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2018-05-10
Sull’Iran Gentiloni mette l’Italia nei pasticci. A rischio 5 miliardi
ANSA
Sarà bene che tutti prendano sul serio la frase di Donald Trump: «Quando faccio una promessa, la mantengo». Il presidente Usa non ha solo cestinato l'accordo sul nucleare di Barack Obama con Teheran, mostrando totale (e motivata) sfiducia nella controparte iraniana. Dal punto di vista geopolitico, il messaggio è chiarissimo: gli Usa confermano la vicinanza a Israele, scelgono un'interlocuzione sempre più forte con l'Arabia Saudita. Ma c'è anche un aspetto economico e commerciale della mossa di Trump, che ha preannunciato misure nei confronti dei Paesi (Europa, Cina, Russia, Turchia, India) che continueranno a fare affari con Teheran. Qui Trump non è entrato nei dettagli, né ha illustrato un cronoprogramma. Ma non è difficile fare previsioni almeno su due fronti.
Primo. Trump farà rivivere le sanzioni (già messe nero su bianco dal Congresso Usa nel 2012, ma di fatto sospese) contro il commercio del petrolio iraniano. Ogni 120 giorni, la Casa Bianca deve confermare la sospensione di quelle misure: ovvio che ora (la scadenza era sabato prossimo) la Casa Bianca le ripristinerà, tagliando fuori da qualunque linea di credito e da qualunque rapporto con il sistema bancario Usa chi non ridurrà l'importazione di greggio iraniano.
Secondo. C'era un altro pacchetto di sanzioni (anch'esse a lungo sospese) verso più di 400 società, settori industriali e singoli individui iraniani. Anche in questo caso la sospensione doveva essere confermata a breve (l'11 luglio), e sembra scontata un'inversione di rotta. In pratica, in considerazione della svolta di Trump, Teheran è destinata a essere considerata come un «appestato» globale.
A causa degli errori commessi prima da Matteo Renzi e poi da Paolo Gentiloni, adesso l'Italia rischia moltissimo. Si badi: non si tratta del folklore delle statue incartate al Campidoglio per non «turbare» l'ospite Hassan Rouhani. Ma di una sequenza di intese e cooperazioni su ogni piano: da quello giuridico a quello militare (perfino con esercitazioni navali congiunte). E soprattutto sono a rischio valanghe di commesse, non solo per i giganti (a partire da Eni) ma anche per imprese di dimensione media che il governo (con missioni a Teheran e perfino con una «Fiera Italia-Iran» organizzata a Roma) aveva incoraggiato in una direzione rischiosa. Sul versante privato, già prima dell'annuncio trumpiano, l'azzardo era evidente agli osservatori più avveduti.
Parliamoci chiaro: era perfettamente comprensibile che le nostre aziende cercassero l'accesso a un grande mercato. Ma è stato incauto da parte dei governi incoraggiarle verso un paese a rischio. Mi spiego: che succede se viene fuori (da parte di una corte non italiana) che i denari di un certo affare sono direttamente o indirettamente utilizzati come sostegno al terrore? Un'impresa italiana può agire in modo correttissimo, limpido, ineccepibile: ma avendo a che fare, dall'altra parte, con un'economia controllata dai pasdaran, nessuno può escludere esiti infausti.
E non si tratta solo della vergogna «politica»: ma delle conseguenze economiche per le imprese eventualmente messe in mezzo, che una qualunque corte americana può chiamare in causa. Un anno e mezzo fa è arrivato un primo segnale da non sottovalutare, riferito a vicende di diversi anni prima. Sul Financial Times di Londra, a fine 2016, è infatti comparsa la notizia di una megamulta americana di 235 milioni di dollari contro Banca Intesa in relazione a «transactions involving Iran». Qualche mese dopo, a seguito di una interrogazione parlamentare, il governo italiano fu costretto a ammettere la veridicità della notizia.
Ma anziché arretrare, il governo Gentiloni ha accelerato, inventandosi uno strumento – è da presumere – utilizzabile soprattutto per le imprese pubbliche. Il fattaccio è accaduto nell'ultima legge di stabilità: attraverso il veicolo Invitalia, il governo ha deciso di usare il denaro dei contribuenti come garanzia pubblica per affari a rischio con gli stati considerati sponsor del terrore e dell'integralismo islamista, a partire dall'Iran. La cosa tragicomica è che le risorse sono state prese dai fondi per l'imprenditoria giovanile!
