Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni di carcere: la corte di West Kowloon ha evitato l’ergastolo, la massima pena possibile, ma ha comminato a carico del fondatore dell’Apple Daily di Hong Kong, tra i principali attivisti pro-democrazia dell’ex colonia britannica, una pena durissima in considerazione dei suoi 78 anni e delle precarie condizioni di salute. Per Jodie Ginsberg, Ceo del Comitato per la protezione dei giornalisti, «di fatto è una condanna a morte». Sostegno anche dagli abitanti di Hong Kong. «Spero che Lai possa richiedere la libertà condizionale per motivi di salute, perché stare in prigione in queste condizioni anche solo per un giorno è un’ingiustizia e ha un forte impatto sulla sua salute fisica e mentale», ha detto una spettatrice presente in aula nel momento della sentenza. Secondo Shum Ho, ex lettore dell’Apple Daily, «Lai è la coscienza di Hong Kong».
Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni detenuto in Venezuela da 423 giorni è stato liberato insieme all'imprenditore torinese Mario Burlò. Il premier Meloni ha ringraziato la presidente Rodriguez per la collaborazione.
«Il governo italiano si occupa della vicenda Trentini quotidianamente da 400 giorni, e come sappiamo non è l’unico. Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio». Così il premier nella tradizionale conferenza stampa di fine anno.
«È molto doloroso non potere riuscire a dare risposte nei tempi che vorrei». «Saluto con gioia la liberazione degli altri italiani, io sono fiduciosa, voglio dire che il segnale dato dalla presidente venezuelana è nel senso della pacificazione e lo cogliamo e penso anche che possa rappresentare un elemento molto importante nella relazione tra l’Italia e il Venezuela», afferma inoltre il premier parlando del caso Trentini.
Volete sapere perché gli italiani si sentono meno sicuri di prima? La risposta non è legata solo al numero di agenti che presidiano le strade, ma soprattutto al numero di malviventi lasciati liberi di delinquere. Altri Paesi europei hanno meno poliziotti di noi e, nonostante ciò, i furti sono in media inferiori di numero a quelli che si registrano a casa nostra. Così pure la percentuale di rapine e di violenze. Se la statistica premia chi ha forze dell’ordine meno presenti delle nostre, una ragione c’è: altrove, quando beccano un ladro, lo mettono dentro e ce lo tengono. E così pure quando arrestano uno stupratore.
La differenza è tutta qui: da noi è più facile finire dietro le sbarre se si fa il poliziotto che se di «mestiere» si scippano le vecchiette. Non ci credete? Leggete di seguito una serie di esempi.
Il caso più clamoroso riguarda la vicenda di Ramy Elgaml, il ragazzo egiziano che a Milano è morto mentre fuggiva durante un inseguimento. Che lui e il suo amico non si fossero fermati all’alt dei carabinieri ormai è pacifico, come pure è assodato che il comportamento pericoloso del giovane che guidava lo scooter sia all’origine dell’incidente che è costato la vita all’amico. Ciò nonostante, nel mirino dei magistrati sono finiti sette carabinieri, ovvero quasi tutti gli equipaggi delle pattuglie che hanno dato la caccia ai due fuggiaschi. Invece di ricevere un encomio per aver rischiato la propria incolumità per fermare persone che in teoria avrebbero potuto essere pericolosi delinquenti, i militari sono finiti sul banco degli imputati. Chi per guida pericolosa, chi per non aver redatto il verbale riferendo ogni passaggio dell’inseguimento, chi per aver fatto cancellare il video del cadavere di Ramy fatto da un passante.
Ora, se sette carabinieri su otto dopo un anno sono ancora costretti a difendersi dall’accusa di aver fatto il proprio dovere, immaginatevi quale potrà essere la reazione degli agenti la prossima volta che vedranno un tizio fuggire all’alt. Lo inseguiranno oppure volteranno la testa dall’altra parte? Io penso che la risposta più probabile sia la seconda.
