Le correnti tentarono di rovinarmi. Ecco perché è necessario votare Sì

Come magistrato ho un sogno: svegliarsi tutti la mattina del 24 marzo 2026 con una giustizia finalmente liberata dai lacci che l’hanno avvolta, dai pavidi che ne fanno parte, dalle correnti che l’hanno devastata, destinata esclusivamente a servire quel popolo italiano in nome del quale viene amministrata.
Andrea Padalino, Giudice del tribunale di Vercelli
Consentitemi solo due parole di presentazione. Nel 1991, a ventinove anni, sono entrato in magistratura e, nel corso di più di trent’anni, ho svolto diverse funzioni come magistrato: pretore del lavoro, giudice per le indagini preliminari, pubblico ministero, giudice civile. Ho vissuto, per gran parte della mia vita professionale, sotto scorta, correndo seri pericoli a causa delle attività che svolgevo e costringendo familiari e amici a comprimere le proprie libertà. Mi sono occupato di processi di grande rilievo pubblico e di vicende assolutamente minori con lo stesso impegno e lo stesso entusiasmo che mi hanno sempre accompagnato nel lavoro, avendo quale unico riferimento i valori dell’autonomia e dell’indipendenza.
Ma questi valori che nessuno apparentemente mette in discussione, in una parte della odierna magistratura si sono miseramente confusi in una inaccettabile commistione con quella politica con la «p» minuscola che ha portato al dominio incontrastato delle correnti, al tradimento di principi che dovevano essere intangibili, al degenerare di un sistema che così non può proseguire. In Italia, la caduta della classe politica ai minimi livelli di credibilità è stata direttamente proporzionale all’acquisizione di spazi e potere di quella parte della magistratura che ha ampiamente travalicato il perimetro nel quale il nostro ordinamento colloca quello che dovrebbe essere il terzo potere dello Stato.
Quando, durante le vicende di Tangentopoli, ero giorno e notte impegnato a lavorare nel Palazzo di giustizia di Milano, sentivo fuori le grida, gli applausi, i lazzi e i cori delle manifestazioni in favore dell’inchiesta, rabbrividivo perché si stava materializzando l’errore più grave che i cittadini possono compiere verso la magistratura: investirla di un ruolo catartico della società. Il processo penale, infatti, si occupa e si deve occupare solo del passato, non certo del presente e tanto meno del futuro, ma ritenere che con esso una società possa cambiare, significa attribuirgli un ruolo che non potrà e non dovrà mai ricoprire. Da quando sono magistrato ho deciso di non prendere la tessera di alcuna corrente, perché ritenevo e ritengo un errore il fatto che un magistrato, attraverso l’iscrizione a una corrente, debba manifestare di fatto il proprio credo politico, che sia di destra di sinistra o di centro.
Come disse un grande presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il magistrato non deve essere solo imparziale, ma deve anche apparire a tutti come tale perché il sistema sia credibile. Proprio per questo, il magistrato non dovrebbe in alcun modo partecipare a gruppi, associazioni o, peggio, correnti, termine orribile e, oltretutto, espressivo di qualcosa di fluido e spinto da forze ignote. Vogliamo chiederci perché nella falange macedone oggi schierata per il No, le prime lance (sarisse), puntate contro il variegato campo del Sì, sono proprio quelle dell’Anm dietro la quale troviamo posizionata l’élite della fanteria pesante di una sinistra divisa da tutto, ma compattata nella battaglia del referendum?
Perché la nuova legge costituzionale mina alle fondamenta il potere delle correnti e la conseguente degenerazione di un sistema che farebbe inorridire i padri costituenti e che ha causato vittime innocenti che mi scuso di non avere visto. Mi scuso anche per aver creduto solo nel mio lavoro, dimenticando quanto accadeva intorno a me e pensando di riuscire a difendermi dallo strapotere delle correnti, solo con i risultati con fatica ottenuti, spesso anche notevoli, che, in realtà, infastidivano un sistema che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità.
Forse è utile partire dalla mia orribile esperienza personale, per poter affrontare le questioni che il prossimo referendum pone.
Il mio personale disastro inizia, a mia totale insaputa, il 16 dicembre 2016, quasi 10 anni fa. È anticipato da una conversazione intercettata tra due militanti anarchici. Una è Gabriela Avossa. L’altro è Daniele Pepino, figlio di uno dei fondatori di Magistratura democratica, il dottor Livio Pepino. Questa la conversazione.
Avossa: «Hai sentito la bella notizia?».
Pepino: «Sì, li hanno liberati tutti» (il riferimento è alla decisione del riesame di rimettere in libertà un gruppo di anarchici arrestati precedentemente proprio da me).
Avossa: «Sì, ma davvero, sono fuori di testa. C’è ’sto cazzo di Padalino… adesso mi sa che cercano tramite Magistratura democratica di dargli una tamponata».
