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2018-11-14
Sul tavolo del successore di Armani la grana delle consulenze russe Anas
ANSA
Dal momento che l'Anas, l'ente pubblico che dovrebbe curare la manutenzione delle strade, è notoriamente una delle eccellenze italiane, a giugno del 2012 l'abbiamo «internazionalizzata», come si dice nel gergo dei grandi manager. Con Mario Monti a Palazzo Chigi e Corrado Passera alle Infrastrutture, l'allora amministratore unico Pietro Ciucci tiene a battesimo Anas international enterprise spa per portare anche all'estero «i servizi integrati di ingegneria nel settore delle infrastrutture di trasporto, tra le punte di diamante del nostro gruppo», come si legge in una brochure ufficiale. Nella quale si precisa anche che «il capitale della società è interamente detenuto da Anas». Sei anni dopo, il reticolo delle partecipazioni estere, tra soci misteriosi e contratti fantasma, è finito sul tavolo di Danilo Toninelli, il ministro controllante, e dopo le dimissioni, la scorsa settimana, di Gianni Vittorio Armani, sarà compito del suo successore capirci qualcosa e fare chiarezza. Anche perché l'Anas, già al centro di varie inchieste per tangenti, di tutto ha bisogno meno che di un comparto estero con problemi di trasparenza.
In questi sei anni di vita Anas international ha ottenuto commesse in Algeria, Libia, Qatar, Colombia, Uruguay, Argentina, Iran e Russia. Tolti i due Paesi sudamericani, tutti mercati non facili e abbastanza peculiari.
Un primo faro del ministero, in particolare, si è acceso sulla Russia. A marzo di quest'anno, poco dopo le elezioni del 4 marzo, la Simest (Cdp) rileva il 49% di Anas international enterprise Russia per 2,5 milioni di euro. L'investimento è destinato alla gestione dei lavori di costruzione e manutenzione di 228 chilometri di autostrada sulla direttrice Mosca-Novorossiysk, sul Mar Nero. Anas Russia era nata un anno prima, nell'estate del 2017, e attraverso la neonata società sarebbero passati due bonifici da 20,6 milioni di rubli (1,2 milioni di euro) sulla filiale russa di Unicredit, destinati alla società di consulenza Legalvest partners per un contratto di «consulenza finanziaria» che porta la data del 28 agosto 2017. Questi fondi sarebbero poi stati girati ulteriormente alla società locale Dti come compenso per aver agevolato l'acquisto del 51% di Road investment company, una società russa del gruppo Avtodor che si occupa di autostrade. Del resto il 22 marzo 2017, nel corso della sua visita al Cremlino da Vladimir Putin, Paolo Gentiloni aveva firmato una serie di accordi commerciali tra cui quello di Anas international proprio con Avtodor. Insomma, la strada era già stata spianata al massimo livello. Perché mai Anas ha ritenuto opportuno ricorrere ai servigi di una società sconosciuta come Legalvest partners per una consulenza finanziaria aggiuntiva? Oltre a tutto sono stati poi pagati per servizi analoghi altri due fornitori che avevano un contratto ben chiaro come Mag Solution e lo studio legale Pavia Ansaldo, liquidati da Anas Russia con due bonifici passati attraverso Intesa Sanpaolo Mosca. Onorari tra l'altro assai inferiori a quelli per Legalvest.
Lo schema utilizzato per la Russia è molto simile a quello denunciato lo scorso 13 ottobre dalla Verità, in un articolo sugli affari di Anas in Qatar, il paese del Golfo preferito dal neolobbista Matteo Renzi. Nell'Emirato, la Tecnositaf Gulf integration systems era stata costituita da Anas insieme alla sconosciuta società locale Gulf business development group e affidata a un faccendiere libanese di nome Raymond Mikhael, oggetto poi di varie interrogazioni parlamentari. L'allora presidente Armani scrisse però a questo giornale assicurando che «le imprese citate nell'articolo sono imprese consolidate nel settore e lavorano per Anas da anni e sono state aggiudicatarie di diversi appalti pubblici».
A supervisionare le operazioni estere di Anas c'è comunque un pugno di fedelissimi di Armani, capitanati da Laurent Franciosi, ingegnere dei trasporti cresciuto in Italferr, che siede nel cda della russa Road investment company insieme ai colleghi Bernardo Magri e Stefano Granati, ex braccio destro di Pietro Ciucci.
