La scelta delle parole dice tutto. Nella prima lunga intervista rilasciata da Silvia Romano (anzi Aisha, come si fa chiamare ora) dopo il sequestro in Kenya, non compare mai una volta il termine «terroristi». L'unico riferimento ai jihadisti sanguinari di Al Shabaab che l'hanno tenuta prigioniera è estremamente blando, e ha uno scopo preciso: dimostrare che l'islam non ha nulla a che fare con i guerriglieri. «Il Corano non è la parola di Al Shabaab!», dice la Romano, e le cosa finisce lì. Niente critiche all'islam radicale, niente riprovazione per i macellai.
Non stupisce. Silvia Aisha ha deciso di confidarsi con La Luce, ovvero il giornale online creato da Davide Piccardo, uno dei pezzi grossi dell'islam milanese, già noto per essere il volto del Caim. Non appena la ex cooperante è rientrata in Italia, la galassia islamica più o meno direttamente legata alla Turchia l'ha subito trasformata in un simbolo. E, a quanto pare, Silvia si trova piuttosto bene nelle vesti di propagandista. Se da un lato è avara di parole sui suoi rapitori e sul volto violento dei fedeli di Allah, dall'altro appare ben contenta di dilungarsi sulle gioie che l'islam ha portato nella sua vita.
L'illuminazione, racconta, si è verificata in prigione: «Lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito. Forse Dio mi stava punendo per i miei peccati, perché non credevo in Lui, perché ero anni luce lontana da Lui». A un certo punto, durante la reclusione, è avvenuto il cambiamento: «Sentii che era un miracolo, per questo la mia ricerca spirituale continuava e acquisivo sempre più consapevolezza dell'esistenza di Dio. Ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno». Ora, se Silvia si limitasse a dipingere le bellezze della sua nuova fede, poco male: libera la ragazza di convertirsi al credo che le pare, anzi è apprezzabile che qualcuno si dedichi alle questioni dello spirito in questi tempi aridi.
Il problema è che la ritrovata Aisha - così compassionevole verso i terroristi che l'hanno sequestrata - non è altrettanto dolce nei confronti dell'Italia e degli italiani, che fino a prova contraria hanno speso soldi, tempo ed energie per salvarle la pelle.
La fanciulla spiega quale fosse il suo atteggiamento verso i musulmani prima del sequestro. «L'idea che avevo dell'islam era quella che in molti purtroppo hanno quando non ne sanno niente», dice. «Quando vedevo le donne col velo in via Padova, avevo quel tipico pregiudizio che esiste nella nostra società, pensavo: poverine! Per me quelle donne erano oppresse, il velo rappresentava l'oppressione della donna da parte dell'uomo». Il messaggio è chiaro: gli italiani non sanno nulla dell'islam e sono pieni di pregiudizi. Non per nulla, l'intervistatore Davide Piccardo incalza: «Quindi Silvia Romano avrebbe potuto essere una fra i tanti islamofobi?». E lei lesta risponde: «Sicuramente, pur pensando certe cose non le avrei mai dette per evitare di ferire gli altri, ma sì, il pregiudizio lo avevo; per quello posso capire chi oggi, non conoscendo l'islam, pensa queste cose. All'epoca ero una persona ignorante, non conoscevo l'islam e giudicavo senza mai essermi impegnata a conoscere». Ecco la prima lezione: in Italia esiste una islamofobia strisciante. Tanto che la Romano, al momento di abbracciare definitivamente la nuova fede, ha vacillato: «Mi fermò la paura delle reazioni degli altri. Ho pregato tantissime volte Dio affinché [...] rafforzasse la mia fede per affrontare tutte le offese che avrei ricevuto». Di nuovo, Piccardo le domanda: «Quindi eri consapevole di questa ostilità?». Risposta: «Sì, certo. [...] I musulmani sin dall'inizio dell'islam sono stati perseguitati. Perché l'islam è la religione che va contro un sistema basato sulle ingiustizie, sul potere del dio denaro, la corruzione e la falsità, e questo spesso è scomodo». Beh, talvolta sono i musulmani a perseguitare gli altri, ma questo a Silvia non sembra interessare. Meglio dare un'altra lezioncina agli italiani, in particolare alle donne: «Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme», spiega. «Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un'imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti. C'è qualcosa di molto sbagliato se l'unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo. [...]Il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima. Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale».
Forse la Romano ignora l'esistenza di donne che non hanno bisogno di indossare una tunica per essere libere: possono scoprirsi il capo e il corpo senza risultare delle poco di buono. A quanto ci risulta, poi, la «mercificazione» non è un'esclusiva occidentale. È sgradevole da dire, ma la stessa Silvia è stata trattata come una merce: rapita e segregata per ottenere un riscatto. A farle questo non è stato qualche italiano islamofobo o qualche italiana di facili costumi. Sono stati dei signori che uccidono in nome di Allah e che con l'islam, piaccia o no, hanno molto a che fare.
Una chiesa, sullo sfondo. La facciata di un edificio religioso. Lì, in lontananza. Al margine degli eventi.
