La dichiarazione finale della COP 28, celebrata come un successo, in realtà è un documento ambiguo, pieno di equilibrismi lessicali, in cui non si parla di abbandono dei combustibili fossili. Semmai, l’accordo lascia via libera a gas e nucleare come fonti necessarie a sostenere la transizione.
Sultan al-Jaber (Ansa)
L’accordo sul clima raggiunto a Dubai è stato celebrato come storico. Eppure, il documento evidenzia il futuro ruolo delle fonti energetiche «di transizione», tipo il metano. E invita ad «accelerare» sull’atomo.
La conferenza sul clima delle Nazioni Unite di Dubai, la Cop28, si è chiusa ieri mattina con un accordo che molti si sono precipitati a definire storico.
«È la prima volta che il mondo si unisce attorno a un testo così chiaro sulla necessità di abbandonare i combustibili fossili», ha affermato il ministro degli Affari esteri norvegese, Espen Barth Eide. Si tratta di un fraintendimento facile, visto che il testo finale usa un’espressione assai ambigua, «transitioning away from».
La frase contenuta al punto 28 è la seguente: «Allontanarsi (transitioning away from) dai combustibili fossili nei sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere lo zero netto entro il 2050 in linea con la scienza». «Allontanarsi» non è radicale come «abbandonare».
Il presidente della Cop28 Sultan al-Jaber, che ha fatto gli onori di casa negli Emirati Arabi, passa oggi per colui il quale ha resistito alle pressioni dell’Opec che insisteva per non parlare di idrocarburi nella dichiarazione di impegno finale. «Ora dobbiamo fare i passi necessari per trasformare questo accordo in azioni tangibili» ha dichiarato nella assemblea generale che ha chiuso i lavori.
Mentre si spaccava il capello in quattro sul filo dell’equilibrismo lessicale tra abbandonare, ridurre o allontanarsi da, l’accordo scaturito dai 14 giorni in hotel di lusso a Dubai in sostanza è un via libera all’energia nucleare e al gas.
A leggere bene il documento, infatti, al punto 28 si dice anche che occorre «accelerare nelle tecnologie a basse emissioni come le rinnovabili, il nucleare», mentre al punto 29 si dice che la Conferenza «riconosce che i combustibili di transizione (transitional fuels, ndr) possono avere un ruolo nel facilitare la transizione garantendo la sicurezza». Il combustibile di transizione per eccellenza è il gas.
Dall’altra parte, il combustibile fossile che emette più gas serra, oltre ad altre sostanze, è il carbone. Le emissioni dall’uso di carbone rappresentano da sole il 41% del totale annuale, e di queste più della metà hanno origine in Cina. I quattro paesi maggiori produttori di carbone (Cina, India, Indonesia e Australia) fanno insieme il 75% della produzione, mentre dal lato della domanda i primi quattro paesi sono Cina, India, Usa e Russia, che assieme fanno l’80% del consumo. Produzione e consumo di carbone sono insomma molto concentrate. Ne discende che le attenzioni punteranno molto sul carbone, che rappresenta anche il bersaglio più facile dal punto di vista mediatico. Allo stesso tempo, Cina e India hanno già detto che non accettano intrusioni dall’esterno su cosa e quanto carbone utilizzare nelle proprie centrali elettriche, acciaierie e fabbriche. I rispettivi piani di decarbonizzazione non prevedono, e difficilmente prevederanno, rinunce al carbone.
Dunque, poiché dai due maggiori produttori e consumatori di carbone non si otterrà niente o pochissimo, si mirerà a ridurre il carbone in Occidente, nei paesi che ancora lo utilizzano ampiamente, come ad esempio Germania e Polonia. Alla Germania ciò sta benissimo, così Berlino potrà spingere ancora di più sulle fonti rinnovabili e probabilmente ripescare quelle centrali nucleari chiuse solo pochi mesi fa. Dai banchi dell’opposizione al governo di Olaf Scholz, infatti, la Cdu da tempo chiede a gran voce di rimettere in esercizio commerciale le centrali nucleari tedesche per evitare la catastrofe energetica. Della Polonia invece si interessano giusto i polacchi.