- Ora, dopo l'annuncio di Trump, il pericolo si fa ancora più evidente. Per le imprese pubbliche sono in gioco i soldi dei contribuenti, mentre per quelle private portate in buona fede in Iran c'è il rischio che - magari senza colpa ma con danni devastanti - siano chiamate a rispondere presso le corti Usa. Eppure c'è ancora chi fa finta di non capire. Va forse letto così il tweet con cui Paolo Gentiloni, pochi minuti dopo lo speech di Trump alla Casa Bianca, ha confermato che per l'Italia «l'accordo con l'Iran va mantenuto». Quando arriveranno le sanzioni, telefoniamo a lui?
Daniele Capezzone
L'asse Roma-Teheran vale 5 miliardi. Tutti gli scambi che stanno per saltare
Il ritorno delle sanzioni verso l'Iran rischia di pesare come un macigno sull'economia italiana. Se il presidente americano Donald Trump non tonerà sui suoi passi e uscirà dall'accordo sul nucleare, le conseguenze per la nostra economia potrebbero essere molto pesanti. Lo Stato guidato da Hassan Rouhani rappresenta infatti una ghiotta opportunità in termini commerciali per l'Italia. Secondo le elaborazioni dell'ambasciata d'Italia su dati agenzia Ice, nel 2016 il made in Italy verso l'Iran è cresciuto di quasi il 30% rispetto al 2015, passando da 1,2 a oltre 1,5 miliardi. Nel 2017, una crescita del 12,5%, ci ha portato un export di oltre 1,7 miliardi.
Ancora più interessanti i dati sulle importazioni. Anche in questo caso la crescita da un anno con l'altro è stata elevata. Nel 2015 il made in Iran verso il nostro Paese valeva 468,5 milioni, sempre secondo le elaborazioni dell'ambasciata d'Italia su dati dell'agenzia Ice. Già nel 2016, un anno dopo, il valore è più che raddoppiato a quota 1,05 miliardi di euro per arrivare nel 2017 a 3,36 miliardi.
In totale, gli scambi commerciali tra Italia e Iran nel 2017 valevano 5,06 miliardi. Un valore in crescita, ma ancora lontano dal picco del 2011, quando l'interscambio era arrivato a quota 7,097 miliardi. Ora, con le scelte di Trump, questa crescita potrebbe arrestarsi. Uno stop che potrebbe dare un duro colpo a diversi settori che beneficiano dei rapporti tra Italia e Iran.
Quali? Secondo i dati Ice, l'export italiano di macchinari e apparecchiature (per uso non domestico) nel 2017 è giunto a quota 918,7 milioni, in crescita rispetto agli 844,5 milioni del 2016 e ai 634,2 del 2015. Con il segno più anche il valore delle esportazioni delle apparecchiature per uso domestico che nel 2017 erano a quota 132,3 milioni, in crescita rispetto ai 103,1 milioni del 2016 e ai 90,3 del 2015. Bene anche i prodotti chimici (155,2 milioni nel 2017, 123 nel 2016 e 95 nel 2015).
In termini di importazioni, invece, la parte del leone nel 2017 l'hanno fatta i prodotti delle miniere e delle cave. Secondo i dati Ice, su 3,36 miliardi totali, questo settore valeva 2,99 miliardi. Un vero e proprio boom rispetto ai 704,6 milioni del 2016 e ai 37,9 milioni del 2015. Sono invece crollate le importazioni di prodotti della metallurgia: nel 2017 valevano 158,47 milioni, in calo rispetto ai 216,44 milioni del 2016 e ai 287,2 del 2015.
Insomma, la lista sia per le esportazioni che per le importazioni potrebbe essere lunga quando si parla di settori in crescita. Del resto, non sono poche le aziende italiane che hanno interessi a Teheran. Basti ricordare l'intesa raggiunta tra Ferrovie dello Stato e le ferrovie iraniane (per un totale di 3,5 miliardi) per la costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità. Senza dimenticare gli accordi raggiunti tra Enel e una società iraniana di esportazione di gas o uno fra la società degli aeroporti di Milano Sea e un'omologa iraniana (Iac) per la costruzione e la gestione dell'aeroporto Mehrabad di Teheran oppure l'operazione con la Danieli che ha per oggetto pezzi di ricambio nel settore automobilistico.
Ma, se questi sono accordi già firmati, il problema ora si pone per i progetti futuri. Con questi chiari di luna non mancano le aziende che prima di investire vogliono vedere che ne sarà dei rapporti commerciali con l'Iran. Se qualcosa non cambierà, le commesse subiranno un drastico calo e a perderci non sarà solo l'Iran, ma soprattutto l'Italia (e non solo).
