Troppo comodo, per chi coltivasse vaghe reminiscenze di filosofia, scomodare il principio di non contraddizione caro a Parmenide: ciò che è stato, è, non può non essere. L'apparenza ci mostra il contrario. A volte, ciò che è stato, non è più. Nei sentimenti, nel lavoro, nel calcio. Nei sentimenti sbocciati sul campo da calcio, che della vita è sintesi cruda. Martedì sera allo Juventus Stadium di Torino, durante il ritorno della semifinale di Coppa Italia tra Juventus e Inter - pareggio a reti inviolate, qualificazione per i bianconeri - è andato in scena l'epilogo furibondo di un rapporto, quello tra Andrea Agnelli e Antonio Conte, sbocciato anni fa con le qualità rosee del sodalizio inattaccabile. Lo si è capito fin dal primo tempo, con un'ammonizione comminata al giocatore nerazzurro Matteo Darmian che ha innervosito il tecnico, innescando un primo battibecco tra lui e la panchina juventina, culminato con il dito medio rivolto dal salentino alla dirigenza avversaria. Lo scambio di convenevoli è proseguito durante l'intervallo, Conte e Lele Oriali da una parte, Fabio Paratici e sodali dall'altra. Fino al fischio finale, quando il presidente della Juve Andrea Agnelli, intascata la vittoria, scendendo le scale della tribuna verso il campo, col labiale a favor di telecamera nel silenzio dello stadio vuoto, avrebbe detto: «Ora stai zitto, co...», terminando la frase con uno schietto raffronto tra Antonio Conte e le gonadi maschili. Oggi il giudice sportivo si pronuncerà sull'accaduto, una volta acquisiti i referti. La sanzione nei confronti di Conte potrebbe riguardare il divieto a sedere in panchina nel prossimo turno di Coppa Italia. Per i dirigenti bianconeri, già in occasione della finale di quest'anno. Ma è anche possibile che scatti una squalifica a tempo, valida pure per il campionato. Aleggia persino l'ipotesi, meno probabile, che vi siano state violazioni dell'articolo 39 del Codice di giustizia sportiva, con sanzioni più rigide. C'è chi si è affrettato a scorgere analogie tra lo scontro Conte-Juventus di questa settimana e la scaramuccia del derby Inter-Milan tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku di due settimane fa, sulla quale la giustizia sportiva deve ancora pronunciarsi. La differenza sostanziale tra i due episodi è che, se durante la sfida tra le squadre milanesi, la zuffa è avvenuta tra due pari grado, in questo caso i livelli erano distinti: un ex dipendente si scontra con quello che fu il suo datore di lavoro. Del resto, il rapporto tra Antonio Conte e Andrea Agnelli (quest'ultimo tra l'altro è stato appena sentito dai pm di Perugia come persona informata sui fatti per il caso Suarez) affonda le radici in un passato lontano. Dopo una carriera prestigiosa come centrocampista della Juventus per tredici stagioni e l'inizio della gavetta come allenatore, il corteggiamento di Agnelli nei confronti del tecnico fu serrato. Si dice che il presidente rimase colpito dal colloquio avuto con il salentino quando questi allenava il Siena, neopromosso in Serie A: gli avrebbe affidato la panchina bianconera, puntando su di lui per la rinascita dopo qualche annata deludente e la parentesi in Serie B. La fiducia nei confronti di Conte era tale da fargli mettere da parte un'uscita infelice del suo passato. Campionato di Serie B 2006/2007, il primo dopo Calciopoli, ultima giornata. i bianconeri perdono i casa contro lo Spezia e i liguri si salvano dalla retrocessione in serie C a scapito