Messo in castigo dietro alla lavagna il carbone, con Cina e India additate come cattivi del pianeta ma noncuranti delle critiche, dunque, la conferenza nel documento finale dà spazio a nucleare e gas. «Accelerare sulle tecnologie a basse emissioni come il nucleare», come scritto nel testo, è infatti un vero e proprio endorsement della tecnologia che anche in Italia torna a far discutere. Certo, con queste parole scolpite nel sacro testo della Conferenza ora sembra difficile opporsi alla ripartenza in grande stile del nucleare, anche in Europa. La questione dei costi del nucleare a questo punto passa in secondo piano, visto che per nessuna tecnologia e per nessun obiettivo «climatico» esistono stime fondate di costo o di costo/beneficio, che, come abbiamo già scritto, sono il clamoroso non detto di tutta la vicenda.
Considerato che gli ultimi giorni di discussione a Dubai sembravano strettamente legati al phase out dei combustibili fossili, quasi nessuno si è accorto del salvagente che qualcuno è riuscito ad inserire in extremis al punto 29 della dichiarazione: «I combustibili di transizione possono avere un ruolo nel facilitare la transizione garantendo la sicurezza». I combustibili in questione sono… il gas! Liquido o via tubo, è il combustibile più flessibile e a minori emissioni tra quelli disponibili in grandi quantità.
Il segretario generale dell’Opec si sarà fregato le mani, vedendo questo testo, così generico sulla riduzione degli idrocarburi da poter essere interpretato alla bisogna ed invece aperto all’uso del gas. Complimenti ai suoi negoziatori, mentre come sempre l’Europa ha abbaiato alla luna senza costrutto.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier a Dubai: «Transizione ecologica e non ideologica: la sostenibilità deve essere anche economica o ci porterà alla deindustrializzazione». Sul Patto di stabilità: «Sono le ore più delicate della trattativa».
Giorgia Meloni può essere soddisfatta della sua partecipazione alla Cop28 di Dubai. Tonica e determinata, la Meloni è ricercatissima: almeno 20 i bilaterali con altrettanti leader del mondo, tra i quali il padrone di casa, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan; il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan; il primo ministro indiano, Narendra Modi, con il quale c’è una forte simpatia anche personale; il presidente di Israele, Isaak Herzog; il primo ministro del Libano, Najib Miqati; il primo ministro etiope, Abiy Ahmed Ali; il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi e il primo ministro giapponese Fumio Kishida.
L’intervento della Meloni in plenaria indica ai partecipanti la strada per affrontare il tema, sintetizzata in una frase destinata a entrare nei libri di storia: «Serve una transizione ecologica, non ideologica»: «L’Italia», dice la Meloni, «sta facendo la sua parte nel processo di decarbonizzazione in modo pragmatico con un approccio che rispetti la neutralità tecnologica, libero da radicalismi: se vogliamo essere efficaci serve una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale, una transizione ecologica non ideologica. È un momento chiave del nostro sforzo di contenere le temperature entro 1,5 gradi: anche se ci sono ragioni per essere ottimisti», avverte la Meloni, «l’obiettivo è lontano, la Cop28 deve essere una svolta. Ci viene chiesto di fissare una chiara direzione e agire in modo ragionevole ma concreto».
Davanti ai grandi del mondo, che la ascoltano con estrema attenzione, la Meloni illustra i principi della azione del governo di Roma: «L’Italia», aggiunge il premier, «sta gradualmente rimpiazzando i combustibili fossili con rinnovabili, abbiamo adottato un nuovo piano per l’energia e il clima e stiamo investendo risorse nei biocarburanti, siamo tra i fondatori dell’alleanza globale per i biocarburanti. Nel contesto europeo, siamo parte della carbon neutrality entro il 2050 e per ridurre le emissioni almeno del 55% entro il 2030. Ma siamo anche impegnati per il programma Fit for 55, con un approccio multistrutturale».
