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La rosa «Cristoforo Colombo» ha fiori larghi e petali eleganti color arancione chiaro, con sfumature intense rosse e dorate. La pianta non necessita di particolari cure: soffre poco, resiste alle malattie, cresce molto e assicura una splendida fioritura estiva
Le rose sono piante esigenti, reclamano continuamente la vostra attenzione. Certamente vi sono rose più rustiche che si accontentano di poca acqua, entro certi limiti addirittura soltanto di quel che il cielo manda e null'altro. Ma le estati torride a cui ci stiamo adattando cambiano anche questi annosi equilibri. Nei nostri modesti giardini le rose sono comunque una felice opportunità. Tra tutte le piante fiorite che possiamo adottare e seminare e piantare. le rose, soprattutto se rifiorenti, sono destinate a farci compagnia per diversi mesi all'anno. Ovviamente in ogni stagione c'è da fare qualcosa: in inverno la severa potatura, negli altri mesi i trattamenti, dal tradizionale e universale beneficio del verderame o della poltiglia bordolese, agli altri prodotti, meglio se naturali, utili ad allontanare e calmierare l'azione dei parassiti e le malattie funginee. Aprile è il mese delle nuove foglie, a maggio si iniziano ad annusare le prime fioriture. A settembre o al più tardi ad inizio ottobre l'ultimo colpo di colore. Le piogge autunnali, dalle mie parti novembrine, spazzano via foglie, ramoscelli e introducono al rigore dell'incipiente inverno. Ogni varietà ragiona tutto a modo suo, ovviamente, e ulteriori criteri che possono variare fioriture e crescita dipendono dall'esposizione al sole, dalla qualità dei terreni, dalla vicinanza o meno di piante che possono disturbare o convivere con le nostre rose. Chiunque ha un giardino impara, poco alla volta, che come per gli umani e gli animali, anche fra le piante esistono «simpatie e antipatie».
Vivendo in un paese ai piedi delle Alpi Cozie, in quei metri quadri che sono probabilmente l'ultima propaggine rialzata della vasta pianura padana, prima che le montagne ci sollevino ai confini con la Francia, ho la fortuna di abitare un territorio dove spesso, sebbene non tutti gli anni, il mese di maggio è un mese particolarmente piovoso, e vi sono estati, quantomeno in certi periodi, nei quali quasi tutti i giorni il cielo si va a coprire fra le 16 e le 18 e spiove leggermente. Questo modera il colpo delle calure estive, anche se questa estate, ad esempio, anche qui, come in altre regioni del Sud Italia, si sta rivelando particolarmente calda e siccitosa. Le rose inglesi sono spesso rifiorenti e si trovano molto bene in climi non secchi, e infatti questa estate mi tocca annaffiarle ogni sera. In altre estati non ve n'era bisogno.
Un aspetto che rigurda le rose rifiorenti è la moderazione nella loro crescita, riguarda ad esempio anche le rampicanti che nei mesi di giugno, luglio e agosto camminano a passo spedito, e vanno dunque accudite, orientate, e non di rado accorciate e sfoltite. Appena i fiori appassiscono vanno tolti, se sono rose particolarmente profumate si possono recidere e mettere in cassette della frutta, magari su un foglio di giornale, a riposare, in luoghi ombrosi e areati, di modo che mentre i petali si disidratano il loro profumo non si perda e anzi, si conceda ai nostri sensi per le settimane a venire. Gli afidi sono forse i peggiori e più diffusi nemici delle nostre rose da giardino. Bastano talora pochi giorni di distrazione che nutrite colonie di piccolissimi insetti lattiginosi si manifestano attorno ai boccioli che si stanno per schiudere, dove in coro affondano i loro rostri invisibili per succhiarne via la linfa e indebolire la pianta.
Talora basta una spruzzata di olio di neem, oppure il classico sapone di marsiglia sciolto a scaglie nell'acqua di uno spruzzino. Buone soluzioni sebbene non le abbia mai praticate sono macerati di aglio o di ortica. Risolto l'infestazione di afidi molti eventuali problemi li andrete a evitare, perché le malattie funginee spesso si innescano nelle piante proprio a causa dell'indebolimento causato dagli afidi. Chi ama le rose ovviamente non coltiva soltanto rose inglesi e/o rose rifiorenti, ma saprà, a seconda del proprio gusto, variare tra esemplari di vivai italiani, francesi, tedeschi o inglesi.
