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2020-12-15
Speranza con le spalle al muro. Ha mentito sul piano pandemico
Roberto Speranza (Ansa)
Ormai siamo nell'ambito della psicanalisi. Alla fase della negazione sono seguite in rapida successione la fase della rabbia e quella della contrattazione. Tradotto in pratica lo schema freudiano, significa che il governo prima ha negato con decisione che l'Italia fosse priva di un piano pandemico (strumento fondamentale per affrontare il flagello Covid) aggiornato ed efficiente. Poi, a distanza di qualche settimana, sono cominciate le liti e le risse, e infine è arrivato lo scaricabile, cioè il tentativo dei vari tecnici e politici di farla franca gettando le responsabilità addosso ad altri. Al centro di questo turbinio c'è, ovviamente, il ministro della Salute, Roberto Speranza, che è stato sbugiardato e infilzato a ripetizione dai suoi stessi alleati, accumulando l'ennesimo carico di figuracce.
Vediamo, passo per passo, di mettere ordine. Il 10 dicembre, Speranza si è presentato a Porta a porta per discutere della gestione della pandemia. Incalzato da Bruno Vespa, ha dovuto parlare anche del famigerato piano pandemico italiano. Quali siano i termini della questione è ormai noto. L'Italia ha prodotto un piano di contrasto alle pandemie nel 2006, e da allora non lo ha mai più aggiornato, anche se avrebbe dovuto farlo al massimo nel 2013. I vertici della sanità, nel 2017, si sono limitati a copiarlo e incollarlo così com'era su una nuova pagina Web. Risultato: siamo arrivati al 2020 senza uno scudo di protezione che ci avrebbe consentito - così dicono gli esperti - di evitare almeno 10.000 morti. Che il piano fosse obsoleto lo ha notato anche un report dell'Oms curato dal ricercatore Francesco Zambon. Peccato che quel report sia stato pubblicato e immediatamente ritirato, forse perché troppo imbarazzante per il governo. A Porta a porta, il ministro Speranza ha liquidato tutta la faccenda con un sorrisetto. In estrema sintesi, la versione che ha fornito è la seguente: il piano pandemico era «antinfluenzale», non anti covid, quindi il problema non si pone; nessuno ha chiesto di censurare il report dell'Oms perché non diceva nulla di imbarazzante; l'Oms è un'istituzione meritevole di fiducia.
Nel giro di pochi giorni, Speranza è stato smentito su tutti i fronti. Non solo dai giornali di mezza Europa, ma pure dai suoi collaboratori, colleghi e sottoposti. Domenica sera, a Non è l'Arena, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha messo qualche puntino sulle i. Per prima cosa ha spiegato che «piano pandemico e piano influenzale sono la stessa cosa», sbugiardando Speranza. Poi ha attaccato: «Esigo una risposta su questo maledetto piano pandemico, c'era, non c'era, è vecchio è nuovo? È stato o non è stato aggiornato e soprattutto chi lo ha fatto? È facile: lì c'è una direzione generale, tre direttori generali che si sono avvicendati, ci sono dei dirigenti […]. È ora di cambiare questo pressapochismo. Io pretendo delle risposte e sono sicuro che anche il ministro Speranza pretende delle risposte». Giusto per non farsi mancare nulla, Sileri ha chiesto la testa del segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco: «Avendo visto i verbali in cui lui è sempre assente credo che la cosa migliore è che lui si dimetta».
Dunque qui abbiamo un viceministro che ha sbriciolato in pochi minuti tutte le tesi sostenute in diretta televisiva dal suo capo, cioè Speranza. Il quale viene smentito anche da Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell'Oms più volte accusato di essere il mandante della censura sul report prodotto da Zambon.
Guerra, dopo aver sostenuto che il piano pandemico del 2006 fosse stato aggiornato nel 2016, domenica ha cambiato versione. Ha ammesso, in sostanza, che l'Italia non ha mai aggiornato il documento anche se avrebbe dovuto farlo già 2013. Ha detto di non aver avuto il tempo di cambiarlo fra il 2014 e il 2017, quando era a capo della Prevenzione del ministero della Salute. E ha aggiunto di aver allertato sul tema, nel 2017, l'allora ministro Beatrice Lorenzin. È l'ennesima sberla a Speranza: Guerra fa capire che al ministero sapevano da anni di non essere pronti a un'eventuale pandemia, cosa che il ministro ha sempre negato.
