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2018-11-14
Sul tavolo del successore di Armani la grana delle consulenze russe Anas
ANSA
Dal momento che l'Anas, l'ente pubblico che dovrebbe curare la manutenzione delle strade, è notoriamente una delle eccellenze italiane, a giugno del 2012 l'abbiamo «internazionalizzata», come si dice nel gergo dei grandi manager. Con Mario Monti a Palazzo Chigi e Corrado Passera alle Infrastrutture, l'allora amministratore unico Pietro Ciucci tiene a battesimo Anas international enterprise spa per portare anche all'estero «i servizi integrati di ingegneria nel settore delle infrastrutture di trasporto, tra le punte di diamante del nostro gruppo», come si legge in una brochure ufficiale. Nella quale si precisa anche che «il capitale della società è interamente detenuto da Anas». Sei anni dopo, il reticolo delle partecipazioni estere, tra soci misteriosi e contratti fantasma, è finito sul tavolo di Danilo Toninelli, il ministro controllante, e dopo le dimissioni, la scorsa settimana, di Gianni Vittorio Armani, sarà compito del suo successore capirci qualcosa e fare chiarezza. Anche perché l'Anas, già al centro di varie inchieste per tangenti, di tutto ha bisogno meno che di un comparto estero con problemi di trasparenza.
In questi sei anni di vita Anas international ha ottenuto commesse in Algeria, Libia, Qatar, Colombia, Uruguay, Argentina, Iran e Russia. Tolti i due Paesi sudamericani, tutti mercati non facili e abbastanza peculiari.
Un primo faro del ministero, in particolare, si è acceso sulla Russia. A marzo di quest'anno, poco dopo le elezioni del 4 marzo, la Simest (Cdp) rileva il 49% di Anas international enterprise Russia per 2,5 milioni di euro. L'investimento è destinato alla gestione dei lavori di costruzione e manutenzione di 228 chilometri di autostrada sulla direttrice Mosca-Novorossiysk, sul Mar Nero. Anas Russia era nata un anno prima, nell'estate del 2017, e attraverso la neonata società sarebbero passati due bonifici da 20,6 milioni di rubli (1,2 milioni di euro) sulla filiale russa di Unicredit, destinati alla società di consulenza Legalvest partners per un contratto di «consulenza finanziaria» che porta la data del 28 agosto 2017. Questi fondi sarebbero poi stati girati ulteriormente alla società locale Dti come compenso per aver agevolato l'acquisto del 51% di Road investment company, una società russa del gruppo Avtodor che si occupa di autostrade. Del resto il 22 marzo 2017, nel corso della sua visita al Cremlino da Vladimir Putin, Paolo Gentiloni aveva firmato una serie di accordi commerciali tra cui quello di Anas international proprio con Avtodor. Insomma, la strada era già stata spianata al massimo livello. Perché mai Anas ha ritenuto opportuno ricorrere ai servigi di una società sconosciuta come Legalvest partners per una consulenza finanziaria aggiuntiva? Oltre a tutto sono stati poi pagati per servizi analoghi altri due fornitori che avevano un contratto ben chiaro come Mag Solution e lo studio legale Pavia Ansaldo, liquidati da Anas Russia con due bonifici passati attraverso Intesa Sanpaolo Mosca. Onorari tra l'altro assai inferiori a quelli per Legalvest.
Lo schema utilizzato per la Russia è molto simile a quello denunciato lo scorso 13 ottobre dalla Verità, in un articolo sugli affari di Anas in Qatar, il paese del Golfo preferito dal neolobbista Matteo Renzi. Nell'Emirato, la Tecnositaf Gulf integration systems era stata costituita da Anas insieme alla sconosciuta società locale Gulf business development group e affidata a un faccendiere libanese di nome Raymond Mikhael, oggetto poi di varie interrogazioni parlamentari. L'allora presidente Armani scrisse però a questo giornale assicurando che «le imprese citate nell'articolo sono imprese consolidate nel settore e lavorano per Anas da anni e sono state aggiudicatarie di diversi appalti pubblici».
A supervisionare le operazioni estere di Anas c'è comunque un pugno di fedelissimi di Armani, capitanati da Laurent Franciosi, ingegnere dei trasporti cresciuto in Italferr, che siede nel cda della russa Road investment company insieme ai colleghi Bernardo Magri e Stefano Granati, ex braccio destro di Pietro Ciucci.