Tra le moltissime rose rifiorenti vorrei oggi soffermarmi sulle Cristoforo Colombo, qui nel mio giardino ne abbiamo due, una coppia che cresce insieme al centro di una striscia soleggiata di prato. Sarebbero rose rampicanti ma le abbiamo accompagnate, nel corse delle stagioni, a comportarsi come rose arbustive. Dal basso si solleva un fascio di crescite che ogni estate si fa intricatissimo, sollevandosi puntualmente oltre i due metri di altezza, senza controllo raggiungerebbero comodamente i tre metri ma cerco di starci dietro, anche per consentire alle rose di rifiorire abbondantemente. I fiori sono larghi, con diametri fino a 12-13 cm; hanno petali molto eleganti, i fiori sono composti da 25 petali, di un colore arancione chiaro, intenso, quasi delle stelle con sfumature e bordature rosse e dorate. Non si tratta di fiori profumati, ma il bello sta tutto nella qualità estetica di ogni singolo fiore e nell'abbondanza della fioritura che si sviluppa ininterrottamente tra giugno e settembre.
La loro storia? Sono state ibridate in Francia nel 1991 nei vivai di Meilland e Richardier, attivi dal lontano 1867 e giunti alla sesta generazione. Ecco come viene descritta da Matthis Meilland, erede della famiglia: «Questa rosa rampicante ha tutte le qualità della rosa cespugliosa. Il fiore luminoso e di belle dimensioni è di un eccezionale color arancione indiano bordato di rosso peperoncino. Il grande fogliame verde scuro, sano è molto resistente alle malattie».
E infatti la foglia è verde scuro, coriacea, fitta, difficile trovare foglie malate o pigmentate, segno di qulche sofferenza, a differenza delle inglesi tipo David Austin, spesso più profumate e meno rustiche. Insomma, cari lettori, se volete una bella pianta di rose che soffre poco, cresce molto e vi assicura una splendida fioritura estiva le Cristoforo Colombo fanno al caso vostro.
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Spogli oppure opulenti, i giardini di casa nostra sono la più antica (e comune) forma di arte che imita l'ambiente circostante. Gli stili possono essere profondamente diversi, e non mancano purtroppo oscenità dovute all'improvvisazione del «fai da te».
Questa è la stagione della desolazione. Il paesaggio italiano si ritrova diminuito nelle forme che l'inverno impone agli elementi naturali che vanno a connotare quei micromondi ricostruiti, ipotetici, addomesticati che sono i giardini. Quando cammino dentro i pensieri che mi accompagnano vagando nelle città o nei centri abitati dei paesi raramente perdo l'occasione di sondare i caratteri formali presenti in un giardino che sto costeggiando. Anche la più anonima palazzina di borgata è circondata da un giardinetto, magari appunto minimo, di recente costituzione: l'erba bassa e cauterizzata dal gelo, i rami spogli di una rosa con le ultime foglie accartocciate o un fiore ammuffito, un acero snudato o una conifera verdeggiante.
Talvolta basta guardare la dimensione delle piante in questi spazi di corredo e respiro, fra cemento e cemento, fra un portone d'ingresso e il successivo, per farsi un'idea di quanto siano datati i luoghi, anche prima di osservare lo «stile» – ammesso che sia la parola opportuna – degli edifici, le squadrature, i materiali usati per rivestire le pareti, la dimensione dei poggioli, le grondaie. Ogni decennio ha presentato certi modelli di riferimento, come ad esempio un certo razionalismo geometrico ed essenziale che ha connotato in parte l'architettura civile degli anni Sessanta e Settanta, epoche di viaggi spaziali, telefilm futuristici e uomini dello spazio che scendono sulla Terra. Oppure, se guardiamo i caseggiati realizzati ingolfando le coste turistiche, i nuovi guardiani silenziosi delle spiagge, come in certe località della Liguria o della Romagna o del Veneto, edifici ricoperti di piastrelle dai colori e disegni eccessivamente sgargianti, un tripudio di facili entusiasmi che purtroppo sono invecchiati assai in fretta. E quindi forse il nostro sguardo incauto può anche evitare di pascolare sulle volumetrie abitative per soffermarsi sulla «corposità» delle presenze botaniche, intuendo se la quercia o il cedro del Libano, l'acero giapponese rosso o la palma cinese o l'araucaria sono giovani o mature, se hanno potuto crescere in armonia, minima, o se sono stati bersagliati da un'eccessiva curatela, potature severe, frequenti, oscenità che ahimè non latitano quando i giardini sono espressione della gioiosa arte del fai-da-te.
