True
2020-12-15
Speranza con le spalle al muro. Ha mentito sul piano pandemico
Roberto Speranza (Ansa)
Ormai siamo nell'ambito della psicanalisi. Alla fase della negazione sono seguite in rapida successione la fase della rabbia e quella della contrattazione. Tradotto in pratica lo schema freudiano, significa che il governo prima ha negato con decisione che l'Italia fosse priva di un piano pandemico (strumento fondamentale per affrontare il flagello Covid) aggiornato ed efficiente. Poi, a distanza di qualche settimana, sono cominciate le liti e le risse, e infine è arrivato lo scaricabile, cioè il tentativo dei vari tecnici e politici di farla franca gettando le responsabilità addosso ad altri. Al centro di questo turbinio c'è, ovviamente, il ministro della Salute, Roberto Speranza, che è stato sbugiardato e infilzato a ripetizione dai suoi stessi alleati, accumulando l'ennesimo carico di figuracce.
Vediamo, passo per passo, di mettere ordine. Il 10 dicembre, Speranza si è presentato a Porta a porta per discutere della gestione della pandemia. Incalzato da Bruno Vespa, ha dovuto parlare anche del famigerato piano pandemico italiano. Quali siano i termini della questione è ormai noto. L'Italia ha prodotto un piano di contrasto alle pandemie nel 2006, e da allora non lo ha mai più aggiornato, anche se avrebbe dovuto farlo al massimo nel 2013. I vertici della sanità, nel 2017, si sono limitati a copiarlo e incollarlo così com'era su una nuova pagina Web. Risultato: siamo arrivati al 2020 senza uno scudo di protezione che ci avrebbe consentito - così dicono gli esperti - di evitare almeno 10.000 morti. Che il piano fosse obsoleto lo ha notato anche un report dell'Oms curato dal ricercatore Francesco Zambon. Peccato che quel report sia stato pubblicato e immediatamente ritirato, forse perché troppo imbarazzante per il governo. A Porta a porta, il ministro Speranza ha liquidato tutta la faccenda con un sorrisetto. In estrema sintesi, la versione che ha fornito è la seguente: il piano pandemico era «antinfluenzale», non anti covid, quindi il problema non si pone; nessuno ha chiesto di censurare il report dell'Oms perché non diceva nulla di imbarazzante; l'Oms è un'istituzione meritevole di fiducia.
Nel giro di pochi giorni, Speranza è stato smentito su tutti i fronti. Non solo dai giornali di mezza Europa, ma pure dai suoi collaboratori, colleghi e sottoposti. Domenica sera, a Non è l'Arena, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha messo qualche puntino sulle i. Per prima cosa ha spiegato che «piano pandemico e piano influenzale sono la stessa cosa», sbugiardando Speranza. Poi ha attaccato: «Esigo una risposta su questo maledetto piano pandemico, c'era, non c'era, è vecchio è nuovo? È stato o non è stato aggiornato e soprattutto chi lo ha fatto? È facile: lì c'è una direzione generale, tre direttori generali che si sono avvicendati, ci sono dei dirigenti […]. È ora di cambiare questo pressapochismo. Io pretendo delle risposte e sono sicuro che anche il ministro Speranza pretende delle risposte». Giusto per non farsi mancare nulla, Sileri ha chiesto la testa del segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco: «Avendo visto i verbali in cui lui è sempre assente credo che la cosa migliore è che lui si dimetta».
Dunque qui abbiamo un viceministro che ha sbriciolato in pochi minuti tutte le tesi sostenute in diretta televisiva dal suo capo, cioè Speranza. Il quale viene smentito anche da Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell'Oms più volte accusato di essere il mandante della censura sul report prodotto da Zambon.
