Il nome di Jeroen Dijsselbloem suscita un brivido freddo ogni volta che viene pronunciato. Il politico olandese, membro del Partito Laburista olandese e ministro nel secondo governo di Mark Rutte, è stato presidente dell’Eurogruppo dal 2013 al 2018 e presidente del consiglio dei governatori del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) nello stesso periodo, è passato alla storia per la spietatezza. Negli anni in cui senza merito alcuno (anzi, forse proprio per questo) sedeva ai vertici delle istituzioni europee avrebbe meritato un premio per la ferocia. «Durante la crisi dell’euro», ha detto in una intervista commentando il suo operato, «i paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i paesi interessati dalla crisi. Come socialdemocratico, do grande importanza alla solidarietà. Ma ci sono anche dei doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto».
Dijsselbloem ha sempre esibito uno strano concetto di solidarietà. Nel 2013 si trovò a gestire la crisi di Cipro: per salvare le banche fu imposto ai cittadini, anche a quelli con conti fino a 100.000 euro, un prelievo forzoso, una patrimoniale pesantissima che il nostro - tutto orgoglioso - presentò al Financial Times come un esempio per tutta Europa. Fu costretto a rimangiarsi la dichiarazione, e a scusarsi, ma i ciprioti furono comunque massacrati, e grazie alle dichiarazioni dell’olandese il panico si diffuse sui mercati peggiorando la situazione. In seguito, non contento, Dijsselbloem si occupò della Grecia, rifiutando l’approccio più dolce proposto da Varoufakis e procedendo all’ennesima carneficina finanziaria. Tempo dopo, quando ormai i risultati delle politiche europee avevano fatto inorridire i più, il simpatico Jeroen tentò di rifarsi il look. Disse che con i greci era stato utilizzato un approccio un po’ forte, che gli dispiaceva per le sofferenze causate. Ma erano lacrime di coccodrillo.
Nella stessa intervista in cui fingeva di chiedere scusa, l’olandese opprimente dichiarò anche che «la politica è una cosa complicata, bisogna trovare compromessi, la Grecia dipendeva dagli aiuti degli altri paesi e invece ha fatto la voce grossa con la gente che voleva aiutarla». Insomma, sostenne che i greci avrebbero dovuto tacere o ringraziare chi li stava macellando socialmente.
Abbiamo voluto rinfrescare la memoria perché è bene tenere a mente chi sia davvero Dijsselbloem prima di esaminare le dichiarazioni rilasciate in questi giorni in qualità di sindaco di Eindhoven, incarico che attualmente ricopre, fin troppo prestigioso per la sua caratura. Il fatto è che il nostro adesso vuole mostrarsi buono e caritatevole, vuole darsi arie da paladino dei diritti.
In questi giorni (fino al 10 giugno) si tiene la Eindhoven Box Cup e dalla competizione è stata esclusa l’algerina Imane Khelif, 26 anni, medaglia d’oro olimpica 2024. Il punto è sempre lo stesso: il sesso dell’atleta. Il comitato olimpico le ha consentito di gareggiare sostenendo che basta dirsi donna per essere ritenuta tale, ma ai mondiali di pugilato organizzati lo scorso marzo Khelif non è stata ammessa.
Il torneo olandese è stato organizzato dalla federazione World Boxing, la quale ha stabilito che ciascuna atleta, prima di gareggiare nelle competizioni femminili, dovrà obbligatoriamente sottoporsi a un test generico per determinare l’eventuale presenza di cromosomi y. In buona sostanza, chi è nato maschio non può combattere con le donne. È una regola di buon senso, richiesta per altro da numerose atlete e attiviste femministe. Ma per Imane è un bel problema. Boris Van der Vorst, presidente della World Boxing, ha dichiarato che Khelif sarà esclusa da tutti gli eventi «fino a quando non si sottoporrà al test genetico sul sesso».
Non è chiaro ancora se Khelif abbia rifiutato il test o se - come sostiene qualche giornale algerino - non abbia rispettato i limiti di tempo previsti. La faccenda, ovviamente, solleva parecchie perplessità: se l’algerina, come ha sempre dichiarato, è nata donna, non dovrebbe avere problemi ad affrontare un esame. Il fatto è che Khelif è intersex, dunque è molto probabile che il test generico le causerebbe qualche problema.
