L’EPA cancella le norme del 2009 sulle emissioni delle auto. Francia, sempre più nucleare e meno rinnovabili. Alluminio, scende il prezzo. Gli USA a caccia di materiali critici.
Emmanuel Macron, anche in funzione elettorale, rilancia sulle centrali, il cui parco impianti è vetusto. Si vorrebbe pure recuperare il ritardo su Usa e Cina. E Berlino otterrebbe la possibilità di sfruttare il Nord Stream 2.
Lo scorso 9 novembre Emmanuel Macron, con un discorso trasmesso in televisione, ha rilanciato gli investimenti francesi nell'energia nucleare. L'annuncio fa seguito a quanto già anticipato dallo stesso Presidente un mese fa in merito al piano di investimenti France 2030. Ma l'enfasi posta nel discorso dell'altra sera lascia intendere che dagli annunci si stia passando ai fatti.
I clamorosi rincari dell'energia degli ultimi mesi hanno mostrato, anche in Francia, quanto sia vulnerabile l'Europa dal punto di vista dell'autosufficienza energetica e quanto politicamente difficile sarà la transizione verso il 100% di fonti rinnovabili. In virtù di un obiettivo aleatorio e non così trascinante (contenere l'innalzamento della temperatura terrestre entro 1,5 gradi da qui al 2050), cittadini e imprese al momento non vedono altro che costi alle stelle e sacrifici. Le risposte dell'Unione europea sul tema degli alti prezzi dell'energia sono state parziali e non sono andate al di là di qualche balbettio su ipotetiche soluzioni future.
Oltre alla situazione di alti prezzi dell'energia, l'approccio decisionista di Macron si spiega anche in virtù di altri due elementi.
Da una parte l'imminenza delle elezioni presidenziali: la mossa del presidente francese, che non ha di fatto avversari a sinistra, rappresenta politicamente una vera e propria invasione di campo a destra. Sia Marine Le Pen che Eric Zemmour, candidati all'Eliseo alle elezioni del prossimo aprile, hanno più volte criticato le politiche ambientali del presidente in carica e sono scettici nei confronti del green deal europeo. Ma il rilancio del nucleare da parte di Macron spiazza i due avversari, almeno su questo tema, e allo stesso tempo rappresenta il tentativo di rianimare la percentuale di gradimento dell'attuale presidente, da un anno e mezzo inchiodata attorno al 40%
Dall'altra parte vi è l'obsolescenza del parco impianti nucleari francese. In termini di potenza disponibile, circa l'88% dei reattori francesi (54.070 MW su 61.370 in esercizio, ovvero 50 reattori su 55) ha 30 anni o più. Di questi, un terzo ne ha 40 o più (17.180 MW su 54.070, ovvero 19 reattori su 50).
L'età avanzata degli impianti di produzione elettrica è una caratteristica comune in Occidente e, assieme alla necessità di rinnovamento della filiera tedesca dell'automobile, rappresenta la motivazione industriale del green deal europeo. Secondo i dati Iea, in Europa ci sono oltre 140.000 MW di potenza installata che hanno più di 30 anni di età (38.000 MW ne hanno più di cinquanta). Essendosi sviluppata a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, in accompagnamento alla straordinaria crescita economica del dopoguerra, l'industria elettrica si trova oggi alle prese con la fine dei cicli di vita degli impianti. Una centrale a carbone ha una vita utile di 45 anni, una nucleare di 40-45, una a gas di 30-35. Sono necessari dunque investimenti molto significativi, anche per sostenere la progressiva elettrificazione dei consumi.
Da mesi si discute sulle regole di attuazione della finanza sostenibile dell'Ue, la cosiddetta tassonomia, che introduce alcuni criteri che le aziende devono rispettare nei propri investimenti perché questi ottengano lo status di sostenibilità. Questo regolamento è molto importante perché può indirizzare centinaia di miliardi di euro di investimenti privati e pubblici su aziende e progetti che ottengano la qualifica di sostenibilità. Come è facilmente intuibile, la discussione è soprattutto tra Francia e Germania, la prima sponsor del nucleare, la seconda del gas.
