Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.
Donald Trump vara la commissione per la tutela della libertà religiosa, nominando tra i membri l’arcivescovo Timothy Dolan, oppositore del patto con Pechino. Gli amici del Dragone sono divisi: cala la fiducia in Pietro Parolin, Xi Jinping punta su Luis Antonio Tagle.
Si intensifica lo scontro tra Stati Uniti e Cina in vista del prossimo conclave. Secondo Vatican News, tra gli argomenti affrontati ieri dai cardinali durante le congregazioni generali, c’è stato anche quello delle «Chiese d’Oriente, la loro sofferenza e testimonianza». Non si può quindi escludere che, nell’occasione, i porporati abbiano affrontato (anche) uno dei lasciti principali del pontificato di Francesco: quello del controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Un’intesa il cui principale regista è stato il cardinale Pietro Parolin e che è stata appoggiata anche da vari gruppi diventati particolarmente potenti sotto il pontefice defunto, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di Sant’Egidio.
Il punto è che il mondo cattolico filocinese non sembra al momento troppo compatto. Mercoledì, la rivista dei gesuiti americani, America Magazine, ha riportato che, durante le congregazioni, il cardinale Beniamino Stella avrebbe «attaccato» papa Francesco per aver coinvolto eccessivamente i laici nel governo della Chiesa: secondo la testata, molti cardinali avrebbero ritenuto la critica «inquietante» e sarebbero addirittura rimasti «sbalorditi». Non dimentichiamo d’altronde che Jorge Mario Bergoglio apparteneva alla Compagna di Gesù. E questo contribuisce a spiegare l’irritazione espressa da America Magazine, la quale, pur non menzionando nell’articolo il dossier cinese, ha voluto sottolineare come l’ultraottantenne Stella sia un «sostenitore» di Parolin. Quel Parolin che, assieme ai gesuiti, è stato tra i principali fautori della distensione della Santa Sede nei confronti di Pechino. Ciò lascia quindi intendere che il partito filocinese sia meno coeso di quanto possa apparire.
Tra l’altro, giovedì, la testata statunitense The Pillar ha pubblicato un articolo significativamente intitolato: «Parolin potrebbe non essere il candidato preferito dalla Cina per il conclave». Se ciò fosse confermato, potrebbero emergere altri nomi. Pensiamo al cardinale Luis Antonio Tagle: assai vicino a Bergoglio e fautore dell’accordo sino-vaticano, ha in passato avuto rapporti con la Compagnia di Gesù. Matteo Zuppi, anche lui favorevole alla distensione con Pechino, gioca a sua volta un’altra partita, per quanto gli storici legami con Sant’Egidio possano finire con il ritorcerglisi contro in sede di conclave.
Insomma, non sembra esserci un blocco filocinese compatto. Non è inoltre escludibile che i porporati pro Pechino si stiano ritrovando in una situazione scomoda. È ormai noto che la Repubblica popolare ha più volte violato l’accordo con la Santa Sede. Così come è noto che, pochi giorni fa, in piena sede apostolica vacante, le autorità cinesi abbiano permesso l’«elezione» di due vescovi ausiliari. Tutto questo, senza trascurare che, negli ultimi anni, Xi Jinping ha sottoposto i cattolici della Repubblica popolare a un processo d’indottrinamento, per non parlare poi dei prelati arrestati.
Se il «partito cinese» è in difficoltà, gli Stati Uniti stanno compiendo le loro mosse. L’altro ieri, Donald Trump ha istituito una commissione per la libertà religiosa. È vero che si tratta di un organo principalmente finalizzato a salvaguardare il Primo emendamento all’interno degli Stati Uniti. Non va tuttavia trascurato che la prima amministrazione Trump criticò l’accordo sino-vaticano proprio in nome della tutela della libertà religiosa. Una posizione, questa, ripresa dall’ambasciatore americano in pectore presso la Santa Sede, Brian Burch, il quale, durante l’audizione al Senato per la ratifica della sua nomina a inizio aprile, ha detto di ritenere importante «che la Santa Sede mantenga un atteggiamento di pressione sul governo cinese in merito alle violazioni dei diritti umani, in particolare alla persecuzione delle minoranze religiose, compresi i cattolici».
