Niccolò Celesti da Kiev
È tutto distrutto, nel raggio di 200 metri: alberi, palazzi, vetrate, porte, finestre, pareti, panchine, tetti.
Non si sa con esattezza cosa abbia colpito il giardinetto al centro di un gruppo di palazzine popolari nel quartiere di Podilsky, a Nord di Kiev, ma la distruzione è ovunque. Anche nelle strade adiacenti lo spostamento d’aria ha fatto implodere le vetrate e le serrande dei supermercati e dei negozi.
Tutto questo alle 8 del mattino quando il coprifuoco era terminato da un’ora e le persone erano in giro a fare la spesa. Le voci riferiscono di un morto e qualche ferito, quasi un miracolo perché il posto è completamente distrutto.
Intorno alla scena ci sono decine di fotografi e cameraman della stampa internazionale, esercito e soccorritori; poi ci sono i curiosi che arrivano dai quartieri vicini a vedere cosa abbia scosso le loro case anche a grande distanza. L’esplosione si è sentita in tutta la città.
Tra la folla c’è un signore con un cerotto sull’occhio. Va davanti alle telecamere e dice a tutti di aver visto un missile cadere dal cielo e conficcarsi in terra, dice di non aver sentito l’esplosione, solo l’onda d’urto, violentissima, che lo ha scaraventato metri più in là, poi inveisce contro i giornalisti, chiedendo loro di spostarsi dalla zona coperta di detriti e di quello che si trovava nelle case e che ora giace sparso dappertutto.
Il palazzo più vicino all’esplosione ha perso tutta la facciata e si vede un ragazzo all’ultimo piano che cerca di recuperare qualche oggetto nella stanza da letto. Dentro al suo appartamento, che ha perso la parete esterna, si riconoscono la cucina e il salotto.
I poliziotti tengono lontano tutti dall’epicentro, raccolgono frammenti. Un operatore fa volare un drone sul cratere, probabilmente cercando di capire il tipo di missile utilizzato e quale potesse essere il bersaglio di un ordigno di tale potenza. Nessuno vuole credere che l’obbiettivo possa essere un giardinetto tra i palazzi.
Gira la notizia che ci siano 4 bambini tra i 19 feriti. Numeri troppo ottimistici secondo la gente che si trova sulla scena. Qui c’erano anche una scuola e un asilo, ovviamente travolti dall’esplosione.
Dopo aver visto questa scena di guerra in piena città, ci dirigiamo nuovamente verso il fronte di Irpin, passando da una superstrada a quattro corsie, una arteria che l’armata russa dovrà percorrere per arrivare in città se riuscirà a sfondare il fronte. Lungo la via c’è un importante avamposto, formato da trincee, posti di blocco e alcuni edifici dove i militari hanno organizzato il loro comando. Qui ieri notte è stato intercettato dalla contraerea un missile. È stato colpito, ma un pezzo dell’ordigno è caduto a terra, ha ucciso un militare e ne ha ferito un altro.
Alex, il paramedico di servizio con questo battaglione, ci racconta il suo pronto intervento: «Abbiamo subito un paio di bombardamenti, l’avamposto è grande e ben visibile, quindi la nostra posizione è stata sicuramente riferita ai russi da un infiltrato, da una di quelle migliaia di macchine che passano da questo posto di blocco». Poi commenta beffardo: «I russi, però, non riescono a inserire le nostre coordinate e i colpi dei giorni scorsi sono sempre andati fuori bersaglio. Ieri sera, invece, siamo stati noi che abbiamo colpito il missile, spaccandolo in due. Solo che una parte è comunque caduta a terra ed è esplosa, abbiamo perso un “fratello”». Ed ecco il dettaglio dei primi drammatici soccorsi: «I ragazzi di guardia erano due, a una decina di metri dalla caduta del missile. Ho tamponato le ferite al primo soldato, colpito agli arti, con delle garze. Non era così grave e ho potuto salvarlo. Ma eravamo ancora troppo vicini al fuoco e intorno hanno iniziato a esplodere bombole e a incendiarsi gli edifici vicini».
A questo punto indica un piccolo rifugio sotto a un camion. Per terra ci sono ancora le garze, le forbici, il sangue: «Ecco sono riuscito a trascinare qui l’altro “fratello” che non ce l’ha fatta. Ho fatto di tutto, ma non sarebbe sopravvissuto neanche portandolo in ospedale». Alex ci racconta queste cose con aria apparentemente serena, come se facesse questo tutti i giorni da una vita. Il viso è rilassato e lui, a tratti, sorride. Non vuole farsi fotografare, ma ci tiene a descrivere tutto per filo e per segno in un ottimo inglese, che qui è abbastanza raro.
