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2018-11-14
Sul tavolo del successore di Armani la grana delle consulenze russe Anas
ANSA
Dal momento che l'Anas, l'ente pubblico che dovrebbe curare la manutenzione delle strade, è notoriamente una delle eccellenze italiane, a giugno del 2012 l'abbiamo «internazionalizzata», come si dice nel gergo dei grandi manager. Con Mario Monti a Palazzo Chigi e Corrado Passera alle Infrastrutture, l'allora amministratore unico Pietro Ciucci tiene a battesimo Anas international enterprise spa per portare anche all'estero «i servizi integrati di ingegneria nel settore delle infrastrutture di trasporto, tra le punte di diamante del nostro gruppo», come si legge in una brochure ufficiale. Nella quale si precisa anche che «il capitale della società è interamente detenuto da Anas». Sei anni dopo, il reticolo delle partecipazioni estere, tra soci misteriosi e contratti fantasma, è finito sul tavolo di Danilo Toninelli, il ministro controllante, e dopo le dimissioni, la scorsa settimana, di Gianni Vittorio Armani, sarà compito del suo successore capirci qualcosa e fare chiarezza. Anche perché l'Anas, già al centro di varie inchieste per tangenti, di tutto ha bisogno meno che di un comparto estero con problemi di trasparenza.
In questi sei anni di vita Anas international ha ottenuto commesse in Algeria, Libia, Qatar, Colombia, Uruguay, Argentina, Iran e Russia. Tolti i due Paesi sudamericani, tutti mercati non facili e abbastanza peculiari.
Un primo faro del ministero, in particolare, si è acceso sulla Russia. A marzo di quest'anno, poco dopo le elezioni del 4 marzo, la Simest (Cdp) rileva il 49% di Anas international enterprise Russia per 2,5 milioni di euro. L'investimento è destinato alla gestione dei lavori di costruzione e manutenzione di 228 chilometri di autostrada sulla direttrice Mosca-Novorossiysk, sul Mar Nero. Anas Russia era nata un anno prima, nell'estate del 2017, e attraverso la neonata società sarebbero passati due bonifici da 20,6 milioni di rubli (1,2 milioni di euro) sulla filiale russa di Unicredit, destinati alla società di consulenza Legalvest partners per un contratto di «consulenza finanziaria» che porta la data del 28 agosto 2017. Questi fondi sarebbero poi stati girati ulteriormente alla società locale Dti come compenso per aver agevolato l'acquisto del 51% di Road investment company, una società russa del gruppo Avtodor che si occupa di autostrade. Del resto il 22 marzo 2017, nel corso della sua visita al Cremlino da Vladimir Putin, Paolo Gentiloni aveva firmato una serie di accordi commerciali tra cui quello di Anas international proprio con Avtodor. Insomma, la strada era già stata spianata al massimo livello. Perché mai Anas ha ritenuto opportuno ricorrere ai servigi di una società sconosciuta come Legalvest partners per una consulenza finanziaria aggiuntiva? Oltre a tutto sono stati poi pagati per servizi analoghi altri due fornitori che avevano un contratto ben chiaro come Mag Solution e lo studio legale Pavia Ansaldo, liquidati da Anas Russia con due bonifici passati attraverso Intesa Sanpaolo Mosca. Onorari tra l'altro assai inferiori a quelli per Legalvest.
Lo schema utilizzato per la Russia è molto simile a quello denunciato lo scorso 13 ottobre dalla Verità, in un articolo sugli affari di Anas in Qatar, il paese del Golfo preferito dal neolobbista Matteo Renzi. Nell'Emirato, la Tecnositaf Gulf integration systems era stata costituita da Anas insieme alla sconosciuta società locale Gulf business development group e affidata a un faccendiere libanese di nome Raymond Mikhael, oggetto poi di varie interrogazioni parlamentari. L'allora presidente Armani scrisse però a questo giornale assicurando che «le imprese citate nell'articolo sono imprese consolidate nel settore e lavorano per Anas da anni e sono state aggiudicatarie di diversi appalti pubblici».
A supervisionare le operazioni estere di Anas c'è comunque un pugno di fedelissimi di Armani, capitanati da Laurent Franciosi, ingegnere dei trasporti cresciuto in Italferr, che siede nel cda della russa Road investment company insieme ai colleghi Bernardo Magri e Stefano Granati, ex braccio destro di Pietro Ciucci.
