Per un ritorno che sfuma, ce n’è un altro che si concretizza. Con ogni probabilità Antonio Conte non tornerà alla Juventus, mentre Massimiliano Allegri riabbraccia il Milan 11 anni dopo. Il blitz del nuovo direttore sportivo, Igli Tare, ha avuto successo e l’allenatore livornese ha detto sì all’offerta del Diavolo pervenuta nella serata di mercoledì: contratto biennale da 5 milioni a stagione più due di bonus con opzione per il terzo. Per Allegri si tratta di un ritorno a Milanello dove ha già allenato dall’estate 2010 al gennaio 2014. Un ciclo iniziato con la vittoria dello scudetto al primo colpo e culminato con l’esonero dopo una sconfitta per 4-3 sul campo del Sassuolo sotto i colpi di uno scatenato Domenico Berardi. Tare ha deciso di affondare il colpo per anticipare la folta concorrenza che si era creata attorno all’ex allenatore della Juventus e mettersi al riparo da eventuali colpi di scena provenienti da Napoli, che aveva pensato proprio a Max come sostituto ideale in caso di addio di Conte. Allegri-Milan è dunque il primo tassello di un effetto domino che coinvolge nove delle prime dieci squadre classificate dell’ultimo campionato, Como compreso. La mossa del club rossonero ha di fatto condotto Aurelio De Laurentiis a spingere l’acceleratore sulla trattativa per convincere il tecnico che si è appena laureato campione d’Italia a restare. Dopo giorni di riflessioni, il presidente azzurro sembra infatti aver trovato la chiave giusta per blindare sulla panchina partenopea Conte. Si attende solo l’ufficialità, ma le promesse presidenziali - sei acquisti top, tra cui l’imminente arrivo di Kevin De Bruyne, più il rifacimento di Castel Volturno - dovrebbero aver convinto l’uomo del quarto scudetto a rimanere. Stesso esito anche dall’incontro andato in scena ieri a Bologna tra Vincenzo Italiano e l’amministratore delegato Claudio Fenucci: avanti con il progetto tecnico avviato lo scorso anno, culminato con la storica conquista della Coppa Italia. Nessuna apertura, dunque, alle avances del Milan, che prima di virare su Allegri aveva sondato proprio il tecnico rossoblu. E la Juventus che fa? La mossa di Conte di rimanere al Napoli farebbe restare la Vecchia Signora con il cerino in mano spiazzando di fatto la dirigenza bianconera, per altro interessata in questi giorni da un riassetto societario con Cristiano Giuntoli che potrebbe essere clamorosamente accompagnato alla porta, l’imminente nomina del francese Damien Comolli a nuovo direttore generale e l’inserimento nell’organigramma di Giorgio Chiellini. L’unica certezza al momento è legata al nome di Igor Tudor: il croato, nonostante la presa di posizione dopo il 3-2 sul Venezia che ha sancito la qualificazione alla prossima Champions, guiderà la squadra al Mondiale per club, ma non rappresenta la prima scelta per il futuro. Sullo sfondo si è stagliata nelle ultime ore la suggestione Zinedine Zidane, fermo da tempo ma ancora molto stimato nell’ambiente juventino, e addirittura di Simone Inzaghi. La voce, riportata ieri dal Messaggero, avrebbe del clamoroso, ma l’allenatore dell’Inter, che ha ricevuto un’offerta da 60 milioni di euro per due anni dall’Al-Hilal, pare ormai destinato a lasciare la panchina nerazzurra dopo la finale di Champions League contro il Psg in programma sabato sera a Monaco. Motivo per cui il pressing interista su Cesc Fabregas si è fatto più stringente. L’allenatore del Como ha resistito negli ultimi giorni alla corte della Roma per dare priorità al progetto iniziato con i lariani, ma l’offerta dell’Inter può farlo vacillare. Tuttavia, la famiglia Hartono è pronta a blindarlo con il rinnovo di contratto e la promessa di un mercato ambizioso per alzare ulteriormente l’asticella. Intanto, a Firenze Raffaele Palladino si è dimesso, a poche settimane dal rinnovo. Un fulmine a ciel sereno che potrebbe trovare spiegazione solo nel grande giro di panchine: con Gian Piero Gasperini promesso sposo della Roma e Marco Baroni ai ferri corti con Claudio Lotito, l’ex tecnico del Monza è ora in orbita Lazio e Atalanta. A Formello si sonda anche un altro grande ex: Maurizio Sarri, vicinissimo al ritorno con un biennale da 2,8 milioni netti. A Zingonia, invece, è stato fatto il nome di Stefano Pioli (ma c’è anche la pista Thiago Motta), pronto a tornare in Serie A dopo l’avventura in Arabia Saudita con l’Al-Nassr dell’ormai ex Cristiano Ronaldo. Allungando lo sguardo sulle altre squadre della prossima Serie A, al Torino è giunto ai titoli di coda il rapporto tra Urbano Cairo e Paolo Vanoli, con il presidente granata che ha manifestato pubblicamente tutto il suo disappunto: «È lui che fa la squadra, che decide chi gioca. Mi aspettavo molto di più».