C'è qualcosa di emblematico nella vicenda della conversione di Silvia Romano, ora rinominata Aisha. C'è qualcosa di simbolico nel cambiamento di questa ragazza di 24 anni. Ora che da qualche giorno è tornata a casa, che ha ripreso a godersi gli affetti dei familiari, che ha ritrovato i luoghi e i punti di riferimento geografici con i quali è cresciuta. E mentre procedono i tentativi di far luce tra le molte ombre del suo periodo africano, si può provare a riflettere a mente più fredda su quanto accaduto e su ciò che può significare. Per lei e per noi. Si può cercare la giusta distanza per tentare di capire come alcuni fatti apparentemente distanti si intersechino tra loro. Ponendoci delle domande. Con rispetto, senza mettere in dubbio l'autenticità della conversione di Silvia Aisha e la stranezza del contesto - si può dire? - in cui è avvenuta.
Una stranezza che Magdi Cristiano Allam, un giornalista e scrittore che ha fatto il percorso opposto, dall'islam al cristianesimo, ha saputo segnalare rilevando la curiosità di come «una giovane tra i 23 e i 25 anni possa liberamente rinnegare una civiltà laica, che garantisce la pari dignità tra uomo e donna, per abbracciare una religione maschilista e misogina che concepisce la donna come un essere antropologicamente inferiore che vale la metà dell'uomo». Domande, appunto.
Ma di fronte a questa si deve registrate l'assordante silenzio della grancassa politicamente corretta, solitamente ipersensibile alla disparità di trattamento delle donne a tutte le latitudini. Ma tant'è. Quello che conta, per tutte le Rula Jebreal del bigoncio, è scagliarsi contro la destra becera - che esiste, eccome - senza tuttavia pronunciare un monosillabo sulla responsabilità della scia d'odio innescata dall'indisponente ed esibizionistica passerella governativa post liberazione dietro cospicuo riscatto.
Ieri, in occasione del centenario della nascita di Giovanni Paolo II, Marcello Veneziani ha scritto che per lui «il nemico principale della cristianità non è il fondamentalismo delle fedi altrui, ma la nostra scristianizzazione». Nei filmati che riguardano la nuova vita di Silvia Aisha si vede sempre quella chiesa sullo sfondo. È la chiesa di Santa Maria bianca della misericordia, la parrocchia del quartiere Casoretto, periferia multietnica a est di Milano, tra Via Padova e Lambrate. C'è qualcosa di metaforico in questa storia di conversione all'islam e di chiesa sullo sfondo.
Una chiesa neutralizzata, surclassata dagli eventi. Irrilevante. Tanto più in un tempo di celebrazioni vietate e solo ora riprese tra mille precauzioni. Chissà se il parroco di quella chiesa si sarà fatto qualche domanda. E se se la sarà fatta la comunità cristiana di quel quartiere. Personalmente, me ne sto facendo qualcuna anch'io. La notizia della conversione alla religione musulmana di Silvia Aisha è arrivata mentre in quella chiesa non si celebravano messe causa coronavirus. Scherzi del tempo, coincidenze casuali che possono suggerire altre domande.
Che contraccolpo rappresenta una vicenda così per la comunità cristiana milanese e italiana? Che mortificazione, che smacco - si può dire? - è per la civiltà occidentale? È solo una suggestione, una vaga connessione temporale quella che interseca il lungo lockdown imposto dal rapimento a Silvia Romano con quello più breve che ha impedito ai fedeli l'accesso ai sacramenti? Oltre la circostanza temporale non sarà anche il caso d'interrogarci sull'arrendevolezza con cui abbiamo digerito, noi e anche le gerarchie ondivaghe, questa sterilizzazione pastorale imposta dagli ottusi decreti governativi? E, infine, sulla credibilità della nostra testimonianza, sulla genuinità e la freschezza della nostra fede?
Intervistato dalla Verità, lo storico Franco Cardini ha osservato che dei cristiani non tiepidi si sarebbero vigorosamente opposti a quei decreti, anche scendendo in piazza. Non sarà forse anche per questa insipienza che una ragazza di 24 anni ha cambiato fede durante un lungo periodo di prigionia? Prendendo per autentico il fatto, forse è il caso di chiederci se abbiamo qualche responsabilità di un certo cristianesimo incolore e insapore, privo di fascino e fierezza, di capacità di cogliere lo spirito del tempo.
Sto leggendo in questi giorni Libero tra le sbarre (Città nuova), la storia di Nguyen Van Thuan, raccontata da Teresa Gutiérrez de Cabiedes. Poco dopo la nomina ad arcivescovo coadiutore di Saigon, nel 1975 Van Thuan fu accusato di tradimento, arrestato e internato dal regime comunista vietnamita. Rimase in prigione 13 anni, di cui nove in isolamento. Un lockdown molto più spietato di quelli citati finora, durante il quale, all'inizio, il mite prelato insisteva a rivendicare la propria innocenza, pregando di essere liberato per tornare alla sua comunità.
Solo dopo aver accettato quella condizione con ascetica rassegnazione, si accorse dei cambiamenti che la sua silenziosa testimonianza suscitava nelle guardie che si occupavano di lui. Al punto che, per evitare le conversioni, gli ufficiali del regime erano costretti a sostituirle di continuo con grande disappunto. Una lezione su cui è utile soffermarsi.