Creando questa nuova commissione, Trump ha quindi lanciato un duplice segnale. Primo: la tempistica non è casuale, visto che l’organo è stato istituito a pochi giorni dall’avvio del conclave. In secondo luogo, Trump ha inserito tra i suoi componenti anche dei cattolici, come l’arcivescovo di New York Timothy Dolan, il quale è tra i cardinali elettori e a cui lo stesso Trump, pochi giorni fa, aveva dato una sorta di endorsement ufficioso. Non dimentichiamo che Dolan è uno dei porporati più critici dell’accordo tra Cina e Santa Sede. E che, oltre a essere papabile, potrebbe ritagliarsi un ruolo di «regista» all’interno della Sistina.
Ma c’è chi teme le mosse di Trump. «Papa Francesco è stato l’anti Trump. Non politicamente. Ma come visione religiosa e universale», ha dichiarato, mercoledì, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, sottolineando che il presidente americano sarebbe appoggiato dagli «evangelicali» fissati con la teologia della prosperità. «È un movimento del tutto diverso dal Papa di Roma», ha sentenziato. Riccardi, che si è recentemente lamentato dei giornalisti «che non studiano», dovrebbe tuttavia sapere che, nel 2024, Trump ha conquistato la maggioranza del voto cattolico (il 15% in più rispetto a Kamala Harris). Potranno non andare a genio a Riccardi, ma i cattolici pro Trump esistono. Così come esiste quella Chiesa statunitense che, in gran parte, è ancora interessata alla difesa dei «valori non negoziabili». Ieri l’ambasciata di Francia presso la Santa Sede ha risposto alle critiche sul pranzo di Emmanuel Macron con i cardinali francesi a Roma: «Si è conformato agli usi repubblicani in vigore e rispettati dai suoi predecessori dopo i funerali di un Papa. Queste manipolazioni dell'informazione non sono degne».
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Con 100 opere provenienti dal Munch Museum di Oslo, Milano rende omaggio al grande artista norvegese con una grande retrospettiva (sino al 26 gennaio 2025) che ne racconta l’intero percorso artistico e umano.
Quando si pensa ad Edvard Munch (1863 -1944), è inevitabile, quasi scontato, il collegamento con la sua opera più famosa, L’Urlo (in norvegese, Skrik) , capolavoro indiscusso dell’arte moderna e quadro fra i più noti (ed imitati) al mondo. Come, o più, della Monna Lisa ; come, o più, delle iconiche serigrafie di Andy Warhol. Più che un’opera , L’Urlo (di cui ne esistono quasi 50 diverse versioni, fra disegni, bozzetti e dipinti) è un simbolo. La « traduzione in immagini» dell’angonscia umana, del dolore, del dramma interiore, dei fantasmi del nostro inconscio, della paura. L’Urlo, straordinaria «tavolozza » di colori distorti e dilatati, è lo specchio del sentire di Munch e dell’umanità intera. Poco importa cosa raffiguri (l’ambientazione è il fiordo norvegese di Ekeberg): quest’opera ha fatto del suo genio creatore l’interprete per antonomasia delle più profonde inquietudini dell’animo umano. La stessa inquietudine che ha attraversato tutta l’esistenza di Munch, segnata dalla malattia - fisica e mentale - e lastricata da grandi e precoci dolori: la perdita prematura della madre ( che lo lasciò orfano a soli 5 anni) e dell’amata sorella maggiore Sophie, uccise entrambe dalla tubercolosi; la follia della sorella minore, Laura; il rapporto conflittuale con il padre Christian; la relazione tormentata con la fidanzata Tulla Larsen. «La malattia fu un fattore costante durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza. La tubercolosi trasformò il mio fazzoletto bianco in un vittorioso stendardo rosso sangue. I membri della mia cara famiglia morirono tutti, uno dopo l’altro». Tutto questo, se da una parte lo trascinò ai limiti della follia, rendendolo schiavo delle nevrosi e dell’alcool, dall’altra lo portò ad essere il Genio universale che è, protagonista indiscusso dell’arte del Novecento e, insieme a Van Gogh, Gougain e Ensor, fra i più importanti (se non il più importante…) anticipatori dell’Espressionismo. Personalità complessa e artista dal talento straordinario, Munch ha fatto dell’arte la sua catarsi e in opera d’arte ha trasformato il suo assordante grido interiore. E la straordinaria mostra allestita a Palazzo Reale di Milano -dove L’Urlo è presente in una delle versioni litografiche custodite a Oslo- di questo «grido interiore » ha fatto il suo fulcro.
