Il professor Sabino Cassese, già giudice costituzionale e ministro del governo Ciampi, ha tenuto una delle sue lectio magistralis. Questa volta non per illustrare le riforme istituzionali di cui il Paese ha urgente bisogno, ma per sollecitare l’uscita dello Stato dal capitale di alcune grandi aziende, in particolare da quelle considerate strategiche. «Visto l’alto livello di regolamentazione e di garanzie, che assicurano un potere di indirizzo più alto di quello di essere titolare di azioni», ha spiegato il costituzionalista, non ci sarebbe bisogno che lo Stato mantenga una presenza fra i soci allo scopo di esercitare in futuro la golden share. In proposito Cassese ha citato il caso Enel. «C’è stata la separazione della rete e sono state via via introdotte altre norme, non c’è bisogno di detenere una partecipazione. Tra l’altro la composizione del capitale è tale che se tutti gli azionisti si coalizzassero metterebbero lo Stato in minoranza. Non lo fanno ma potrebbero, e il problema sarebbe superato». Conclusione della lezione, lo Stato venda tutto e faccia cassa. Guardando al passato, forse dovremmo aver imparato che il Paese non dovrebbe privarsi di alcune partecipazioni strategiche per momentanee esigenze di bilancio. Può cedere quote di minoranza, ma passare la mano rinunciando a controllare società nel settore dell’energia, delle infrastrutture, ma anche nel settore delle telecomunicazioni e del credito, ai tempi di Romano Prodi (e di Carlo Azeglio Ciampi) non è stata una buona idea. E per rendersene conto è sufficiente dare un’occhiata a ciò che è accaduto con la Telecom, che oggi ritroviamo super indebitata e costretta a vendere la rete per rimettere in sesto i conti. Ma oltre a ciò c’è un piccolo dettaglio, che rende un po’ meno magistrale la lezione dell’illustre giurista. Cassese, infatti, è stato consulente dell’Enel in una passata gestione. Pochi lo ricordano, ma il fu ministro della funzione pubblica del governo Ciampi ha firmato un parere pro veritate con cui l’ex giudice costituzionale decretava l’incompatibilità di un candidato al vertice della stessa azienda dell’energia. Un parere che, guarda caso, spuntò proprio nel bel mezzo della battaglia per il rinnovo dei vertici della stessa Enel, quando alla lista proposta dal ministero dell’Economia e delle Finanze ne fu contrapposta un’altra, patrocinata da Covalis, un fondo basato alle isole Cayman e guidato da Zach Mecelis. All’epoca il tentativo di conquistare il consiglio di amministrazione della società per guidare l’azienda finì nel nulla. Ora Cassese suggerisce al Mef di vendere tutto perché potrebbe essere messo in minoranza, e dunque di rinunciare anche alla nomina del cda. Detto ciò, visto che 30 anni fa le privatizzazioni si risolsero in un disastro per il Paese e anche per i conti pubblici, non sembra una gran lezione quella di sostenere che lo Stato debba cedere le azioni che ancora detiene in aziende strategiche per l’interesse nazionale. Privarsi di Enel (ma anche di Eni, Poste e Ferrovie), infatti, non avrebbe nulla di magistrale.
Chi si aspettava una partita combattuta sul filo dell’equilibrio fino al novantesimo con strascichi e polemiche arbitrali a protrarsi fin dentro gli spogliatoi è rimasto deluso. Il big match tra il Tesoro e i fondi su Enel è finito prima ancora di iniziare. Nettissimo il successo della lista del Mef che in assemblea ha raccolto più del 49% del capitale presente contro il 43% e passa di Assogestioni e lo scarso 7% della terza lista, quella presentata dal fondo Covalis che alla fine non ha raccolto neanche un consigliere, precludendo anche la possibilità al presidente indipendente designato, Marco Mazzucchelli, di sfidare il presidente scelto dal Mef, Paolo Scaroni. Certo ha pesato l’affluenza, pari al 65% del capitale. Un dato che si colloca nella parte bassa della media delle ultime assemblee (tra il 65% e il 70%), contro attese di una presenza superiore al 70%. Ma il risultato finale per il ministero dell’Economia, primo azionista in Enel con il 23,59% delle quote, è stato addirittura migliorativo rispetto a quello dell’ultima assise, quando aveva prevalso Assogestioni. Sulla base dello statuto di Enel, questo risultato (prima la lista del Mef e seconda Assogestioni) ha fatto sì che a Covalis non spettasse nessun seggio.
