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2022-06-28
Sul tetto al gas Draghi prova il blitz nell’ultima curva
Mario Drahi (Ansa)
Si chiuderanno oggi i lavori del G7 ad Elmau in Baviera: e realisticamente sarà l’ultimo meeting tra i leader, stamattina, a sciogliere alcuni nodi non marginali, prima che gli stessi protagonisti – insieme ai rappresentanti di molti altri Paesi – raggiungano la Spagna dove è in programma un vertice Nato.
In particolare, ieri, si è discusso sia di Ucraina sia di energia. E le incognite riguardano proprio questo secondo tema. Da un lato, infatti, gli Stati Uniti insistono per la fissazione di un tetto al prezzo del petrolio russo: e allora, dall’altro lato, Mario Draghi sta cercando di aprire un varco anche per la sua tesi, quella di un price cap da imporre pure al gas di Mosca.
Al momento, il nodo non è sciolto: è evidente che, se stamattina passassero entrambe le ipotesi, Draghi segnerebbe indubbiamente un punto a favore della sua posizione; se invece ci si limitasse solo al petrolio, il governo italiano non potrebbe rivendicare un successo. Al massimo, potrebbe considerare la decisione del G7 sul greggio come «segnaletica» rispetto alla possibilità di fare altrettanto sul metano, prima o poi.
A onor del vero, già la scorsa settimana, un curioso e forse eccessivamente zelante coro mediatico aveva accompagnato il (poi non riuscito) tentativo di Draghi, sempre sul tetto del gas, in sede di Consiglio europeo: con diverse testate che, pur di non fare i conti con il no opposto dagli olandesi al price cap (e realisticamente l’Olanda dava voce pure alle perplessità tedesche, secondo uno schema collaudatissimo), avevano presentato come una «vittoria italiana» il solo fatto che l’inquilino di Palazzo Chigi avesse chiesto ai colleghi Ue (pare spalleggiato da Emmanuel Macron) la fissazione di un’altra riunione, il mese prossimo, da dedicare al tema. Operazione un po’ acrobatica: descrivere come un successo un ennesimo no incassato, in cambio – al massimo – della fissazione di un futuro meeting apposito. Come si sa, nemmeno quella ciambella è riuscita col buco, e tutto è stato vagamente rinviato all’autunno.
Quanto invece al tema della guerra in Ucraina, ieri i sette grandi si sono collegati con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, secondo una sintesi fornita dalla delegazione francese, avrebbe ribadito che «oggi non è ancora il momento di negoziare». Secondo la delegazione italiana, Zelensky avrebbe rinnovato le sue richieste delle scorse settimane: fornitura di sistemi di difesa antiaerea; aiuto per sbloccare l’export di grano; garanzie per la ricostruzione del suo Paese.
A parole, tutti si sono detti concordi. Secondo Ursula von der Leyen, i Paesi del G7 staranno «con l’Ucraina per tutto il tempo necessario». Secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il G7 «resta unito al fianco dell’Ucraina» e «continuerà» a darle «supporto». Non solo: «Dobbiamo prendere tutte le decisioni dure, ma necessarie». Il premier britannico Boris Johnson si è detto «impressionato dall’unità» del G7. Poi Johnson ha aggiunto: «Non c’è un accordo che il presidente Zelensky possa realmente fare, così, in queste circostanze: il G7 e chi sostiene l’Ucraina nel mondo deve continuare ad aiutare gli ucraini a ricostruire l’economia, a esportare il grano e a proteggersi». Il premier britannico ha riconosciuto che la situazione nel Sud-Est è «molto difficile», ma ha anche sostenuto che gli ucraini hanno già mostrato «una capacità incredibile di resistere e di modificare la situazione a livello militare». Quanto a Draghi, ha ribadito che Vladimir Putin «non deve vincere. Siamo uniti perché se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono, e sarà più difficile sostenere che la democrazia è un modello di governo efficace».
Nella bozza di documento finale circolata ieri, si legge questo passaggio: «Continueremo a garantire supporto finanziario, umanitario, militare, diplomatico e staremo al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario». Nel testo, troverebbe posto anche un impegno «ad aiutare l’Ucraina per la fine della guerra della Russia, a mantenere la sovranità e l’integrità territoriale, a difendersi e a scegliere il suo futuro», accanto a una netta condanna «dell’aggressione brutale, non provocata, ingiustificabile contro l’Ucraina dalla Russia, aiutata dalla Bielorussia». Più avanti, la parte su economia e sanzioni: «Continueremo il nostro uso mirato di sanzioni coordinate per tutto il tempo necessario, agendo all’unisono in ogni fase. Rimaniamo inflessibili nell’impegno verso sanzioni coordinate e senza precedenti in risposta all’aggressione russa. Siamo impegnati ad aumentare la pressione sul regime del presidente Putin e i sui complici in Bielorussia».