Guerra, dopo aver sostenuto che il piano pandemico del 2006 fosse stato aggiornato nel 2016, domenica ha cambiato versione. Ha ammesso, in sostanza, che l'Italia non ha mai aggiornato il documento anche se avrebbe dovuto farlo già 2013. Ha detto di non aver avuto il tempo di cambiarlo fra il 2014 e il 2017, quando era a capo della Prevenzione del ministero della Salute. E ha aggiunto di aver allertato sul tema, nel 2017, l'allora ministro Beatrice Lorenzin. È l'ennesima sberla a Speranza: Guerra fa capire che al ministero sapevano da anni di non essere pronti a un'eventuale pandemia, cosa che il ministro ha sempre negato.
Infine, l'ultimo punto. Speranza continua a difendere l'Oms, la quale ieri ha cercato di fargli un favore, negando in un comunicato che il ministero abbia brigato per censurare il report «imbarazzante» di Zambon. Mentre il caro Roberto prende le parti dell'istituzione sanitaria, però, ecco piovere dal cielo Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, tramite la rappresentanza italiana delle Nazioni Unite, l'11 dicembre ha inviato una lettera all'Oms, chiedendole di «permettere a funzionari ed esperti di acconsentire alla richiesta del procuratore di Bergamo di essere sentiti come persona informate sui fatti». L'Oms, come sappiamo, si è trincerata dietro l'immunità diplomatica e non ha finora consentito a Zambon e ai suoi colleghi di parlare con gli investigatori bergamaschi, i quali stanno cercando di stabilire se ci sia stata da parte delle autorità italiane una cattiva gestione della pandemia.
Insomma, qui ognuno ha una posizione differente. Solo su un punto tutti concordano: Speranza ha detto balle.
Tutte le contraddizioni dell’Oms sul report «anti Italia» censurato
Che una testa dovesse cadere era evidente. E che potesse essere quella di Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, era quasi scontato. Secondo un'autorevole fonte citata ieri dall'agenzia di stampa Lapresse, l'Oms si appresterebbe a togliere le deleghe all'attuale numero 2 dell'istituzione in Europa.
Guerra, è cosa nota, da settimane è al centro del pandemonio mediatico relativo al famigerato report sulla gestione italiana della pandemia, intitolato An unprecedented challenge; Italy's first response to Covid-19. La relazione, curata da Francesco Zambon, è stata pubblicata dall'Oms e subito ritirata. Zambon ha denunciato di aver subito pesanti pressioni da Guerra, forse allo scopo di proteggere il governo italiano da analisi potenzialmente molto imbarazzanti.
La sensazione, tuttavia, è che Guerra - al netto delle sue responsabilità - sia diventato una sorta di capro espiatorio. In altre parole: fanno fuori lui per non toccare chi sta sopra, cioè il ministro Roberto Speranza e i suoi predecessori.
A confermare questa sensazione è il comunicato stampa licenziato ieri dall'Organizzazione mondiale della sanità, che di fatto è un grosso favore al governo italiano. Ieri l'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms ha fatto sapere che «in nessun momento il governo italiano ha chiesto all'Organizzazione mondiale della sanità di rimuovere il documento» curato da Zambon.
Non solo. L'Oms Europa ha specificato che il report è stato ritirato perché contenente «inesattezze». La versione ufficiale è che la relazione sulla gestione italiana della pandemia sia stata tolta dalla Rete «con l'intento di correggere gli errori e ripubblicarla. Quando sono state apportate le correzioni però, l'Oms aveva stabilito un nuovo meccanismo globale (chiamato Revisione intra-action) come strumento standard per valutare le risposte dei Paesi e condividere le lezioni apprese. Il documento originale quindi non è mai stato ripubblicato». L'Oms, tuttavia, si dice disponibile a «condividere il documento ritirato, su richiesta».