Infine, l'ultimo punto. Speranza continua a difendere l'Oms, la quale ieri ha cercato di fargli un favore, negando in un comunicato che il ministero abbia brigato per censurare il report «imbarazzante» di Zambon. Mentre il caro Roberto prende le parti dell'istituzione sanitaria, però, ecco piovere dal cielo Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, tramite la rappresentanza italiana delle Nazioni Unite, l'11 dicembre ha inviato una lettera all'Oms, chiedendole di «permettere a funzionari ed esperti di acconsentire alla richiesta del procuratore di Bergamo di essere sentiti come persona informate sui fatti». L'Oms, come sappiamo, si è trincerata dietro l'immunità diplomatica e non ha finora consentito a Zambon e ai suoi colleghi di parlare con gli investigatori bergamaschi, i quali stanno cercando di stabilire se ci sia stata da parte delle autorità italiane una cattiva gestione della pandemia.
Insomma, qui ognuno ha una posizione differente. Solo su un punto tutti concordano: Speranza ha detto balle.
Tutte le contraddizioni dell’Oms sul report «anti Italia» censurato
Che una testa dovesse cadere era evidente. E che potesse essere quella di Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, era quasi scontato. Secondo un'autorevole fonte citata ieri dall'agenzia di stampa Lapresse, l'Oms si appresterebbe a togliere le deleghe all'attuale numero 2 dell'istituzione in Europa.
Guerra, è cosa nota, da settimane è al centro del pandemonio mediatico relativo al famigerato report sulla gestione italiana della pandemia, intitolato An unprecedented challenge; Italy's first response to Covid-19. La relazione, curata da Francesco Zambon, è stata pubblicata dall'Oms e subito ritirata. Zambon ha denunciato di aver subito pesanti pressioni da Guerra, forse allo scopo di proteggere il governo italiano da analisi potenzialmente molto imbarazzanti.
La sensazione, tuttavia, è che Guerra - al netto delle sue responsabilità - sia diventato una sorta di capro espiatorio. In altre parole: fanno fuori lui per non toccare chi sta sopra, cioè il ministro Roberto Speranza e i suoi predecessori.
A confermare questa sensazione è il comunicato stampa licenziato ieri dall'Organizzazione mondiale della sanità, che di fatto è un grosso favore al governo italiano. Ieri l'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms ha fatto sapere che «in nessun momento il governo italiano ha chiesto all'Organizzazione mondiale della sanità di rimuovere il documento» curato da Zambon.
Non solo. L'Oms Europa ha specificato che il report è stato ritirato perché contenente «inesattezze». La versione ufficiale è che la relazione sulla gestione italiana della pandemia sia stata tolta dalla Rete «con l'intento di correggere gli errori e ripubblicarla. Quando sono state apportate le correzioni però, l'Oms aveva stabilito un nuovo meccanismo globale (chiamato Revisione intra-action) come strumento standard per valutare le risposte dei Paesi e condividere le lezioni apprese. Il documento originale quindi non è mai stato ripubblicato». L'Oms, tuttavia, si dice disponibile a «condividere il documento ritirato, su richiesta».
A sentire l'istituzione sanitaria, dunque, tutto il putiferio sarebbe scoppiato per una ragione banalissima, ovvero a causa di alcune inesattezze contenute nel rapporto di Zambon e colleghi. Può anche darsi che sia vero, ma qualcosa non torna. Come ha fatto sapere alla Verità l'avvocato di Zambon, i ricercatori si sono da subito mostrati disponibili a correggere tutte le eventuali «inesattezze». E resta che il report era già stato valutato e approvato dalla catena di controllo interna dell'Oms. Possibile che si siano accorti degli svarioni proprio un attimo dopo aver pubblicato il testo?