Tirando le somme: la lista del primo azionista composta da Paolo Scaroni indicato alla presidenza, Flavio Cattaneo indicato come amministratore delegato e i consiglieri Alessandro Zehenter, Johanna Arbib Perugia, Fiammetta Salmoni e Olga Cuccurullo ha portato a casa sei consiglieri. E quella di Assogestioni tre: Dario Frigerio, Alessandra Stabilini e Mario Corsi. Per un consiglio di amministrazione di nove componenti che resterà in carica per i prossimi tre anni, come deciso dall’assemblea.
Senza storia la seconda votazione, quella sul presidente: per Scaroni ha votato il 97,2% del capitale presente in assemblea. Adesso spetta al nuovo consiglio sancire la nomina di Cattaneo come amministratore delegato. La prima riunione è prevista nei prossimi giorni.
A pesare è stato, come consuetudine, il giudizio dei proxy advisor. Si tratta di società specializzate che, per conto dei fondi d’investimento, analizzano le varie proposte all’ordine del giorno delle assemblee di società quotate e consigliano i propri clienti come votare. Una indicazione che solitamente è seguita diligentemente dai grandi fondi internazionali. Pur con cautele e distinguo, tutti hanno invitato a votare per la lista di Assogestioni e nessuno per Covalis. Non a caso il Mef, all’inizio del confronto, aveva incontrato i rappresentanti dei proxy per spiegare e motivare le proprie scelte sulle liste.
«Non è la stagione dei gufi», ha evidenziato un insolitamente tagliente Giancarlo Giorgetti, tra i primi a commentare il risultato dell’assemblea. «Abbiamo raggiunto un ottimo risultato, migliore rispetto a tre anni fa, non semplice e non scontato, che premia la correttezza e non la scorrettezza. Auguro buon lavoro ai nuovi vertici e a tutti i consiglieri». Nella nota del Mef c’è chi ha voluto cogliere un riferimento polemico nei confronti dell’ad uscente, Francesco Starace, che secondo alcune ricostruzioni sarebbe stato il vero «ispiratore» per la nascita e la composizione della terza lista. Starace, dal canto suo, ha voluto ringraziare azionisti e dipendenti dopo nove anni alla guida del gruppo. «Ogni crisi che il gruppo ha affrontato è stata trasformata in una opportunità che ci ha spinto più avanti nella transizione ecologica», ha detto l’ad uscente.
«Covalis per sua natura non è un fondo attivista», ha spiegato Fabio Arossa, rappresentante del fondo in assemblea, «in Enel è un investitore di lungo corso da oltre 10 anni e vogliamo ringraziare vivamente il consiglio uscente e i lavoratori per l’operato e i risultati. Abbiamo presentato una lista di consiglieri indipendenti per incoraggiare un dibattito trasparente sulla governance migliore da dare. E le condizioni ideali per garantire la strategia di campione nazionale e dna internazionale».
Sullo sfondo resta un mese di polemiche che dall’ambito strettamente finanziario hanno tracimato nella geopolitica. Alla iniziale accusa di «scarsa trasparenza» mossa da Covalis al Mef per le modalità di formazione delle liste, sono seguite le accuse a Scaroni - soprattutto da ambienti anglo-americani - per il suo ruolo in Eni negli accordi con Gazprom, che hanno portato l’Italia a dipendere, all’inizio della guerra in Ucraina, per il 40% dal gas russo per il suo fabbisogno. Più di recente è emersa la preoccupazione in Usa per il maxi investimento da un miliardo di dollari per la realizzazione di pannelli solari. Lo stesso Scaroni ha compiuto un passo falso, autocertificandosi come «non indipendente» al momento di presentare la propria candidatura. C’è stato spazio anche per un esposto alla Consob, per la diffusione di un rapporto del proxy advisor Frontis destinato a un solo investitore e presentato come l’indicazione di voto.
Gli investitori aspettano adesso di capire cosa vorrà fare il nuovo management. Il Tesoro avrebbe già dato rassicurazioni alla comunità finanziaria, scrive Reuters, che Enel continuerà ad aver un ruolo di leader nelle energie rinnovabili, accelererà con le cessioni di asset annunciate e manterrà la politica di dividendi.
La battaglia per il rinnovo dei consigli delle grandi partecipate pubbliche ha già dei vincitori e almeno uno sconfitto. Il passaggio fondamentale sarà però quello di oggi, quando gli azionisti di Enel saranno chiamati a scegliere anche loro i componenti del board che gestirà il gruppo elettrico nei prossimi tre anni. In una partita che da finanziaria è diventata anche geopolitica.