Il successore di Armani si troverà sul tavolo anche il dossier Sud America, dove Anas sarebbe concorrente del gruppo Gavio, ma in realtà lo è fino a un certo punto perché i due gruppi sono soci in Sitaf-Autostrada del Frejus e vanno da sempre d'amore e d'accordo. Tanto che Anas avrebbe rinunciato sua sponte ad alcuni accordi con i governi per non mettere in difficoltà gli amici di Tortona. L'ufficiale di collegamento sarebbe proprio Bernardo Magri, nominato da Armani amministratore delegato di Anas international. Il suo curriculum non è stato pubblicato sul sito internet della società pubblica e c'è da capirlo, perché ricopre cariche di vertice anche in ben quattro società dei Gavio.
La Dama nera delle strade patteggia
Dimenticare la Dama nera al più presto, evitando scomodi processi dai quali un sistema Anas, ben più vasto di quello emerso con l'inchiesta interrotta dagli arresti di tre anni fa, avrebbe potuto mostrasi in tutta la sua pervasività. E allora ecco che Anas ha «rimesso i peccati» ad Antonella Accroglianò, rampolla di una famiglia calabrese assai potente a Roma, giusto pochi giorni prima dell'udienza decisiva, accontentandosi di 170.000 euro di risarcimento e agevolando il patteggiamento arrivato ieri con una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione, con confisca da 470.000 euro. E vissero tutti felici e silenziosi.
Ieri il gup di Roma, Ezio Domizia, ha assolto l'ex sottosegretario calabrese alle Infrastrutture del governo Prodi, il centrista Giuseppe Meduri, uno dei beniamini dei giornalisti da Transatlantico perché è gentile e disponibile con tutti e soprattutto, come si dice a Roma, non si tiene un cece in bocca. Difficile davvero immaginarlo coinvolto in alcunché di criminoso. Ci sono stati invece oltre 20 rinvii a giudizio, tra cui Roberto Accroglianò, fratello della Dama nera, e l'ex deputato forzista Marco Martinelli. Prima udienza fissata per il prossimo 6 marzo. Hanno preferito il patteggiamento anche altri ex dirigenti di Anas, come Oreste De Grossi, che ha concordato una pena di 3 anni e 4 mesi, e Giovanni Parlato, mentre Antonino Ferrante è stato condannato a 3 anni e 3 mesi.
Le accuse agli imputati sono, a seconda delle varie posizioni, l'associazione per delinquere, la corruzione, la turbativa d'asta, il voto di scambio, la truffa e l'abuso d'ufficio. La Dama nera ha chiesto di patteggiare e per ottenere il via libera è stato sicuramente importante che abbia definito le sue pendenze con la principale parte lesa, ovvero la stessa Anas, che si era costituita parte civile per dimostrare tutta la sua voglia di pulizia. Messa così sembra una storia natalizia in leggero anticipo, ma in Anas sono molti i dirigenti per bene a ritenere che la Dama nera sia stata bravissima a gestire la propria collaborazione con la giustizia e che sia quindi perfettamente logico che alla fine l'azienda abbia fatto marcia indietro accontentandosi di una cifra assai contenuta.
Come risulta da un documento in mano alla Verità, il 17 settembre scorso l'allora presidente Gianni Vittiorio Armani si presenta in cda con un'informativa predisposta dall'avvocato Claudia Ricchetti, capo del servizio legale di Anas, che dà conto di una proposta arrivata dai legali della Dama nera. Il 20 marzo di quest'anno, il gup aveva accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell'Anas nell'ambito del procedimento penale che si era guadagnato l'apertura di svariati telegiornali, causando un danno d'immagine assai rilevante all'azienda di Stato, che ne usciva come un carrozzone dove l'unica cosa che funzionava con perfezione geometrica era l'assegnazione dei lavori stradali alle varie ditte, previo compenso (addirittura videoregistrato dalla Finanza). I consiglieri di Anas vengono debitamente informati che la signora Accroglianò ha chiesto di patteggiare, un segno di pace che non cade nel vuoto. Il documento portato in cda riepiloga quindi l'offerta arrivata dai legali della Dama nera, con l'elenco di ogni singola somma percepita indebitamente dalla dirigente in base agli 11 capi d'imputazione. A leggerla, più che il libro mastro della mazzetta stradale, sembra il conto del salumaio. La somma finale arriva a 192.032 euro, comprensiva di 19.032 euro di rimborso delle spese legali sostenute da Anas per costituirsi in giudizio. Pochi, maledetti e per sempre. Anche se, vista la confisca di ieri, tra Anas e Tribunale forse bisognerà vedere chi arriva prima.