C'è poi un altro punto. Se davvero la questione è così banale, per quale motivo l'Oms ancora non ha consentito a Zambon e soci di presentarsi in Procura a Bergamo per fornire la propria versione dei fatti sul ritiro del report? I ricercatori si sono detti disponibili a rinunciare all'immunità diplomatica e a parlare. Sulla questione si è mosso addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Quest'ultimo - tramite la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite - ha scritto all'Oms chiedendo che lasci gli studiosi liberi di incontrare gli investigatori bergamaschi. La lettera è stata inviata l'11 dicembre, ma ancora non ha prodotto effetti.
La domanda è: perché l'Oms Europa si precipita a difendere il governo italiano ma non dà il permesso ai suoi ricercatori di parlare con una Procura della Repubblica? Mistero. A complicare ulteriormente le cose c'è la questione Guerra. Se effettivamente l'Oms gli toglierà le deleghe, come motiverà la decisione? Detto in altri termini: se il famigerato report è stato ritirato per questioni tecniche, per quale motivo punire il numero 2 della sezione europea? Anche qui buio totale.
Ultimo nodo da tenere presente. Al vertice dell'Oms Europa, cioè dell'istituzione che ieri ha emesso il comunicato in difesa del governo, c'è un signore chiamato Hans Henri Kluge. Costui, il 15 maggio, ha inviato una mail (mostrata da Report) a Francesco Zambon in cui scriveva a proposito della relazione sull'Italia: «Il problema principale è la mia relazione col ministro che era molto scocciato. [...] Come persone esperte noi tre avremmo dovuto aspettare il semaforo verde dal ministero della Salute. Silvio ha detto che sono costantemente sotto attacco della stampa e ogni parola può essere male interpretata. Si sono sentiti traditi da un amico». E ancora: «Dobbiamo fare una nuova strategia […]. Scriverò al ministro che stabiliremo un gruppo con ministero della Salute, Istituto superiore della sanità e Oms, per rivedere il documento punto. Ora abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia». L'ultima sibillina parte su Venezia si riferisce al rinnovo dell'accordo per la sede dell'Oms, che si trova appunto nella città veneta.
Rileggendo queste parole qualche dubbio sorge. Il dirigente che si preoccupava di proteggere il governo mesi fa è lo stesso che oggi rilascia un comunicato a tutela dell'esecutivo: curioso, no? A questo punto, c'è un solo modo per fare chiarezza: che la Procura di Bergamo sia libera di indagare. In ogni direzione.
Le figuracce del «giovane vecchio»
Le smentite di dirigenti e colleghi sono l'ultimo colpo sulla credibilità di Roberto Speranza, ministro per caso (mai si era occupato di sanità fino al giorno in cui è entrato nel secondo governo Conte) e collezionista di figuracce da quando è scoppiata l'emergenza sanitaria. Il rapporto segretato dell'Oms che tanto imbarazza il ministro non poteva che parlare di «gestione caotica e improvvisata»: le passioni di Speranza, per sua stessa ammissione, sono «gli studi storici coltivati anche dopo la laurea in scienze politiche, il vino e la buona cucina, la Roma di Totti e le serate in giro con gli amici di una vita». Dalemiano di ferro, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, a una trasmissione di Michele Santoro il vignettista Vauro lo battezzò «il giovane vecchio».
Speranza è colui che sosteneva l'assoluta inutilità delle mascherine. Ai giornalisti il 25 febbraio aveva detto: «Considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Ne era talmente convinto da regalare ai cinesi le poche scorte di protezioni made in Italy: «La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus», fu la spiegazione. Così noi siamo rimasti senza mascherine e altri dispositivi di protezione che hanno preso la via di Pechino, e siamo andati incontro alla pandemia armati soltanto di solidarietà.
Sempre a febbraio, Speranza difendeva a parole la linea dura ma nei fatti la negava perché sbarrò la strada ai governatori regionali che volevano imporre la quarantena da scuola ai bambini di ritorno dalla Cina. Anche in questo caso l'arma della solidarietà contro quella del buon senso: «Su queste cose decide la scienza, non la propaganda». Ma non risulta che la scienza avesse sdoganato gli happy hour e gli aperitivi ai quali prendevano parte i sindaci di Milano e Bergamo, entrambi di sinistra come lo stesso ministro. Gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolavano; il Pd aveva invitato il ministro a una bicchierata sui Navigli per dimostrare che si poteva andare avanti senza fermarsi: ma lui si limitò a non farsi vedere, guardandosi bene dall'imporre il coprifuoco che oggi egli invoca come la soluzione di ogni assembramento.