Ed è qui che entra in scena Jeroen Dijsselbloem, che ha preso la parola per criticare la World Boxing. «Per quanto ci riguarda, tutti gli atleti sono benvenuti a Eindhoven», ha scritto in una lettera. «Escludere atleti sulla base di controversi test sul sesso non è certamente in linea con questo. Oggi esprimiamo la nostra disapprovazione per questa decisione e chiediamo all’organizzazione di ammettere Imane Khelif, nonostante tutto». Viene da chiedersi che cosa significhi quel «nonostante tutto», perché proprio questo è il punto. Khelif non viene esclusa perché qualcuno si diverte a discriminarla. I test si fanno per evitare competizioni sleali, e per evitare che chi ha un corpo con caratteristiche maschili possa competere con le donne, risultando avvantaggiato. Un incontro di boxe non è una partita a scacchi: si rischiano danni gravi, è pericoloso e ingiusto consentire che qualcuno con membra maschili possa prendere a pugni una donna fisicamente meno robusta e più delicata. Il vero problema è che le scelte in materia non sono regolate da buonsenso e lucidità, ma dall’ideologia. In nome dei diritti transgender (categoria a cui per altro Khelif non appartiene), da qualche tempo si teorizza che sia sufficiente identificarsi come donna per diventarlo a tutti gli effetti. E ciò causa evidenti storture. Con la scusa di cancellare le discriminazioni, si finisce per discriminare le «donne biologiche» (termine orrendo ma chiaro).
Dijsselbloem è il perfetto emblema dell’attuale delirio ideologico. Proprio lui, che ha fatto strame dei diritti sociali e - da sinistra - ha infierito senza tregua sulle famiglie e sui lavoratori in nome del pareggio di bilancio, adesso alza le barricate per difendere presunti diritti civili molto cari al mainstream politico-mediatico. La schizofrenia dei progressisti contemporanei è tutta lì: se ne fregano delle classi medie e lavoratrici, sono pronti a sacrificarle sull’altare delle banche e della finanza. Ma se c’è da ossequiare il politicamente corretto e le istanze woke, ecco che indossano il vello ovino e si atteggiano ad agnellini.
Abbiamo tuttavia una modesta proposta per risolvere l’intricata questione. Se proprio ci tiene a fare combattere Khelif, il bravo Jeroen potrebbe salire sul ring in prima persona e battersi con lo stesso coraggio dimostrato ai tempi dell’Eurogruppo. Se l’incontro si facesse, noi tiferenmo Khelif, augurandoci che dia il meglio e renda onore all’Algeria ma pure a Cipro e alla Grecia.
L’Iba insiste. Imane Khelif e Lin Yu-Ting sono uomini. L’ha ribadito ieri in una conferenza stampa di quasi tre ore a Parigi e l’aveva comunicato al Comitato olimpico internazionale (Cio) già un anno fa. Una lettera inviata il 5 giugno 2023 in cui spiegava che «dal punto di vista medico» le atlete «non avevano diritto a gareggiare come pugili donne».
La posizione è maturata dopo alcuni test che avevano portato l’Iba (International boxing association) alla decisione di squalificare le due dai Campionati mondiali di boxe che si erano tenuti nel marzo 2023 a Nuova Dehli. Alla lettera sono stati allegati i risultati di due test, uno effettuato da un laboratorio di Istanbul durante i campionati del 2022 e un altro realizzato in India l’anno successivo. La speranza era quella di un «incontro tecnico» formale per «discutere i passi necessari» da fare. «Confidiamo che presterete a questa questione la massima attenzione e che avrete il nostro assoluto sostegno nel fare ciò che è necessario per garantire la sicurezza degli atleti in competizione», aveva scritto l’Iba. L’incontro però non c’è mai stato. Anzi, dopo neanche due settimane l’Iba, presieduta dal russo Umar Kremlev, è stata fatta fuori dal Cio e dai Giochi olimpici.
