Ancora una volta l'Italia è ostaggio delle assurde direttive europee. Il deficit italiano nel 2025 si attesta al 3,1%, superando dello 0,1% la soglia limite del 3% del rapporto deficit/Pil prevista dal Patto di stabilità e crescita dell'Ue, impedendo l'uscita anticipata dalla procedura di infrazione fino al 2027. Un vero e proprio «eurosuicidio». Seguiamo regole che ignorano la realtà sociale del Paese, comprimendo la crescita anziché favorirla.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il Carroccio vuole portare a 22 miliardi, contro i 12 del Sostegno 1, i fondi per le imprese nel nuovo dl. Tensione sulla riforma fiscale
Premessa doverosa, a scanso di equivoci: il vero «sostegno» atteso dalle aziende è solo la possibilità di riaprire e tornare a lavorare. Nessuna mancia, nessun sussidio, nessun intervento di ristoro potrà mai essere adeguato.
Ciò detto e ribadito, la giornata di ieri ha comunque registrato una novità significativa e un possibile chiaro successo della Lega, a cavallo tra il Consiglio dei ministri e un incontro nel tardo pomeriggio tra Mario Draghi e una delegazione leghista (presenti i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, il ministro Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario Claudio Durigon).
Una parte del film è andata secondo la sceneggiatura largamente prevista alla vigilia, ma un'altra parte - come detto - è stata caratterizzata dall'iniziativa della Lega, che ha chiesto (e realisticamente otterrà) che, oltre a una nuova quota di sostegni (equivalente a quella già disposta il mese scorso per il bimestre gennaio-febbraio), ci sia pure un intervento ulteriore e aggiuntivo, un «saldo», stavolta basato non sulla riduzione di fatturato ma sulle perdite effettive subite da un'azienda. Attenzione, qui sta il successo del partito di Matteo Salvini, se l'operazione andrà in porto: i due interventi non sarebbero alternativi, ma avverrebbero entrambi, come vedremo tra poco.
Procediamo con ordine. Ieri, dopo un'oretta di discussione, il cdm ha approvato sia il Def sia la nuova richiesta al Parlamento di scostamento di bilancio. Si sono rivelate esatte le previsioni della Verità dei giorni scorsi: l'esecutivo chiede alle Camere un ulteriore sforamento di 40 miliardi. Montecitorio e Palazzo Madama dovrebbero dare luce verde prima del 25 aprile, consentendo al governo il varo di un nuovo decreto-legge (il Sostegno bis) tra fine aprile e i primissimi giorni di maggio (l'ipotesi su cui punta il governo è che il decreto veda la luce nell'ultima settimana di aprile).
In questo decreto legge, ci sarà un secondo pacchetto di ristori presumibilmente equivalente a quello già varato alcune settimane fa dal governo Draghi. Sarà dunque confermato il superamento del modello (contestatissimo) adottato dall'esecutivo Conte, cioè quello basato sui codici Ateco. Questo porta con sé un inevitabile allargamento della platea dei beneficiari, arrivata a 3 milioni di percettori. L'altra volta furono destinati al ristoro delle aziende circa 12 miliardi che, divisi per i 3 milioni di beneficiari, determinavano una media di circa 4.000 euro a testa. Molto poco, dunque: il governo sottolineava tuttavia che si trattava di una somma da riferire a un solo bimestre, quello di gennaio-febbraio. È immaginabile che accada sostanzialmente lo stesso anche per il bimestre marzo-aprile: altri 12 miliardi circa.
Tuttavia qui scatta l'ulteriore richiesta della Lega, precisata alla Verità, nei suoi tratti essenziali, dal sottosegretario Durigon: la Lega chiede (ed è probabile che ottenga un sì) che una somma ulteriore e aggiuntiva (tra i 5 e i 10 miliardi) venga utilizzata nel decreto per un «saldo», per una somma che scatterebbe realisticamente tra giugno e luglio, e che sarebbe commisurata non alla riduzione di fatturato ma sulla perdita a bilancio chiuso. Quindi, subito un «acconto» (equivalente al decreto Sostegno uno), e poi un «saldo» basato sul criterio della perdita di esercizio.
Tornando al Def, anche in questo caso le previsioni della Verità sono state confermate. L'altro giorno avevamo ipotizzato un deficit ben oltre il 10%. Il governo stima infatti per il 2021 un rapporto deficit/Pil all'11,8%, che poi dovrebbe progressivamente scendere al 5,9% nel 2022, al 4,3% nel 2023 e al 3,4% nel 2024, per ritornare sotto il 3% dal 2025. Il rapporto debito/Pil è stimato al 159,8% nel 2021, per poi diminuire al 156,3% nel 2022, al 155% nel 2023 e al 152,7% nel 2024.
Quanto alla crescita, nel 2021 l'aumento del Pil è stimato al 4,5%, nel 2022 al 4,8%, nel 2023 al 2,6%, e nel 2024 all'1,8%.
È invece scontro sulla riforma fiscale, tema evocato nel Def («da definire nella seconda metà del 2021, affronterà il complesso del prelievo, a partire dall'imposizione personale»), ma già oggetto, a livello parlamentare, di una riunione degli uffici di presidenza delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Al termine, alcune agenzie (presumibilmente imbeccate da fonti di centrosinistra) hanno accreditato un accordo sui cardini degli interventi futuri. Tesi contestata dalla Lega, che intanto dissente dal metodo (riunioni informali in ufficio di presidenza) e che sottolinea come l'ambito di intervento debba essere circoscritto all'Irpef. Contestualmente, Alberto Bagnai, Massimo Bitonci e Alberto Gusmeroli avvertono: «Giù le mani dal regime forfettario al 15% per le partite Iva».