La conclusione del discorso scatena applausi: «Siamo consapevoli», sottolinea la Meloni, con lungimiranza da statista, «che molti degli sforzi che facciamo oggi daranno risultati visibili quando molti di noi non avranno più ruoli di responsabilità, ma siamo qui per chi verrà dopo di noi e questo definirà il valore della nostra leadership». Poi la citazione di una famosa frase di Warren Buffett, uomo d’affari e filantropo americano: «C’è qualcuno seduto all’ombra oggi perché qualcun altro ha piantato un albero tanto tempo fa», scandisce Giorgia Meloni, che successivamente fa un bilancio dell’evento rispondendo alle domande dei giornalisti: «Si sono fatti importanti passi in avanti. Io penso che i passi in avanti devono essere sempre concreti», sottolinea la Meloni, «e penso che sia stato dimostrato senso di responsabilità. Penso che l’obiettivo del “Loss and Damage”, ad esempio, sia un obiettivo concreto e utile. Quello dell’uscita dalle fonti fossili è un obiettivo che dobbiamo continuare a centrare. Chiaramente lo dobbiamo fare mentre produciamo altre fonti energetiche, quindi il tema è sempre lo stesso: gli obiettivi sono chiari e mi paiono condivisi. Io non sono neanche stata d’accordo sul fatto che si dicesse la Cop28 non potesse essere ospitata da una nazione che produce fossili, perché se non si coinvolgono anche queste nazioni, visto che gli obiettivi sono globali, alla fine non ci arriverai mai. Gli obiettivi sono chiari per tutti, anche per le nazioni che dovrebbero essere più rigide da questo punto di vista, è la tempistica chiaramente che deve essere sostenibile», tiene a puntualizzare la Meloni, «ma sostenibile perché come ho detto tante volte e ribadito anche qui pubblicamente, la sostenibilità climatica-ecologica deve camminare insieme alla sostenibilità sociale e alla sostenibilità economica altrimenti ci porta dritti alla deindustrializzazione. Bisogna avere un approccio non ideologico ma pragmatico, bisogna secondo me lavorare sulla neutralità tecnologica molto di più ed è una posizione che il governo italiano porta avanti. E costruire passi che siano veloci ma che sia possibile centrare perché se noi continuiamo a darci degli obiettivi che sono irraggiungibili ci ritroveremo qui tra cinque anni e scopriremo che non li abbiamo raggiunti».
Dall’ambiente all’economia, la Meloni fa anche il punto sul Patto di stabilità: «Ne ho parlato con il cancelliere tedesco Olaf Scholz a Berlino», spiega, «ma in queste ore eviterei i commenti, perché sono ore nelle quali si sta procedendo a confronti molto puntuali, che speriamo possano portare a una soluzione nell’interesse dell’Ue. Noi vogliamo e dobbiamo essere ambiziosi, l’Unione europea deve essere ambiziosa. Credo che le politiche economiche che il governo ha portato avanti dimostrino la serietà con la quale approcciamo, però dobbiamo riuscire a costruire una riforma del Patto di stabilità e crescita che sia rispettabile, cioè che sia possibile rispettare, cercando delle sintesi tra punti di vista e interessi che sono diversi. Siccome sono le ore più delicate per questa trattativa. Direi che insomma se la commentiamo magari la settimana prossima può aiutare tutti».
Il premier ha anche parlato delle polemiche sulla magistratura. «Nessuno scontro tra politica e toghe», ha detto, però «il problema in una piccola parte della magistratura è ritenere che i provvedimenti di alcuni governi che non sono in linea con una certa visione del mondo debbano essere contrastati, come è accaduto ad esempio sull'immigrazione».
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