Il successore di Armani si troverà sul tavolo anche il dossier Sud America, dove Anas sarebbe concorrente del gruppo Gavio, ma in realtà lo è fino a un certo punto perché i due gruppi sono soci in Sitaf-Autostrada del Frejus e vanno da sempre d'amore e d'accordo. Tanto che Anas avrebbe rinunciato sua sponte ad alcuni accordi con i governi per non mettere in difficoltà gli amici di Tortona. L'ufficiale di collegamento sarebbe proprio Bernardo Magri, nominato da Armani amministratore delegato di Anas international. Il suo curriculum non è stato pubblicato sul sito internet della società pubblica e c'è da capirlo, perché ricopre cariche di vertice anche in ben quattro società dei Gavio.
La Dama nera delle strade patteggia
Dimenticare la Dama nera al più presto, evitando scomodi processi dai quali un sistema Anas, ben più vasto di quello emerso con l'inchiesta interrotta dagli arresti di tre anni fa, avrebbe potuto mostrasi in tutta la sua pervasività. E allora ecco che Anas ha «rimesso i peccati» ad Antonella Accroglianò, rampolla di una famiglia calabrese assai potente a Roma, giusto pochi giorni prima dell'udienza decisiva, accontentandosi di 170.000 euro di risarcimento e agevolando il patteggiamento arrivato ieri con una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione, con confisca da 470.000 euro. E vissero tutti felici e silenziosi.
Ieri il gup di Roma, Ezio Domizia, ha assolto l'ex sottosegretario calabrese alle Infrastrutture del governo Prodi, il centrista Giuseppe Meduri, uno dei beniamini dei giornalisti da Transatlantico perché è gentile e disponibile con tutti e soprattutto, come si dice a Roma, non si tiene un cece in bocca. Difficile davvero immaginarlo coinvolto in alcunché di criminoso. Ci sono stati invece oltre 20 rinvii a giudizio, tra cui Roberto Accroglianò, fratello della Dama nera, e l'ex deputato forzista Marco Martinelli. Prima udienza fissata per il prossimo 6 marzo. Hanno preferito il patteggiamento anche altri ex dirigenti di Anas, come Oreste De Grossi, che ha concordato una pena di 3 anni e 4 mesi, e Giovanni Parlato, mentre Antonino Ferrante è stato condannato a 3 anni e 3 mesi.
Le accuse agli imputati sono, a seconda delle varie posizioni, l'associazione per delinquere, la corruzione, la turbativa d'asta, il voto di scambio, la truffa e l'abuso d'ufficio. La Dama nera ha chiesto di patteggiare e per ottenere il via libera è stato sicuramente importante che abbia definito le sue pendenze con la principale parte lesa, ovvero la stessa Anas, che si era costituita parte civile per dimostrare tutta la sua voglia di pulizia. Messa così sembra una storia natalizia in leggero anticipo, ma in Anas sono molti i dirigenti per bene a ritenere che la Dama nera sia stata bravissima a gestire la propria collaborazione con la giustizia e che sia quindi perfettamente logico che alla fine l'azienda abbia fatto marcia indietro accontentandosi di una cifra assai contenuta.
Come risulta da un documento in mano alla Verità, il 17 settembre scorso l'allora presidente Gianni Vittiorio Armani si presenta in cda con un'informativa predisposta dall'avvocato Claudia Ricchetti, capo del servizio legale di Anas, che dà conto di una proposta arrivata dai legali della Dama nera. Il 20 marzo di quest'anno, il gup aveva accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell'Anas nell'ambito del procedimento penale che si era guadagnato l'apertura di svariati telegiornali, causando un danno d'immagine assai rilevante all'azienda di Stato, che ne usciva come un carrozzone dove l'unica cosa che funzionava con perfezione geometrica era l'assegnazione dei lavori stradali alle varie ditte, previo compenso (addirittura videoregistrato dalla Finanza). I consiglieri di Anas vengono debitamente informati che la signora Accroglianò ha chiesto di patteggiare, un segno di pace che non cade nel vuoto. Il documento portato in cda riepiloga quindi l'offerta arrivata dai legali della Dama nera, con l'elenco di ogni singola somma percepita indebitamente dalla dirigente in base agli 11 capi d'imputazione. A leggerla, più che il libro mastro della mazzetta stradale, sembra il conto del salumaio. La somma finale arriva a 192.032 euro, comprensiva di 19.032 euro di rimborso delle spese legali sostenute da Anas per costituirsi in giudizio. Pochi, maledetti e per sempre. Anche se, vista la confisca di ieri, tra Anas e Tribunale forse bisognerà vedere chi arriva prima.
