Superato l’ultimo scoglio al Senato nonostante l’ostruzionismo del Pd

- Nella notte il voto a Palazzo Madama, la Camera valuterà il testo dal 28. Lo show di Fi e Dem in commissione mette a rischio i lavori. Confermati quota 100, reddito e stangata sulle pensioni. Salta norma Ncc, taxi in rivolta.
- I Pir ora investono fuori dalla Borsa. Un emendamento del Carroccio permette agli strumenti di risparmio esentasse di scommettere nel venture capital e direttamente nelle imprese non quotate.
Lo speciale contiene due articoli.
Come anticipato, i due pilastri del contratto di governo sono confermati con i relativi ritocchi. Il fondo per il reddito di cittadinanza sarà ridotto di 1,9 miliardi nel 2019 scendendo a 7,1 miliardi, ai quali andranno aggiunti i fondi per i centri per l'impiego. La dote per la misura bandiera dei 5 stelle scende di 945 milioni nel 2020 e di 683 milioni nel 2021. Sul fronte delle pensioni, sono previsti 2,7 miliardi in meno ai fondi per quota 100, che scendono così da 6,7 a 4 miliardi. Il motivo è semplice: il provvedimento entrerà in vigore ad aprile per i privati e per la Pa solo a novembre. La dote per la misura fortemente voluta dalla Lega sale di 1,3 miliardi nel 2020 e di 1,7 miliardi nel 2021. A copertura delle due misure è confermata la sterilizzazione totale degli aumenti Iva nel 2019 che vengono però innalzati nel 2020 a circa 23 miliardi e nel 2021 e 2022 a 28,8 miliardi. Se non saranno disinnescate le clausole, l'Iva agevolata salirebbe dal 10 al 13% dal 2020 mentre quella ordinaria dal 22% al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021.
Ieri il vicepremier, Luigi Di Maio, ha confermato la volontà di trovare altre coperture. Di certo non troverà granché dall'operazione taglio alle pensioni d'oro, che da ieri sono diventate «di platino» almeno stando al nome dell'ultimo provvedimento che però conferma nella sostanza quanto previsto.
Il taglio (valido dal 2019 per 5 anni) sarà del 15% per i redditi compresi tra 100.000 e 130.000 euro lordi e arriverà al 40% per quelle superiori ai 500.000 euro. La misura garantirà 239 milioni nel triennio 2019-2021. Per arrivare a tali cifre non si fa distinzione tra retributivo o contributivo dando così via a una ingiustizia: trattare allo stesso modo chi ha versato contributi e chi magari ha usufruito di voci figurative è chiaramente iniquo. Nel testo arrivato ieri al Senato è stata aggiunta una postilla che però è tutta forma. Si legge che «le pensioni interamente liquidate con il metodo contributivo non saranno tagliate». Il riferimento è a coloro che hanno avviato dopo il 1996 una gestione separata e vedranno salva dalla scure quella parte addizionale evitando che faccia cumulo oltre i 100.000. Per il resto non c'è nessuno che, entrato nel mondo del lavoro dopo il 1996, sia già in pensione e con tali cifre. Infatti chi versa con il contributivo puro può raggiungere al massimo un imponibile di 102.000 euro che a fine carriera sarà ridotto del 20%. Si comprende che l'inserimento è solo di facciata. D'altronde è stato confermato anche il congelamento dell'indicizzazione. Le pensioni saranno rivalutate al 100% fino a 1.522 euro lordi (tre volte il trattamento minimo) mentre per gli assegni superiori scatterà una stretta sulla rivalutazione all'inflazione. Sei fasce: l'indicizzazione sarà riconosciuta al 97% per quelle tra tre e quattro volte il minimo; al 77% per quelle tra quattro e cinque volte il minimo; al 52% per quelle tra cinque e sei volte il minimo; al 47% per quelle tra sei e otto volte il minimo; al 45% tra otto e nove volte il minimo, e, infine, al 40% sopra nove volte il minimo. La misura porterà un gettito di 2,26 miliardi nel triennio 2019-2021. E basta fare il confronto per capire chi ci perde veramente. Il gettito dalle pensioni di platino è un decimo di quello che sarà raccolto sul blocco della rivalutazione che per giunta arriva all'ottavo anno consecutivo. Piccola consolazione: ok alla flat tax al 7% per i pensionati residenti all'estero da almeno 5 anni che scelgono il Sud.