A sentire l'istituzione sanitaria, dunque, tutto il putiferio sarebbe scoppiato per una ragione banalissima, ovvero a causa di alcune inesattezze contenute nel rapporto di Zambon e colleghi. Può anche darsi che sia vero, ma qualcosa non torna. Come ha fatto sapere alla Verità l'avvocato di Zambon, i ricercatori si sono da subito mostrati disponibili a correggere tutte le eventuali «inesattezze». E resta che il report era già stato valutato e approvato dalla catena di controllo interna dell'Oms. Possibile che si siano accorti degli svarioni proprio un attimo dopo aver pubblicato il testo?
C'è poi un altro punto. Se davvero la questione è così banale, per quale motivo l'Oms ancora non ha consentito a Zambon e soci di presentarsi in Procura a Bergamo per fornire la propria versione dei fatti sul ritiro del report? I ricercatori si sono detti disponibili a rinunciare all'immunità diplomatica e a parlare. Sulla questione si è mosso addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Quest'ultimo - tramite la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite - ha scritto all'Oms chiedendo che lasci gli studiosi liberi di incontrare gli investigatori bergamaschi. La lettera è stata inviata l'11 dicembre, ma ancora non ha prodotto effetti.
La domanda è: perché l'Oms Europa si precipita a difendere il governo italiano ma non dà il permesso ai suoi ricercatori di parlare con una Procura della Repubblica? Mistero. A complicare ulteriormente le cose c'è la questione Guerra. Se effettivamente l'Oms gli toglierà le deleghe, come motiverà la decisione? Detto in altri termini: se il famigerato report è stato ritirato per questioni tecniche, per quale motivo punire il numero 2 della sezione europea? Anche qui buio totale.
Ultimo nodo da tenere presente. Al vertice dell'Oms Europa, cioè dell'istituzione che ieri ha emesso il comunicato in difesa del governo, c'è un signore chiamato Hans Henri Kluge. Costui, il 15 maggio, ha inviato una mail (mostrata da Report) a Francesco Zambon in cui scriveva a proposito della relazione sull'Italia: «Il problema principale è la mia relazione col ministro che era molto scocciato. [...] Come persone esperte noi tre avremmo dovuto aspettare il semaforo verde dal ministero della Salute. Silvio ha detto che sono costantemente sotto attacco della stampa e ogni parola può essere male interpretata. Si sono sentiti traditi da un amico». E ancora: «Dobbiamo fare una nuova strategia […]. Scriverò al ministro che stabiliremo un gruppo con ministero della Salute, Istituto superiore della sanità e Oms, per rivedere il documento punto. Ora abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia». L'ultima sibillina parte su Venezia si riferisce al rinnovo dell'accordo per la sede dell'Oms, che si trova appunto nella città veneta.
Rileggendo queste parole qualche dubbio sorge. Il dirigente che si preoccupava di proteggere il governo mesi fa è lo stesso che oggi rilascia un comunicato a tutela dell'esecutivo: curioso, no? A questo punto, c'è un solo modo per fare chiarezza: che la Procura di Bergamo sia libera di indagare. In ogni direzione.
Le figuracce del «giovane vecchio»
Le smentite di dirigenti e colleghi sono l'ultimo colpo sulla credibilità di Roberto Speranza, ministro per caso (mai si era occupato di sanità fino al giorno in cui è entrato nel secondo governo Conte) e collezionista di figuracce da quando è scoppiata l'emergenza sanitaria. Il rapporto segretato dell'Oms che tanto imbarazza il ministro non poteva che parlare di «gestione caotica e improvvisata»: le passioni di Speranza, per sua stessa ammissione, sono «gli studi storici coltivati anche dopo la laurea in scienze politiche, il vino e la buona cucina, la Roma di Totti e le serate in giro con gli amici di una vita». Dalemiano di ferro, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, a una trasmissione di Michele Santoro il vignettista Vauro lo battezzò «il giovane vecchio».