Sarà poi la nuova primavera, più vistosa nel mese di aprile, a gonfiare le chiome, a caricare di colori i diversi cantucci dei giardini, in previsione delle abbondanti fioriture di maggio e giugno, quando i nostri amati alberi e gli arbusti iniziano ad esibire quel carnevale annuale di profumi e nuances.
In attesa di vederle spuntare lungo i sentieri boscosi o accanto ai muriccioli, le prime primule iniziano a fiorire sui trespoli dei fiorai: piccole macchie sparate giallo zafferano o avorio, ciclamino, rosso cinabro o violaceo. Nel mese di marzo visiteranno i nostri giardini, e poco dopo toccherà ai narcisi, gli amati ed eleganti «defodils» (pronuncia imperfetta del termine daffodils), nelle due più diffuse varianti, come i narcisi detti tromboni (Narcissus pseudonarcissus, integralmente gialli, come anche il Narcissus jonquilla), il narciso poeta o selvatico (Narcissus poeticus, corolla bianco e paracorolla – l'occhietto centrale piccolo – giallo intenso). Ricordo i campus delle università americane, in un soleggiato mese di aprile, carichi di studenti che parlano al primo sole, circondati da costellazioni di narcisi in fiore.
Il giardino è la forma più inventiva di arte quotidiana che buona parte dell'umanità pratica in giro per il pianeta. È una curiosa via di mezzo fra scienza e superstizione, fra antiche usanze – il rispetto dei cicli lunari – e i consigli dei frati-coltivatori dalla lunga barba bianca, un compromesso fra personali ambizioni e accostamenti audaci; sono anche tentativi di viaggio nel tempo e nello spazio, basti pensare alla collocazione di oggetti mistici o mefistofelici in pochi metri quadri di prato, statue di Padre Pio, Biancaneve e i sette nani, la Venere di Milo o qualche ardita indecifrabile composizione astratta. Ci sono i falegnami che accompagnano le bordure e i roseti ai versi dei poeti prediletti, ai giochi di parole di un Rodari o meglio ancora di un Tonino Guerra, ideogrammi cinesi o giapponesi, massime sulla vita e sulla morte, o più mestamente nomi comuni di essenze o appropriate nomenclature in latino. Le sorprese ovviamente non mancano.
Per un certo periodo che mi pare oramai tramontato – o quantomeno, c'è da augurarselo – si è assistito al trapianto di grandi ulivi sradicati dalle regioni del sud, quando ahimè non dalla penisola iberica, dalla Grecia o dalla Turchia. Anche mezze piante smezzate da venditori senza scrupoli, che di certi esemplari secolari hanno abilmente fatto commercio, incontrando lo sbalestrato desiderio di possedere una «pianta importante» in un giardino di una casa abitata da gente altrettanto «importante». Alberi piantati in qualsiasi stagione che dopo pochi anni sono seccati. E per fortuna che Madre Natura ci segue passo passo, non si dimentica di noi: ogni tanto ci concede il dono di una giornata di non poco sotto zero, sprofondi da meno dieci, meno venti, buriane che spazzano il cuore del continente calando come orde di Unni dalla Scandinavia o dalla Siberia.
I giardini ospitano piante provenienti da continenti distanti. Abbiamo il glicine, che arriva dalla Cina o dal Giappone. Abbiamo la robinia, il liriodendro, il sommaco, lo storace, il tassodio o cipresso calvo, le sequoie che provengono dal Nordamerica. Abbiamo gli aceri rossi, i gelsomini, diverse varietà di azalee, rododendri, magnolie, gardenie e peonie dall'Asia. Dal Medio Oriente abbiamo accolto i cedri e l'albero di Giuda. Per non parlare delle rose, in tutte le loro ammalianti diversità: rose antiche e rose moderne, rose floribunde e rose rampicanti, rose cinesi, rose ibride inglesi, rose toscane, rose francesi… ci sono gli alberi nostrani, oramai in decisa minoranza, come i faggi – ma anche questi risalendo le epoche non sarebbero autoctoni – e i tigli, i tassi e i sambuchi, i ciliegi e gli abeti, i larici, i fichi e le diverse piante da frutto; e così le aromatiche come il timo, la lavanda, la verbena, la menta, la maggiorana, il basilico, la santolina, la salvia, l'aneto e il rosmarino. Piccoli nidi recintati di fiori messicoli, come i papaveri o rosalacci e i fiordalisi, mentre s'incontrano con crescente frequenza le piante fiorite «da farfalla», come le buddleie – oramai diffuse nei più diversi ambienti, ma la loro origine è esotica, Sudamerica e Asia orientale – i ligustri o le ortensie. E i gerani, i re dei balconi? Arrivano dall'Africa meridionale.
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