L'imposta sostitutiva, calcolata in via forfettaria con aliquota del 7%, si applicherà per cinque periodi d'imposta ed è rivolta a coloro che scelgano di trasferire la loro residenza, in Italia, nei comuni con popolazione non superiore ai 20.000 abitanti delle Regioni del Sud. Arriva, infine, l'imposta al 3% sui servizi digitali per le imprese che vendono online, forniscono pubblicità e trasmissione di dati. Unica novità sostanziale è il passo indietro con le norme di regolamentazione degli Ncc. Ieri sera i taxisti sono scesi in piazza accusando il governo di avere introdotto norme un po' più favorevoli a Uber e ai driver di auto nere. Bagarre finta invece al Senato che nonostante le proteste del Pd e Fi (entrambe hanno abbandonato i lavori, con Renzi che annunciava «battaglia dura in Aula») ha approvato in toto il maxi emendamento. Nonostante le accuse di mancate coperture (riprese da tutti i media) le tempistiche hanno dimostrato che i problemi erano formali e di rapporto tra Mef e Ragioneria dello Stato. Il testo, licenziato dalla Commissione ieri sera alle sette è andato poi al voto in Aula in serata e da giovedì è previsto alla Camera.
I Pir ora investono fuori dalla Borsa
Tra le novità presentate ieri al Senato con il maxiemendamento alla manovra ce ne sono diverse che riguardano i Pir, con lo scopo di portare ulteriori investimenti verso le aziende del nostro Paese. Anche se le norme introdotte dal governo impongono vincoli ancora più stringenti circa i piani individuali di risparmio. In primis, è previsto che i Pir debbano investire in fondi di venture capital residenti nel territorio italiano (oppure in Stati membri della Ue o in Stati aderenti all'accordo sullo spazio economico europeo con stabili organizzazioni in Italia) almeno il 5% della quota destinata agli strumenti finanziari di imprese non inserite nell'indice Ftsemib o in indici equivalenti. Questa quota, secondo le norme, deve rappresentare il 21% del patrimonio totale dei Pir. La novità promossa da Giulio Centemero, (Carroccio) porterà grande beneficio alle aziende italiane. Come noto, infatti, per il 70% i Pir devono investire in titoli emessi da imprese italiane o Ue o dello spazio economico europeo con stabili organizzazioni in Italia. Fino a oggi, però, il 30% delle somme investite doveva essere diretto su titoli diversi da quelli dei principali indici come il Ftsemib senza specificarne maggiormente la destinazione.
Il risultato ottenuto fino ad oggi è che la maggior parte del denaro in arrivo dai Pir veniva convogliato sui segmenti di Borsa Star o Aim Italia, facendo lievitare le quotazioni a livello finanziario, senza però portare sostanziali risorse alle aziende. Ora però i nuovi afflussi potranno andare direttamente nelle tasche dell'economia reale.
Il plauso a queste novità è arrivato da diverse istituzioni di categoria, come Assofintech, l'associazione delle aziende del settore fintech e insurtech, un mondo al quale i fondi venture capital guardano con interesse e nel quale anche in Italia si sta investendo in maniera importante. D'altronde, si tratta di un primo importante passo per coprire quelle fasi di finanziamento alle imprese tipiche del venture capital che rappresentano uno degli anelli più deboli per l'economia italiana.
Perché la norma abbia un impatto concreto, sarà necessario aspettare i decreti attuativi che il Ministro dello sviluppo economico e quello dell'economia e delle finanze dovranno adottare entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di bilancio. Poi le aziende potranno vedere arrivare nelle loro tasche ancora più capitali freschi che in passato.