Nei giorni scorsi si è registrata la forte presa di posizione della Germania e altri quattro paesi dell'Ue (Austria, Danimarca, Lussemburgo e Portogallo), che in sede di Cop26 si sono espressi in maniera nettamente contraria rispetto a qualsiasi ipotesi di ripresa dell'espansione dell'energia nucleare in Europa. Lo scontro tra la visione francese e quella tedesca è più radicale di quello che può apparire. La Francia è culturalmente assai meno devota della Germania al totem dell'ordoliberismo, cioè il liberalismo economico regolato che molti hanno ribattezzato «economia sociale di mercato» per renderlo digeribile. Ai governanti francesi, storicamente, interessa molto di più l'autonomia e la sovranità nazionale, che in un quadro di Unione non può che diventare sovranità europea. Mentre l'ordoliberismo tedesco vive ossessivamente di regole e le pretende per ogni aspetto del vivere sociale (salvo poi infrangerle quando gli conviene), la Francia ha un atteggiamento più pragmatico e meno dottrinario. Nel rilancio del nucleare francese vi è poi anche una spinta a recuperare il ritardo strategico accumulato dall'Unione europea rispetto ai blocchi economico-militari oggi dominanti, Usa e Cina.
Il nuovo governo tedesco intenderebbe accelerare l'uscita completa dal carbone al 2030. Questo significa che per la Germania è assolutamente indispensabile poter usufruire del gas come fonte di energia «sostenibile» fino a che non sarà completato tutto il ciclo di investimenti che porti al 100% di energia verde (scadenza al momento assai indeterminata).
Circola da qualche giorno a Bruxelles una proposta sulla tassonomia nella quale l'energia nucleare verrebbe considerata verde a tutti gli effetti, mentre il gas sarebbe classificato come fonte di energia di «transizione». Questa è una categoria intermedia, che raggrupperebbe tutte quelle fonti considerate necessarie temporaneamente e dunque, a certe condizioni, valide ai fini del marchio di sostenibilità. L'europarlamentare francese Pascal Camfin propone invece di considerare entrambe le fonti come «transizione», stabilendo che i nuovi impianti a gas possano essere inclusi nella tassonomia solo qualora vadano a sostituire impianti a carbone, con emissioni sotto i 340 gCO2/kWh e solo fino al 2030.
Nonostante la riottosità tedesca, questa potrebbe essere una formula di compromesso accettabile per entrambi: la Francia si assicurerebbe la benedizione del rinnovo del parco nucleare, mentre la Germania incasserebbe la possibilità di sfruttare il nuovo gasdotto Nord Stream 2 per sviluppare impianti a gas, ottenendo che, almeno formalmente, il nucleare non sia considerata una fonte green. A quel punto, resterebbe solo da spiegare la cosa agli ambientalisti.
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True
2021-10-17
L’import di elettricità dalla Francia a +121%. Il nucleare d’Oltralpe fa la parte del leone
Ansa
Italia sempre più dipendente ma l'Europa a guida tedesca spinge sulle fonti rinnovabili per fare concorrenza a Stati Uniti e Cina.
Il 21 ottobre si terrà una riunione del Consiglio europeo che si occuperà tra l'altro dell'aumento dei prezzi dell'energia. Sì cercherà di trovare un rimedio ai danni che le quotazioni di gas ed elettricità stanno portando alla ripresa economica. Non sembra però che dal consesso possano uscire decisioni incisive. Le soluzioni di cui si discuterà non affrontano i nodi strutturali del mercato energetico europeo e si limitano ad arginare una situazione ritenuta transitoria. Il Commissario all'energia, la estone Kadri Simson, ha affermato che si consentirà agli Stati membri di applicare sconti fiscali, di incentivare l'uso dei bonus sociali per le famiglie in difficoltà e di agevolare pagamenti dilazionati. Strumenti di corto respiro, il cui insieme viene ribattezzato dal gergo burocratico di Bruxelles, con eufemismo idraulico, tool box.
Si esaminerà anche l'ipotesi di stoccaggi di gas comuni tra Paesi europei. Lanciata da Francia e Spagna, questa soluzione è complicata e in ogni caso inciderebbe sulla prossima stagione invernale. La Simson ha aggiunto che l'unico modo per evitare nuove crisi è accelerare la transizione all'energia verde.
Intanto in Italia a settembre 2021 la produzione da fonte rinnovabile è diminuita rispetto a quella del settembre 2020 di 1,2 Twh (quasi tutta mancata produzione idroelettrica), più che compensata da maggiori importazioni di energia, per la quasi totalità nucleare, dalla Francia (1,46 Twh, +121%).