Prosegue: «Non abbiamo le sacche di sangue per le trasfusioni e comunque ne stava perdendo troppo. Il suo destino era segnato: quando l’ho soccorso aveva un pezzo di metallo nello stomaco, un grande pezzo di metallo, e altre parti del corpo erano lacerate». Nel frattempo il resto del battaglione si era messo a cercare di spegnere l’incendio in attesa dei pompieri. «Come vedi va ancora avanti» sottolinea, «ed ha distrutto due fabbriche, ma non sono riusciti a distruggere il nostro avamposto».
Mentre parla, mostra, in quello che sembra un giro turistico, le altre zone danneggiate, altri punti di impatto di razzi o granate. Intorno a noi una squadra di vigili del fuoco prosegue le azioni di spegnimento. L’approccio di Alex, la professionalità, la mancanza di emozioni apparenti ci convincono che quel giovane sia un paramedico con precedenti esperienze in zone di guerra.
Lui ci spiega, però, di essere entrato nell’esercito da poco e che lo ha fatto con quella mansione perché aveva seguito dei corsi di pronto soccorso come volontario.
Poi precisa: «Io vengo dalla televisione, lavoravo nel telegiornale, sono un regista. Faccio il militare da 14 giorni». Prima Alex la guerra l’aveva vista solo nei film e nei videogiochi.
Niccolò Celesti da Kiev
Mentre stiamo scrivendo arriva la terribile «Breaking news», altri due giornalisti uccisi e un altro in fin di vita, lavorano per Fox news ed erano anche loro vicini a noi quando ci trovavamo sul fronte di Irpin. Pierre Zakrewski il cameraman, che aveva 55 anni è morto, Benjamin Hall è gravissimo in ospedale e gli è stata amputata una gamba, mentre la produttrice Alexandra Kurshinova, ucraina, è pure lei deceduta.
La giornata ci si ritorce contro. Un po’ stupidamente avevamo sperato che ci potesse essere un momento di tranquillità, forse perché dopo aver rischiato grosso due giorni fa, oggi ci sentivamo quasi rilassati a non stare in prima linea sotto il fuoco, perché oggi nonostante ci fossimo spinti ancora sul fronte di Irpin, ma su un altro versante della battaglia, non avevamo registrato un intensificarsi dei bombardamenti. Che anzi ci sembravano quasi leggeri.
Quel pezzo che avevamo iniziato a scrivere con un po’ di speranza e positività lo abbiamo dovuto cancellare e cominciarne un altro dove un’altra realtà ci si fionda di nuovo addosso.
Ricominciamo a raccontare la cronaca di una giornata nella quale le difficoltà logistiche che abbiamo incontrato per l’organizzazione e la sicurezza del nostro lavoro qui a Kiev sono spesso le stesse che anche i cittadini e le persone rimaste affrontano tutti i giorni. Le file, i controlli, l’incertezza, le notizie, la paura.
A peggiorare il clima, alle 18 circa viene proclamato un coprifuoco di 36 ore.
Usciamo sul terrazzo per una videochiamata e ci rendiamo conto di un’inquietante novità. A parte qualche esplosione in lontananza a cui ormai abbiamo fatto l’orecchio e l’abitudine, ci rendiamo conto che nel bosco che si trova a circa 500 metri dall’appartamento, c’è uno scambio intenso di fuoco ravvicinato di fucili e mitragliatrici.
Va avanti per un po’ e capiamo che non sono due fucili che si sparano, ma più armi, che ci sono colpi di mitra, ma non capiamo dove siano esattamente.
Potrebbe essere la caccia a un singolo uomo, un gruppo di infiltrati che sta dando battaglia alla guardia territoriale, un battaglione penetrato in città, potrebbe essere di tutto.
Quel che è certo che in pieno centro è in atto uno scontro a fuoco. Una cosa a cui non avevamo mai assistito in questi giorni.
Il sole sta tramontando, bellissimo, rosso, purtroppo sparisce tra il fumo nero che da giorni avvolge la periferia della città, con il sole se ne va la tranquillità apparente di questa giornata, inizia la sirena antiaerea, davanti a noi, su un altro lato della terrazza un boato e in lontananza il fumo di un impatto, poca cosa rispetto ad altri, ma sempre una bomba o un razzo caduti in città.
