Ci sono conflittualità e conflittualità. Alcune, un po’ come gli animali di George Orwell (tra i quali ve n’erano di «più uguali degli altri»), sono evidentemente più «conflittuali» di altre. O almeno così sembra pensarla la giornalista Lucia Annunziata, della quale in molti rammenteranno i passaggi salienti della lettera con cui, lo scorso maggio, comunicò la propria decisione di dimettersi dalla Rai. Uno soprattutto merita di essere ricordato, questo: «Arrivo a questa scelta perché non condivido nulla dell’operato dell’attuale governo, né sui contenuti, né sui metodi. In particolare non condivido le modalità dell’intervento sulla Rai. Riconoscere questa distanza è da parte mia un atto di serietà nei confronti dell’azienda che vi apprestate a governare. Non ci sono le condizioni per una collaborazione dunque. E d’altra parte non intendo avviarmi sulla strada di una permanente conflittualità interna sul lavoro». Tale paventata conflittualità avrebbe insomma determinato la scelta di abbandonare Viale Mazzini, con cui la Annunziata aveva un contratto che in ogni caso sarebbe scaduto nel 2024; e questo benché non risulti che la dirigenza della Rai avesse in animo di escludere dai palinsesti Mezz’ora in più, il programma di approfondimento condotto da Lucia Annunziata ogni domenica e che adesso, mutando di poco il nome (diventerà In mezz’ora), sarà infatti rilevato da un’altra giornalista, Monica Maggioni. Una decisione, quella di congedarsi dalla televisione di Stato, che la stessa Annunziata aveva chiesto alla direzione della Rai di «accogliere con serietà». Richiesta del tutto lecita. Due notizie recenti, una delle quali riportata in anteprima dal Corriere della Sera, autorizzano però a coltivare qualche dubbio intorno alla serietà delle dimissioni di Lucia Annunziata e, ancor di più, intorno alla serietà dei motivi che a esse hanno condotto. Di un motivo, in particolare, ovvero la già citata «conflittualità». Per comprendere le ragioni di questi dubbi andiamo a vedere quali sono le due notizie, entrambe riguardanti la giornalista salernitana. La prima è che la Annunziata inizierà a breve una collaborazione con Radio 24, l’emittente radiofonica di Confindustria, per curare il sabato mattina, assieme al vicedirettore del Sole 24 Ore (quotidiano di Confindustria) Daniele Bellasio, un programma radiofonico dedicato all’attualità. Come spiegato, tra gli altri, dalla testata Prima Comunicazione, la Rai ha chiesto alla Annunziata di «rispettare un periodo di non concorrenza per programmi giornalistici televisivi», ed ecco quindi l’approdo a Radio 24. La seconda notizia, quella riferita ieri dal Corriere della Sera, è decisamente più rilevante: con il pieno ed entusiastico consenso della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, Lucia Annunziata sarà candidata dal Pd - il Corriere della Sera la definisce addirittura «punta di diamante» - nel collegio del Sud in occasione delle prossime elezioni europee, che si svolgeranno all’inizio di giugno del 2024. Ora, nessuno dubita che questa candidatura sia un’idea emersa soltanto nelle ultime settimane e che nulla abbia a che vedere con le dimissioni della Annunziata dalla Rai, tuttavia qui si pone in maniera eclatante la già più volte richiamata questione della «conflittualità». Sì, perché non c’è chi non veda, tranne forse l’Annunziata medesima, l’incompatibilità - ideologica e morale -tra una candidatura con l’attuale Pd a guida Schlein, in sempre più accentuata corrispondenza d’amorosi sensi con la Cgil di Maurizio Landini, e le prestazioni professionali offerte alla radio della Confindustria, cioè di quello che della Cgil - e di conseguenza del Pd guidato da Elly Schlein - è almeno sulla carta uno dei principali antagonisti. Ma appunto, come si diceva all’inizio, devono esserci conflittualità che per Lucia Annunziata sono meno conflittuali di altre, e quella fra Confindustria e Pd appartiene a quest’ultima categoria. Chissà cosa ne pensa Landini. Per tranquillizzarlo, Lucia potrà utilmente ricordargli come lei sia da sempre una grande estimatrice di Enrico Berlinguer, il più amato fra i segretari del Partito comunista italiano e, ovviamente, punto di riferimento anche per Landini. Ancora lo scorso dicembre, in un articolo pubblicato su La Stampa, la giornalista auspicava che il Pd ripartisse dalla celebre «questione morale» posta da Berlinguer, dalla fine degli anni Settanta in avanti, al centro della propria visione politica: «Il tanto venerato “noi abbiamo le mani pulite” di Berlinguer», si legge in quel suo pezzo, «è stato - e oggi non a caso torna alla ribalta - il pivot di un rilancio e di un consolidamento del Pci». È però vero che Berlinguer è stato anche il propugnatore di un partito che fosse al contempo «di lotta e di governo»: una formula, questa, che la Annunziata sembra aver fatto sua almeno quanto quella della questione morale. E dunque, alla fine dei conti, alla nostra Lucia non si può proprio dire nulla: più coerente di così...
