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2022-06-28
Sul tetto al gas Draghi prova il blitz nell’ultima curva
Mario Drahi (Ansa)
Si chiuderanno oggi i lavori del G7 ad Elmau in Baviera: e realisticamente sarà l’ultimo meeting tra i leader, stamattina, a sciogliere alcuni nodi non marginali, prima che gli stessi protagonisti – insieme ai rappresentanti di molti altri Paesi – raggiungano la Spagna dove è in programma un vertice Nato.
In particolare, ieri, si è discusso sia di Ucraina sia di energia. E le incognite riguardano proprio questo secondo tema. Da un lato, infatti, gli Stati Uniti insistono per la fissazione di un tetto al prezzo del petrolio russo: e allora, dall’altro lato, Mario Draghi sta cercando di aprire un varco anche per la sua tesi, quella di un price cap da imporre pure al gas di Mosca.
Al momento, il nodo non è sciolto: è evidente che, se stamattina passassero entrambe le ipotesi, Draghi segnerebbe indubbiamente un punto a favore della sua posizione; se invece ci si limitasse solo al petrolio, il governo italiano non potrebbe rivendicare un successo. Al massimo, potrebbe considerare la decisione del G7 sul greggio come «segnaletica» rispetto alla possibilità di fare altrettanto sul metano, prima o poi.
A onor del vero, già la scorsa settimana, un curioso e forse eccessivamente zelante coro mediatico aveva accompagnato il (poi non riuscito) tentativo di Draghi, sempre sul tetto del gas, in sede di Consiglio europeo: con diverse testate che, pur di non fare i conti con il no opposto dagli olandesi al price cap (e realisticamente l’Olanda dava voce pure alle perplessità tedesche, secondo uno schema collaudatissimo), avevano presentato come una «vittoria italiana» il solo fatto che l’inquilino di Palazzo Chigi avesse chiesto ai colleghi Ue (pare spalleggiato da Emmanuel Macron) la fissazione di un’altra riunione, il mese prossimo, da dedicare al tema. Operazione un po’ acrobatica: descrivere come un successo un ennesimo no incassato, in cambio – al massimo – della fissazione di un futuro meeting apposito. Come si sa, nemmeno quella ciambella è riuscita col buco, e tutto è stato vagamente rinviato all’autunno.
Quanto invece al tema della guerra in Ucraina, ieri i sette grandi si sono collegati con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, secondo una sintesi fornita dalla delegazione francese, avrebbe ribadito che «oggi non è ancora il momento di negoziare». Secondo la delegazione italiana, Zelensky avrebbe rinnovato le sue richieste delle scorse settimane: fornitura di sistemi di difesa antiaerea; aiuto per sbloccare l’export di grano; garanzie per la ricostruzione del suo Paese.
A parole, tutti si sono detti concordi. Secondo Ursula von der Leyen, i Paesi del G7 staranno «con l’Ucraina per tutto il tempo necessario». Secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il G7 «resta unito al fianco dell’Ucraina» e «continuerà» a darle «supporto». Non solo: «Dobbiamo prendere tutte le decisioni dure, ma necessarie». Il premier britannico Boris Johnson si è detto «impressionato dall’unità» del G7. Poi Johnson ha aggiunto: «Non c’è un accordo che il presidente Zelensky possa realmente fare, così, in queste circostanze: il G7 e chi sostiene l’Ucraina nel mondo deve continuare ad aiutare gli ucraini a ricostruire l’economia, a esportare il grano e a proteggersi». Il premier britannico ha riconosciuto che la situazione nel Sud-Est è «molto difficile», ma ha anche sostenuto che gli ucraini hanno già mostrato «una capacità incredibile di resistere e di modificare la situazione a livello militare». Quanto a Draghi, ha ribadito che Vladimir Putin «non deve vincere. Siamo uniti perché se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono, e sarà più difficile sostenere che la democrazia è un modello di governo efficace».
Nella bozza di documento finale circolata ieri, si legge questo passaggio: «Continueremo a garantire supporto finanziario, umanitario, militare, diplomatico e staremo al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario». Nel testo, troverebbe posto anche un impegno «ad aiutare l’Ucraina per la fine della guerra della Russia, a mantenere la sovranità e l’integrità territoriale, a difendersi e a scegliere il suo futuro», accanto a una netta condanna «dell’aggressione brutale, non provocata, ingiustificabile contro l’Ucraina dalla Russia, aiutata dalla Bielorussia». Più avanti, la parte su economia e sanzioni: «Continueremo il nostro uso mirato di sanzioni coordinate per tutto il tempo necessario, agendo all’unisono in ogni fase. Rimaniamo inflessibili nell’impegno verso sanzioni coordinate e senza precedenti in risposta all’aggressione russa. Siamo impegnati ad aumentare la pressione sul regime del presidente Putin e i sui complici in Bielorussia».