La mostra
Curato da Patricia G. Berman (una delle più grandi studiose al mondo di Munch) e ricco di 100 capolavori, il percorso espositivo si snoda attraverso sette sezioni, racconto in opere di un’artista che ha toccato imprescindibili temi universali - nascita, vita, amore, morte - e rappresentato, in quei volti senza sguardoe i quei paesaggi bislacchi, il proprio disagio interiore, l’instabilità dell’amore carnale, il vuoto lasciato dalla morte. « Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto», scriveva Munch nel 1928 ed è in questa frase la chiave della sua poetica artistica, profondamente attenta alle impressioni e capace di far vivere (e rivivere) emozioni e ricordi. Davanti a un’opera di Munch ci si mette a nudo, si fanno i conti con i propri demoni, ci si interroga. Provare angoscia è inevitabile. E questo accade con tutte (o quasi) le sue opere: perché Munch - come ha ben sottolineato la curatrice – non è solo L’Urlo. Ma è anche La morte di Marat (1907), Notte stellata (1922–19249), Le ragazze sul ponte (1927), Malinconia (1900–1901) , Danza sulla spiaggia (1904), Autoritratto tra il letto e l’orologio (1940-1943), tanto per citare alcuni degli straordinari capolavori presenti i mostra…
Di particolare interesse anche il tema dell’erotismo (sull'argomento, esposti a Palazzo reale Bacio vicino alla finestra, Coppie che si baciano nel parco e una conturbante Madonna, mescolanza e intreccio di sacro e profano), mentre un aspetto davvero poco conosciuto della sua opera è il « debito » verso l’Italia e il Rinascimento italiano: dopo un approccio difficile con il nostro Bel Paese («Sarebbe dovuto andare a Parigi - scrive l’artista utilizzando la terza persona- ma la sua salute non glielo permise…Malattia, alcol, disastri: questo fu il viaggio a Firenze»), Munch vi tornò a più riprese, provando emozioni sempre diverse e contrastanti, fino ad affermare che «… la Cappella Sistina è la stanza più bella al mondo» e, addirittura, nel 1922, trascorrendo un giorno intero nella Basilica milanese di Sant’Ambrogio, trovò l’Italia «più gloriosa che mai». Rappresentativi del «periodo italiano », quarta sezione dell’esposizione milanese , La tomba di P.A. Munch a Roma (1927) che ritrae uno scorcio del cimitero acattolico romano dove è sepolto lo zio (storico norvegese considerato il fondatore della scuola di storia norvegese) e Ponte di Rialto, Venezia (1926).
E dopo aver studiato con attenzione la nostra tradizione rinascimentale, aver assorbito le novità dirompenti del Postimpressionismo e aver interagito con la generazione emergente degli espressionisti, Munch inaugura un linguaggio unico e del tutto personale, premessa per la nascita di quelle Avanguardie che, nel XX Secolo, porteranno gli artisti a diventare gli strumenti migliori per raccontare le nostre emozioni più profonde. Questo racconta la mostra milanese: Munch oltre l’Urlo.
Continua a leggereRiduci



