Altro episodio su cui riflettere. Accade sempre a Milano, città il cui sindaco (di sinistra) insiste a dire che la sicurezza è una questione di percezione. La polizia ferma un gruppo di maranzine di origine egiziana responsabili di aggressioni ai danni di alcuni coetanei. Le giovani, prese quasi con le mani nel sacco, sono denunciate e rimesse in libertà, ovvero in condizioni di continuare a fare ciò che hanno fatto, vale a dire aggredire e derubare.
Restiamo al Nord, a Verona. Un’altra «risorsa» aggredisce un agente con un coltello dopo aver minacciato varie persone. Sentendosi in pericolo, il poliziotto spara e uccide l’extracomunitario. È evidente a chiunque che si sia trattato di legittima difesa, ma l’assistente capo della Polfer finisce indagato e solo dopo quasi un anno è prosciolto da ogni accusa. Nel frattempo, però, viene eretto un monumento allo straniero che minacciava di accoltellare i passanti e una ventina di associazioni (tutte di sinistra) chiedono verità e giustizia per l’immigrato
Spostiamoci ad Ascoli Piceno. Il tribunale della città marchigiana ha assolto un gambiano che ha staccato una falange a una poliziotta. Non si conoscono le motivazioni della sentenza, ma anche applicando tutte le attenuanti che si possono immaginare, risulta difficile capire perché chi commette una violenza nei confronti di un agente possa essere messo in libertà. A meno che picchiare un poliziotto sia ritenuto un reato di lieve entità, come lascia intuire una sentenza della Corte costituzionale. La Consulta ha, infatti, stabilito che a chi oppone resistenza o aggredisce dei pubblici ufficiali, ossia poliziotti o carabinieri, possono essere concesse le attenuanti. La tenuità del fatto si applica anche a chi sputa in faccia a un agente, oppure si scontra con le forze dell’ordine.
Naturalmente potrei continuare, portando altri episodi che spiegano come mai gli italiani si sentano insicuri, ma credo che quelli citati bastino. Il problema non è quanti poliziotti abbiamo, ma come li usiamo e come rispettiamo il loro lavoro. Non servono nuove leggi e pene più pesanti: bastano e avanzano quelle che abbiamo a patto, però, di farle rispettare. Non so se vi è sfuggito il dettaglio, ma in quasi tutte queste vicende le decisioni sono prese dalla magistratura. Le indagini a carico dei carabinieri del caso Ramy, le maranzine a piede libero, il gambiano assolto dall’accusa di aver staccato un dito a un’agente, l’indagine a carico del poliziotto e pure la sentenza per cui picchiare un uomo delle forze dell’ordine non è grave, sono frutto di una giurisprudenza che premia i ladri e mortifica gli agenti. E poi vi stupite se aumenta l’insicurezza?
Sono ore difficili per i sinceri democratici. Uno di quei momenti in cui non sai come fare per consolare Lilli Gruber e non deludere Gianrico Carofiglio. Càpita quando una delle tre entità intoccabili della sinistra viene messa in discussione, figuriamoci se sono due in un colpo solo. Quirinale, Unione europea, Magistrati: parole da scrivere con la maiuscola sennò è eversione, è squadrismo lessicale, è scempio della Costituzione. Poi arriva lo scandalo di Federica Mogherini e al Nazareno (con media connessi al seguito) vanno in tilt. Elly Schlein chiede a Francesco Boccia: «Meglio stare con l’Ue o con i pm?». Andrea Orlando, che passa di lì e fu ministro della Giustizia, sarebbe per tuonare contro l’indagata («È renziana») e difendere l’inseparabilità dei destini con gli amici magistrati. Decisione finale del cardinale Dario Franceschini con il righello in mano: «Bruges è lontana e dei giudici belgi ci importa zero. Facciamo che i compagni sono innocenti fino a prova contraria».
Così, in un giorno strano, di quelli che si ricordano come il passaggio della cometa di Halley, accade qualcosa di meraviglioso: la sinistra scopre il garantismo. I manettari per eccellenza diventano garantisti in purezza. È sempre un bel momento, come innamorarsi a 60 anni. Qualcosa di sconosciuto quando si trattò di massacrare per un quarto di secolo Silvio Berlusconi; quando Matteo Salvini da ministro è stato mandato a processo per sequestro di persona per avere difeso i confini nazionali dall’immigrazione clandestina; quando Attilio Fontana si è visto accusare per avere regalato càmici agli ospedali durante la pandemia. Allora i canini affilati del Pd cercavano la giugulare, sempre e comunque a fianco dei pm, seguendo la regola di Pier Paolo Pasolini: «Io so ma non ho le prove». Eccerto, le prove in certi processi sono un optional.
