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2022-06-28
Sul tetto al gas Draghi prova il blitz nell’ultima curva
Mario Drahi (Ansa)
Si chiuderanno oggi i lavori del G7 ad Elmau in Baviera: e realisticamente sarà l’ultimo meeting tra i leader, stamattina, a sciogliere alcuni nodi non marginali, prima che gli stessi protagonisti – insieme ai rappresentanti di molti altri Paesi – raggiungano la Spagna dove è in programma un vertice Nato.
In particolare, ieri, si è discusso sia di Ucraina sia di energia. E le incognite riguardano proprio questo secondo tema. Da un lato, infatti, gli Stati Uniti insistono per la fissazione di un tetto al prezzo del petrolio russo: e allora, dall’altro lato, Mario Draghi sta cercando di aprire un varco anche per la sua tesi, quella di un price cap da imporre pure al gas di Mosca.
Al momento, il nodo non è sciolto: è evidente che, se stamattina passassero entrambe le ipotesi, Draghi segnerebbe indubbiamente un punto a favore della sua posizione; se invece ci si limitasse solo al petrolio, il governo italiano non potrebbe rivendicare un successo. Al massimo, potrebbe considerare la decisione del G7 sul greggio come «segnaletica» rispetto alla possibilità di fare altrettanto sul metano, prima o poi.
A onor del vero, già la scorsa settimana, un curioso e forse eccessivamente zelante coro mediatico aveva accompagnato il (poi non riuscito) tentativo di Draghi, sempre sul tetto del gas, in sede di Consiglio europeo: con diverse testate che, pur di non fare i conti con il no opposto dagli olandesi al price cap (e realisticamente l’Olanda dava voce pure alle perplessità tedesche, secondo uno schema collaudatissimo), avevano presentato come una «vittoria italiana» il solo fatto che l’inquilino di Palazzo Chigi avesse chiesto ai colleghi Ue (pare spalleggiato da Emmanuel Macron) la fissazione di un’altra riunione, il mese prossimo, da dedicare al tema. Operazione un po’ acrobatica: descrivere come un successo un ennesimo no incassato, in cambio – al massimo – della fissazione di un futuro meeting apposito. Come si sa, nemmeno quella ciambella è riuscita col buco, e tutto è stato vagamente rinviato all’autunno.
Quanto invece al tema della guerra in Ucraina, ieri i sette grandi si sono collegati con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, secondo una sintesi fornita dalla delegazione francese, avrebbe ribadito che «oggi non è ancora il momento di negoziare». Secondo la delegazione italiana, Zelensky avrebbe rinnovato le sue richieste delle scorse settimane: fornitura di sistemi di difesa antiaerea; aiuto per sbloccare l’export di grano; garanzie per la ricostruzione del suo Paese.
A parole, tutti si sono detti concordi. Secondo Ursula von der Leyen, i Paesi del G7 staranno «con l’Ucraina per tutto il tempo necessario». Secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il G7 «resta unito al fianco dell’Ucraina» e «continuerà» a darle «supporto». Non solo: «Dobbiamo prendere tutte le decisioni dure, ma necessarie». Il premier britannico Boris Johnson si è detto «impressionato dall’unità» del G7. Poi Johnson ha aggiunto: «Non c’è un accordo che il presidente Zelensky possa realmente fare, così, in queste circostanze: il G7 e chi sostiene l’Ucraina nel mondo deve continuare ad aiutare gli ucraini a ricostruire l’economia, a esportare il grano e a proteggersi». Il premier britannico ha riconosciuto che la situazione nel Sud-Est è «molto difficile», ma ha anche sostenuto che gli ucraini hanno già mostrato «una capacità incredibile di resistere e di modificare la situazione a livello militare». Quanto a Draghi, ha ribadito che Vladimir Putin «non deve vincere. Siamo uniti perché se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono, e sarà più difficile sostenere che la democrazia è un modello di governo efficace».
Nella bozza di documento finale circolata ieri, si legge questo passaggio: «Continueremo a garantire supporto finanziario, umanitario, militare, diplomatico e staremo al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario». Nel testo, troverebbe posto anche un impegno «ad aiutare l’Ucraina per la fine della guerra della Russia, a mantenere la sovranità e l’integrità territoriale, a difendersi e a scegliere il suo futuro», accanto a una netta condanna «dell’aggressione brutale, non provocata, ingiustificabile contro l’Ucraina dalla Russia, aiutata dalla Bielorussia». Più avanti, la parte su economia e sanzioni: «Continueremo il nostro uso mirato di sanzioni coordinate per tutto il tempo necessario, agendo all’unisono in ogni fase. Rimaniamo inflessibili nell’impegno verso sanzioni coordinate e senza precedenti in risposta all’aggressione russa. Siamo impegnati ad aumentare la pressione sul regime del presidente Putin e i sui complici in Bielorussia».