Siamo andati a verificare i danni provocati da un razzo, o una bomba, non sappiamo, vicino a una stazione della metropolitana. Non era possibile realizzare foto o video del check point adiacente e il personale militare era in forte stato di nervosismo. Intorno all’area dello scoppio la deflagrazione ha distrutto i vetri dei palazzi nel raggio di un centinaio di metri. Nel momento in cui siamo arrivati il fatto era accaduto da qualche ora. L’area era piena di cittadini. La verità è che in questo momento a Kiev possono cadere razzi ovunque.
Stamani ci siamo svegliati senza più un autista e un interprete. La cosa fondamentale da fare era trovarne un rimpiazzo il più in fretta possibile.
Oggi nello stesso tempo dovevamo anche riorganizzare la nostra logistica e la nostra sicurezza, avendo visto andare in frantumi per la seconda volta in una settimana il nostro piano di fuga dalla città nel caso ce ne sarà bisogno.
Così, dalle 7 di mattina comincia una lunga serie di telefonate a tutti i contatti che abbiamo qui, dai colleghi alle società di contractor che lavorano nei teatri di guerra.
Alla fine decidiamo di prendere un mezzo inusuale, una Vespa, e alla fine questa decisione si dimostrerà particolarmente azzeccata.
Lo facciamo per vari motivi, non perché abbiamo nostalgia dell’Italia o perché sia «trendy», ma perché negli ultimi giorni abbiamo passato più tempo in fila e fermi ai check point che a scrivere e fotografare, il secondo motivo è che chi guida, Alexander, una trentina d’anni, è un fotoreporter ucraino, che conosce tutte le strade secondarie e i passaggi più stretti da cui è possibile transitare.
Fa più freddo, è più scomodo scrivere il pezzo stando seduti dietro, con gli occhi che lacrimano e le dita infreddolite ma è sicuramente il mezzo più utile in una situazione come questa dove non dobbiamo fare centinaia di chilometri e lunghi viaggi ma raccontare la cronaca di una città sotto assedio.
Con questo nuovo mezzo riusciamo per la prima volta a raggiungere nuovi punti della città e dobbiamo dire che ci sentiamo di aver fatto un’ottima scelta. In poche ore riusciamo ad arrivare come già detto sul nuovo fronte di Irpin, passando con la nostra Vespa nera da dei giardinetti e poi al lato delle strade sbarrate dalle barriere di jersey, avvistiamo un paesino che potrebbe diventare nei prossimi giorni una nuova Irpin o ancor peggio un nuova Bucha.
Qui si spara oltre un bosco, ma ci sembra un attacco non particolarmente intenso. Eppure dopo l’esercito ucraino dà notizia che proprio non lontano da lì è stata arrestata un’altra, l’ennesima offensiva russa verso la città.
Abbiamo il tempo di farci fermare dalla polizia per un’ora e un quarto e subire per la seconda volta una serie di controlli puntigliosissimi, di raggiungere il punto di raccolta profughi di cui ormai conosciamo qualsiasi palmo, verificare la presenza di altri cadaveri portati dalle strade di Irpin dove eravamo due giorni fa, di parlare con una signora di 87 anni profuga che seduta al freddo ci tiene a fare il suo elogio ai militari che combattono eroicamente.
Da qui ci dirigiamo velocemente verso il centro città dove abbiamo un appuntamento con una fonte in un pub utilizzato dalla stampa internazionale. Ai check point la Vespa è già conosciuta, ci lasciano passare sorridendo e almeno in questa occasione possiamo sorridere.
Niccolò Celesti da Kiev
Proprio come nella peggiore delle situazioni che avevamo previsto, le bombe stanno cadendo sulla città. Questa mattina alle 5 siamo stati svegliati da una grande deflagrazione, per la prima volta abbiamo sentito lo spostamento d’aria fare oscillare il palazzo di 30 piani dove alloggiamo.
Si contano due morti e vari feriti in una vecchia palazzina colpita in pieno da un missile, ma sotto di noi la vita scorre tranquilla. Davanti al supermercato il camion scarica le merci, le persone fanno la fila.
Mezz’ora dopo un altro missile cade sull’isolato davanti. Sono sempre di più le colonne di fumo nero che si alzano in città.
I bersagli non sono obbiettivi sensibili, non ci sono motivazioni per questi attacchi se non quella di generare il caos.
In città ci sono ancora il 50% delle persone, molti sanno che rimarranno fino alla fine, molti invece stanno cominciando oggi a considerare la possibilità di scappare da questa città che fino a oggi sembrava quasi sicura e che se non fosse per la presenza dei checkpoint e dei tuoni bellici in una giornata di sole come oggi in alcuni momenti sembra quasi una giornata normale.