La lettera, in effetti, è stata ricevuta come confermato dal portavoce del Cio, Mark Adams, ma i test non sarebbero validi. Non lo sarebbe la procedura con cui sono stati eseguiti, né il modo in cui sono stati inviati, tanto meno l’iniziativa in sé. Insomma, bocciatura totale. Una posizione prevedibile visto che, nelle «linee guida su inclusività a non discriminazione», il Cio mette ben in chiaro che i test sul Dna sono troppo invasivi e che quello che conta è il genere indicato sul passaporto. Sebbene, com’è noto, nome e sesso registrati all’anagrafe sono rettificabili e, quindi, non certo esaustivi, l’unico parametro oggetto di controllo del Cio sono i livelli di testosterone. «Com’è possibile che una persona nata e cresciuta come donna, che ha gareggiato e che ha il passaporto come tale, non venga considerato donna?», ha chiesto il presidente del Cio, Thomas Bach. Lapalissiano, sembrerebbe, eppure nei corridoi olimpici non è sempre stato così. Fino al 1999 i test sessuali sugli atleti venivano effettuati senza problemi.
«Per noi Khelif è un’ottima atleta», ha spiegato ieri il presidente del comitato medico dell’Iba, Ioannis Filippatos, «ma i cromosomi dicono che è maschio. Un fattore da considerare se vogliamo proteggere le donne che gareggiano nelle categorie femminili». Su questo le regole dell’Iba non lasciano spazio a dubbi. «Uomo/maschio/ragazzo» si legge, «sono individui con il cromosoma XY», pertanto, ai fini dei criteri di ammissibilità di genere, «i pugili possono essere sottoposto a test casuali o mirati».
Un punto non di poco conto anche per i 26 studiosi che lo scorso marzo hanno lanciato l’allarme su come le regole del Cio, non discriminatorie verso atleti transgender e con variazioni del sesso, potessero esserlo nei confronti delle atlete donne (nate donne). Uno studio condotto da Emma Hilton e Tommy Lundberg nel 2021, «Trangensder women in the female category of sport: perspectives on testosterone suppression and performance advantage» rileva, infatti, che le cure per ridurre i livelli di testosterone nonché della massa muscolare nelle donne transgender (nate maschio), non riducono il vantaggio sulle colleghe e che il divario di potenza tra un pugno maschile e uno femminile è del 162%. In pratica, i maschi possono colpire 2,6 volte più forte delle femmine.
Per quanto si possa intervenire sui livelli di testosterone in età adulta, l’esposizione a questo ormone nell’età dello sviluppo maschile pone un vantaggio per gli uomini, per le donne transgender, così come per i soggetti con cromosomi XY nati maschi ma cresciuti come femmina per via di una disfunzione dello sviluppo sessuale (Dsd), come potrebbe essere il caso di Khelif. Dati alla luce dei quali, gli accademici propongono di declinare la distinzione maschio/femmina in: atleti con sviluppo maschile e femminile. Una posizione che in questi giorni sta raccogliendo un certo consenso nella comunità scientifica, non ultimo l’andrologo di fama mondiale David J Handelsman.
Ma ieri sono emersi ulteriori dettagli sui test effettuati dall’Iba, esami del sangue che sono stati effettuati su un totale di quattro atlete nel 2022. Mentre due avrebbero mostrato risultati entro la norma, non è stato così per Imane e Lin, sulle quali, quindi, il test è stato ripetuto solo l’anno successivo. Non prima, ha spiegato l’Iba, perché, per velocizzare la pratica, ci sarebbe stato bisogno della collaborazione delle atlete. Che evidentemente è mancata. Così come è mancata a quanto pare la volontà di fare ricorso alla Corte arbitrale dello sport (Cas), il tribunale indipendente che supervisiona tutte le controversie nell’atletica e le cui sentenze sono pubbliche.
Nelle ultime ore, anche István Kovács, vicepresidente europeo di un’altra associazione, la World boxing organization, e con un’esperienza pregressa nell’Iba, ha reso noto che si sapeva da almeno due anni che Khelif fosse biologicamente maschio. Affermazioni che non devono essere piaciute al ministro algerino della Gioventù e dello sport, Abderrahmane Hammad, che in un post su X ha messo in chiaro «che chiunque offenda Khelif, nostra eroina, verrà perseguito» e che «l’energia dell’Algeria per difendere le donne è inesauribile». Una dichiarazione di buon auspicio per un Paese che, quanto a rispetto dei diritti delle donne, non è certo ai primi posti.




