata per analizzare la prospettiva dal punto di vista economico, soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento dei diritti televisivi. L'attesa per capire che cosa accadrà non sarà lunga. E se lo sport è, come insegna la retorica, una metafora di una vita possibile, ecco servita un'esistenza più frenetica, magari psicologicamente seduttiva, di sicuro meno romantica. Ma non così pervasiva da rendere inerte una speranza nei tifosi: che tutte le Atalanta del globo battano sempre le franchigie artificiali della Red Bull. Indipendentemente dalla durata dei match.