Speranza è colui che sosteneva l'assoluta inutilità delle mascherine. Ai giornalisti il 25 febbraio aveva detto: «Considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Ne era talmente convinto da regalare ai cinesi le poche scorte di protezioni made in Italy: «La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus», fu la spiegazione. Così noi siamo rimasti senza mascherine e altri dispositivi di protezione che hanno preso la via di Pechino, e siamo andati incontro alla pandemia armati soltanto di solidarietà.
Sempre a febbraio, Speranza difendeva a parole la linea dura ma nei fatti la negava perché sbarrò la strada ai governatori regionali che volevano imporre la quarantena da scuola ai bambini di ritorno dalla Cina. Anche in questo caso l'arma della solidarietà contro quella del buon senso: «Su queste cose decide la scienza, non la propaganda». Ma non risulta che la scienza avesse sdoganato gli happy hour e gli aperitivi ai quali prendevano parte i sindaci di Milano e Bergamo, entrambi di sinistra come lo stesso ministro. Gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolavano; il Pd aveva invitato il ministro a una bicchierata sui Navigli per dimostrare che si poteva andare avanti senza fermarsi: ma lui si limitò a non farsi vedere, guardandosi bene dall'imporre il coprifuoco che oggi egli invoca come la soluzione di ogni assembramento.
Ed era stato il suo ministero, il 7 febbraio, a diffondere sulle reti televisive una pubblicità «progresso» dove Michele Mirabella s'ingegnava a spiegare che con il Covid «non è affatto facile il contagio». D'altra parte, mentre il suo governo rinchiudeva in casa gli italiani, Speranza passava le giornate a scrivere il suo personalissimo diario della crisi poi diventato un libro, Perché guariremo. La primavera a vergare le memorie e l'estate a correggere le bozze in modo che la casa editrice Feltrinelli potesse invadere le librerie alla fine delle ferie liberatorie con la trionfante autodifesa del ministro che aveva sconfitto l'invisibile nemico.
Ma le cose sono andate diversamente, il coronavirus ha ripreso a dilagare e la Feltrinelli si è comportata come Ranieri Guerra con il rapporto dell'Oms: ha fatto sparire lo scritto. D'altra parte, per Speranza il Covid-19 non era un virus mortale ma, come ha scritto a Repubblica, «l'occasione per non essere subalterni alla destra», un'opportunità che «ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione», cioè quello «del pensiero neoliberista».
Basterebbe lo scivolone sul libro a imporre al ministro le dimissioni. Ma Speranza è inciampato anche sulla sanità in Calabria, un pozzo senza fondo commissariato dal ministero da anni. Il commissario in carica non sapeva che toccava a lui redigere il piano pandemico regionale; quello che ha preso il suo posto sosteneva che le mascherine sono inutili e che per infettarsi bisogna baciarsi in bocca per un quarto d'ora; il terzo era indagato e non ha trovato di meglio che scaricare sulla moglie la decisione di lasciar perdere. La povera signora non voleva trasferirsi a Catanzaro. L'attuale commissario, il quarto, almeno tace. E Speranza dovrebbe imitarlo.