«La macchina del “sono tutti colpevoli” è già in moto». Se lo scrive Il Foglio - garantista dalla fondazione - ha un senso. È più singolare vedere le storiche mosche cocchiere dei pm muovere distinguo, prendere le distanze, fingersi liberali con un furore nuovo, addirittura esagerato. E ritrarsi schifate dal «processo mediatico», tanto Bruges è a 1.500 chilometri, chi ti si fila? La difesa d’ufficio è affidata a Walter Verini, veltronian-renziano e poi zingarettiano senatore dem, che non sapendo cos’altro dire si sorprende. «Le notizie su Federica Mogherini mi avevano lasciato incredulo, avendola conosciuta come persona perbene e molto preparata, in tutti i ruoli svolti. Per questo certi titoli e articoli di alcuni giornali erano sconcertanti: condanna senza appello, gogna, demolizione preventiva».
Praticamente il precipitato politico di 30 anni di giustizialismo di sinistra smantellato in una frase. Sono soddisfazioni. Ma Verini, che sembra leggere un’arringa a caso dell’avvocato Niccolò Ghedini buonanima, non ha finito. «E sono sconcertanti gli articoli, anche perché in totale sintonia con le dichiarazioni diffuse dalla portavoce di Vladimir Putin e dal regime di Viktor Orbán. Ora che il fermo è stato revocato, mi auguro che il lavoro della magistratura contribuisca a fare chiarezza, a dissipare ogni ombra e ogni sciacallaggio».
Della serie: siamo tutti garantisti almeno per un giorno. Quello in cui il tintinnio di manette è risuonato a sinistra. A supporto arriva l’eurodeputato Dario Nardella, con una tesi curiosa: l’inchiesta sarebbe un danno d’immagine per l’Italia. E allora? Meglio non farla. Di fatto lo è perché, esattamente come per il Qatargate, mostra le mani in pasta (accuse di frode e corruzione) degli onesti per decreto. Ma l’ex sindaco di Firenze intende altro. «Non conosco e non posso entrare nella vicenda giudiziaria. Solo non vorrei che si trasformasse in un fuoco di paglia con l’unico effetto di danneggiare ancora una volta l’immagine dell’Italia». Alla domanda di Repubblica se l’inchiesta possa scaturire da una ritorsione, in quanto Mogherini è stata da poco nominata a Bruges pur non essendo un’accademica, lui risponde: «Mi auguro di no, anche perché il criterio della partenza accademica non è vincolante e Mogherini ha portato un grande contributo di esperienza maturata sul campo, durante il suo incarico in Commissione europea».
C’è qualcosa di artificioso, contro natura, nella difesa d’ufficio messianica. Qui non si tratta di salvaguardare un principio scontato (l’imputato è innocente fino al terzo grado di giudizio) e spesso dimenticato dal Pd per non irritare l’alleato in toga. Qui si tratta di negare addirittura gli addebiti, come se fosse un volgare esercizio di lesa maestà. Per questo la sinistra unita non sopporta una frase al curaro di Roberto Vannacci: «Ogni volta che in Europa scoppia uno scandalo, la ruota gira e finisce sempre lì». La gastrite provocata dalla frecciata del generale è dolorosa e Nardella non si trattiene. «Anziché lanciare accuse infondate su cose che non conosce, Vannacci ci spieghi a che punto è la restituzione dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali alla Lega, di cui lui è vicepresidente, sottratti in modo illecito allo Stato».
A questo punto, davanti alla bufala stantia che neppure il cretino collettivo dei social ripete più, ti accorgi che l’integerrimo mondo dem è alle corde. E il garantismo, da quelle parti, è un salvagente bucato. Poco male. In Belgio la separazione delle carriere c’è già.