Nella bozza trova posto anche un’ampia parte sull’«enorme responsabilità (della Russia) per le crescenti minacce a livello globale alla sicurezza alimentare a seguito del conflitto». Il G7 chiede dunque a Mosca «di far cessare urgentemente, senza condizioni, i suoi attacchi a infrastrutture agricole e di trasporto e di consentire il libero passaggio del trasporto agricolo dai porti ucraini nel Mar Nero».
Missili russi sul centro commerciale. La Nato vuole 300.000 militari a Est
Caduta Severodonetsk, ad entrare nel mirino delle forze russe è stata subito la città-gemella di Lysychansk. La battaglia infuria nei suoi sobborghi meridionali e nell’area industriale, oltre che attorno a Volcheyarovka. Volcheyarovka è un centro strategico perché consente di dominare la vicina raffineria di Lysychansk, dove sono asserragliate diverse unità dell’esercito ucraino. Insomma, c’è da supporre che, dopo Azot e Azovstal, un’altra struttura industriale diventerà l’ultimo rifugio per evitare la presa di una città.
Da Volcheyarovka, che secondo fonti ancora non confermate sarebbe già sotto controllo russo, si riesce a tenere d’occhio anche l’autostrada T1302, che consente il rifornimento delle forze ucraine nel settore di Lysychansk e che dunque i russi intendono «tagliare». La nuova linea del fronte corre proprio lungo la T1302, a partire dalle città di Bakhumt e Soledar, dove le forze russe ancora non riescono a sfondare. Che la situazione a Lysychansk sia «molto difficile» lo ammette anche il governatore di Lugansk, Sergei Haidai, che ha invitato i civili a lasciare la città. «Cari residenti, a causa della minaccia reale alla vita e alla salute, facciamo appello ad un’evacuazione immediata della città, dove la situazione è molto difficile. Salvate voi stessi e i vostri cari, prendetevi cura dei vostri bambini», ha detto Haidai.
Intanto resta in bilico la sorte di chi è rimasto a Severodonestk. Sono circa 500 i civili che potrebbero trovarsi ancora nell’impianto chimico Azot, secondo l’ambasciatore della Repubblica Popolare di Lugansk in Russia, Rodion Miroshnik. La situazione andrà monitorata. I russi, comunque, dopo aver quasi del tutto sopraffatto il Lugansk, anche attraverso 49 attacchi nelle ultime 24 ore, si stanno concentrando sul Donetsk per completare l’assalto al Donbass. Una ventina di attacchi sono stati condotti contro 12 insediamenti nella regione. «Abbiamo ripetutamente affermato che il futuro delle repubbliche di Lugansk e Donetsk e altri territori dell’Ucraina dovrebbe essere deciso dagli abitanti. La loro decisione è sovrana», ha continuato a tuonare il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Neanche l’Ucraina centrale è stata risparmiata da attacchi. Razzi sono stati lanciati contro la città di Kremenchuk, nella regione di Poltava. «Gli occupanti hanno mirato a un centro commerciale, dove c’erano più di mille civili», ha affermato il presidente Zelensky, secondo il quale l’edificio non aveva nessun valore strategico. L’attacco russo «è avvenuto in un luogo molto affollato, per questo ci sono morti e feriti», ha riferito il sindaco della città Vitaly Maletsky. A Mariupol si fanno nuove, tristi scoperte. «Durante l’ispezione degli edifici nel distretto di Livoberezhny in una casa distrutta dall’esplosione di una bomba sono stati trovati più di 100 corpi. I cadaveri sono ancora sotto le macerie», ha scritto il consigliere del sindaco di Mariupol, Andryushchenko. Mentre il campo di guerra offre questo scenario, si apre oggi a Madrid il vertice della Nato che punterà proprio sul tema della guerra e sulla richiesta di adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. I leader dei due Paesi incontreranno il presidente turco Erdogan nel tentativo di convincerlo a lasciar cadere le obiezioni alla loro adesione alla Nato.
La Turchia sta bloccando le domande di adesione dei due Paesi che accusa di fornire protezione al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato da Ankara un’organizzazione terroristica. L’Alleanza parlerà poi della decisione di rafforzare lo schieramento militare alleato in Europa Orientale. Le truppe Nato schierate ad Est diventeranno oltre 300.000. «Trasformeremo le forze di risposta della Nato e accresceremo il loro numero per rafforzare la nostra difesa», ha anticipato il segretario Nato Jens Stoltenberg.