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Il comparto International dell'impresa in sei anni ha ottenuto commesse in mercati difficili e particolari. Sollevano dubbi due bonifici da oltre 20 milioni di rubli a una sconosciuta società poi girati a un altro gruppo.La Dama nera delle strade patteggia. L'Anas grazia l'ex dirigente: si accontenta di 170.000 euro di risarcimento. Lei si accorda per una condanna a 4 anni e 4 mesi (e 470.000 euro). Assolto l'ex sottosegretario Giuseppe Meduri. Lo speciale contiene due articoli.Dal momento che l'Anas, l'ente pubblico che dovrebbe curare la manutenzione delle strade, è notoriamente una delle eccellenze italiane, a giugno del 2012 l'abbiamo «internazionalizzata», come si dice nel gergo dei grandi manager. Con Mario Monti a Palazzo Chigi e Corrado Passera alle Infrastrutture, l'allora amministratore unico Pietro Ciucci tiene a battesimo Anas international enterprise spa per portare anche all'estero «i servizi integrati di ingegneria nel settore delle infrastrutture di trasporto, tra le punte di diamante del nostro gruppo», come si legge in una brochure ufficiale. Nella quale si precisa anche che «il capitale della società è interamente detenuto da Anas». Sei anni dopo, il reticolo delle partecipazioni estere, tra soci misteriosi e contratti fantasma, è finito sul tavolo di Danilo Toninelli, il ministro controllante, e dopo le dimissioni, la scorsa settimana, di Gianni Vittorio Armani, sarà compito del suo successore capirci qualcosa e fare chiarezza. Anche perché l'Anas, già al centro di varie inchieste per tangenti, di tutto ha bisogno meno che di un comparto estero con problemi di trasparenza. In questi sei anni di vita Anas international ha ottenuto commesse in Algeria, Libia, Qatar, Colombia, Uruguay, Argentina, Iran e Russia. Tolti i due Paesi sudamericani, tutti mercati non facili e abbastanza peculiari. Un primo faro del ministero, in particolare, si è acceso sulla Russia. A marzo di quest'anno, poco dopo le elezioni del 4 marzo, la Simest (Cdp) rileva il 49% di Anas international enterprise Russia per 2,5 milioni di euro. L'investimento è destinato alla gestione dei lavori di costruzione e manutenzione di 228 chilometri di autostrada sulla direttrice Mosca-Novorossiysk, sul Mar Nero. Anas Russia era nata un anno prima, nell'estate del 2017, e attraverso la neonata società sarebbero passati due bonifici da 20,6 milioni di rubli (1,2 milioni di euro) sulla filiale russa di Unicredit, destinati alla società di consulenza Legalvest partners per un contratto di «consulenza finanziaria» che porta la data del 28 agosto 2017. Questi fondi sarebbero poi stati girati ulteriormente alla società locale Dti come compenso per aver agevolato l'acquisto del 51% di Road investment company, una società russa del gruppo Avtodor che si occupa di autostrade. Del resto il 22 marzo 2017, nel corso della sua visita al Cremlino da Vladimir Putin, Paolo Gentiloni aveva firmato una serie di accordi commerciali tra cui quello di Anas international proprio con Avtodor. Insomma, la strada era già stata spianata al massimo livello. Perché mai Anas ha ritenuto opportuno ricorrere ai servigi di una società sconosciuta come Legalvest partners per una consulenza finanziaria aggiuntiva? Oltre a tutto sono stati poi pagati per servizi analoghi altri due fornitori che avevano un contratto ben chiaro come Mag Solution e lo studio legale Pavia Ansaldo, liquidati da Anas Russia con due bonifici passati attraverso Intesa Sanpaolo Mosca. Onorari tra l'altro assai inferiori a quelli per Legalvest. Lo schema utilizzato per la Russia è molto simile a quello denunciato lo scorso 13 ottobre dalla Verità, in un articolo sugli affari di Anas in Qatar, il paese del Golfo preferito dal neolobbista Matteo Renzi. Nell'Emirato, la Tecnositaf Gulf integration systems era stata costituita da Anas insieme alla sconosciuta società locale Gulf business development group e affidata a un faccendiere libanese di nome Raymond Mikhael, oggetto poi di varie interrogazioni parlamentari. L'allora presidente Armani scrisse però a questo giornale assicurando che «le imprese citate nell'articolo sono imprese consolidate nel settore e lavorano per Anas da anni e sono state aggiudicatarie di diversi appalti pubblici». A supervisionare le operazioni estere di Anas c'è comunque un pugno di fedelissimi di Armani, capitanati da Laurent Franciosi, ingegnere dei trasporti cresciuto in Italferr, che siede nel cda della russa Road investment company insieme ai colleghi Bernardo Magri e Stefano Granati, ex braccio destro di Pietro Ciucci. Il successore di Armani si troverà sul tavolo anche il dossier Sud America, dove Anas sarebbe concorrente del gruppo Gavio, ma in realtà lo è fino a un certo punto perché i due gruppi sono soci in Sitaf-Autostrada del Frejus e vanno da sempre d'amore e d'accordo. Tanto che Anas avrebbe rinunciato sua sponte ad alcuni accordi con i governi per non mettere in difficoltà gli amici di Tortona. L'ufficiale di collegamento sarebbe proprio Bernardo Magri, nominato da Armani amministratore delegato di Anas international. Il suo curriculum non è stato pubblicato sul sito internet della società pubblica e c'è da capirlo, perché ricopre cariche di vertice anche in ben quattro società dei Gavio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tavolo-del-successore-di-armani-la-grana-delle-consulenze-russe-anas-2619579420.