Continua a leggereRiduci
Il suo vice Pierpaolo Sileri lo smentisce e chiede la testa del segretario generale della Salute, Giuseppe Ruocco. Anche Luigi Di Maio all'attacco.L'Oms fa un favore al governo: «Non ha chiesto la rimozione della ricerca di Zambon». Ma si prepara a silurare il direttore vicario Ranieri Guerra. E continua a mettere il bavaglio ai ricercatori.Le mascherine regalate ai cinesi, il libro trionfalistico subito ritirato, le nomine dei commissari in Calabria: le imprese di un politico che non ne azzecca una.Lo speciale contiene tre articoli.Ormai siamo nell'ambito della psicanalisi. Alla fase della negazione sono seguite in rapida successione la fase della rabbia e quella della contrattazione. Tradotto in pratica lo schema freudiano, significa che il governo prima ha negato con decisione che l'Italia fosse priva di un piano pandemico (strumento fondamentale per affrontare il flagello Covid) aggiornato ed efficiente. Poi, a distanza di qualche settimana, sono cominciate le liti e le risse, e infine è arrivato lo scaricabile, cioè il tentativo dei vari tecnici e politici di farla franca gettando le responsabilità addosso ad altri. Al centro di questo turbinio c'è, ovviamente, il ministro della Salute, Roberto Speranza, che è stato sbugiardato e infilzato a ripetizione dai suoi stessi alleati, accumulando l'ennesimo carico di figuracce. Vediamo, passo per passo, di mettere ordine. Il 10 dicembre, Speranza si è presentato a Porta a porta per discutere della gestione della pandemia. Incalzato da Bruno Vespa, ha dovuto parlare anche del famigerato piano pandemico italiano. Quali siano i termini della questione è ormai noto. L'Italia ha prodotto un piano di contrasto alle pandemie nel 2006, e da allora non lo ha mai più aggiornato, anche se avrebbe dovuto farlo al massimo nel 2013. I vertici della sanità, nel 2017, si sono limitati a copiarlo e incollarlo così com'era su una nuova pagina Web. Risultato: siamo arrivati al 2020 senza uno scudo di protezione che ci avrebbe consentito - così dicono gli esperti - di evitare almeno 10.000 morti. Che il piano fosse obsoleto lo ha notato anche un report dell'Oms curato dal ricercatore Francesco Zambon. Peccato che quel report sia stato pubblicato e immediatamente ritirato, forse perché troppo imbarazzante per il governo. A Porta a porta, il ministro Speranza ha liquidato tutta la faccenda con un sorrisetto. In estrema sintesi, la versione che ha fornito è la seguente: il piano pandemico era «antinfluenzale», non anti covid, quindi il problema non si pone; nessuno ha chiesto di censurare il report dell'Oms perché non diceva nulla di imbarazzante; l'Oms è un'istituzione meritevole di fiducia. Nel giro di pochi giorni, Speranza è stato smentito su tutti i fronti. Non solo dai giornali di mezza Europa, ma pure dai suoi collaboratori, colleghi e sottoposti. Domenica sera, a Non è l'Arena, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha messo qualche puntino sulle i. Per prima cosa ha spiegato che «piano pandemico e piano influenzale sono la stessa cosa», sbugiardando Speranza. Poi ha attaccato: «Esigo una risposta su questo maledetto piano pandemico, c'era, non c'era, è vecchio è nuovo? È stato o non è stato aggiornato e soprattutto chi lo ha fatto? È facile: lì c'è una direzione generale, tre direttori generali che si sono avvicendati, ci sono dei dirigenti […]. È ora di cambiare questo pressapochismo. Io pretendo delle risposte e sono sicuro che anche il ministro Speranza pretende delle risposte». Giusto per non farsi mancare nulla, Sileri ha chiesto la testa del segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco: «Avendo visto i verbali in cui lui è sempre assente credo che la cosa migliore è che lui si dimetta». Dunque qui abbiamo un viceministro che ha sbriciolato in pochi minuti tutte le tesi sostenute in diretta televisiva dal suo capo, cioè Speranza. Il quale viene smentito anche da Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell'Oms più volte accusato di essere il mandante della censura sul report prodotto da Zambon. Guerra, dopo aver sostenuto che il piano pandemico del 2006 fosse stato aggiornato nel 2016, domenica ha cambiato