L'Unione persevera nel Green deal, senza variazioni. La scelta politica di essere la prima a muoversi sul terreno climatico è molto chiara. Una decisione che porta con sé conseguenze nel medio termine di difficile gestione, tra cui costi più alti per imprese e famiglie e svantaggi competitivi. Nell'ottica dell'Unione e del blocco industriale finanziario tedesco che ne è il principale ispiratore sì tratta di una scelta obbligata. Indietro rispetto agli Usa su Web e digitale, appaltata l'industria di base in Asia, fuori gioco sull'elettronica e sull'intelligenza artificiale, nella partita economica mondiale l'Europa non può restare schiacciata tra i giganti Usa e Cina. Il modello di sviluppo europeo del secondo dopoguerra (infrastrutture, edilizia e automobile) è tramontato da 30 anni. È vitale dunque creare un nuovo terreno di competizione in cui l'Europa a trazione tedesca, deflazionista e mercantilista, possa primeggiare. La creazione di un salto tecnologico quale è il Green deal (auto elettrica in primis) impone una selezione all'interno dell'industria, una distruzione dell'esistente in favore di un nuovo paradigma. Proprio questo è l'intento che l'Europa pone alla base del Green deal: da first mover, dettare lo standard a cui gli altri dovranno adattarsi. Per usare le parole di Frans Timmermans, commissario per il Clima, si tratta di una vera e propria rivoluzione industriale. Un esempio evidente di burrasca di Schumpeter, per quanto politicamente indotta.
A favore di ciò gioca la crescente attenzione dell'opinione pubblica al tema ambientale. L'allarme climatico costituisce un decisivo supporto a una politica industriale che, pur se liberale, nei fatti necessita di una dose massiccia di dirigismo. Lo dimostra il numero e la complessità delle norme che fanno parte dei «pacchetti» della Commissione. Il processo di approvazione del Fit for 55 richiederà due anni, mentre la pretesa della regolazione europea è di pianificare nel dettaglio anche ciò che avverrà tra 30 anni.
Gli elementi contrari a un disegno di così ampio respiro sono però molti, a cominciare dalla posizione di svantaggio dell'Europa sulle materie prime. Per il successo del progetto sono infatti necessari acciaio, alluminio, rame, terre rare, tutti fattori produttivi di cui l'Europa non dispone. La Commissione intende affrontare questa debolezza attraverso accordi internazionali di lungo termine, ma la realtà rischia di essere assai diversa dal piano.
Inoltre, come stiamo sperimentando sui costi del gas naturale, i settori economici messi in secondo piano dal nuovo corso industriale non cederanno posizioni facilmente, cercando di massimizzare nel breve termine. Un capitolo a sé andrebbe aperto sugli impatti occupazionali del nuovo corso. Di certo esiste solo il Fondo sociale europeo per il clima da 72 miliardi, delineato nel pacchetto Fit for 55, che però non piace molto ai Paesi frugali. Nel frattempo si viene a sapere che Volkswagen pensa di licenziare oltre 30.000 lavoratori.
L'Unione europea, con un tempismo che farebbe invidia al ragionier Ugo Fantozzi, lancia la sua distruzione creativa nel mezzo di una crisi mondiale senza precedenti, che coinvolge a vario titolo la logistica, le materie prime, gli alimentari, il debito privato (l'esposizione finanziaria del settore immobiliare cinese ha le dimensioni del Pil di un Paese del G7) e i timori di inflazione. Le aspettative sul nuovo corso green europeo aggiungono volatilità a una situazione già complicata. Uno stormo di cigni neri volteggia sopra le teste degli europei e degli italiani, forse troppo impegnati a discutere di certificati vaccinali e polverose categorie storiche per accorgersene.
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Emmanuel Macron e Olaf Scholz (Getty images)
Il ministro francese Bruno Le Maire all'Eurogruppo: «Con l'atomo niente emissioni di CO2». Il nostro governo invece fa il gioco delle tre carte sulle bollette e segue i diktat Ue. Il paradosso: diventeremo dipendenti da Parigi
I vertici di Bruxelles e gran parte dei capi di Stato si dicono d'accordo nel definire l'ondata inflattiva un fenomeno temporaneo. L'ha detto anche il numero uno di Bankitalia, Ignazio Visco, mentre ieri a dirsi tranquillo è stato Paolo Gentiloni, commissario Ue all'Economia. «Un'inflazione al 3,4% va monitorata», ha spiegato aggiungendo che comunque con l'arrivo del 2022 il trend dovrebbe attutirsi e che si lavora a una strategia di acquisti comuni di gas in modo da calmierare i prezzi per il trimestre appena iniziato. Se dalle parole traspare tranquillità, i fatti dimostrano l'eccezionalità del momento. I ministri finanziari si sono riuniti in Lussemburgo per il consueto Eurogruppo. Non era però mai accaduto che si occupassero di energia e di materie prime. Nelle ultime ore grandi gruppi energetici come Iberdrola e la francese Edf sono usciti allo scoperto facendo notare che la situazione attuale mina i progetti di transizione ecologica. Vista la connessione con i rispettivi governi non potevano dire il contrario. Cioè che l'effetto congiunto di transizione e colli di bottiglia nella filiera logistica crea la bolla perfetta che a sua volta rende molto difficile l'attuale schema di transizione ecologica. Esattamente quello previsto e preventivato da Bruxelles. Francia, Spagna e Italia hanno ribadito l'importanza di definire gruppi di acquisto congiunti e, al tempo stesso, di spacchettare l'andamento del prezzo del gas da quello dell'energia elettrica.