Nella bozza trova posto anche un’ampia parte sull’«enorme responsabilità (della Russia) per le crescenti minacce a livello globale alla sicurezza alimentare a seguito del conflitto». Il G7 chiede dunque a Mosca «di far cessare urgentemente, senza condizioni, i suoi attacchi a infrastrutture agricole e di trasporto e di consentire il libero passaggio del trasporto agricolo dai porti ucraini nel Mar Nero».
Missili russi sul centro commerciale. La Nato vuole 300.000 militari a Est
Caduta Severodonetsk, ad entrare nel mirino delle forze russe è stata subito la città-gemella di Lysychansk. La battaglia infuria nei suoi sobborghi meridionali e nell’area industriale, oltre che attorno a Volcheyarovka. Volcheyarovka è un centro strategico perché consente di dominare la vicina raffineria di Lysychansk, dove sono asserragliate diverse unità dell’esercito ucraino. Insomma, c’è da supporre che, dopo Azot e Azovstal, un’altra struttura industriale diventerà l’ultimo rifugio per evitare la presa di una città.
Da Volcheyarovka, che secondo fonti ancora non confermate sarebbe già sotto controllo russo, si riesce a tenere d’occhio anche l’autostrada T1302, che consente il rifornimento delle forze ucraine nel settore di Lysychansk e che dunque i russi intendono «tagliare». La nuova linea del fronte corre proprio lungo la T1302, a partire dalle città di Bakhumt e Soledar, dove le forze russe ancora non riescono a sfondare. Che la situazione a Lysychansk sia «molto difficile» lo ammette anche il governatore di Lugansk, Sergei Haidai, che ha invitato i civili a lasciare la città. «Cari residenti, a causa della minaccia reale alla vita e alla salute, facciamo appello ad un’evacuazione immediata della città, dove la situazione è molto difficile. Salvate voi stessi e i vostri cari, prendetevi cura dei vostri bambini», ha detto Haidai.
Intanto resta in bilico la sorte di chi è rimasto a Severodonestk. Sono circa 500 i civili che potrebbero trovarsi ancora nell’impianto chimico Azot, secondo l’ambasciatore della Repubblica Popolare di Lugansk in Russia, Rodion Miroshnik. La situazione andrà monitorata. I russi, comunque, dopo aver quasi del tutto sopraffatto il Lugansk, anche attraverso 49 attacchi nelle ultime 24 ore, si stanno concentrando sul Donetsk per completare l’assalto al Donbass. Una ventina di attacchi sono stati condotti contro 12 insediamenti nella regione. «Abbiamo ripetutamente affermato che il futuro delle repubbliche di Lugansk e Donetsk e altri territori dell’Ucraina dovrebbe essere deciso dagli abitanti. La loro decisione è sovrana», ha continuato a tuonare il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Neanche l’Ucraina centrale è stata risparmiata da attacchi. Razzi sono stati lanciati contro la città di Kremenchuk, nella regione di Poltava. «Gli occupanti hanno mirato a un centro commerciale, dove c’erano più di mille civili», ha affermato il presidente Zelensky, secondo il quale l’edificio non aveva nessun valore strategico. L’attacco russo «è avvenuto in un luogo molto affollato, per questo ci sono morti e feriti», ha riferito il sindaco della città Vitaly Maletsky. A Mariupol si fanno nuove, tristi scoperte. «Durante l’ispezione degli edifici nel distretto di Livoberezhny in una casa distrutta dall’esplosione di una bomba sono stati trovati più di 100 corpi. I cadaveri sono ancora sotto le macerie», ha scritto il consigliere del sindaco di Mariupol, Andryushchenko. Mentre il campo di guerra offre questo scenario, si apre oggi a Madrid il vertice della Nato che punterà proprio sul tema della guerra e sulla richiesta di adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. I leader dei due Paesi incontreranno il presidente turco Erdogan nel tentativo di convincerlo a lasciar cadere le obiezioni alla loro adesione alla Nato.