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Il comparto International dell'impresa in sei anni ha ottenuto commesse in mercati difficili e particolari. Sollevano dubbi due bonifici da oltre 20 milioni di rubli a una sconosciuta società poi girati a un altro gruppo.La Dama nera delle strade patteggia. L'Anas grazia l'ex dirigente: si accontenta di 170.000 euro di risarcimento. Lei si accorda per una condanna a 4 anni e 4 mesi (e 470.000 euro). Assolto l'ex sottosegretario Giuseppe Meduri. Lo speciale contiene due articoli.Dal momento che l'Anas, l'ente pubblico che dovrebbe curare la manutenzione delle strade, è notoriamente una delle eccellenze italiane, a giugno del 2012 l'abbiamo «internazionalizzata», come si dice nel gergo dei grandi manager. Con Mario Monti a Palazzo Chigi e Corrado Passera alle Infrastrutture, l'allora amministratore unico Pietro Ciucci tiene a battesimo Anas international enterprise spa per portare anche all'estero «i servizi integrati di ingegneria nel settore delle infrastrutture di trasporto, tra le punte di diamante del nostro gruppo», come si legge in una brochure ufficiale. Nella quale si precisa anche che «il capitale della società è interamente detenuto da Anas». Sei anni dopo, il reticolo delle partecipazioni estere, tra soci misteriosi e contratti fantasma, è finito sul tavolo di Danilo Toninelli, il ministro controllante, e dopo le dimissioni, la scorsa settimana, di Gianni Vittorio Armani, sarà compito del suo successore capirci qualcosa e fare chiarezza. Anche perché l'Anas, già al centro di varie inchieste per tangenti, di tutto ha bisogno meno che di un comparto estero con problemi di trasparenza. In questi sei anni di vita Anas international ha ottenuto commesse in Algeria, Libia, Qatar, Colombia, Uruguay, Argentina, Iran e Russia. Tolti i due Paesi sudamericani, tutti mercati non facili e abbastanza peculiari. Un primo faro del ministero, in particolare, si è acceso sulla Russia. A marzo di quest'anno, poco dopo le elezioni del 4 marzo, la Simest (Cdp) rileva il 49% di Anas international enterprise Russia per 2,5 milioni di euro. L'investimento è destinato alla gestione dei lavori di costruzione e manutenzione di 228 chilometri di autostrada sulla direttrice Mosca-Novorossiysk, sul Mar Nero. Anas Russia era nata un anno prima, nell'estate del 2017, e attraverso la neonata società sarebbero passati due bonifici da 20,6 milioni di rubli (1,2 milioni di euro) sulla filiale russa di Unicredit, destinati alla società di consulenza Legalvest partners per un contratto di «consulenza finanziaria» che porta la data del 28 agosto 2017. Questi fondi sarebbero poi stati girati ulteriormente alla società locale Dti come compenso per aver agevolato l'acquisto del 51% di Road investment company, una società russa del gruppo Avtodor che si occupa di autostrade. Del resto il 22 marzo 2017, nel corso della sua visita al Cremlino da Vladimir Putin, Paolo Gentiloni aveva firmato una serie di accordi commerciali tra cui quello di Anas international proprio con Avtodor. Insomma, la strada era già stata spianata al massimo livello. Perché mai Anas ha ritenuto opportuno ricorrere ai servigi di una società sconosciuta come Legalvest partners per una consulenza finanziaria aggiuntiva? Oltre a tutto sono stati poi pagati per servizi analoghi altri due fornitori che avevano un contratto ben chiaro come Mag Solution e lo studio legale Pavia Ansaldo, liquidati da Anas Russia con due bonifici passati attraverso Intesa Sanpaolo Mosca. Onorari tra l'altro assai inferiori a quelli per Legalvest. Lo schema utilizzato per la Russia è molto simile a quello denunciato lo scorso 13 ottobre dalla Verità, in un articolo sugli affari di Anas in Qatar, il paese del Golfo preferito dal neolobbista Matteo Renzi. Nell'Emirato, la Tecnositaf Gulf integration systems era stata costituita da Anas insieme alla sconosciuta società locale Gulf business development group e affidata a un faccendiere libanese di nome Raymond Mikhael, oggetto poi di varie interrogazioni parlamentari. L'allora presidente Armani scrisse però a questo giornale assicurando che «le imprese citate nell'articolo sono imprese consolidate nel settore e lavorano per Anas da anni e sono state aggiudicatarie di diversi appalti pubblici». A supervisionare le operazioni estere di Anas c'è comunque un pugno di fedelissimi di Armani, capitanati da Laurent Franciosi, ingegnere dei trasporti cresciuto in Italferr, che siede nel cda della russa Road investment company insieme ai colleghi Bernardo Magri e Stefano Granati, ex braccio destro di Pietro Ciucci. Il successore di Armani si troverà sul tavolo anche il dossier Sud America, dove Anas sarebbe concorrente del gruppo Gavio, ma in realtà lo è fino a un certo punto perché i due gruppi sono soci in Sitaf-Autostrada del Frejus e vanno da sempre d'amore e d'accordo. Tanto che Anas avrebbe rinunciato sua sponte ad alcuni accordi con i governi per non mettere in difficoltà gli amici di Tortona. L'ufficiale di collegamento sarebbe proprio Bernardo Magri, nominato da Armani amministratore delegato di Anas international. Il suo curriculum non è stato pubblicato sul sito internet della società pubblica e c'è da capirlo, perché ricopre cariche di vertice anche in ben quattro società dei Gavio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tavolo-del-successore-di-armani-la-grana-delle-consulenze-russe-anas-2619579420.