Oggi, nella seconda riunione dell'Eurogruppo, interverrà anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen per raccogliere le impressioni degli altri Paesi membri e sintetizzare una proposta entro fine ottobre. Peccato che nel frattempo trascorrano le settimane e le altre grandi nazioni non stiano con le mani in mano. Il riferimento non è solo alla Cina che dimostra la sua spregiudicatezza nel maneggiare i trend e le risorse di materie prime. Ma anche Francia e Germania stanno reagendo. Olaf Scholz, sebbene ancora lontano dal chiudere alleanze interne e quindi dal realizzare la possibile partnership con i Verdi, ha aperto uno spiraglio di discussione a favore di maggiore flessibilità nella transizione. Mentre chi ha sterzato potentemente è stata la Francia che per bocca del ministro Bruno Le Maire ha spiegato che il nucleare è la chiave per la vera decarbonizzazione. «È questo il cuore del modello francese», ha detto, «Voglio insistere sul fatto che ci sono gli impianti nucleari che forniscono elettricità senza emettere CO2. Se vogliamo avere successo nella lotta al cambiamento climatico ci serve la produzione nucleare, ci servono impianti nucleari e dobbiamo investire di più nell'energia dell'atomo». Un ragionamento di buon senso e di efficacia. Doppiamente utile ai francesi perché in questo momento godono della tecnologia più avanzata e se passasse lo schema noi ci troveremmo a comprare gigawatt nel breve termine, e se qualcosa cambiasse pure tecnologia.
Va infatti segnalato il fatto che il governo su questo tema resta ostaggio dei 5 stelle e di Giuseppe Conte. Ciò che conta invece per il nostro Paese è chiudere il cerchio e avviare una filiera produttiva con la consapevolezza che la transizione ecologica si fa solo con il giusto mix tra rinnovabili, idrogeno e nucleare. Lo scorso 9 settembre l'Eni ha annunciato un importante passo avanti. «La fusione a confinamento magnetico occupa un ruolo centrale nella ricerca tecnologica finalizzata al percorso di decarbonizzazione, in quanto potrà consentire all'umanità di disporre di grandi quantità di energia prodotta in modo sicuro, pulito e virtualmente inesauribile e senza alcuna emissione di gas serra, cambiando per sempre il paradigma della generazione di energia», ha spiegato l'ad Claudio Descalzi, aggiungendo che «contribuirà a una svolta epocale nella direzione del progresso umano e della qualità della vita». Il ministro Roberto Cingolani, nei giorni immediatamente precedenti all'annuncio di Eni, ha fatto due dichiarazioni di buon senso nella stessa direzione ed è stato mangiato vivo dai fautori dell'Europa a tutti i costi. Ha invitato il governo e pure gli stakeholder a ragionare su una transizione più moderata se non si vuole sacrificare l'industria dell'auto o altre eccellenze italiane ed è stato messo in croce. Peggio ancora quando ha aperto a nuove vie sul nucleare. Ha ricordato che non possiamo affidarci soltanto alle rinnovabili, ma che ci vuole l'atomo di ultima generazione affiancato al gas e semmai pure all'idrogeno.
Anche in questo caso le sue dichiarazioni sono state accolte come se fosse un esponente del centrodestra che critica l'Ue. Cingolani ha infilato il dito nella piaga che Bruxelles si ostina a definire in altro modo. Per la Commissione il green estremo è progresso. Ieri il costo del metano ha superato i 2 euro al chilogrammo, ma al momento la strategia del governo resta quella dei sussidi e del gioco delle tre carte sugli oneri di sistema: dentro e fuori dalle bollette. Siamo a un bivio. Se la Francia tira la volata sul nucleare e noi non corriamo con tecnologia sovrana perderemo il tram e resteremo dipendenti da altri. Da Parigi a cui dovremo pure chiedere la tecnologia.
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