Ed era stato il suo ministero, il 7 febbraio, a diffondere sulle reti televisive una pubblicità «progresso» dove Michele Mirabella s'ingegnava a spiegare che con il Covid «non è affatto facile il contagio». D'altra parte, mentre il suo governo rinchiudeva in casa gli italiani, Speranza passava le giornate a scrivere il suo personalissimo diario della crisi poi diventato un libro, Perché guariremo. La primavera a vergare le memorie e l'estate a correggere le bozze in modo che la casa editrice Feltrinelli potesse invadere le librerie alla fine delle ferie liberatorie con la trionfante autodifesa del ministro che aveva sconfitto l'invisibile nemico.
Ma le cose sono andate diversamente, il coronavirus ha ripreso a dilagare e la Feltrinelli si è comportata come Ranieri Guerra con il rapporto dell'Oms: ha fatto sparire lo scritto. D'altra parte, per Speranza il Covid-19 non era un virus mortale ma, come ha scritto a Repubblica, «l'occasione per non essere subalterni alla destra», un'opportunità che «ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione», cioè quello «del pensiero neoliberista».
Basterebbe lo scivolone sul libro a imporre al ministro le dimissioni. Ma Speranza è inciampato anche sulla sanità in Calabria, un pozzo senza fondo commissariato dal ministero da anni. Il commissario in carica non sapeva che toccava a lui redigere il piano pandemico regionale; quello che ha preso il suo posto sosteneva che le mascherine sono inutili e che per infettarsi bisogna baciarsi in bocca per un quarto d'ora; il terzo era indagato e non ha trovato di meglio che scaricare sulla moglie la decisione di lasciar perdere. La povera signora non voleva trasferirsi a Catanzaro. L'attuale commissario, il quarto, almeno tace. E Speranza dovrebbe imitarlo.
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Il suo vice Pierpaolo Sileri lo smentisce e chiede la testa del segretario generale della Salute, Giuseppe Ruocco. Anche Luigi Di Maio all'attacco.L'Oms fa un favore al governo: «Non ha chiesto la rimozione della ricerca di Zambon». Ma si prepara a silurare il direttore vicario Ranieri Guerra. E continua a mettere il bavaglio ai ricercatori.Le mascherine regalate ai cinesi, il libro trionfalistico subito ritirato, le nomine dei commissari in Calabria: le imprese di un politico che non ne azzecca una.Lo speciale contiene tre articoli.Ormai siamo nell'ambito della psicanalisi. Alla fase della negazione sono seguite in rapida successione la fase della rabbia e quella della contrattazione. Tradotto in pratica lo schema freudiano, significa che il governo prima ha negato con decisione che l'Italia fosse priva di un piano pandemico (strumento fondamentale per affrontare il flagello Covid) aggiornato ed efficiente. Poi, a distanza di qualche settimana, sono cominciate le liti e le risse, e infine è arrivato lo scaricabile, cioè il tentativo dei vari tecnici e politici di farla franca gettando le responsabilità addosso ad altri. Al centro di questo turbinio c'è, ovviamente, il ministro della Salute, Roberto Speranza, che è stato sbugiardato e infilzato a ripetizione dai suoi stessi alleati, accumulando l'ennesimo carico di figuracce. Vediamo, passo per passo, di mettere ordine. Il 10 dicembre, Speranza si è presentato a Porta a porta per discutere della gestione della pandemia. Incalzato da Bruno Vespa, ha dovuto parlare anche del famigerato piano pandemico italiano. Quali siano i termini della questione è ormai noto. L'Italia ha prodotto un piano di contrasto alle pandemie nel 2006, e da allora non lo ha mai più aggiornato, anche se avrebbe dovuto farlo al massimo nel 2013. I vertici della sanità, nel 2017, si sono limitati a copiarlo e incollarlo così com'era su una nuova pagina Web. Risultato: siamo arrivati al 2020 senza uno scudo di protezione che ci avrebbe consentito - così dicono gli esperti - di evitare almeno 10.000 morti. Che il piano fosse obsoleto lo ha notato anche un report dell'Oms curato dal ricercatore Francesco Zambon. Peccato che quel report sia stato pubblicato e immediatamente ritirato, forse perché troppo imbarazzante per il governo. A Porta a porta, il ministro Speranza ha liquidato tutta la faccenda con un