- Piace ai renziani ma spacca Pd e M5s: Conte tentato di chiuderlo in un cassetto. Incentivi per le aziende che tornano in Italia
- Questa mattina si riunirà il Consiglio dei ministri. Gli Stati generali, già nel mirino di Italia viva e dem, rischiano di saltare.
Lo speciale contiene due articoli
Conference call e il piano Colao viene consegnato a Giuseppe Conte. A parlare c’è Vittorio, il titolare della task force assieme a Donatella Bianchi e Maurizia Iachino e Raffaella Sadun. Così, una volta sistemata la questione delle pari opportunità, il premier raccoglie il testo con i suoi sei ambiti di azione divisi in 102 interventi specifici e congeda il gruppo con un arrivederci: «Restate a disposizione». Al di là delle formalità, Conte si appresta a infilare il documento nel cassetto e preparasi alla fase 3 cercando di destreggiarsi tra la task force voluta e sostenuto dal presidente Sergio Mattarella, gli Stati generali che dovrebbero riunirsi a partire da giovedì e le istanze di tutti i partiti che lo sostengono pur minacciandolo di togliergli la poltrona. Si naviga evidentemente a vista e sembra che Palazzo Chigi voglia gestire i vari tavoli come se fossero separati cercando di attribuirsi gli eventuali successi e di scaricare sugli altri (soprattutto Colao) gli insuccessi. In pratica Conte si ritrova stretto tra il Pd e il Colle solo per il fatto di voler tenere i piedi in più scarpe. Quando poi si entrerà nel merito delle proposte della task force (e accadrà quando il testo verrà presentato in conferenza stampa) allora la situazione politica potrà solo che peggiorare. Al di là dell’incipit che vuole l’Italia più «resiliente», «reattiva», «sostenibile ed equa» per «trasformare i costi del rilancio in investimenti per il futuro», poi bisognerà entrare nel dettaglio delle singole proposte. E qui Pd, Italia viva e 5 stelle finiranno con lo scannarsi. Il clima è dei peggiori, hanno fatto uscire in serata un’agenzia per dire di avere appreso i contenuti del piano dai giornalisti.
Un malumore che comincia da Luigi Di Maio, il primo a essere abbattuto dalla task force. Colao suggerisce infatti la sospensione almeno per tutto il 2020 del decreto Dignità, il primo cavallo di battaglia dell’ex leader grillino. In pratica nella scarna paginetta relativa ai contratti a termine si fa capire che lo schema dei 5 stelle è ormai anacronistico e bisognerà trovare soluzioni alternative. Se poi il governo volesse applicare anche l’intero capitolo sulle infrastrutture anche la parte grillina che fa capo ai duri e puri si troverebbe immediatamente all’opposizione. Basta prendere il paragrafo sull’Unità di presidio delle infrastrutture strategiche. L’idea è quella di accentrare a Roma tutte le decisioni nella filiera delle approvazioni. Tradotto, sparisce l’effetto Nimby e tutta la base elettiva dei 5 stelle che campa sui No Tav, No Tap No Muos eccetera si troverebbe piallata in un solo colpo. Per non parlare del tema concessioni. Lo schema in questo caso sarebbe una contrattazione tra Stato e privati per mettere sulla bilancia l’importo degli investimenti con il ritorno delle concessioni. Un’idea molto logica e che può piacere a chi teme il dirigismo statalista, ma che è fumo negli occhi per i ministri grillini che da mesi e anni predicano la nazionalizzazione. Per giunta, lo stesso Conte se accettasse la proposta dovrebbe rimangiarsi più d’una dichiarazione.
In ogni caso se i 5 stelle piangono, i dem non riderebbero di certo. Sfogliamo il primo grande capitolo del documento, quello relativo alle imprese. Qui Colao prevede ben due sanatorie. La prima è per l’emersione del lavoro nero che, sulla scorta del decreto Rilancio preveda l’emersione del lavoro irregolare in alcuni settori ma anche un mix di premialità (riduzione della contribuzione), paletti (dichiarazione di assenza di lavoro nero) e sanzioni (in caso di dichiarazioni del falso). Una seconda sanatoria sarebbe la voluntary disclosure per «la regolarizzazione del contate con l’obbligo di investimento di una parte dell’ammontare per 5 anni in strumenti di supporto del Paese». Sembrano scritte da Italia viva. Il ministro Teresa Bellanova ha già spinto quella sui braccianti e sulle colf, si tratterebbe di andare avanti. Il maxi condono sul contante è un’idea di Matteo Renzi. Tutte e due le volte bocciata dal Pd. L’ex segretario Pier Luigi Bersani l’aveva definita addirittura degna di Fabrizio Corona. C’è invece una sfilza di pagine che strizza l’occhio a Nicola Zingaretti e ai dem. Dalla lotta al contante allo sviluppo dell’economia circolare fino alle ciclabili come elemento del trasporto urbano.
Va comunque dato atto all’ex manager di Vodafone che su molti aspetti non ha guardato in faccia a nessuno nella maggioranza. Prevede infatti il reshoring, cioè il ritorno in patria di filiere produttive con tanto di incentivi. L’ha fatto Donald Trump per capirsi e potrebbe essere un cavallo di battaglia della Lega, che tra le oltre 100 proposte apprezzerebbe quella di portare gli investimenti privati e il risparmio in veicoli che aiutino la ricapitalizzazione delle Pmi. Seppur l’ultimo pilastro sia tutto dedicato all’inclusione di genere e alla realizzazione dei desideri del mainstream ci sono spunti molto intelligenti e altri che trovano tutti d’accordo. D’altronde chi vorrebbe dire no all’ammodernamento della Pa? Ma per capire meglio gli impatti di un tale piano bisognerà vivisezionare i dettagli. Un esempio su tutti. Nel paragrafo dedicato al cloud (interconnesso con il 5G), si dice che quello pubblico potrà essere affidato ad aziende con capitale a maggioranza italiana. Premesso che è una norma che viola le leggi Ue (accade in Qatar o Nigeria), è forse un modo per tenere fuori i cinesi che tanto bramano il nostro mercato dati? Vedremo e capiremo più avanti. Intanto Forza Italia preme perché il piano finisca in Parlamento. Esattamente quello che Italia viva vorrebbe evitare. È il partito che più si specchia in questo piano e che da una situazione di guerriglia perenne ha più da beneficiare. Insomma, le possibilità che il piano esca dal cassetto del premier sono residuali.
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