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-dama-nera-delle-strade-patteggia" data-post-id="2619579420" data-published-at="1777639506" data-use-pagination="False"> La Dama nera delle strade patteggia Dimenticare la Dama nera al più presto, evitando scomodi processi dai quali un sistema Anas, ben più vasto di quello emerso con l'inchiesta interrotta dagli arresti di tre anni fa, avrebbe potuto mostrasi in tutta la sua pervasività. E allora ecco che Anas ha «rimesso i peccati» ad Antonella Accroglianò, rampolla di una famiglia calabrese assai potente a Roma, giusto pochi giorni prima dell'udienza decisiva, accontentandosi di 170.000 euro di risarcimento e agevolando il patteggiamento arrivato ieri con una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione, con confisca da 470.000 euro. E vissero tutti felici e silenziosi. Ieri il gup di Roma, Ezio Domizia, ha assolto l'ex sottosegretario calabrese alle Infrastrutture del governo Prodi, il centrista Giuseppe Meduri, uno dei beniamini dei giornalisti da Transatlantico perché è gentile e disponibile con tutti e soprattutto, come si dice a Roma, non si tiene un cece in bocca. Difficile davvero immaginarlo coinvolto in alcunché di criminoso. Ci sono stati invece oltre 20 rinvii a giudizio, tra cui Roberto Accroglianò, fratello della Dama nera, e l'ex deputato forzista Marco Martinelli. Prima udienza fissata per il prossimo 6 marzo. Hanno preferito il patteggiamento anche altri ex dirigenti di Anas, come Oreste De Grossi, che ha concordato una pena di 3 anni e 4 mesi, e Giovanni Parlato, mentre Antonino Ferrante è stato condannato a 3 anni e 3 mesi. Le accuse agli imputati sono, a seconda delle varie posizioni, l'associazione per delinquere, la corruzione, la turbativa d'asta, il voto di scambio, la truffa e l'abuso d'ufficio. La Dama nera ha chiesto di patteggiare e per ottenere il via libera è stato sicuramente importante che abbia definito le sue pendenze con la principale parte lesa, ovvero la stessa Anas, che si era costituita parte civile per dimostrare tutta la sua voglia di pulizia. Messa così sembra una storia natalizia in leggero anticipo, ma in Anas sono molti i dirigenti per bene a ritenere che la Dama nera sia stata bravissima a gestire la propria collaborazione con la giustizia e che sia quindi perfettamente logico che alla fine l'azienda abbia fatto marcia indietro accontentandosi di una cifra assai contenuta. Come risulta da un documento in mano alla Verità, il 17 settembre scorso l'allora presidente Gianni Vittiorio Armani si presenta in cda con un'informativa predisposta dall'avvocato Claudia Ricchetti, capo del servizio legale di Anas, che dà conto di una proposta arrivata dai legali della Dama nera. Il 20 marzo di quest'anno, il gup aveva accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell'Anas nell'ambito del procedimento penale che si era guadagnato l'apertura di svariati telegiornali, causando un danno d'immagine assai rilevante all'azienda di Stato, che ne usciva come un carrozzone dove l'unica cosa che funzionava con perfezione geometrica era l'assegnazione dei lavori stradali alle varie ditte, previo compenso (addirittura videoregistrato dalla Finanza). I consiglieri di Anas vengono debitamente informati che la signora Accroglianò ha chiesto di patteggiare, un segno di pace che non cade nel vuoto. Il documento portato in cda riepiloga quindi l'offerta arrivata dai legali della Dama nera, con l'elenco di ogni singola somma percepita indebitamente dalla dirigente in base agli 11 capi d'imputazione. A leggerla, più che il libro mastro della mazzetta stradale, sembra il conto del salumaio. La somma finale arriva a 192.032 euro, comprensiva di 19.032 euro di rimborso delle spese legali sostenute da Anas per costituirsi in giudizio. Pochi, maledetti e per sempre. Anche se, vista la confisca di ieri, tra Anas e Tribunale forse bisognerà vedere chi arriva prima.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
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Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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