dell'Arezzo allenato da Conte, che commenta sibillino: «Rispetto tanto i tifosi juventini, ma poco la squadra. Retrocedere così fa male, ma mi fa capire alcune cose che già sapevo». L'incidente fu dimenticato. Conte si accomodò sulla panchina bianconera, vincendo uno scudetto da imbattuto e conquistandone un secondo, nonostante la squalifica di quattro mesi per una vicenda di calcioscommesse. Poi arrivò lo scudetto dei record, oltre 100 punti in Serie A, malgrado l'uscita prematura dalla Champions League e l'eliminazione da un'Europa League accessibile. L'allenatore iniziava a mal digerire la campagna acquisti. «Non si può mangiare in un ristorante da 100 euro con 10 euro in tasca», fu la frase che scatenò il divorzio. Conte sosteneva che primeggiare in Europa senza rinforzi adeguati sarebbe stato impossibile, lasciò Torino nell'estate 2014 accasandosi sulla panchina della Nazionale, rimpiazzato da Massimiliano Allegri, che centrò due finali di Champions League. Quell'abbandono a stagione già iniziata, un voltafaccia in piena regola, Andrea Agnelli e John Elkann non l'hanno mai mandato giù. Più volte, nelle stagioni successive, Conte ha provato a tornare alla Juventus insistendo con gli amici Nevded e Paratici. Ma al termine dell'era Allegri, gli verrà preferito Maurizio Sarri. L'approdo sulla panchina dell'Inter segnerà il divorzio umano definitivo, culminato con gli insulti di martedì sera. C'è chi, parafrasando Antonello Venditti, insiste nel ricordare che gli amori non finiscono, fanno solo grandi giri prima di ritornare. Se è così, il giro pare ancora lungo. E impervio per entrambi. Da un lato, Agnelli deve fronteggiare i giornalisti francesi de L'Equipe, che in un articolo di ieri hanno stigmatizzato le sue intenzioni di caldeggiare la famigerata Superlega Europea, un campionato continentale tra grandi squadre capace di relegare le realtà provinciali verso l'inconsistenza sportiva. Dall'altro, Conte dovrà gestire le difficoltà della proprietà cinese Suning a investire nell'Inter.
- Naufraga il tentativo di salvare l'immagine del Belpaese compromessa dalle scelte scellerate del governo. Il match di Torino con lo stadio vuoto è lo spot globale delle nostre contraddizioni. Caos anche sulle scuole.
- L'Emilia Romagna è la terza Regione italiana più colpita, ma se ne parla pochissimo. Complici i media amici, il governatore dem è riuscito a defilarsi dal tritacarne politico.
Lo speciale contiene due articoli.
Avendo compreso che compromettere l'immagine dell'Italia e sclerotizzarne il centro produttivo costerà economicamente e politicamente, il governicchio ha cambiato linea: si torna alla normalità, il Covid-19 è un'influenza appena più aggressiva, gli infetti non hanno quasi mai bisogno di ricovero e i malati stanno guarendo.
Ma il danno è fatto. E sarà difficile rimettere in moto, con un maquillage sulla conta dei contagi, la metà del Paese che s'è bloccata e l'altra metà che resta terrorizzata. È proprio la gestione dilettantesca dell'emergenza ad aver irritato Sergio Mattarella, che con il suo discorso di ieri sulle «paure irrazionali» ha censurato il caos provocato dall'imperizia di Giuseppe Conte. Tanto più che nonostante gli appelli e le veline antiallarmiste (cui i media ufficiali si sono tendenzialmente adeguati), proseguono i segnali contraddittori, che erodono ulteriormente la già compromessa fiducia dell'opinione pubblica e, comunque, non rendono proprio l'idea di una situazione normale.