Il primo sconfitto è Assogestioni. Che ieri, all’assemblea di Leonardo, ha racimolato meno del 10% dei voti per la sua lista di candidati. Con il risultato che tutti i consiglieri spettanti alle minoranze (4 su 12) sono andati ai candidati del fondo Greenwood, che ha ottenuto il 42,03% dei voti arrivando non molto lontano dal 48,096% della lista presentata dal Mef, che prende otto consiglieri su dodici tra i quali il presidente Stefano Pontecorvo e l’ad Roberto Cingolani. Nella serata, la prima riunione del board ha nominato Cingolani anche direttore generale e Lorenzo Mariani condirettore generale. Qualche problema invece per l’associazione dei gestori di fondi, che evidentemente non riesce a convincere i grandi investitori, soprattutto internazionali, della bontà delle sue scelte sui consigli d’amministrazione. E non riesce a affermarsi come «rappresentante del mercato» nei board delle grandi quotate, che pure dovrebbe essere la sua ragione d’essere.
I vincitori sono per ora gli azionisti di Enel. Che da quando è iniziata la bagarre sulle liste per il rinnovo del cda, a metà aprile, hanno visto il titolo apprezzarsi del 7% alla chiusura di ieri. A differenza di Leonardo, il cui titolo ha perso nelle stesse settimane oltre l’8%. Il fatto è che proprio quello per il board di Enel è lo scontro più acceso. Qui, se Assogestioni dovesse replicare la performance deludente di ieri su Leonardo, si potrebbe aprire un problema serio anche per il Mef e per i suoi candidati. Ovvero, Paolo Scaroni per la presidenza e Flavio Cattaneo ad.
La terza lista, presentata dal fondo Covalis, ha fatto una campagna serrata contro Scaroni. Lamentando non solo la scarsa trasparenza nella formazione delle liste del Tesoro. Ma anche, nei numerosi incontri con gli investitori dei suoi rappresentanti, il ruolo di Scaroni come ad di Eni nei vari accordi tra il Cane a sei zampe e Gazprom che hanno portato l’Italia, fino all’invasione russa dell’Ucraina, a dipendere per oltre il 40% dalle forniture di gas russo.
Ad agitare ulteriormente gli americani, la promessa di un maxi-investimento di Enel per la produzione di pannelli solari in Usa, sul quale Cattaneo ha già espresso, prima di essere candidato per Enel, i suoi dubbi. Un investimento da oltre un miliardo e 1500 posti di lavoro che sta a cuore anche all’amministrazione Biden.
Covalis, fondato dal finanziere di origine lituana Zach Mecelis, ha presentato una lista dove indica il banchiere d’affari Marco Mazzucchelli per la presidenza, senza segnalare un potenziale amministratore delegato. Il problema ulteriore per la lista del Mef nasce dal fatto che Scaroni si è autocertificato come «non indipendente» al momento di presentare la sua candidatura. E che per molti fondi d’investimento l’indipendenza del presidente è un requisito essenziale per votarlo. A questo ha cercato di rimediare lo stesso Scaroni, presentando un parere del super-avvocato romano Andrea Zoppini. Secondo il quale quello di Scaroni, che fu ad di Enel 18 anni fa, è stato un eccesso di cautela. Le regole infatti indicano in tre anni dalla cessazione dell’incarico il termine entro il quale si è classificati come «non indipendenti». E comunque il nuovo cda potrà comunque giudicarlo come indipendente. Zoppini, va detto, non è un personaggio marginale in questa storia. Almeno fino alla fine di marzo è stato consulente proprio di Covalis, al quale ha rilasciato un parere sulla presentazione della lista. Successivamente, ha presentato un esposto alla Consob (non è chiaro per conto di chi) sulla diffusione alla stampa di un parere di uno dei proxy advisor, Frontis, redatto per un singolo fondo e circolato invece come una indicazione generale.
Proxy advisor che avranno oggi un ruolo centrale. Il loro giudizio, che arriva al termine dell’analisi delle varie proposte, è la base del voto dei fondi d’investimento nelle assemblee delle quotate. Su Enel, le indicazioni di voto dei proxy advisor sono estremamente diverse tra loro. Iss ha detto di appoggiare la lista di Assogestioni, ma di votare Scaroni per la presidenza. Glass Lewis ha invitato ad appoggiare la lista di Covalis con Mazzucchelli presidente. Frontis, a parte l’analisi finita nell’esposto, non ha fatto sapere altro.
Sulla base della partecipazione storica alle assemblee di Enel (tra il 65% e il 70% del capitale) e delle regole statutarie, è difficile fare previsioni sull’esito del voto. Su Leonardo, Assogestioni ha perso la sua partita. Oggi si vedrà chi aggiungere all’elenco degli sconfitti.




