Suona la sveglia dopo la sbornia sarda. Nel resto d’Italia Pd e M5s si menano

Mentre Giorgia Meloni riconosce parlando al Tg2 che «abbiamo sbagliato qualcosa» e considera il risultato del voto in Sardegna «un’occasione per mettersi in discussione, uno sprone per fare meglio», la vittoria di Alessandra Todde ringalluzzisce l’opposizione. Eppure, una volta passato il momento dei brindisi col Cannonau, a sinistra è l’ora di riflettere in termini politici su quanto questa affermazione targata Pd-M5s-Avs possa rappresentare davvero la svolta che i commentatori progressisti vanno sbandierando ormai da tre giorni.
Primo dato da tenere sempre presente: anche in Sardegna il centrodestra come coalizione ha preso più voti del centrosinistra (48% contro 42,6%). Seconda considerazione da fare: già ieri Giuseppe Conte ha messo le mani avanti sull’ipotesi di ripetere l’alleanza giallorossa in tutte le regioni chiamate al voto. A chi gli chiede se in Piemonte e Basilicata si ripeterà l’accordo con il Pd, Giuseppi risponde sibillino: «Ci stiamo assolutamente lavorando», sottolinea il leader del M5s, «e cercherò di favorire gli accordi ovunque possibile, ma adesso più che di Piemonte e Basilicata parliamo di Abruzzo perché è la competizione elettorale più imminente e dobbiamo concentrarci con tutto il nostro impegno e la nostra credibilità».
In Abruzzo si vota il prossimo 10 marzo, il favorito è il presidente uscente di centrodestra Marco Marsilio di Fratelli d’Italia, che deve vedersela con l’ex rettore dell’università di Teramo Luciano D’Amico, sostenuto da una coalizione va dal Pd al M5s fino ad Azione di Carlo Calenda. E proprio il risultato dell’Abruzzo sarà cruciale per capire se questo revival dell’alleanza giallorossa potrà avere un futuro: «Il risultato della Sardegna», dice alla Verità un esponente di primissimo piano dei dem, «ha avuto l’effetto di una scossa. La spinta a unire Pd e M5s viene dalla gente: non c’è una sola persona che non ci dica: che aspettate a unirvi per mandare a casa questo governo? Anche all’interno del partito osservo che ormai i contrari sono pochissimi, e si limitano a storcere il naso di fronte a qualche dichiarazione di Conte, ma nulla di più. Parliamoci chiaro: chi è contrario all’intesa con i pentastellati se ne va, come è successo con chi ha deciso di sostenere Soru in Saregna. Poi, l’Abruzzo è fondamentale». In che senso? «Nel senso», argomenta il nostro interlocutore, «che un buon risultato anche lì spalancherebbe un’autostrada all’alleanza col M5s. Per buon risultato intendo ovviamente la vittoria, ma anche una sconfitta non larghissima, tipo 55 a 45. Se invece dovessimo prendere una scoppola, si rimetterebbe tutto in discussione».
Resta scettico il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini: «Al Nord», dice a Sky Tg24, «su otto regioni il Pd e il centrosinistra ne governano solo una, l’Emilia-Romagna. Ed è un bel problema: abbiamo preso sconfitte non banali e in alcuni casi sonore. Penso che un’alleanza Pd e M5s da soli, in questa parte del Paese non basti». Il riferimento di Bonaccini è ai moderati di opposizione, o presunta tale, vale a dire Matteo Renzi e Carlo Calenda. Quest’ultimo, con un’intervista all’Huffington Post, ha detto addio alle corse in solitaria: «Alle regionali», ha sottolineato Calenda, «correre da soli, pur con un progetto come è successo in Sardegna e in Lombardia con Letizia Moratti non è fattibile e non lo faremo più. Il dialogo con Conte? Alle regionali è impossibile fare altrimenti, ma non a tutti i costi». «Due settimane fa», aggiunge Calenda su X, «ero in Abruzzo a sostenere il candidato di tutto il centrosinistra. Non è cambiata una virgola della nostra posizione tranne una certezza: candidati terzi alle regionali basta. Ne abbiamo sostenuti sei da quando è nata Azione e non funziona. Nella vita si impara, altrimenti si finisce contro un muro». «Il mio numero è sempre lo stesso», commenta Conte, «Calenda decida cosa vuol fare da grande perché gli elettori ci chiedono credibilità e serietà. E comunque Calenda e chiunque sappiano che da noi si passa non per questioni di rapporti personali ma questioni di convergenza su temi e progetti». Calenda, come di consueto, gela subito le speranze degli aspiranti alleati: «Il Pd ha regalato al M5s una passerella inutile e dannosa», scrive il leader di Azione nella sua newsletter, «se Schlein avesse accolto l’invito di Soru alle primarie di coalizione, oggi la vittoria sarebbe più larga e Conte non dilagherebbe in tutte le tv descrivendosi come l’unico che riesce a battere Meloni. Ma questi sono problemi del Pd, noi dobbiamo imparare dai nostri errori».
Dunque, il campo progressista è una fisarmonica che si allarga e si restringe a seconda delle regioni al voto: in Piemonte, ad esempio, a quanto apprende La Verità, Azione dovrebbe accordarsi con il centrodestra. Per quel che riguarda poi le elezioni politiche, il campo è impraticabile, almeno fino a quando l’Occidente sarà impegnato nella guerra contro la Russia. Il Pd è infatti, seppur tra mille sfumature, pienamente allineato alle direttive di Washington: armi a go go all’Ucraina e sostegno politico, come ama ripetere il premier Giorgia Meloni, a 360 gradi, mentre il M5s è contrario a perpetuare le forniture militari a Kiev.