sorrisetto. In estrema sintesi, la versione che ha fornito è la seguente: il piano pandemico era «antinfluenzale», non anti covid, quindi il problema non si pone; nessuno ha chiesto di censurare il report dell'Oms perché non diceva nulla di imbarazzante; l'Oms è un'istituzione meritevole di fiducia. Nel giro di pochi giorni, Speranza è stato smentito su tutti i fronti. Non solo dai giornali di mezza Europa, ma pure dai suoi collaboratori, colleghi e sottoposti. Domenica sera, a Non è l'Arena, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha messo qualche puntino sulle i. Per prima cosa ha spiegato che «piano pandemico e piano influenzale sono la stessa cosa», sbugiardando Speranza. Poi ha attaccato: «Esigo una risposta su questo maledetto piano pandemico, c'era, non c'era, è vecchio è nuovo? È stato o non è stato aggiornato e soprattutto chi lo ha fatto? È facile: lì c'è una direzione generale, tre direttori generali che si sono avvicendati, ci sono dei dirigenti […]. È ora di cambiare questo pressapochismo. Io pretendo delle risposte e sono sicuro che anche il ministro Speranza pretende delle risposte». Giusto per non farsi mancare nulla, Sileri ha chiesto la testa del segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco: «Avendo visto i verbali in cui lui è sempre assente credo che la cosa migliore è che lui si dimetta». Dunque qui abbiamo un viceministro che ha sbriciolato in pochi minuti tutte le tesi sostenute in diretta televisiva dal suo capo, cioè Speranza. Il quale viene smentito anche da Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell'Oms più volte accusato di essere il mandante della censura sul report prodotto da Zambon. Guerra, dopo aver sostenuto che il piano pandemico del 2006 fosse stato aggiornato nel 2016, domenica ha cambiato versione. Ha ammesso, in sostanza, che l'Italia non ha mai aggiornato il documento anche se avrebbe dovuto farlo già 2013. Ha detto di non aver avuto il tempo di cambiarlo fra il 2014 e il 2017, quando era a capo della Prevenzione del ministero della Salute. E ha aggiunto di aver allertato sul tema, nel 2017, l'allora ministro Beatrice Lorenzin. È l'ennesima sberla a Speranza: Guerra fa capire che al ministero sapevano da anni di non essere pronti a un'eventuale pandemia, cosa che il ministro ha sempre negato. Infine, l'ultimo punto. Speranza continua a difendere l'Oms, la quale ieri ha cercato di fargli un favore, negando in un comunicato che il ministero abbia brigato per censurare il report «imbarazzante» di Zambon. Mentre il caro Roberto prende le parti dell'istituzione sanitaria, però, ecco piovere dal cielo Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, tramite la rappresentanza italiana delle Nazioni Unite, l'11 dicembre ha inviato una lettera all'Oms, chiedendole di «permettere a funzionari ed esperti di acconsentire alla richiesta del procuratore di Bergamo di essere sentiti come persona informate sui fatti». L'Oms, come sappiamo, si è trincerata dietro l'immunità diplomatica e non ha finora consentito a Zambon e ai suoi colleghi di parlare con gli investigatori bergamaschi, i quali stanno cercando di stabilire se ci sia stata da parte delle autorità italiane una cattiva gestione della pandemia. Insomma, qui ognuno ha una posizione differente. 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Guerra, è cosa nota, da settimane è al centro del pandemonio mediatico relativo al famigerato report sulla gestione italiana della pandemia, intitolato An unprecedented challenge; Italy's first response to Covid-19. La relazione, curata da Francesco Zambon, è stata pubblicata dall'Oms e subito ritirata. Zambon ha denunciato di aver subito pesanti pressioni da Guerra, forse allo scopo di proteggere il governo italiano da analisi potenzialmente molto imbarazzanti. La sensazione, tuttavia, è che Guerra - al netto delle sue responsabilità - sia diventato una sorta di capro espiatorio. In altre parole: fanno fuori lui per non toccare chi sta sopra, cioè il ministro Roberto Speranza e i suoi predecessori. A confermare questa sensazione è il comunicato stampa licenziato ieri dall'Organizzazione mondiale della sanità, che di fatto è un grosso favore al