I mostri sacri della panchina, quei guru che si presentano con l'arroganza dei «numero uno», suscitando entusiasmi nella tifoseria, infiammando gli animi con le polemiche in sala stampa non sempre alla fine portano a casa i risultati. Chi si presenta con l'aura dell'invincibilità è più facile che illuda e invece di alzare la coppa dei campioni a volte finisce col bere dall'amaro calice della delusione. Ecco, avete presente quei mostri del pallone? Decisamente mister Marco Giampaolo che dal 9 luglio guiderà i calciatori del Milan non appartiene a tale categoria a volte luccicante, a volte vanagloriosa.
Un po' tutti nell'ambiente riconoscono a Giampaolo, nato a Bellinzona, ma di origini abruzzesi, un particolare garbo, uno stile contenuto molto lontano dalle effervescenze di un José Mourinho o di un Maurizio Sarri. Ad accompagnarlo in verità è anche un curriculum personale che in un certo qual modo predispone all'umiltà francescana. Diciamola tutta, tra gli allenatori in servizio nella massima categoria italiana mister Giampaolo è quello che ha vinto di meno. I suoi numeri ci dicono che può solo migliorare: 370 partite come allenatore (dal Giulianova al Milan passando per Cagliari e Sampdoria), di cui 125 vinte e molte di più perse: 149. 97 i pareggi. Con questa arida matematica Giampaolo parte dal fondo della classifica degli allenatori della serie A; immediatamente sopra di lui Eugenio Corini che allena il Brescia e Roberto d'Aversa sulla panchina del Parma.
Giampaolo è stato un vincente solo nel 33 per cento delle volte in cui si è seduto in panchina. Spostandoci ai vertici della classifica dei vincenti troviamo Carlo Ancelotti del Napoli (ma con un passato al Milan) che ha vinto nel 58 per cento delle sue 1.083 partite da allenatore e Antonio Conte di cui pure si era ipotizzato un passaggio alla panchina del Milan che ha vinto 237 delle sue 409 partite, con una percentuale di vittorie molto simile a quella di Ancelotti: il 57,95 per cento. Il paradosso è che una tra le squadre più blasonate si ritrova oggi ad avere l'allenatore più modesto. A questo punto tutta una serie di considerazioni potrebbero giocare a favore di Giampaolo, a partire dall'evangelico «i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi». Tutti i numeri citati riguardano il passato, ma domani è sempre un altro giorno. Chi è salito sul picco più alto, più facilmente può cadere. E Giampaolo dalla prima partitella di luglio può solo migliorare il suo ranking…
Ecco, esaurite le frasi di prammatica, ritorniamo ai numeri e ai confronti matematici un po' impietosi. Il numero uno per antonomasia, Mourinho, nella sua carriera di allenatore ha una percentuale di vittorie quasi doppia rispetto a quella di Giampaolo, con 909 partite di cui 589 vinte e appena 134 perse. Ancora più stratosferici sono i numeri di Pep Guardiola che è uscito vincente dal 72,9 per cento delle gare professionistiche affrontate. Più vicino, si fa per dire, ai numeri di Giampaolo è l'allenatore del momento, mister Sarri che, nelle sue 811 partite da professionista, risulta vincente nella quasi metà dei casi: nel 46,36 per cento.
Ma, diciamolo, non si vive di soli numeri. C'è qualcosa che avvicina Giampaolo ai mostri sacri appena citati. Non il numero di trofei e di vittorie, ma comunque qualcosa c'è. Giampaolo porta al Milan il preparatore atletico Stefano Rapetti, uno dei migliori specialisti sul mercato, ma soprattutto l'uomo che all'ombra di Mourinho fu tra gli artefici del triplete interista del 2010. Di Sarri invece Giampaolo si porta appresso la stima. Sarri ha dichiarato infatti nella sua conferenza stampa di presentazione alla Juventus: «Io sono contento per il fermento che vedo in A perché c'è un bel movimento di allenatori: Conte… Giampaolo, che ritengo uno dei giovani più interessanti e che finalmente è su una grande panchina».
A parte le parole di incoraggiamento c'è qualcosa di Sarri anche in Giampaolo. Ce lo spiega Giuseppe Gaglione, già vignettista del Guerin Sportivo, commentatore sportivo sui focosi canali napoletani e «sarrista» dichiarato. Come tratteggiare la figura di questo anti-guru della serie A? «Giampaolo somiglia a Sarri per la sua spinta offensivista. È grande per idee e strategie prefissate, ma le sue squadre un po' si afflosciano nella seconda metà del campionato. Ha raggiunto i suoi risultati più significativi - in riferimento alle condizioni di partenza - nel Cagliari, mostrando anche sprazzi di gioco molto godibile, ma è tutto da vedere se riuscirà a resistere alle tensioni di una grande piazza come quella della Milano rossonera». Insomma un allenatore di belle speranze, speranze che sono ancora tutte da dimostrare.
Nella estate del calcio che sta per schiudersi Giampaolo ha il vantaggio di non essere l'allenatore da battere. Il «lei non sa chi sono io» non gli appartiene e non solo per i numeri un po' risicati sopra esposti, ma soprattutto per lo stile sobrio da persona educata. Il che, in un mondo di palloni gonfiati non è poco. I risultati arriveranno, dovrebbero.