Il successore di Armani si troverà sul tavolo anche il dossier Sud America, dove Anas sarebbe concorrente del gruppo Gavio, ma in realtà lo è fino a un certo punto perché i due gruppi sono soci in Sitaf-Autostrada del Frejus e vanno da sempre d'amore e d'accordo. Tanto che Anas avrebbe rinunciato sua sponte ad alcuni accordi con i governi per non mettere in difficoltà gli amici di Tortona. L'ufficiale di collegamento sarebbe proprio Bernardo Magri, nominato da Armani amministratore delegato di Anas international. Il suo curriculum non è stato pubblicato sul sito internet della società pubblica e c'è da capirlo, perché ricopre cariche di vertice anche in ben quattro società dei Gavio.
La Dama nera delle strade patteggia
Dimenticare la Dama nera al più presto, evitando scomodi processi dai quali un sistema Anas, ben più vasto di quello emerso con l'inchiesta interrotta dagli arresti di tre anni fa, avrebbe potuto mostrasi in tutta la sua pervasività. E allora ecco che Anas ha «rimesso i peccati» ad Antonella Accroglianò, rampolla di una famiglia calabrese assai potente a Roma, giusto pochi giorni prima dell'udienza decisiva, accontentandosi di 170.000 euro di risarcimento e agevolando il patteggiamento arrivato ieri con una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione, con confisca da 470.000 euro. E vissero tutti felici e silenziosi.
Ieri il gup di Roma, Ezio Domizia, ha assolto l'ex sottosegretario calabrese alle Infrastrutture del governo Prodi, il centrista Giuseppe Meduri, uno dei beniamini dei giornalisti da Transatlantico perché è gentile e disponibile con tutti e soprattutto, come si dice a Roma, non si tiene un cece in bocca. Difficile davvero immaginarlo coinvolto in alcunché di criminoso. Ci sono stati invece oltre 20 rinvii a giudizio, tra cui Roberto Accroglianò, fratello della Dama nera, e l'ex deputato forzista Marco Martinelli. Prima udienza fissata per il prossimo 6 marzo. Hanno preferito il patteggiamento anche altri ex dirigenti di Anas, come Oreste De Grossi, che ha concordato una pena di 3 anni e 4 mesi, e Giovanni Parlato, mentre Antonino Ferrante è stato condannato a 3 anni e 3 mesi.
Le accuse agli imputati sono, a seconda delle varie posizioni, l'associazione per delinquere, la corruzione, la turbativa d'asta, il voto di scambio, la truffa e l'abuso d'ufficio. La Dama nera ha chiesto di patteggiare e per ottenere il via libera è stato sicuramente importante che abbia definito le sue pendenze con la principale parte lesa, ovvero la stessa Anas, che si era costituita parte civile per dimostrare tutta la sua voglia di pulizia. Messa così sembra una storia natalizia in leggero anticipo, ma in Anas sono molti i dirigenti per bene a ritenere che la Dama nera sia stata bravissima a gestire la propria collaborazione con la giustizia e che sia quindi perfettamente logico che alla fine l'azienda abbia fatto marcia indietro accontentandosi di una cifra assai contenuta.
Come risulta da un documento in mano alla Verità, il 17 settembre scorso l'allora presidente Gianni Vittiorio Armani si presenta in cda con un'informativa predisposta dall'avvocato Claudia Ricchetti, capo del servizio legale di Anas, che dà conto di una proposta arrivata dai legali della Dama nera. Il 20 marzo di quest'anno, il gup aveva accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell'Anas nell'ambito del procedimento penale che si era guadagnato l'apertura di svariati telegiornali, causando un danno d'immagine assai rilevante all'azienda di Stato, che ne usciva come un carrozzone dove l'unica cosa che funzionava con perfezione geometrica era l'assegnazione dei lavori stradali alle varie ditte, previo compenso (addirittura videoregistrato dalla Finanza). I consiglieri di Anas vengono debitamente informati che la signora Accroglianò ha chiesto di patteggiare, un segno di pace che non cade nel vuoto. Il documento portato in cda riepiloga quindi l'offerta arrivata dai legali della Dama nera, con l'elenco di ogni singola somma percepita indebitamente dalla dirigente in base agli 11 capi d'imputazione. A leggerla, più che il libro mastro della mazzetta stradale, sembra il conto del salumaio. La somma finale arriva a 192.032 euro, comprensiva di 19.032 euro di rimborso delle spese legali sostenute da Anas per costituirsi in giudizio. Pochi, maledetti e per sempre. Anche se, vista la confisca di ieri, tra Anas e Tribunale forse bisognerà vedere chi arriva prima.