La Turchia sta bloccando le domande di adesione dei due Paesi che accusa di fornire protezione al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato da Ankara un’organizzazione terroristica. L’Alleanza parlerà poi della decisione di rafforzare lo schieramento militare alleato in Europa Orientale. Le truppe Nato schierate ad Est diventeranno oltre 300.000. «Trasformeremo le forze di risposta della Nato e accresceremo il loro numero per rafforzare la nostra difesa», ha anticipato il segretario Nato Jens Stoltenberg.
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Oggi la decisione al G7 in Baviera: i margini sono strettissimi Kiev invoca ancora armi e allontana i negoziati con Mosca.Missili russi sul centro commerciale. La Nato vuole 300.000 militari a Est. Finlandia e Svezia in ginocchio da Recep Tayyip Erdogan per l’ok all’adesione. Donbass quasi perso.Lo speciale comprende due articoli. Si chiuderanno oggi i lavori del G7 ad Elmau in Baviera: e realisticamente sarà l’ultimo meeting tra i leader, stamattina, a sciogliere alcuni nodi non marginali, prima che gli stessi protagonisti – insieme ai rappresentanti di molti altri Paesi – raggiungano la Spagna dove è in programma un vertice Nato.In particolare, ieri, si è discusso sia di Ucraina sia di energia. E le incognite riguardano proprio questo secondo tema. Da un lato, infatti, gli Stati Uniti insistono per la fissazione di un tetto al prezzo del petrolio russo: e allora, dall’altro lato, Mario Draghi sta cercando di aprire un varco anche per la sua tesi, quella di un price cap da imporre pure al gas di Mosca.Al momento, il nodo non è sciolto: è evidente che, se stamattina passassero entrambe le ipotesi, Draghi segnerebbe indubbiamente un punto a favore della sua posizione; se invece ci si limitasse solo al petrolio, il governo italiano non potrebbe rivendicare un successo. Al massimo, potrebbe considerare la decisione del G7 sul greggio come «segnaletica» rispetto alla possibilità di fare altrettanto sul metano, prima o poi.A onor del vero, già la scorsa settimana, un curioso e forse eccessivamente zelante coro mediatico aveva accompagnato il (poi non riuscito) tentativo di Draghi, sempre sul tetto del gas, in sede di Consiglio europeo: con diverse testate che, pur di non fare i conti con il no opposto dagli olandesi al price cap (e realisticamente l’Olanda dava voce pure alle perplessità tedesche, secondo uno schema collaudatissimo), avevano presentato come una «vittoria italiana» il solo fatto che l’inquilino di Palazzo Chigi avesse chiesto ai colleghi Ue (pare spalleggiato da Emmanuel Macron) la fissazione di un’altra riunione, il mese prossimo, da dedicare al tema. Operazione un po’ acrobatica: descrivere come un successo un ennesimo no incassato, in cambio – al massimo – della fissazione di un futuro meeting apposito. Come si sa, nemmeno quella ciambella è riuscita col buco, e tutto è stato vagamente rinviato all’autunno.Quanto invece al tema della guerra in Ucraina, ieri i sette grandi si sono collegati con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, secondo una sintesi fornita dalla delegazione francese, avrebbe ribadito che «oggi non è ancora il momento di negoziare». Secondo la delegazione italiana, Zelensky avrebbe rinnovato le sue richieste delle scorse settimane: fornitura di sistemi di difesa antiaerea; aiuto per sbloccare l’export di grano; garanzie per la ricostruzione del suo Paese.A parole, tutti si sono detti concordi. Secondo Ursula von der Leyen, i Paesi del G7 staranno «con l’Ucraina per tutto il tempo necessario». Secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il G7 «resta unito al fianco dell’Ucraina» e «continuerà» a darle «supporto». Non solo: «Dobbiamo prendere tutte le decisioni dure, ma necessarie». Il premier britannico Boris Johnson si è detto «impressionato dall’unità» del G7. Poi Johnson ha aggiunto: «Non c’è un accordo che il presidente Zelensky possa realmente fare, così, in queste circostanze: il G7 e chi sostiene l’Ucraina nel mondo deve continuare ad aiutare gli ucraini a ricostruire l’economia, a esportare il grano e a proteggersi». Il premier britannico ha riconosciuto che la situazione nel Sud-Est è «molto difficile», ma ha anche sostenuto che gli ucraini hanno già mostrato «una capacità incredibile di resistere e di modificare la situazione a livello militare». Quanto a Draghi, ha ribadito che Vladimir Putin «non deve vincere. Siamo uniti perché se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono, e sarà più difficile sostenere che la democrazia è un modello di governo efficace». Nella bozza di documento finale circolata ieri, si legge questo passaggio: «Continueremo a garantire supporto finanziario, umanitario, militare, diplomatico e staremo al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario». Nel testo, troverebbe posto anche un impegno «ad aiutare l’Ucraina per la fine della guerra della Russia, a mantenere la sovranità e l’integrità territoriale, a difendersi e a scegliere il suo futuro», accanto a una netta condanna «dell’aggressione brutale, non provocata, ingiustificabile contro l’Ucraina dalla Russia, aiutata dalla Bielorussia». Più avanti, la parte su economia e sanzioni: «Continueremo il nostro uso mirato di sanzioni coordinate per tutto il tempo necessario, agendo all’unisono in ogni fase. Rimaniamo inflessibili nell’impegno verso sanzioni coordinate e senza precedenti in risposta all’aggressione russa. Siamo impegnati ad aumentare la pressione sul regime del presidente Putin e i sui complici in Bielorussia». Nella bozza trova posto anche un’ampia parte sull’«enorme responsabilità (della Russia) per le crescenti minacce a livello globale alla sicurezza alimentare a seguito del conflitto». Il G7 chiede dunque a Mosca «di far cessare urgentemente, senza condizioni, i suoi attacchi a infrastrutture agricole e di trasporto e di consentire il libero passaggio del trasporto agricolo dai porti ucraini nel Mar Nero». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tetto-al-gas-draghi-prova-il-blitz-nellultima-curva-2657570540.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="missili-russi-sul-centro-commerciale-la-nato-vuole-300-000-militari-a-est" data-post-id="2657570540" data-published-at="1656359687" data-use-pagination="False"> Missili russi sul centro commerciale. 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Che la situazione a Lysychansk sia «molto difficile» lo ammette anche il governatore di Lugansk, Sergei Haidai, che ha invitato i civili a lasciare la città. «Cari residenti, a causa della minaccia reale alla vita e alla salute, facciamo appello ad un’evacuazione immediata della città, dove la situazione è molto difficile. Salvate voi stessi e i vostri cari, prendetevi cura dei vostri bambini», ha detto Haidai. Intanto resta in bilico la sorte di chi è rimasto a Severodonestk. Sono circa 500 i civili che potrebbero trovarsi ancora nell’impianto chimico Azot, secondo l’ambasciatore della Repubblica Popolare di Lugansk in Russia, Rodion Miroshnik. La situazione andrà monitorata. I russi, comunque, dopo aver quasi del tutto sopraffatto il Lugansk, anche attraverso 49 attacchi nelle ultime 24 ore, si stanno concentrando sul Donetsk per completare l’assalto al Donbass. Una ventina di attacchi sono stati condotti contro 12 insediamenti nella regione. «Abbiamo ripetutamente affermato che il futuro delle repubbliche di Lugansk e Donetsk e altri territori dell’Ucraina dovrebbe essere deciso dagli abitanti. La loro decisione è sovrana», ha continuato a tuonare il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Neanche l’Ucraina centrale è stata risparmiata da attacchi. Razzi sono stati lanciati contro la città di Kremenchuk, nella regione di Poltava. «Gli occupanti hanno mirato a un centro commerciale, dove c’erano più di mille civili», ha affermato il presidente Zelensky, secondo il quale l’edificio non aveva nessun valore strategico. L’attacco russo «è avvenuto in un luogo molto affollato, per questo ci sono morti e feriti», ha riferito il sindaco della città Vitaly Maletsky. A Mariupol si fanno nuove, tristi scoperte. «Durante l’ispezione degli edifici nel distretto di Livoberezhny in una casa distrutta dall’esplosione di una bomba sono stati trovati più di 100 corpi. I cadaveri sono ancora sotto le macerie», ha scritto il consigliere del sindaco di Mariupol, Andryushchenko. Mentre il campo di guerra offre questo scenario, si apre oggi a Madrid il vertice della Nato che punterà proprio sul tema della guerra e sulla richiesta di adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. I leader dei due Paesi incontreranno il presidente turco Erdogan nel tentativo di convincerlo a lasciar cadere le obiezioni alla loro adesione alla Nato. La Turchia sta bloccando le domande di adesione dei due Paesi che accusa di fornire protezione al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato da Ankara un’organizzazione terroristica. L’Alleanza parlerà poi della decisione di rafforzare lo schieramento militare alleato in Europa Orientale. Le truppe Nato schierate ad Est diventeranno oltre 300.000. «Trasformeremo le forze di risposta della Nato e accresceremo il loro numero per rafforzare la nostra difesa», ha anticipato il segretario Nato Jens Stoltenberg.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».