Nella bozza trova posto anche un’ampia parte sull’«enorme responsabilità (della Russia) per le crescenti minacce a livello globale alla sicurezza alimentare a seguito del conflitto». Il G7 chiede dunque a Mosca «di far cessare urgentemente, senza condizioni, i suoi attacchi a infrastrutture agricole e di trasporto e di consentire il libero passaggio del trasporto agricolo dai porti ucraini nel Mar Nero».
Missili russi sul centro commerciale. La Nato vuole 300.000 militari a Est
Caduta Severodonetsk, ad entrare nel mirino delle forze russe è stata subito la città-gemella di Lysychansk. La battaglia infuria nei suoi sobborghi meridionali e nell’area industriale, oltre che attorno a Volcheyarovka. Volcheyarovka è un centro strategico perché consente di dominare la vicina raffineria di Lysychansk, dove sono asserragliate diverse unità dell’esercito ucraino. Insomma, c’è da supporre che, dopo Azot e Azovstal, un’altra struttura industriale diventerà l’ultimo rifugio per evitare la presa di una città.
Da Volcheyarovka, che secondo fonti ancora non confermate sarebbe già sotto controllo russo, si riesce a tenere d’occhio anche l’autostrada T1302, che consente il rifornimento delle forze ucraine nel settore di Lysychansk e che dunque i russi intendono «tagliare». La nuova linea del fronte corre proprio lungo la T1302, a partire dalle città di Bakhumt e Soledar, dove le forze russe ancora non riescono a sfondare. Che la situazione a Lysychansk sia «molto difficile» lo ammette anche il governatore di Lugansk, Sergei Haidai, che ha invitato i civili a lasciare la città. «Cari residenti, a causa della minaccia reale alla vita e alla salute, facciamo appello ad un’evacuazione immediata della città, dove la situazione è molto difficile. Salvate voi stessi e i vostri cari, prendetevi cura dei vostri bambini», ha detto Haidai.
Intanto resta in bilico la sorte di chi è rimasto a Severodonestk. Sono circa 500 i civili che potrebbero trovarsi ancora nell’impianto chimico Azot, secondo l’ambasciatore della Repubblica Popolare di Lugansk in Russia, Rodion Miroshnik. La situazione andrà monitorata. I russi, comunque, dopo aver quasi del tutto sopraffatto il Lugansk, anche attraverso 49 attacchi nelle ultime 24 ore, si stanno concentrando sul Donetsk per completare l’assalto al Donbass. Una ventina di attacchi sono stati condotti contro 12 insediamenti nella regione. «Abbiamo ripetutamente affermato che il futuro delle repubbliche di Lugansk e Donetsk e altri territori dell’Ucraina dovrebbe essere deciso dagli abitanti. La loro decisione è sovrana», ha continuato a tuonare il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Neanche l’Ucraina centrale è stata risparmiata da attacchi. Razzi sono stati lanciati contro la città di Kremenchuk, nella regione di Poltava. «Gli occupanti hanno mirato a un centro commerciale, dove c’erano più di mille civili», ha affermato il presidente Zelensky, secondo il quale l’edificio non aveva nessun valore strategico. L’attacco russo «è avvenuto in un luogo molto affollato, per questo ci sono morti e feriti», ha riferito il sindaco della città Vitaly Maletsky. A Mariupol si fanno nuove, tristi scoperte. «Durante l’ispezione degli edifici nel distretto di Livoberezhny in una casa distrutta dall’esplosione di una bomba sono stati trovati più di 100 corpi. I cadaveri sono ancora sotto le macerie», ha scritto il consigliere del sindaco di Mariupol, Andryushchenko. Mentre il campo di guerra offre questo scenario, si apre oggi a Madrid il vertice della Nato che punterà proprio sul tema della guerra e sulla richiesta di adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. I leader dei due Paesi incontreranno il presidente turco Erdogan nel tentativo di convincerlo a lasciar cadere le obiezioni alla loro adesione alla Nato.
La Turchia sta bloccando le domande di adesione dei due Paesi che accusa di fornire protezione al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato da Ankara un’organizzazione terroristica. L’Alleanza parlerà poi della decisione di rafforzare lo schieramento militare alleato in Europa Orientale. Le truppe Nato schierate ad Est diventeranno oltre 300.000. «Trasformeremo le forze di risposta della Nato e accresceremo il loro numero per rafforzare la nostra difesa», ha anticipato il segretario Nato Jens Stoltenberg.