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Oggi la decisione al G7 in Baviera: i margini sono strettissimi Kiev invoca ancora armi e allontana i negoziati con Mosca.Missili russi sul centro commerciale. La Nato vuole 300.000 militari a Est. Finlandia e Svezia in ginocchio da Recep Tayyip Erdogan per l’ok all’adesione. Donbass quasi perso.Lo speciale comprende due articoli. Si chiuderanno oggi i lavori del G7 ad Elmau in Baviera: e realisticamente sarà l’ultimo meeting tra i leader, stamattina, a sciogliere alcuni nodi non marginali, prima che gli stessi protagonisti – insieme ai rappresentanti di molti altri Paesi – raggiungano la Spagna dove è in programma un vertice Nato.In particolare, ieri, si è discusso sia di Ucraina sia di energia. E le incognite riguardano proprio questo secondo tema. Da un lato, infatti, gli Stati Uniti insistono per la fissazione di un tetto al prezzo del petrolio russo: e allora, dall’altro lato, Mario Draghi sta cercando di aprire un varco anche per la sua tesi, quella di un price cap da imporre pure al gas di Mosca.Al momento, il nodo non è sciolto: è evidente che, se stamattina passassero entrambe le ipotesi, Draghi segnerebbe indubbiamente un punto a favore della sua posizione; se invece ci si limitasse solo al petrolio, il governo italiano non potrebbe rivendicare un successo. Al massimo, potrebbe considerare la decisione del G7 sul greggio come «segnaletica» rispetto alla possibilità di fare altrettanto sul metano, prima o poi.A onor del vero, già la scorsa settimana, un curioso e forse eccessivamente zelante coro mediatico aveva accompagnato il (poi non riuscito) tentativo di Draghi, sempre sul tetto del gas, in sede di Consiglio europeo: con diverse testate che, pur di non fare i conti con il no opposto dagli olandesi al price cap (e realisticamente l’Olanda dava voce pure alle perplessità tedesche, secondo uno schema collaudatissimo), avevano presentato come una «vittoria italiana» il solo fatto che l’inquilino di Palazzo Chigi avesse chiesto ai colleghi Ue (pare spalleggiato da Emmanuel Macron) la fissazione di un’altra riunione, il mese prossimo, da dedicare al tema. Operazione un po’ acrobatica: descrivere come un successo un ennesimo no incassato, in cambio – al massimo – della fissazione di un futuro meeting apposito. Come si sa, nemmeno quella ciambella è riuscita col buco, e tutto è stato vagamente rinviato all’autunno.Quanto invece al tema della guerra in Ucraina, ieri i sette grandi si sono collegati con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, secondo una sintesi fornita dalla delegazione francese, avrebbe ribadito che «oggi non è ancora il momento di negoziare». Secondo la delegazione italiana, Zelensky avrebbe rinnovato le sue richieste delle scorse settimane: fornitura di sistemi di difesa antiaerea; aiuto per sbloccare l’export di grano; garanzie per la ricostruzione del suo Paese.A parole, tutti si sono detti concordi. Secondo Ursula von der Leyen, i Paesi del G7 staranno «con l’Ucraina per tutto il tempo necessario». Secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il G7 «resta unito al fianco dell’Ucraina» e «continuerà» a darle «supporto». Non solo: «Dobbiamo prendere tutte le decisioni dure, ma necessarie». Il premier britannico Boris Johnson si è detto «impressionato dall’unità» del G7. Poi Johnson ha aggiunto: «Non c’è un accordo che il presidente Zelensky possa realmente fare, così, in queste circostanze: il G7 e chi sostiene l’Ucraina nel mondo deve continuare ad aiutare gli ucraini a ricostruire l’economia, a esportare il grano e a proteggersi». Il premier britannico ha riconosciuto che la situazione nel Sud-Est è «molto difficile», ma ha anche sostenuto che gli ucraini hanno già mostrato «una capacità incredibile di resistere e di modificare la situazione a livello militare». Quanto a Draghi, ha ribadito che Vladimir Putin «non deve vincere. Siamo uniti perché se l’Ucraina perde, tutte le democrazie perdono, e sarà più difficile sostenere che la democrazia è un modello di governo efficace». Nella bozza di documento finale circolata ieri, si legge questo passaggio: «Continueremo a garantire supporto finanziario, umanitario, militare, diplomatico e staremo al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario». Nel testo, troverebbe posto anche un impegno «ad aiutare l’Ucraina per la fine della guerra della Russia, a mantenere la sovranità e l’integrità