Con la Rai e con i comunisti, essere buoni profeti è facile: basta prevedere il peggio e si hanno ottime chance di azzeccare le previsioni. Ieri mattina, la Verità ha pubblicato un lungo resoconto sulle imprese di Lucia Annunziata negli ultimi sette giorni: un fuoco di fila di attacchi e insulti contro il governo (Annunziata in versione tigre) e invece una performance a base di latte e miele al congresso della Cgil (Annunziata in versione miciona che fa le fusa).
È stato sufficiente attendere le 14.30 di ieri, orario di inizio su RaiTre del programma Mezz’ora in più, per assistere a un ennesimo salto di qualità. Per chi non avesse visto la trasmissione, è doveroso avvertire che si è trattato di roba forte, con freni inibitori totalmente saltati e turpiloquio, salvo poi - magia - tornare improvvisamente ai sorrisoni a trentadue denti. Tutto questo - inutile dirlo - a spese vostre e nostre, visto che il canone lo pagano obbligatoriamente gli italiani (anche quelli non comunisti).
La prima ospite della Annunziata era il ministro Eugenia Roccella: servizio introduttivo sulla manifestazione di sabato a Milano, con un fuoco di fila di testimonianze ostili al governo da parte di alcune coppie omogenitoriali. Tornati in studio, con sprezzo del ridicolo, la Annunziata ha spiegato che, per dar voce alla piazza (che era stata appena sentita!), bisognava ascoltare un’altra intervista: altri due minuti di attacchi al governo (per la cronaca, la settimana precedente c’era stato un numero imprecisato di ospiti Pd senza contraddittorio, in occasione del congresso di quel partito). Dopo di che, ha avuto inizio il match di pugilato (altro che domande e risposte) tra Annunziata e Roccella, con il ministro che - va detto, con puntualità di informazioni, comunque ciascuno la pensi - ha costantemente richiamato alcuni fatti oggettivi e non controvertibili. Primo: nessun bambino è oggi privo di diritti in Italia, quale che sia la famiglia in cui vive. Secondo: anche il genitore non biologico, in base alla giurisprudenza della Cassazione, può ricorrere alla cosiddetta «adozione in casi particolari», e ciò supera anche i problemi di registrazione sollevati in piazza sabato. Terzo: Roccella ha insistito sul vero cuore della questione, e cioè la pratica (a cui il governo è contrario) dell’utero in affitto. E qui il ministro ha ripetutamente cercato di spiegare perché, a suo avviso, il corpo di una donna non debba essere trattato come un mero contenitore, meno che mai dietro pagamento di denaro. Apriti cielo: la Annunziata non ci ha visto più e, in preda a una specie di raptus, brandendo la recente decisione della commissione Affari europei del Senato contraria al regolamento Ue sulla filiazione, ha gridato: «Assumetevi la responsabilità di fare questi leggi, cazzo!». Avete sentito bene: «Cazzo!». La Annunziata, subito dopo, si è portata le mani davanti alla bocca e si è scusata con l’interlocutrice e con i telespettatori. Ma ormai la frittata era fatta: la conduttrice era «uscita al naturale».
È finita qui? Neanche per idea. Congedata la Roccella, la Annunziata si è collegata con il secondo ospite, e cioè Maurizio Landini («ci chiamiamo sorella e fratello», aveva spiegato la Annunziata al congresso Cgil). E qui - oplà - si è tornati al latte e miele. Sorrisoni, voce flautata, assist serviti a ripetizione al sindacalista per sostenere che il governo facilita l’evasione, colpisce i lavoratori, e via con la propaganda.
Morale della favola, la domanda resta sempre la stessa: perché gli italiani non comunisti devono pagare di tasca loro per finanziare questo teatrino? Alcuni (fra cui chi scrive) auspicano da anni la privatizzazione della Rai. Sogno irrealizzabile, temiamo. Ma allora che aspetta il governo a pretendere per lo meno un riequilibrio nell’informazione del cosiddetto servizio pubblico?