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Il comparto International dell'impresa in sei anni ha ottenuto commesse in mercati difficili e particolari. Sollevano dubbi due bonifici da oltre 20 milioni di rubli a una sconosciuta società poi girati a un altro gruppo.La Dama nera delle strade patteggia. L'Anas grazia l'ex dirigente: si accontenta di 170.000 euro di risarcimento. Lei si accorda per una condanna a 4 anni e 4 mesi (e 470.000 euro). Assolto l'ex sottosegretario Giuseppe Meduri. Lo speciale contiene due articoli.Dal momento che l'Anas, l'ente pubblico che dovrebbe curare la manutenzione delle strade, è notoriamente una delle eccellenze italiane, a giugno del 2012 l'abbiamo «internazionalizzata», come si dice nel gergo dei grandi manager. Con Mario Monti a Palazzo Chigi e Corrado Passera alle Infrastrutture, l'allora amministratore unico Pietro Ciucci tiene a battesimo Anas international enterprise spa per portare anche all'estero «i servizi integrati di ingegneria nel settore delle infrastrutture di trasporto, tra le punte di diamante del nostro gruppo», come si legge in una brochure ufficiale. Nella quale si precisa anche che «il capitale della società è interamente detenuto da Anas». Sei anni dopo, il reticolo delle partecipazioni estere, tra soci misteriosi e contratti fantasma, è finito sul tavolo di Danilo Toninelli, il ministro controllante, e dopo le dimissioni, la scorsa settimana, di Gianni Vittorio Armani, sarà compito del suo successore capirci qualcosa e fare chiarezza. Anche perché l'Anas, già al centro di varie inchieste per tangenti, di tutto ha bisogno meno che di un comparto estero con problemi di trasparenza. In questi sei anni di vita Anas international ha ottenuto commesse in Algeria, Libia, Qatar, Colombia, Uruguay, Argentina, Iran e Russia. Tolti i due Paesi sudamericani, tutti mercati non facili e abbastanza peculiari. Un primo faro del ministero, in particolare, si è acceso sulla Russia. A marzo di quest'anno, poco dopo le elezioni del 4 marzo, la Simest (Cdp) rileva il 49% di Anas international enterprise Russia per 2,5 milioni di euro. L'investimento è destinato alla gestione dei lavori di costruzione e manutenzione di 228 chilometri di autostrada sulla direttrice Mosca-Novorossiysk, sul Mar Nero. Anas Russia era nata un anno prima, nell'estate del 2017, e attraverso la neonata società sarebbero passati due bonifici da 20,6 milioni di rubli (1,2 milioni di euro) sulla filiale russa di Unicredit, destinati alla società di consulenza Legalvest partners per un contratto di «consulenza finanziaria» che porta la data del 28 agosto 2017. Questi fondi sarebbero poi stati girati ulteriormente alla società locale Dti come compenso per aver agevolato l'acquisto del 51% di Road investment company, una società russa del gruppo Avtodor che si occupa di autostrade. Del resto il 22 marzo 2017, nel corso della sua visita al Cremlino da Vladimir Putin, Paolo Gentiloni aveva firmato una serie di accordi commerciali tra cui quello di Anas international proprio con Avtodor. Insomma, la strada era già stata spianata al massimo livello. Perché mai Anas ha ritenuto opportuno ricorrere ai servigi di una società sconosciuta come Legalvest partners per una consulenza finanziaria aggiuntiva? Oltre a tutto sono stati poi pagati per servizi analoghi altri due fornitori che avevano un contratto ben chiaro come Mag Solution e lo studio legale Pavia Ansaldo, liquidati da Anas Russia con due bonifici passati attraverso Intesa Sanpaolo Mosca. Onorari tra l'altro assai inferiori a quelli per Legalvest. Lo schema utilizzato per la Russia è molto simile a quello denunciato lo scorso 13 ottobre dalla Verità, in un articolo sugli affari di Anas in Qatar, il paese del Golfo preferito dal neolobbista Matteo Renzi. Nell'Emirato, la Tecnositaf Gulf integration systems era stata costituita da Anas insieme alla sconosciuta società locale Gulf business development group e affidata a un faccendiere libanese di nome Raymond Mikhael, oggetto poi di varie interrogazioni parlamentari. L'allora presidente Armani scrisse però a questo giornale assicurando che «le imprese citate nell'articolo sono imprese consolidate nel settore e lavorano per Anas da anni e sono state aggiudicatarie di diversi appalti pubblici». A supervisionare le operazioni estere di Anas c'è comunque un pugno di fedelissimi di Armani, capitanati da Laurent Franciosi, ingegnere dei trasporti cresciuto in Italferr, che siede nel cda della russa Road investment company insieme ai colleghi Bernardo Magri e Stefano Granati, ex braccio destro di Pietro Ciucci. Il successore di Armani si troverà sul tavolo anche il dossier Sud America, dove Anas sarebbe