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-dama-nera-delle-strade-patteggia" data-post-id="2619579420" data-published-at="1774144301" data-use-pagination="False"> La Dama nera delle strade patteggia Dimenticare la Dama nera al più presto, evitando scomodi processi dai quali un sistema Anas, ben più vasto di quello emerso con l'inchiesta interrotta dagli arresti di tre anni fa, avrebbe potuto mostrasi in tutta la sua pervasività. E allora ecco che Anas ha «rimesso i peccati» ad Antonella Accroglianò, rampolla di una famiglia calabrese assai potente a Roma, giusto pochi giorni prima dell'udienza decisiva, accontentandosi di 170.000 euro di risarcimento e agevolando il patteggiamento arrivato ieri con una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione, con confisca da 470.000 euro. E vissero tutti felici e silenziosi. Ieri il gup di Roma, Ezio Domizia, ha assolto l'ex sottosegretario calabrese alle Infrastrutture del governo Prodi, il centrista Giuseppe Meduri, uno dei beniamini dei giornalisti da Transatlantico perché è gentile e disponibile con tutti e soprattutto, come si dice a Roma, non si tiene un cece in bocca. Difficile davvero immaginarlo coinvolto in alcunché di criminoso. Ci sono stati invece oltre 20 rinvii a giudizio, tra cui Roberto Accroglianò, fratello della Dama nera, e l'ex deputato forzista Marco Martinelli. Prima udienza fissata per il prossimo 6 marzo. Hanno preferito il patteggiamento anche altri ex dirigenti di Anas, come Oreste De Grossi, che ha concordato una pena di 3 anni e 4 mesi, e Giovanni Parlato, mentre Antonino Ferrante è stato condannato a 3 anni e 3 mesi. Le accuse agli imputati sono, a seconda delle varie posizioni, l'associazione per delinquere, la corruzione, la turbativa d'asta, il voto di scambio, la truffa e l'abuso d'ufficio. La Dama nera ha chiesto di patteggiare e per ottenere il via libera è stato sicuramente importante che abbia definito le sue pendenze con la principale parte lesa, ovvero la stessa Anas, che si era costituita parte civile per dimostrare tutta la sua voglia di pulizia. Messa così sembra una storia natalizia in leggero anticipo, ma in Anas sono molti i dirigenti per bene a ritenere che la Dama nera sia stata bravissima a gestire la propria collaborazione con la giustizia e che sia quindi perfettamente logico che alla fine l'azienda abbia fatto marcia indietro accontentandosi di una cifra assai contenuta. Come risulta da un documento in mano alla Verità, il 17 settembre scorso l'allora presidente Gianni Vittiorio Armani si presenta in cda con un'informativa predisposta dall'avvocato Claudia Ricchetti, capo del servizio legale di Anas, che dà conto di una proposta arrivata dai legali della Dama nera. Il 20 marzo di quest'anno, il gup aveva accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell'Anas nell'ambito del procedimento penale che si era guadagnato l'apertura di svariati telegiornali, causando un danno d'immagine assai rilevante all'azienda di Stato, che ne usciva come un carrozzone dove l'unica cosa che funzionava con perfezione geometrica era l'assegnazione dei lavori stradali alle varie ditte, previo compenso (addirittura videoregistrato dalla Finanza). I consiglieri di Anas vengono debitamente informati che la signora Accroglianò ha chiesto di patteggiare, un segno di pace che non cade nel vuoto. Il documento portato in cda riepiloga quindi l'offerta arrivata dai legali della Dama nera, con l'elenco di ogni singola somma percepita indebitamente dalla dirigente in base agli 11 capi d'imputazione. A leggerla, più che il libro mastro della mazzetta stradale, sembra il conto del salumaio. La somma finale arriva a 192.032 euro, comprensiva di 19.032 euro di rimborso delle spese legali sostenute da Anas per costituirsi in giudizio. Pochi, maledetti e per sempre. Anche se, vista la confisca di ieri, tra Anas e Tribunale forse bisognerà vedere chi arriva prima.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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