versione. Ha ammesso, in sostanza, che l'Italia non ha mai aggiornato il documento anche se avrebbe dovuto farlo già 2013. Ha detto di non aver avuto il tempo di cambiarlo fra il 2014 e il 2017, quando era a capo della Prevenzione del ministero della Salute. E ha aggiunto di aver allertato sul tema, nel 2017, l'allora ministro Beatrice Lorenzin. È l'ennesima sberla a Speranza: Guerra fa capire che al ministero sapevano da anni di non essere pronti a un'eventuale pandemia, cosa che il ministro ha sempre negato. Infine, l'ultimo punto. Speranza continua a difendere l'Oms, la quale ieri ha cercato di fargli un favore, negando in un comunicato che il ministero abbia brigato per censurare il report «imbarazzante» di Zambon. Mentre il caro Roberto prende le parti dell'istituzione sanitaria, però, ecco piovere dal cielo Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, tramite la rappresentanza italiana delle Nazioni Unite, l'11 dicembre ha inviato una lettera all'Oms, chiedendole di «permettere a funzionari ed esperti di acconsentire alla richiesta del procuratore di Bergamo di essere sentiti come persona informate sui fatti». L'Oms, come sappiamo, si è trincerata dietro l'immunità diplomatica e non ha finora consentito a Zambon e ai suoi colleghi di parlare con gli investigatori bergamaschi, i quali stanno cercando di stabilire se ci sia stata da parte delle autorità italiane una cattiva gestione della pandemia. Insomma, qui ognuno ha una posizione differente. Solo su un punto tutti concordano: Speranza ha detto balle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-piano-pandemico-il-ministro-speranza-viene-sbugiardato-da-colleghi-e-dirigenti-2649484730.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutte-le-contraddizioni-delloms-sul-report-anti-italia-censurato" data-post-id="2649484730" data-published-at="1607991176" data-use-pagination="False"> Tutte le contraddizioni dell’Oms sul report «anti Italia» censurato Che una testa dovesse cadere era evidente. E che potesse essere quella di Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, era quasi scontato. Secondo un'autorevole fonte citata ieri dall'agenzia di stampa Lapresse, l'Oms si appresterebbe a togliere le deleghe all'attuale numero 2 dell'istituzione in Europa. Guerra, è cosa nota, da settimane è al centro del pandemonio mediatico relativo al famigerato report sulla gestione italiana della pandemia, intitolato An unprecedented challenge; Italy's first response to Covid-19. La relazione, curata da Francesco Zambon, è stata pubblicata dall'Oms e subito ritirata. Zambon ha denunciato di aver subito pesanti pressioni da Guerra, forse allo scopo di proteggere il governo italiano da analisi potenzialmente molto imbarazzanti. La sensazione, tuttavia, è che Guerra - al netto delle sue responsabilità - sia diventato una sorta di capro espiatorio. In altre parole: fanno fuori lui per non toccare chi sta sopra, cioè il ministro Roberto Speranza e i suoi predecessori. A confermare questa sensazione è il comunicato stampa licenziato ieri dall'Organizzazione mondiale della sanità, che di fatto è un grosso favore al governo italiano. Ieri l'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms ha fatto sapere che «in nessun momento il governo italiano ha chiesto all'Organizzazione mondiale della sanità di rimuovere il documento» curato da Zambon. Non solo. L'Oms Europa ha specificato che il report è stato ritirato perché contenente «inesattezze». La versione ufficiale è che la relazione sulla gestione italiana della pandemia sia stata tolta dalla Rete «con l'intento di correggere gli errori e ripubblicarla. Quando sono state apportate le correzioni però, l'Oms aveva stabilito un nuovo meccanismo globale (chiamato Revisione intra-action) come strumento standard per valutare le risposte dei Paesi e condividere le lezioni apprese. Il documento originale quindi non è mai stato ripubblicato». L'Oms, tuttavia, si dice disponibile a «condividere il documento ritirato, su richiesta». A sentire l'istituzione sanitaria, dunque, tutto il putiferio sarebbe scoppiato per una ragione banalissima, ovvero a causa di alcune inesattezze contenute nel rapporto di