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Oggi la decisione al G7 in Baviera: i margini sono strettissimi Kiev invoca ancora armi e allontana i negoziati con Mosca.Missili russi sul centro commerciale. La Nato vuole 300.000 militari a Est. Finlandia e Svezia in ginocchio da Recep Tayyip Erdogan per l’ok all’adesione. Donbass quasi perso.Lo speciale comprende due articoli. Si chiuderanno oggi i lavori del G7 ad Elmau in Baviera: e realisticamente sarà l’ultimo meeting tra i leader, stamattina, a sciogliere alcuni nodi non marginali, prima che gli stessi protagonisti – insieme ai rappresentanti di molti altri Paesi – raggiungano la Spagna dove è in programma un vertice Nato.In particolare, ieri, si è discusso sia di Ucraina sia di energia. E le incognite riguardano proprio questo secondo tema. Da un lato, infatti, gli Stati Uniti insistono per la fissazione di un tetto al prezzo del petrolio russo: e allora, dall’altro lato, Mario Draghi sta cercando di aprire un varco anche per la sua tesi, quella di un price cap da imporre pure al gas di Mosca.Al momento, il nodo non è sciolto: è evidente che, se stamattina passassero entrambe le ipotesi, Draghi segnerebbe indubbiamente un punto a favore della sua posizione; se invece ci si limitasse solo al petrolio, il governo italiano non potrebbe rivendicare un successo. Al massimo, potrebbe considerare la decisione del G7 sul greggio come «segnaletica» rispetto alla possibilità di fare altrettanto sul metano, prima o poi.A onor del vero, già la scorsa settimana, un curioso e forse eccessivamente zelante coro mediatico aveva accompagnato il (poi non riuscito) tentativo di Draghi, sempre sul tetto del gas, in sede di Consiglio europeo: con diverse testate che, pur di non fare i conti con il no opposto dagli olandesi al price cap (e realisticamente l’Olanda dava voce pure alle perplessità tedesche, secondo uno schema collaudatissimo), avevano presentato come una «vittoria italiana» il solo fatto che l’inquilino di Palazzo Chigi avesse chiesto ai colleghi Ue (pare spalleggiato da Emmanuel Macron) la fissazione di un’altra riunione, il mese prossimo, da dedicare al tema. Operazione un po’ acrobatica: descrivere come un successo un ennesimo no incassato, in cambio – al massimo – della fissazione di un futuro meeting apposito. Come si sa, nemmeno quella ciambella è riuscita col buco, e tutto è stato vagamente rinviato all’autunno.Quanto invece al tema della guerra in Ucraina, ieri i sette grandi si sono collegati con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, secondo una sintesi fornita dalla delegazione francese, avrebbe ribadito che «oggi non è ancora il momento di negoziare». Secondo la delegazione italiana, Zelensky avrebbe rinnovato le sue richieste delle scorse settimane: fornitura di sistemi di difesa antiaerea; aiuto per sbloccare l’export di grano; garanzie per la ricostruzione del suo Paese.A parole, tutti si sono detti concordi. Secondo Ursula von der Leyen, i Paesi del G7 staranno «con l’Ucraina per tutto il tempo necessario». Secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il G7 «resta unito al fianco dell’Ucraina» e «continuerà» a darle «supporto». Non solo: «Dobbiamo prendere tutte le decisioni dure, ma necessarie». Il premier britannico Boris Johnson si è detto «impressionato dall’unità» del G7. Poi Johnson ha aggiunto: «Non c’è un accordo che il presidente Zelensky possa realmente fare, così, in queste circostanze: il G7 e chi sostiene l’Ucraina nel mondo deve continuare ad aiutare gli ucraini a ricostruire l’economia, a esportare il grano e a proteggersi». Il premier britannico ha riconosciuto che la situazione nel Sud-Est è «molto difficile», ma ha anche sostenuto che gli ucraini hanno già mostrato «una capacità incredibile di resistere e di modificare la situazione a livello militare». Quanto a Draghi, ha ribadito che Vladimir Putin «non deve vincere. Siamo uniti perché se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono, e sarà più difficile sostenere che la democrazia è un modello di governo efficace». Nella bozza di documento finale circolata ieri, si legge questo passaggio: «Continueremo a garantire supporto finanziario, umanitario, militare, diplomatico e staremo al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario». Nel testo, troverebbe posto anche un impegno «ad aiutare l’Ucraina per la fine della guerra della Russia, a mantenere la sovranità e l’integrità territoriale, a difendersi e a scegliere il suo futuro», accanto a una netta condanna «dell’aggressione brutale, non provocata, ingiustificabile contro l’Ucraina dalla Russia, aiutata dalla Bielorussia». Più avanti, la parte su economia e sanzioni: «Continueremo il nostro uso mirato di sanzioni coordinate per tutto il tempo necessario, agendo all’unisono in ogni fase. Rimaniamo inflessibili nell’impegno verso sanzioni coordinate e senza precedenti in risposta all’aggressione russa. Siamo impegnati ad aumentare la pressione sul regime del presidente Putin e i sui complici in Bielorussia». Nella bozza trova posto anche un’ampia parte sull’«enorme responsabilità (della Russia) per le crescenti minacce a livello globale alla sicurezza alimentare a seguito del conflitto». Il G7 chiede dunque a Mosca «di far cessare urgentemente, senza condizioni, i suoi attacchi a infrastrutture agricole e di trasporto e di consentire il libero passaggio del trasporto agricolo dai porti ucraini nel Mar Nero». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tetto-al-gas-draghi-prova-il-blitz-nellultima-curva-2657570540.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="missili-russi-sul-centro-commerciale-la-nato-vuole-300-000-militari-a-est" data-post-id="2657570540" data-published-at="1656359687" data-use-pagination="False"> Missili russi sul centro commerciale. La Nato vuole 300.000 militari a Est Caduta Severodonetsk, ad entrare nel mirino delle forze russe è stata subito la città-gemella di Lysychansk. La battaglia infuria nei suoi sobborghi meridionali e nell’area industriale, oltre che attorno a Volcheyarovka. Volcheyarovka è un centro strategico perché consente di dominare la vicina raffineria di Lysychansk, dove sono asserragliate diverse unità dell’esercito ucraino. Insomma, c’è da supporre che, dopo Azot e Azovstal, un’altra struttura industriale diventerà l’ultimo rifugio per evitare la presa di una città. Da Volcheyarovka, che secondo fonti ancora non confermate sarebbe già sotto controllo russo, si riesce a tenere d’occhio anche l’autostrada T1302, che consente il rifornimento delle forze ucraine nel settore di Lysychansk e che dunque i russi intendono «tagliare». La nuova linea del fronte corre proprio lungo la T1302, a partire dalle città di Bakhumt e Soledar, dove le forze russe ancora non riescono a sfondare. Che la situazione a Lysychansk sia «molto difficile» lo ammette anche il governatore di Lugansk, Sergei Haidai, che ha invitato i civili a lasciare la città. «Cari residenti, a causa della minaccia reale alla vita e alla salute, facciamo appello ad un’evacuazione immediata della città, dove la situazione è molto difficile. Salvate voi stessi e i vostri cari, prendetevi cura dei vostri bambini», ha detto Haidai. Intanto resta in bilico la sorte di chi è rimasto a Severodonestk. Sono circa 500 i civili che potrebbero trovarsi ancora nell’impianto chimico Azot, secondo l’ambasciatore della Repubblica Popolare di Lugansk in Russia, Rodion Miroshnik. La situazione andrà monitorata. I russi, comunque, dopo aver quasi del tutto sopraffatto il Lugansk, anche attraverso 49 attacchi nelle ultime 24 ore, si stanno concentrando sul Donetsk per completare l’assalto al Donbass. Una ventina di attacchi sono stati condotti contro 12 insediamenti nella regione. «Abbiamo ripetutamente affermato che il futuro delle repubbliche di Lugansk e Donetsk e altri territori dell’Ucraina dovrebbe essere deciso dagli abitanti. La loro decisione è sovrana», ha continuato a tuonare il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Neanche l’Ucraina centrale è stata risparmiata da attacchi. Razzi sono stati lanciati contro la città di Kremenchuk, nella regione di Poltava. «Gli occupanti hanno mirato a un centro commerciale, dove c’erano più di mille civili», ha affermato il presidente Zelensky, secondo il quale l’edificio non aveva nessun valore strategico. L’attacco russo «è avvenuto in un luogo molto affollato, per questo ci sono morti e feriti», ha riferito il sindaco della città Vitaly Maletsky. A Mariupol si fanno nuove, tristi scoperte. «Durante l’ispezione degli edifici nel distretto di Livoberezhny in una casa distrutta dall’esplosione di una bomba sono stati trovati più di 100 corpi. I cadaveri sono ancora sotto le macerie», ha scritto il consigliere del sindaco di Mariupol, Andryushchenko. Mentre il campo di guerra offre questo scenario, si apre oggi a Madrid il vertice della Nato che punterà proprio sul tema della guerra e sulla richiesta di adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. I leader dei due Paesi incontreranno il presidente turco Erdogan nel tentativo di convincerlo a lasciar cadere le obiezioni alla loro adesione alla Nato. La Turchia sta bloccando le domande di adesione dei due Paesi che accusa di fornire protezione al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato da Ankara un’organizzazione terroristica. L’Alleanza parlerà poi della decisione di rafforzare lo schieramento militare alleato in Europa Orientale. Le truppe Nato schierate ad Est diventeranno oltre 300.000. «Trasformeremo le forze di risposta della Nato e accresceremo il loro numero per rafforzare la nostra difesa», ha anticipato il segretario Nato Jens Stoltenberg.
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.