L'aspetto più clamoroso riguarda il derby d'Italia, Juventus-Inter. Nei giorni scorsi s'era fatta largo l'ipotesi di rinviarlo a lunedì, aprendo tuttavia l'Allianz Stadium di Torino ai tifosi. Ma, alla fine, Regione, prefetti, sindaci e presidenti delle province piemontesi hanno convenuto di far giocare il match domani sera, a porte chiuse. Sarà uno scenario apocalittico: Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku daranno l'assedio alle reti in un silenzio tombale, rotto soltanto dalle imprecazioni degli allenatori. Il turno d'andata, lo scorso ottobre, era stato la partita più seguita della storia di Sky Italia: una media di 3,2 milioni di spettatori, con picchi sopra i 4 milioni. Considerando che la gara viene trasmessa in oltre 200 Paesi e che ora è una vera sfida scudetto, nel momento più critico per i bianconeri, non è assurdo supporre che a seguirla in tv, nel mondo, sarà un numero di appassionati vicino al miliardo di persone. Quasi un settimo della popolazione del globo vedrà uno stadio deserto, uno scenario postatomico tipo Ken il guerriero. Persino Cr7, intervistato da Sky, ha dovuto ammettere: «Sarà strano giocare senza tifo». Altro che normalità. Altro che l'amministrazione Appendino, che nel capoluogo sta assurdamente preparando la festa di fine epidemia. Se va tutto bene, perché lo Stadium sarà vuoto? Perché i supporter della Juve sono stati ammessi a Lione e non nella loro città?
Nel frattempo, proseguono le precauzioni nelle serie minori e negli altri sport. Non sono una vetrina planetaria, però in Lombardia le attività dilettantistiche sono lungi dall'agognata normalità: saranno riaperti impianti e palestre, ricominceranno le competizioni, ma resteranno senza pubblico. Non era tutto sotto controllo? In Sardegna, per dire, non è stato registrato alcun caso di coronavirus, eppure a Cagliari è stata rinviata la corsa femminile prevista per l'8 marzo. Al contempo, l'assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu, ha annunciato che è pronto un piano per «isolare» fino a 110.000 persone.
Non è soltanto lo sport a presentare uno scenario schizofrenico. L'altro capitolo dolente è quello delle scuole; e cosa c'è di più normale degli alunni che vanno a lezione?
A esclusione delle zone rosse, la pressione per riportare tutti in aula è forte. Su questo si sono esposte in prima persona sia la titolare del Miur, Lucia Azzolina, sia il viceministro, Anna Ascani. Nondimeno, l'orientamento non è univoco. Il Nord Est è orientato per la riapertura. La Lombardia, invece, vuole prorogare l'ordinanza per un'altra settimana, inclusa la chiusura delle scuole. La Liguria decide domani. Nelle Marche, invece, prosegue il braccio di ferro con Roma. Il governatore, Luca Ceriscioli, non molla: dopo l'annullamento della prima ordinanza da parte del Tar, ne ha siglata un'altra, tenendo fino a oggi i ragazzi a casa. Frattanto, il suo esecutivo regionale polemizza aspramente con il compagno di partito, il ministro pd delle Autonomie, Francesco Boccia. A Roseto degli Abruzzi, dove era risultato positivo solo un uomo brianzolo, in villeggiatura con la famiglia, subito isolata, gli istituti d'istruzione sono stati interdetti agli studenti sino a oggi. A suggerire tanta prudenza è anche il timore delle Procure: basti pensare all'amara sorte dei medici di Codogno, praticamente «denunciati» dal premier. È facile invocare il ritorno alla normalità; è ancor più facile immaginare cosa scatenerebbe il contagio di un minore, a scuole regolarmente funzionanti. E così a Messina, a 1.000 chilometri dai focolai del Nord, il sindaco terrà elementari, medie e licei sbarrati fino a martedì.
La città simbolo della reazione al panico da virus dovrebbe essere Milano. Ma anche lì, al netto degli spot di Beppe Sala e sebbene si prepari a riaprire il Duomo, su cinema, teatri e musei è arrivata la frenata del ministro, Dario Franceschini: «Non si può passare dal chiudere tutto a voler riaprire tutto». E i ristoratori sono talmente disperati, da aver provato a rassicurare la clientela annunciando pulizie straordinarie nei locali.