Zambon e colleghi. Può anche darsi che sia vero, ma qualcosa non torna. Come ha fatto sapere alla Verità l'avvocato di Zambon, i ricercatori si sono da subito mostrati disponibili a correggere tutte le eventuali «inesattezze». E resta che il report era già stato valutato e approvato dalla catena di controllo interna dell'Oms. Possibile che si siano accorti degli svarioni proprio un attimo dopo aver pubblicato il testo? C'è poi un altro punto. Se davvero la questione è così banale, per quale motivo l'Oms ancora non ha consentito a Zambon e soci di presentarsi in Procura a Bergamo per fornire la propria versione dei fatti sul ritiro del report? I ricercatori si sono detti disponibili a rinunciare all'immunità diplomatica e a parlare. Sulla questione si è mosso addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Quest'ultimo - tramite la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite - ha scritto all'Oms chiedendo che lasci gli studiosi liberi di incontrare gli investigatori bergamaschi. La lettera è stata inviata l'11 dicembre, ma ancora non ha prodotto effetti. La domanda è: perché l'Oms Europa si precipita a difendere il governo italiano ma non dà il permesso ai suoi ricercatori di parlare con una Procura della Repubblica? Mistero. A complicare ulteriormente le cose c'è la questione Guerra. Se effettivamente l'Oms gli toglierà le deleghe, come motiverà la decisione? Detto in altri termini: se il famigerato report è stato ritirato per questioni tecniche, per quale motivo punire il numero 2 della sezione europea? Anche qui buio totale. Ultimo nodo da tenere presente. Al vertice dell'Oms Europa, cioè dell'istituzione che ieri ha emesso il comunicato in difesa del governo, c'è un signore chiamato Hans Henri Kluge. Costui, il 15 maggio, ha inviato una mail (mostrata da Report) a Francesco Zambon in cui scriveva a proposito della relazione sull'Italia: «Il problema principale è la mia relazione col ministro che era molto scocciato. [...] Come persone esperte noi tre avremmo dovuto aspettare il semaforo verde dal ministero della Salute. Silvio ha detto che sono costantemente sotto attacco della stampa e ogni parola può essere male interpretata. Si sono sentiti traditi da un amico». E ancora: «Dobbiamo fare una nuova strategia […]. Scriverò al ministro che stabiliremo un gruppo con ministero della Salute, Istituto superiore della sanità e Oms, per rivedere il documento punto. Ora abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia». L'ultima sibillina parte su Venezia si riferisce al rinnovo dell'accordo per la sede dell'Oms, che si trova appunto nella città veneta. Rileggendo queste parole qualche dubbio sorge. Il dirigente che si preoccupava di proteggere il governo mesi fa è lo stesso che oggi rilascia un comunicato a tutela dell'esecutivo: curioso, no? A questo punto, c'è un solo modo per fare chiarezza: che la Procura di Bergamo sia libera di indagare. In ogni direzione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-piano-pandemico-il-ministro-speranza-viene-sbugiardato-da-colleghi-e-dirigenti-2649484730.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-figuracce-del-giovane-vecchio" data-post-id="2649484730" data-published-at="1607991176" data-use-pagination="False"> Le figuracce del «giovane vecchio» Le smentite di dirigenti e colleghi sono l'ultimo colpo sulla credibilità di Roberto Speranza, ministro per caso (mai si era occupato di sanità fino al giorno in cui è entrato nel secondo governo Conte) e collezionista di figuracce da quando è scoppiata l'emergenza sanitaria. Il rapporto segretato dell'Oms che tanto imbarazza il ministro non poteva che parlare di «gestione caotica e improvvisata»: le passioni di Speranza, per sua stessa ammissione, sono «gli studi storici coltivati anche dopo la laurea in scienze politiche, il vino e la buona cucina, la Roma di Totti e le serate in giro con gli amici di una vita». Dalemiano di ferro, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, a una trasmissione di Michele Santoro il vignettista Vauro lo battezzò «il giovane vecchio». Speranza è colui che sosteneva l'assoluta inutilità delle mascherine. Ai giornalisti il 25 febbraio aveva