governo italiano. Ieri l'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms ha fatto sapere che «in nessun momento il governo italiano ha chiesto all'Organizzazione mondiale della sanità di rimuovere il documento» curato da Zambon. Non solo. L'Oms Europa ha specificato che il report è stato ritirato perché contenente «inesattezze». La versione ufficiale è che la relazione sulla gestione italiana della pandemia sia stata tolta dalla Rete «con l'intento di correggere gli errori e ripubblicarla. Quando sono state apportate le correzioni però, l'Oms aveva stabilito un nuovo meccanismo globale (chiamato Revisione intra-action) come strumento standard per valutare le risposte dei Paesi e condividere le lezioni apprese. Il documento originale quindi non è mai stato ripubblicato». L'Oms, tuttavia, si dice disponibile a «condividere il documento ritirato, su richiesta». A sentire l'istituzione sanitaria, dunque, tutto il putiferio sarebbe scoppiato per una ragione banalissima, ovvero a causa di alcune inesattezze contenute nel rapporto di Zambon e colleghi. Può anche darsi che sia vero, ma qualcosa non torna. Come ha fatto sapere alla Verità l'avvocato di Zambon, i ricercatori si sono da subito mostrati disponibili a correggere tutte le eventuali «inesattezze». E resta che il report era già stato valutato e approvato dalla catena di controllo interna dell'Oms. Possibile che si siano accorti degli svarioni proprio un attimo dopo aver pubblicato il testo? C'è poi un altro punto. Se davvero la questione è così banale, per quale motivo l'Oms ancora non ha consentito a Zambon e soci di presentarsi in Procura a Bergamo per fornire la propria versione dei fatti sul ritiro del report? I ricercatori si sono detti disponibili a rinunciare all'immunità diplomatica e a parlare. Sulla questione si è mosso addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Quest'ultimo - tramite la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite - ha scritto all'Oms chiedendo che lasci gli studiosi liberi di incontrare gli investigatori bergamaschi. La lettera è stata inviata l'11 dicembre, ma ancora non ha prodotto effetti. La domanda è: perché l'Oms Europa si precipita a difendere il governo italiano ma non dà il permesso ai suoi ricercatori di parlare con una Procura della Repubblica? Mistero. A complicare ulteriormente le cose c'è la questione Guerra. Se effettivamente l'Oms gli toglierà le deleghe, come motiverà la decisione? Detto in altri termini: se il famigerato report è stato ritirato per questioni tecniche, per quale motivo punire il numero 2 della sezione europea? Anche qui buio totale. Ultimo nodo da tenere presente. Al vertice dell'Oms Europa, cioè dell'istituzione che ieri ha emesso il comunicato in difesa del governo, c'è un signore chiamato Hans Henri Kluge. Costui, il 15 maggio, ha inviato una mail (mostrata da Report) a Francesco Zambon in cui scriveva a proposito della relazione sull'Italia: «Il problema principale è la mia relazione col ministro che era molto scocciato. [...] Come persone esperte noi tre avremmo dovuto aspettare il semaforo verde dal ministero della Salute. Silvio ha detto che sono costantemente sotto attacco della stampa e ogni parola può essere male interpretata. Si sono sentiti traditi da un amico». E ancora: «Dobbiamo fare una nuova strategia […]. Scriverò al ministro che stabiliremo un gruppo con ministero della Salute, Istituto superiore della sanità e Oms, per rivedere il documento punto. Ora abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia». L'ultima sibillina parte su Venezia si riferisce al rinnovo dell'accordo per la sede dell'Oms, che si trova appunto nella città veneta. Rileggendo queste parole qualche dubbio sorge. Il dirigente che si preoccupava di proteggere il governo mesi fa è lo stesso che oggi rilascia un comunicato a tutela dell'esecutivo: curioso, no? A questo punto, c'è un solo modo per fare chiarezza: che la Procura di Bergamo sia libera di indagare. In ogni direzione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-piano-pandemico-il-ministro-speranza-viene-sbugiardato-da-colleghi-e-dirigenti-2649484730.