Gianluca Baldini
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La svolta di Donald Trump sull'accordo nucleare è un bel problema: Matteo Renzi e il governo ci hanno legato a una nazione che era già a rischio. In ballo ci sono una serie di intese e cooperazioni su ogni livello, più valanghe di commesse pubbliche e tanti business privati. Lo Stato asiatico rappresenta un'importante sponda commerciale per il made in Italy.Lo speciale contiene due articoli.Sarà bene che tutti prendano sul serio la frase di Donald Trump: «Quando faccio una promessa, la mantengo». Il presidente Usa non ha solo cestinato l'accordo sul nucleare di Barack Obama con Teheran, mostrando totale (e motivata) sfiducia nella controparte iraniana. Dal punto di vista geopolitico, il messaggio è chiarissimo: gli Usa confermano la vicinanza a Israele, scelgono un'interlocuzione sempre più forte con l'Arabia Saudita. Ma c'è anche un aspetto economico e commerciale della mossa di Trump, che ha preannunciato misure nei confronti dei Paesi (Europa, Cina, Russia, Turchia, India) che continueranno a fare affari con Teheran. Qui Trump non è entrato nei dettagli, né ha illustrato un cronoprogramma. Ma non è difficile fare previsioni almeno su due fronti.Primo. Trump farà rivivere le sanzioni (già messe nero su bianco dal Congresso Usa nel 2012, ma di fatto sospese) contro il commercio del petrolio iraniano. Ogni 120 giorni, la Casa Bianca deve confermare la sospensione di quelle misure: ovvio che ora (la scadenza era sabato prossimo) la Casa Bianca le ripristinerà, tagliando fuori da qualunque linea di credito e da qualunque rapporto con il sistema bancario Usa chi non ridurrà l'importazione di greggio iraniano.Secondo. C'era un altro pacchetto di sanzioni (anch'esse a lungo sospese) verso più di 400 società, settori industriali e singoli individui iraniani. Anche in questo caso la sospensione doveva essere confermata a breve (l'11 luglio), e sembra scontata un'inversione di rotta. In pratica, in considerazione della svolta di Trump, Teheran è destinata a essere considerata come un «appestato» globale. A causa degli errori commessi prima da Matteo Renzi e poi da Paolo Gentiloni, adesso l'Italia rischia moltissimo. Si badi: non si tratta del folklore delle statue incartate al Campidoglio per non «turbare» l'ospite Hassan Rouhani. Ma di una sequenza di intese e cooperazioni su ogni piano: da quello giuridico a quello militare (perfino con esercitazioni navali congiunte). E soprattutto sono a rischio valanghe di commesse, non solo per i giganti (a partire da Eni) ma anche per imprese di dimensione media che il governo (con missioni a Teheran e perfino con una «Fiera Italia-Iran» organizzata a Roma) aveva incoraggiato in una direzione rischiosa. Sul versante privato, già prima dell'annuncio trumpiano, l'azzardo era evidente agli osservatori più avveduti. Parliamoci chiaro: era perfettamente comprensibile che le nostre aziende cercassero l'accesso a un grande mercato. Ma è stato incauto da parte dei governi incoraggiarle verso un paese a rischio. Mi spiego: che succede se viene fuori (da parte di una corte non italiana) che i denari di un certo affare sono direttamente o indirettamente utilizzati come sostegno al terrore? Un'impresa italiana può agire in modo correttissimo, limpido, ineccepibile: ma avendo a che fare, dall'altra parte, con un'economia controllata dai pasdaran, nessuno può escludere esiti infausti. E non si tratta solo della vergogna «politica»: ma delle conseguenze economiche per le imprese eventualmente messe in mezzo, che una qualunque corte americana può chiamare in causa. Un anno e mezzo fa è arrivato un primo segnale da non sottovalutare, riferito a vicende di diversi anni prima. Sul Financial Times di Londra, a fine 2016, è infatti comparsa la notizia di una megamulta americana di 235 milioni di dollari contro Banca Intesa in relazione a «transactions involving Iran». Qualche mese dopo, a seguito di una interrogazione parlamentare, il governo italiano fu costretto a ammettere la veridicità della notizia.Ma anziché arretrare, il governo Gentiloni ha accelerato, inventandosi uno strumento – è da presumere – utilizzabile soprattutto per le imprese pubbliche. Il fattaccio è accaduto nell'ultima legge di stabilità: attraverso il veicolo Invitalia, il governo ha deciso di usare il denaro dei contribuenti come garanzia pubblica per affari a rischio con gli stati considerati sponsor del terrore e dell'integralismo islamista, a partire dall'Iran. La cosa tragicomica è che le risorse sono state prese dai fondi per l'imprenditoria giovanile!Ora, dopo l'annuncio di Trump, il pericolo si fa ancora più evidente. Per le imprese pubbliche sono in gioco i soldi dei contribuenti, mentre per quelle private portate in buona fede in Iran c'è il rischio che - magari senza colpa ma con danni devastanti - siano chiamate a rispondere presso le corti Usa. Eppure c'è ancora chi fa finta di non capire. Va forse letto così il tweet con cui Paolo Gentiloni, pochi minuti dopo lo speech di Trump alla Casa Bianca, ha confermato che per l'Italia «l'accordo con l'Iran va mantenuto». Quando arriveranno le sanzioni, telefoniamo a lui?Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sulliran-gentiloni-mette-litalia-nei-pasticci-2567387062.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lasse-roma-teheran-vale-5-miliardi-tutti-gli-scambi-che-stanno-per-saltare" data-post-id="2567387062" data-published-at="1774144324" data-use-pagination="False"> L'asse Roma-Teheran vale 5 miliardi. Tutti gli scambi che stanno per saltare Il ritorno delle sanzioni verso l'Iran rischia di pesare come un macigno sull'economia italiana. Se il presidente americano Donald Trump non tonerà sui suoi passi e uscirà dall'accordo sul nucleare, le conseguenze per la nostra economia potrebbero essere molto pesanti. Lo Stato guidato da Hassan Rouhani rappresenta infatti una ghiotta opportunità in termini commerciali per l'Italia. Secondo le elaborazioni dell'ambasciata d'Italia su dati agenzia Ice, nel 2016 il made in Italy verso l'Iran è cresciuto di quasi il 30% rispetto al 2015, passando da 1,2 a oltre 1,5 miliardi. Nel 2017, una crescita del 12,5%, ci ha portato un export di oltre 1,7 miliardi. Ancora più interessanti i dati sulle importazioni. Anche in questo caso la crescita da un anno con l'altro è stata elevata. Nel 2015 il made in Iran verso il nostro Paese valeva 468,5 milioni, sempre secondo le elaborazioni dell'ambasciata d'Italia su dati dell'agenzia Ice. Già nel 2016, un anno dopo, il valore è più che raddoppiato a quota 1,05 miliardi di euro per arrivare nel 2017 a 3,36 miliardi. In totale, gli scambi commerciali tra Italia e Iran nel 2017 valevano 5,06 miliardi. Un valore in crescita, ma ancora lontano dal picco del 2011, quando l'interscambio era arrivato a quota 7,097 miliardi. Ora, con le scelte di Trump, questa crescita potrebbe arrestarsi. Uno stop che potrebbe dare un duro colpo a diversi settori che beneficiano dei rapporti tra Italia e Iran. Quali? Secondo i dati Ice, l'export italiano di macchinari e apparecchiature (per uso non domestico) nel 2017 è giunto a quota 918,7 milioni, in crescita rispetto agli 844,5 milioni del 2016 e ai 634,2 del 2015. Con il segno più anche il valore delle esportazioni delle apparecchiature per uso domestico che nel 2017 erano a quota 132,3 milioni, in crescita rispetto ai 103,1 milioni del 2016 e ai 90,3 del 2015. Bene anche i prodotti chimici (155,2 milioni nel 2017, 123 nel 2016 e 95 nel 2015). In termini di importazioni, invece, la parte del leone nel 2017 l'hanno fatta i prodotti delle miniere e delle cave. Secondo i dati Ice, su 3,36 miliardi totali, questo settore valeva 2,99 miliardi. Un vero e proprio boom rispetto ai 704,6 milioni del 2016 e ai 37,9 milioni del 2015. Sono invece crollate le importazioni di prodotti della metallurgia: nel 2017 valevano 158,47 milioni, in calo rispetto ai 216,44 milioni del 2016 e ai 287,2 del 2015. Insomma, la lista sia per le esportazioni che per le importazioni potrebbe essere lunga quando si parla di settori in crescita. Del resto, non sono poche le aziende italiane che hanno interessi a Teheran. Basti ricordare l'intesa raggiunta tra Ferrovie dello Stato e le ferrovie iraniane (per un totale di 3,5 miliardi) per la costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità. Senza dimenticare gli accordi raggiunti tra Enel e una società iraniana di esportazione di gas o uno fra la società degli aeroporti di Milano Sea e un'omologa iraniana (Iac) per la costruzione e la gestione dell'aeroporto Mehrabad di Teheran oppure l'operazione con la Danieli che ha per oggetto pezzi di ricambio nel settore automobilistico. Ma, se questi sono accordi già firmati, il problema ora si pone per i progetti futuri. Con questi chiari di luna non mancano le aziende che prima di investire vogliono vedere che ne sarà dei rapporti commerciali con l'Iran. Se qualcosa non cambierà, le commesse subiranno un drastico calo e a perderci non sarà solo l'Iran, ma soprattutto l'Italia (e non solo). Gianluca Baldini
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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