Dagli esperti, d'altro canto, non arrivano rassicurazioni che giustifichino un allentamento delle precauzioni. L'Oms ha innalzato il livello dell'allerta globale. Massimo Galli, del Sacco, ha sentenziato: «Quest'epidemia non sarà rapidamente risolta». Durerà più Conte o il coronavirus?
E i cronisti si scordano di Bonaccini
Mentre i laboratori di tutto il mondo cercano di trovare un vaccino per il coronavirus, in Emilia Romagna, molto più modestamente, sembrano aver trovato il siero contro le rotture di scatole.
In un'emergenza in cui i presidenti delle Regioni sono in prima linea, nel bene o nel male, tra la mascherina di Attilio Fontana, i dilemmi calcistici di Alberto Cirio e il protagonismo muscolare del sin qui misconosciuto Luca Ceriscioli, Stefano Bonaccini sembra scomparso dai radar. Parla poco, e non è detto che sia un male, ma sembra anche poco interrogato dai media. Quasi che l'emergenza non riguardasse la sua regione. Eppure, numeri alla mano, non è così. La mappa dei contagi regione per regione aggiornata a ieri sera, infatti, vedeva la Lombardia nella situazione nettamente più critica, con ben 531 infetti sul suo territorio. Il secondo focolaio, come sappiamo, si è innescato in Veneto, dove ieri si contavano 151 casi. L'Emilia Romagna, però, è terza, con ben 145 tamponi positivi tra i suoi abitanti. La quarta regione per numero di casi, la Liguria, appare in una situazione nettamente migliore, con «soli» 19 cittadini infetti. In tutte le altre regioni, i casi sono pochissimi. Il Piemonte, per dire, è spesso al centro delle cronache, eppure al momento si è fermato a 11 contagi. Certamente la coincidenza che vuole la partita più attesa dell'anno capitare a Torino proprio nel pieno dell'epidemia ha contribuito ad accendere i riflettori, ma, in generale, una certa sproporzione nel trattamento mediatico appare evidente.
Non c'è nessuna selva di microfoni ad attendere Bonaccini a ogni sua uscita, e questo è un fatto. Va detto che la sua giunta è entrata ufficialmente in funzione solo ieri, quando l'assemblea legislativa regionale si è insediata. Ma per un presidente che è stato riconfermato alla guida della Regione e che viene da un precedente mandato, la scusa del «dateci tempo» non sta in piedi. Né, del resto, il tempo da dare è poi così tanto. Può anche darsi, ovviamente, che il basso profilo mediatico di Bonaccini sia una precisa scelta politica, una sorta di riedizione della strategia elettorale rivelatasi vincente: far parlare gli altri e pascersi nel ruolo del buon amministratore, l'uomo del fare mai sopra le righe.
Il protagonismo dei presidenti di Regione, tuttavia, non ha a che fare solo con lo show del blabla politico. Ci sono anche risposte da dare ai cittadini in un momento delicato. Risposte che, dai giornalisti, vengono chieste di continuo a Luca Zaia, per esempio, ma molto meno a un governatore che si trova a dover affrontare una situazione analoga. Stare nell'occhio del ciclone, del resto, comporta una visibilità che non sempre è positiva, poiché aumenta la percezione che il territorio governato dal tal presidente sia in una situazione più critica di altri.
Ieri, comunque, dopo la cerimonia di insediamento, Bonaccini ha incontrato i sindaci della regione per fare il punto della situazione. Intervistato a Circo Massimo, su Radio Capital, ha dichiarato: «Il governo non ha proceduto male, anche considerando che c'è stata un'escalation di casi in poche ore. Adesso c'è bisogno che intervenga con misure che diano uno shock all'economia. È la parte più rilevante, anche perché si sta affrontando bene la fase medico-sanitaria». Secondo Bonaccini, «abbiamo bisogno di tornare alla vita normale senza dare segnali contraddittori, e c'è bisogno di un confronto con il governo».