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Christine Lagarde (Getty Images)
Strigliata da Christine Lagarde: «Misure che non sembrano avere natura temporanea o essere accompagnate da compensazioni». Ma, invece di fare dietrofront, Nunzia Catalfo vuole prolungare la Cig e il divieto di licenziare.
Nel suo consueto bollettino, la Bce fa il punto sulle debolezze dell'Eurozona. Ieri il presidente, Christine Lagarde, ne ha evidenziate due. L'estremo ricorso al deficit di bilancio e agli ammortizzatori sociali per tamponare la disfatta del lavoro. In entrambe i casi l'Italia è l'esempio da additare. Non virtuoso. Con lo scoppio della pandemia tutte le economie Ue sono corse ai ripari alzando l'asticella del debito e inserendo negli ingranaggi della produttività il denaro pubblico necessario a tappare l'improvviso crollo della domanda. La Bce ieri ha spiegato che non c'erano alternative al ricorso massiccio al deficit e agli ammortizzatori ma che i piani per il 2021 - parallelamente al progredire dei vaccini e delle misure di contegno del virus - devono reinserire misure di competitività in grado di rialzare l'asticella del libero mercato e della produttività.
La Lagarde ieri ha richiamato le osservazioni della Commissione sui documenti programmatici 2021 dei Paesi dell'area euro. Giudicati dall'esecutivo Ue in linea con le raccomandazioni del Consiglio ma con «rischi» nel caso in cui le misure di emergenza divengano permanenti. «Solo nei documenti programmatici di Francia, Italia, Lituania e Slovacchia», scrive la Bce, «si riportano misure che non sembrano avere natura temporanea o essere accompagnate da misure compensative». Il bollettino, inoltre, nota che che «molti Paesi che al momento dell'insorgere della crisi avevano un rapporto tra debito e Pil elevato, pari a circa il 100% e anche oltre, saranno i più colpiti dallo shock causato dal Covid-19 dal punto di vista dell'aumento del livello di indebitamento». Per la Bce, tuttavia, «in ragione della brusca contrazione dell'economia, un orientamento di bilancio ambizioso e coordinato rimarrà essenziale fino a quando non si registrerà una ripresa duratura». Insomma, una secca dalla quale l'Italia avrebbe comunque difficoltà a tirarsi fuori senza fare debito.
Del tutto diverso è invece il discorso relativo al lavoro. «Le misure adottate nell'area euro per mantenere i posti di lavoro durante la pandemia hanno raggiunto», spiega sempre la Bce, «livelli senza precedenti nei primi mesi dopo l'inizio della pandemia, con oltre il 33% di tutti i lavoratori dipendenti in Francia interessati da una riduzione dell'orario di lavoro, il 30% in Italia, il 21% in Spagna e il 15% in Germania: livelli che, dopo una discesa temporanea, sarebbero tornati ad aumentare nel quarto trimestre», si legge nel bollettino.
Nel terzo trimestre di quest'anno, rispetto allo stesso periodo del 2019, ben 622.000 lavoratori italiani hanno perso l'impiego. Circa 450.000 erano assunti a tempo determinato e non sono stati rinnovati. Altri 218.000 sono autonomi o piccoli imprenditori che sono rimasti senza attività da mandare avanti. I rimanenti erano assunti a tempo pieno e hanno perso il lavoro perché l'azienda ha chiuso. Come spiega la Bce, il quarto trimestre sarà addirittura peggiore. Senza contare che bisogna ricordare che tale strage avviene nonostante la droga del divieto di licenziamento. Una scelta rinnovata dal governo ed estesa fino a fine marzo, per richiesta dei sindacati che non capiscono che quando finirà il divieto sarà peggio. Ne abbiamo scritto più volte. Ieri la Lagarde ha messo la pietra tombale sul dibattito. «Tali misure», ha scritto, «contribuiscono a mantenere stabile l'occupazione nel breve periodo» ma «comportano anche un determinato livello di perdite secche (quando sovvenzionano posti di lavoro che non sarebbero stati persi) e di effetti di esubero (quando sovvenzionano posti di lavoro improduttivi)» e «potrebbero ridurre l'efficienza allocativa dell'economia se utilizzati su larga scala per un periodo di tempo prolungato». Insomma, il divieto di licenziamento e l'uso massivo di ammortizzatori sociali è dannoso.
È uno spreco di risorse e una pericolosa zavorra quando ci sarà la ripartenza. Andrebbe evitato «al fine di non ostacolare la necessaria ristrutturazione economica», conclude il bollettino della Bce. Il governo Conte non viene mai citato. Sarebbe anomalo il contrario. È chiaro però che il messaggio sia diretto a Roma, dove invece si continua con il voler percorrere la strada opposto. Solo tre giorni fa il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo ha annunciato l'idea di cercare altre risorse per prolungare la Cig e il divieto di licenziare «per tutte le aziende che hanno difficoltà». Nella speranza di cambiare il nome del suo dicastero in ministero dei sussidi, la Catalfo è convinta che le aziende licenzino per diletto e non per necessità o per trovare l'opportunità di assumere personale più idoneo. Più che mai vale il detto «errare è umano, perseverare diabolico». Eppure il governo dovrebbe prestare ascolto alla Lagarde.
Tra la crisi di governo e i conflitti attorno al Recovery fund e alla derivazione italiana del Next generation Ue, Giuseppe Conte dovrebbe sapere che l'unica a dare una mano al nostro Paese e al debito tricolore è proprio la Bce. Con il suo programma di acquisti. Abbiamo ignorato le lettere di Francoforte sul tema dei contanti e pure la tirata d'orecchi sul cashback. Sarebbe il caso di non fare altri errori sul mercato del lavoro.
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