territoriale, a difendersi e a scegliere il suo futuro», accanto a una netta condanna «dell’aggressione brutale, non provocata, ingiustificabile contro l’Ucraina dalla Russia, aiutata dalla Bielorussia». Più avanti, la parte su economia e sanzioni: «Continueremo il nostro uso mirato di sanzioni coordinate per tutto il tempo necessario, agendo all’unisono in ogni fase. Rimaniamo inflessibili nell’impegno verso sanzioni coordinate e senza precedenti in risposta all’aggressione russa. Siamo impegnati ad aumentare la pressione sul regime del presidente Putin e i sui complici in Bielorussia». Nella bozza trova posto anche un’ampia parte sull’«enorme responsabilità (della Russia) per le crescenti minacce a livello globale alla sicurezza alimentare a seguito del conflitto». Il G7 chiede dunque a Mosca «di far cessare urgentemente, senza condizioni, i suoi attacchi a infrastrutture agricole e di trasporto e di consentire il libero passaggio del trasporto agricolo dai porti ucraini nel Mar Nero». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tetto-al-gas-draghi-prova-il-blitz-nellultima-curva-2657570540.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="missili-russi-sul-centro-commerciale-la-nato-vuole-300-000-militari-a-est" data-post-id="2657570540" data-published-at="1656359687" data-use-pagination="False"> Missili russi sul centro commerciale. 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Che la situazione a Lysychansk sia «molto difficile» lo ammette anche il governatore di Lugansk, Sergei Haidai, che ha invitato i civili a lasciare la città. «Cari residenti, a causa della minaccia reale alla vita e alla salute, facciamo appello ad un’evacuazione immediata della città, dove la situazione è molto difficile. Salvate voi stessi e i vostri cari, prendetevi cura dei vostri bambini», ha detto Haidai. Intanto resta in bilico la sorte di chi è rimasto a Severodonestk. Sono circa 500 i civili che potrebbero trovarsi ancora nell’impianto chimico Azot, secondo l’ambasciatore della Repubblica Popolare di Lugansk in Russia, Rodion Miroshnik. La situazione andrà monitorata. I russi, comunque, dopo aver quasi del tutto sopraffatto il Lugansk, anche attraverso 49 attacchi nelle ultime 24 ore, si stanno concentrando sul Donetsk per completare l’assalto al Donbass. Una ventina di attacchi sono stati condotti contro 12 insediamenti nella regione. «Abbiamo ripetutamente affermato che il futuro delle repubbliche di Lugansk e Donetsk e altri territori dell’Ucraina dovrebbe essere deciso dagli abitanti. La loro decisione è sovrana», ha continuato a tuonare il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Neanche l’Ucraina centrale è stata risparmiata da attacchi. Razzi sono stati lanciati contro la città di Kremenchuk, nella regione di Poltava. «Gli occupanti hanno mirato a un centro commerciale, dove c’erano più di mille civili», ha affermato il presidente Zelensky, secondo il quale l’edificio non aveva nessun valore strategico. L’attacco russo «è avvenuto in un luogo molto affollato, per questo ci sono morti e feriti», ha riferito il sindaco della città Vitaly Maletsky. A Mariupol si fanno nuove, tristi scoperte. «Durante l’ispezione degli edifici nel distretto di Livoberezhny in una casa distrutta dall’esplosione di una bomba sono stati trovati più di 100 corpi. I cadaveri sono ancora sotto le macerie», ha scritto il consigliere del sindaco di Mariupol, Andryushchenko. Mentre il campo di guerra offre questo scenario, si apre oggi a Madrid il vertice della Nato che punterà proprio sul tema della guerra e sulla richiesta di adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. I leader dei due Paesi incontreranno il presidente turco Erdogan nel tentativo di convincerlo a lasciar cadere le obiezioni alla loro adesione alla Nato. La Turchia sta bloccando le domande di adesione dei due Paesi che accusa di fornire protezione al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato da Ankara un’organizzazione terroristica. L’Alleanza parlerà poi della decisione di rafforzare lo schieramento militare alleato in Europa Orientale. Le truppe Nato schierate ad Est diventeranno oltre 300.000. «Trasformeremo le forze di risposta della Nato e accresceremo il loro numero per rafforzare la nostra difesa», ha anticipato il segretario Nato Jens Stoltenberg.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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