concorrente del gruppo Gavio, ma in realtà lo è fino a un certo punto perché i due gruppi sono soci in Sitaf-Autostrada del Frejus e vanno da sempre d'amore e d'accordo. Tanto che Anas avrebbe rinunciato sua sponte ad alcuni accordi con i governi per non mettere in difficoltà gli amici di Tortona. L'ufficiale di collegamento sarebbe proprio Bernardo Magri, nominato da Armani amministratore delegato di Anas international. Il suo curriculum non è stato pubblicato sul sito internet della società pubblica e c'è da capirlo, perché ricopre cariche di vertice anche in ben quattro società dei Gavio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tavolo-del-successore-di-armani-la-grana-delle-consulenze-russe-anas-2619579420.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-dama-nera-delle-strade-patteggia" data-post-id="2619579420" data-published-at="1767841595" data-use-pagination="False"> La Dama nera delle strade patteggia Dimenticare la Dama nera al più presto, evitando scomodi processi dai quali un sistema Anas, ben più vasto di quello emerso con l'inchiesta interrotta dagli arresti di tre anni fa, avrebbe potuto mostrasi in tutta la sua pervasività. E allora ecco che Anas ha «rimesso i peccati» ad Antonella Accroglianò, rampolla di una famiglia calabrese assai potente a Roma, giusto pochi giorni prima dell'udienza decisiva, accontentandosi di 170.000 euro di risarcimento e agevolando il patteggiamento arrivato ieri con una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione, con confisca da 470.000 euro. E vissero tutti felici e silenziosi. Ieri il gup di Roma, Ezio Domizia, ha assolto l'ex sottosegretario calabrese alle Infrastrutture del governo Prodi, il centrista Giuseppe Meduri, uno dei beniamini dei giornalisti da Transatlantico perché è gentile e disponibile con tutti e soprattutto, come si dice a Roma, non si tiene un cece in bocca. Difficile davvero immaginarlo coinvolto in alcunché di criminoso. Ci sono stati invece oltre 20 rinvii a giudizio, tra cui Roberto Accroglianò, fratello della Dama nera, e l'ex deputato forzista Marco Martinelli. Prima udienza fissata per il prossimo 6 marzo. Hanno preferito il patteggiamento anche altri ex dirigenti di Anas, come Oreste De Grossi, che ha concordato una pena di 3 anni e 4 mesi, e Giovanni Parlato, mentre Antonino Ferrante è stato condannato a 3 anni e 3 mesi. Le accuse agli imputati sono, a seconda delle varie posizioni, l'associazione per delinquere, la corruzione, la turbativa d'asta, il voto di scambio, la truffa e l'abuso d'ufficio. La Dama nera ha chiesto di patteggiare e per ottenere il via libera è stato sicuramente importante che abbia definito le sue pendenze con la principale parte lesa, ovvero la stessa Anas, che si era costituita parte civile per dimostrare tutta la sua voglia di pulizia. Messa così sembra una storia natalizia in leggero anticipo, ma in Anas sono molti i dirigenti per bene a ritenere che la Dama nera sia stata bravissima a gestire la propria collaborazione con la giustizia e che sia quindi perfettamente logico che alla fine l'azienda abbia fatto marcia indietro accontentandosi di una cifra assai contenuta. Come risulta da un documento in mano alla Verità, il 17 settembre scorso l'allora presidente Gianni Vittiorio Armani si presenta in cda con un'informativa predisposta dall'avvocato Claudia Ricchetti, capo del servizio legale di Anas, che dà conto di una proposta arrivata dai legali della Dama nera. Il 20 marzo di quest'anno, il gup aveva accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell'Anas nell'ambito del procedimento penale che si era guadagnato l'apertura di svariati telegiornali, causando un danno d'immagine assai rilevante all'azienda di Stato, che ne usciva come un carrozzone dove l'unica cosa che funzionava con perfezione geometrica era l'assegnazione dei lavori stradali alle varie ditte, previo compenso (addirittura videoregistrato dalla Finanza). I consiglieri di Anas vengono debitamente informati che la signora Accroglianò ha chiesto di patteggiare, un segno di pace che non cade nel vuoto. Il documento portato in cda riepiloga quindi l'offerta arrivata dai legali della Dama nera, con l'elenco di ogni singola somma percepita indebitamente dalla dirigente in base agli 11 capi d'imputazione. A leggerla, più che il libro mastro della mazzetta stradale, sembra il conto del salumaio. La somma finale arriva a 192.032 euro, comprensiva di 19.032 euro di rimborso delle spese legali sostenute da Anas per costituirsi in giudizio. Pochi, maledetti e per sempre. Anche se, vista la confisca di ieri, tra Anas e Tribunale forse bisognerà vedere chi arriva prima.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.