Io naturalmente non ne vengo messo a conoscenza da nessuno, tantomeno da chi avrebbe il dovere di tutelarmi, passa poco più di un anno e, a mezzo stampa, mi viene comunicato che sono un poco di buono, che sono a capo di una «cricca», che ho calpestato il giuramento che ho prestato sulla Costituzione, piegando la mia funzione al fine di ottenere vantaggi illeciti.
Inizio ad avvertire un profondo imbarazzo per come le persone, con le quali mi relaziono, iniziano a porsi nei miei confronti. Dal collega che ti dice che non ha dubbi sul fatto che tutto finirà nel nulla, all’avvocato che, per educazione, finge di non sapere quello che tutti sanno, all’indagato che sembra quasi esprimere una certa soddisfazione. Torni a casa e tua figlia ti chiede: «Papà, ma cosa è l’abuso di ufficio?», perché tutti usano i social, persino i tuoi anziani genitori che, sconvolti, ti domandano che cosa ti sta succedendo.
Inizia così un calvario personale, professionale ed esistenziale nell’assoluta indifferenza degli inquisitori, che hanno nelle mani la tua vita e non mostrano di avere alcuna fretta nel chiudere le indagini nei tuoi confronti.
Nulla per mesi o per anni si muove, pur avendo dovuto, nel frattempo, lasciare l’ufficio di appartenenza, cambiare funzioni, costruirmi a fatica un nuovo e sconosciuto percorso professionale.
Notti insonni costellate da incubi; alzarsi al mattino e non avere voglia di fare nulla; dolore e sofferenza sempre presenti, come una ferita che non si chiude mai; un carcinoma maligno con annesso intervento chirurgico, forse quella «bomba al cobalto» di cui parlava Enzo Tortora quando lo hanno arrestato?
Per fortuna ho avuto un grande aiuto dalla famiglia, dagli amici e dagli affetti veri e da un grande avvocato, insomma da tutti coloro che mi sono stati vicini in questi anni oscuri nei quali per sopravvivere mi ripetevo spesso quanto mi ha insegnato un amico («Pensa, resisti, ricorda»), esercizi mentali che non ho mai smesso di fare e che mi hanno salvato dal baratro nel quale stavo per finire. Dopo cinque interminabili anni di indagini, finalmente arriva la sentenza di primo grado.
L’arringa del mio avvocato, Massimo Dinoia, è stata un capolavoro e ha messo a nudo tutti gli errori, le forzature e le violazioni di legge commesse nei miei confronti dagli inquirenti, tanto che, terminato il processo, ho provveduto a denunciare nelle opportune sedi quelli che considero gli autori.
Inutile dire che è stato tutto archiviato.
Tra questi soggetti vi sono anche coloro che, nonostante l’assoluzione da tutte le incolpazioni con la formula piena dell’insussistenza dei fatti, hanno proposto appello, fatto, di per sé, processualmente corretto e dovuto. Senonché, l’impugnazione, per la sua totale inconsistenza, è stata dichiarata inammissibile dalla Corte di Appello di Milano dopo che, nel corso dell’udienza, il sostituto procuratore generale aveva dichiarato di non sostenere l’appello della Procura, non condividendone una sola parola. Fatto rarissimo nel panorama giudiziario italiano.
Ma tornando alla profezia anarchica della «tamponata» di Magistratura democratica, ho potuto constatare che in ogni luogo dove sono stato indagato o giudicato tra chi svolgeva le indagini vi era qualcuno appartenente a detta corrente. Ho chiesto alla Procura di Torino di accedere agli atti dei procedimenti che erano stati aperti per questa vicenda e mi è stato risposto che sono stati archiviati. Quindi non sappiamo se il simpatico ed informato anarchico della conversazione abbia detto la verità su quanto sapeva o se abbia inventato tutto.
Evidentemente, però, la questione non interessa neppure Magistratura democratica, che, ad oggi, non ha speso una parola sulla vicenda, mentre sarebbe stato logico che, anche a propria tutela, chiedesse che fosse fatta piena luce sulla inquietante conversazione tra anarchici torinesi e sulla pesantissima affermazione ivi contenuta.
Ma la vicenda non appassiona neppure i media torinesi, che in passato avevano con estrema attenzione seguito le mie disavventure, fornendo ai propri lettori, con dovizia di particolari, dettagli investigativi di primo ordine, mentre oggi sono del tutto silenti, come se nulla fosse accaduto.
Visto che sono stato assolto in via definitiva, mi si dirà: in fondo è andato tutto bene, il sistema ha funzionato e un innocente non è stato condannato. Purtroppo non è proprio così, perché, e qui sta un elemento di collegamento con il prossimo referendum, l’assoluzione non basta perché, nel frattempo, sono stato sottoposto a svariati procedimenti disciplinari che, con una tempistica singolare, si chiudevano e si aprivano sempre sulle medesime vicende oggetto della sentenza definitiva di assoluzione e che hanno portato, dopo dieci anni di contestazioni che mutavano di volta in volta, a una pesantissima sanzione disciplinare nonostante quell’assoluzione con formula piena dalle gravi, ma inconsistenti, accuse formulate nei miei confronti.