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-figuracce-del-giovane-vecchio" data-post-id="2649484730" data-published-at="1607991176" data-use-pagination="False"> Le figuracce del «giovane vecchio» Le smentite di dirigenti e colleghi sono l'ultimo colpo sulla credibilità di Roberto Speranza, ministro per caso (mai si era occupato di sanità fino al giorno in cui è entrato nel secondo governo Conte) e collezionista di figuracce da quando è scoppiata l'emergenza sanitaria. Il rapporto segretato dell'Oms che tanto imbarazza il ministro non poteva che parlare di «gestione caotica e improvvisata»: le passioni di Speranza, per sua stessa ammissione, sono «gli studi storici coltivati anche dopo la laurea in scienze politiche, il vino e la buona cucina, la Roma di Totti e le serate in giro con gli amici di una vita». Dalemiano di ferro, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, a una trasmissione di Michele Santoro il vignettista Vauro lo battezzò «il giovane vecchio». Speranza è colui che sosteneva l'assoluta inutilità delle mascherine. Ai giornalisti il 25 febbraio aveva detto: «Considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Ne era talmente convinto da regalare ai cinesi le poche scorte di protezioni made in Italy: «La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus», fu la spiegazione. Così noi siamo rimasti senza mascherine e altri dispositivi di protezione che hanno preso la via di Pechino, e siamo andati incontro alla pandemia armati soltanto di solidarietà. Sempre a febbraio, Speranza difendeva a parole la linea dura ma nei fatti la negava perché sbarrò la strada ai governatori regionali che volevano imporre la quarantena da scuola ai bambini di ritorno dalla Cina. Anche in questo caso l'arma della solidarietà contro quella del buon senso: «Su queste cose decide la scienza, non la propaganda». Ma non risulta che la scienza avesse sdoganato gli happy hour e gli aperitivi ai quali prendevano parte i sindaci di Milano e Bergamo, entrambi di sinistra come lo stesso ministro. Gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolavano; il Pd aveva invitato il ministro a una bicchierata sui Navigli per dimostrare che si poteva andare avanti senza fermarsi: ma lui si limitò a non farsi vedere, guardandosi bene dall'imporre il coprifuoco che oggi egli invoca come la soluzione di ogni assembramento. Ed era stato il suo ministero, il 7 febbraio, a diffondere sulle reti televisive una pubblicità «progresso» dove Michele Mirabella s'ingegnava a spiegare che con il Covid «non è affatto facile il contagio». D'altra parte, mentre il suo governo rinchiudeva in casa gli italiani, Speranza passava le giornate a scrivere il suo personalissimo diario della crisi poi diventato un libro, Perché guariremo. La primavera a vergare le memorie e l'estate a correggere le bozze in modo che la casa editrice Feltrinelli potesse invadere le librerie alla fine delle ferie liberatorie con la trionfante autodifesa del ministro che aveva sconfitto l'invisibile nemico. Ma le cose sono andate diversamente, il coronavirus ha ripreso a dilagare e la Feltrinelli si è comportata come Ranieri Guerra con il rapporto dell'Oms: ha fatto sparire lo scritto. D'altra parte, per Speranza il Covid-19 non era un virus mortale ma, come ha scritto a Repubblica, «l'occasione per non essere subalterni alla destra», un'opportunità che «ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione», cioè quello «del pensiero neoliberista». Basterebbe lo scivolone sul libro a imporre al ministro le dimissioni. Ma Speranza è inciampato anche sulla sanità in Calabria, un pozzo senza fondo commissariato dal ministero da anni. Il commissario in carica non sapeva che toccava a lui redigere il piano pandemico regionale; quello che ha preso il suo posto sosteneva che le mascherine sono inutili e che per infettarsi bisogna baciarsi in bocca per un quarto d'ora; il terzo era indagato e non ha trovato di meglio che scaricare sulla moglie la decisione di lasciar perdere. La povera signora non voleva trasferirsi a Catanzaro. L'attuale commissario, il quarto, almeno tace. E Speranza dovrebbe imitarlo.
Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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