In taxi ci spostiamo in un nuovo appartamento, più centrale. Il nostro collaboratore che fino ad oggi ci ha fatto da factotum, compreso da cameraman, se ne andrà domani mattina (oggi per chi legge) con la madre verso una zona più sicura del Paese. Anche lui dopo la pioggia di bombe di ieri, i cecchini e i morti di Irpin si è convinto a lasciare la città.
Il nuovo appartamento è situato in un’area di grattacieli, con locali alla moda (potrebbe essere la parte di Milano dove vivono i Ferragnez) dopo aver lasciato le valigie ci spostiamo ancora verso Kurinovka, un quartiere della città abbastanza centrale, una bella zona. Qui, da poche ore, in pieno giorno e con la gente a fare provviste per la strada un missile si è schiantato sul marciapiede distruggendo tutto nell’arco di 20 metri. Arriviamo sul posto e ci sono i colleghi della stampa, anche loro nervosi dopo quanto accaduto di ieri. Il razzo ha aperto una voragine nella strada, ha accartocciato un autobus usato come sbarramento. Non sappiamo con esattezza quanti morti o feriti ci siano, ma certamente ce ne sono e mentre siamo lì ci rendiamo conto che un altro missile potrebbe cadere nello stesso punto come in qualsiasi altra parte della città.
Sembra primavera a Kiev, e la gente per la strada è molta di più. Nei giardini vediamo persone sedute sulle panchine, al sole. Incontriamo una ragazza di circa 35 anni, bellissima, con il figlio per mano. Sembra che vadano a far la spesa come in un giorno qualsiasi del mese scorso, quando tutto questo non era ancora successo.
Ci fermiamo a parlare con lei, le chiediamo perché sia ancora a Kiev, oggi che molti altri che ancora erano indecisi stanno iniziando a partire. Lei guarda nel vuoto, negli occhi spuntano le lacrime, ma non le fa scendere e dice: «Anche noi fra un paio di giorni andremo via». La salutiamo, pensando al dolore inimmaginabile che si possa provare sapendo di dover mettere tutto in una valigia e lasciare il proprio Paese e vedendo ciò che accade ai palazzi e alle case che finiscono in mano ai russi.
Proseguendo in questa nostra passeggiata nel giorno più caldo da quando siamo qui, girando l’angolo, torniamo all’improvviso in tempo di guerra: un’altra fila, un’altra distribuzione di viveri, un’altra scena di questo momento in cui tutto sembra surreale.
Ci fermiamo a vedere e capiamo, sapendo che molti supermercati sono aperti anche se con poche scorte, che questa è una distribuzione riservata a chi non ha la possibilità di fare acquisti nei negozi e anche se non c’è un controllo dell’Isee come farebbero in Italia: basta guardare questa gente per capire che sono tutte persone con pochi mezzi e che sono disponibili a fare 2-3 ore di fila per ricevere scatolette, succhi, verdura e ciò che i volontari portano con le loro auto.
La fila è ordinatissima, non c’è bisogno di numeri, ognuno aspetta il proprio turno senza spingere e senza fare il furbo. Un sacchetto a testa e le persone fanno ritorno da dove sono venute.
In realtà sono in tanti a mettersi in fila scendendo dai palazzi di questo quartiere che sarà uno dei primi a essere invaso in caso i russi riescano a entrare da Irpin. Nel giro di una mezz’ora la serpentina si allunga sempre di più, finiscono le scorte, ma gli abitanti restano in attesa un’altra macchina di volontari che, ci raccontano, hanno allestito questi punti in tutta la città.
Kiev è una grande metropoli e in città sono rimaste persone di tutte le estrazioni sociali. La resistenza è fatta di un mix di tutti loro. Oggi, però, che abbiamo cambiato alloggio e ci troviamo in uno dei posti più ricchi della città, ci fa impressione il signore che con l’ultimo modello di Tesla e che vive nel grattacielo davanti a noi scenda dalla sua macchina per entrare al supermercato armato di un fucile d’assalto di ultima generazione. Mentre osserviamo e scriviamo sul cellulare ci arriva un messaggio di un combattente ucraino con cui siamo in contatto e che tenta di decrittare i nostri articoli. Ci chiede esplicitamente di non scrivere più nei nostri pezzi «Kiev», ma «Kyiv», perché «Kiev», ci spiegano, è la maniera russa di chiamare la città. Capiamo che la situazione sta diventando sempre più tesa e a poco vale la spiegazione che Kiev è come chiamiamo in italiano la loro capitale.



















