Procedimenti disciplinari che ancora oggi quando tutto è terminato sono ritenuti sufficienti per impedirmi l’avanzamento in carriera, così privandomi di avere una corretta qualifica professionale e di percepire la retribuzione che mi spetta. Devo ancora subire danni da un sistema che con la nuova normativa oggetto di referendum non esisterà più, perché sarà sancita la fine della giustizia domestica del Csm, di fronte alla quale solo l’appartenenza correntizia può salvarti o, comunque, aiutarti a contenere i danni.
L’Alta Corte prevista dalla riforma spazzerà via uno dei principali poteri delle correnti: la gestione delle vicende disciplinari del magistrato, ovvero come essere forti con i deboli e deboli con i forti. L’assoluzione non basta, perché i giornali che ti ricoprono di fango ne danno notizia con trafiletti, mentre le notizie sulle indagini a mio carico occupavano le prime pagine. L’assoluzione non basta perché le accuse infamanti come la corruzione in atti giudiziari restano appiccicate addosso in modo indelebile. L’assoluzione non basta per ricreare quella onorabilità perduta, della quale necessita ognuno di noi per lavorare e vivere serenamente.
Una risposta ferma e decisa contro queste storture deve fornirla la politica, quella con la P maiuscola, garantendo il costante equilibrio tra i poteri dello Stato. Il prossimo referendum rappresenta una prima concreta occasione per un decisivo cambio di passo.
L’introduzione del sorteggio per i componenti degli organi di gestione della magistratura offende solo chi ha un evidente interesse a mantenere l’attuale fallimentare situazione di un Csm dominato dalle logiche spartitorie che le correnti hanno imposto. Non esiste al mondo una professione nella quale tutti sono egualmente capaci. Anche se fino ad oggi è stato così per i magistrati, con la nuova composizione dei Csm non lo sarà più, potendo trovare spazio il merito e la capacità del singolo oggi mortificati dal regime correntizio.
Inoltre, come previsto dalla legge oggetto di referendum, è altrettanto necessaria una profonda riforma della responsabilità disciplinare del magistrato.
Il giudizio deve essere affidato a organi realmente terzi, composti da avvocati, professori universitari e giudici scelti mediante sorteggio e deve cessare la attuale dicotomia tra giudizio disciplinare e processo penale o civile, nel senso che i fatti accertati in quelle sedi, devono essere definitivamente posti alla base del giudizio disciplinare, senza possibilità di essere rimessi continuamente in discussione, dopo l’assoluzione o l’archiviazione.
Carriere e potere disciplinare oggi sono saldamente in pugno alle correnti, spietati strumenti di esercizio di un potere smisurato che nessuno mette mai in discussione. La magistratura italiana tornerà a essere autonoma e indipendente solo quando l’abbraccio mortale delle correnti la abbandonerà.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri certamente non risolve tutti i problemi che affliggono il sistema, ma è il primo ed importante gradino per rifondare questa magistratura, proprio in omaggio al principio per il quale il magistrato non solo deve essere imparziale, ma deve apparire tale. Non si può accettare che su diecimila magistrati italiani solo una sessantina abbia deciso di far parte di un comitato per il Sì al referendum. Come ai tempi del giuramento di fedeltà al fascismo quando i magistrati giurarono praticamente tutti, mentre tra i professori universitari si sa che si rifiutarono in 13 su 1.200.
Ecco allora cosa è diventato il potere delle correnti, al quale solo una sessantina di magistrati oggi si oppone apertamente, ma è anche, purtroppo, la dimostrazione della pavidità di chi non vuole o non è più in grado di opporsi a questa triste deriva che sta trascinando con sé tutti i valori che nei difficili momenti della storia repubblicana la magistratura italiana ha saputo esprimere.
Di fronte al trionfo del sistema correntizio e alla totale incapacità dei magistrati di superarlo, il legislatore ha giustamente tentato l’unica strada percorribile: la modifica di un impianto normativo che, di fatto, ha consentito questa deriva.
Nulla di punitivo o di eversivo, ma semplicemente un ritorno della magistratura a quel nobile ruolo che la Costituzione le ha assegnato.
Per questo chi vuole una magistratura realmente autonoma ed indipendente deve avere il coraggio - votando Sì al referendum - di iniziare a cambiare ciò che non funziona più, di combattere fino in fondo perché la giustizia torni ad abitare tra noi e questo obbiettivo mi accompagnerà sempre.
Questo lo devo ai miei genitori che se ne sono andati soffrendo per la mia vicenda, alle mie figlie, ai miei familiari, a tutti coloro che mi vogliono bene e a me stesso.