detto: «Considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Ne era talmente convinto da regalare ai cinesi le poche scorte di protezioni made in Italy: «La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus», fu la spiegazione. Così noi siamo rimasti senza mascherine e altri dispositivi di protezione che hanno preso la via di Pechino, e siamo andati incontro alla pandemia armati soltanto di solidarietà. Sempre a febbraio, Speranza difendeva a parole la linea dura ma nei fatti la negava perché sbarrò la strada ai governatori regionali che volevano imporre la quarantena da scuola ai bambini di ritorno dalla Cina. Anche in questo caso l'arma della solidarietà contro quella del buon senso: «Su queste cose decide la scienza, non la propaganda». Ma non risulta che la scienza avesse sdoganato gli happy hour e gli aperitivi ai quali prendevano parte i sindaci di Milano e Bergamo, entrambi di sinistra come lo stesso ministro. Gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolavano; il Pd aveva invitato il ministro a una bicchierata sui Navigli per dimostrare che si poteva andare avanti senza fermarsi: ma lui si limitò a non farsi vedere, guardandosi bene dall'imporre il coprifuoco che oggi egli invoca come la soluzione di ogni assembramento. Ed era stato il suo ministero, il 7 febbraio, a diffondere sulle reti televisive una pubblicità «progresso» dove Michele Mirabella s'ingegnava a spiegare che con il Covid «non è affatto facile il contagio». D'altra parte, mentre il suo governo rinchiudeva in casa gli italiani, Speranza passava le giornate a scrivere il suo personalissimo diario della crisi poi diventato un libro, Perché guariremo. La primavera a vergare le memorie e l'estate a correggere le bozze in modo che la casa editrice Feltrinelli potesse invadere le librerie alla fine delle ferie liberatorie con la trionfante autodifesa del ministro che aveva sconfitto l'invisibile nemico. Ma le cose sono andate diversamente, il coronavirus ha ripreso a dilagare e la Feltrinelli si è comportata come Ranieri Guerra con il rapporto dell'Oms: ha fatto sparire lo scritto. D'altra parte, per Speranza il Covid-19 non era un virus mortale ma, come ha scritto a Repubblica, «l'occasione per non essere subalterni alla destra», un'opportunità che «ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione», cioè quello «del pensiero neoliberista». Basterebbe lo scivolone sul libro a imporre al ministro le dimissioni. Ma Speranza è inciampato anche sulla sanità in Calabria, un pozzo senza fondo commissariato dal ministero da anni. Il commissario in carica non sapeva che toccava a lui redigere il piano pandemico regionale; quello che ha preso il suo posto sosteneva che le mascherine sono inutili e che per infettarsi bisogna baciarsi in bocca per un quarto d'ora; il terzo era indagato e non ha trovato di meglio che scaricare sulla moglie la decisione di lasciar perdere. La povera signora non voleva trasferirsi a Catanzaro. L'attuale commissario, il quarto, almeno tace. E Speranza dovrebbe imitarlo.
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
Continua a leggereRiduci
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
Continua a leggereRiduci
Da sinistra, Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e dietro Keir Starmer (Ansa)
E proprio nel giorno in cui sono iniziate le esercitazioni aeree Ramstein flag 2026, che fino al 19 giugno impegneranno 150 aerei da combattimento dell’Alleanza atlantica in Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, in gran parte presso i confini della Russia. Tra l’altro il governo lettone è caduto neanche un mese fa a causa di un velivolo senza pilota ucraino che si era schiantato sul territorio.
Il drone non è stato definito per quello che era, cioè ucraino, ma, pudicamente, «straniero», dal comunicato del ministero della Difesa lettone. Si è comunque incolpata Mosca asserendo che la deviazione dalla sua rotta era dovuta a interferenze elettroniche, il classico «jamming», attuate dai russi, anziché da ipotetici errori del sistema di guida. Riga ha diramato: «Nello spazio aereo lettone, sulla regione della Latgallia, caccia della missione Nato Baltic air policing hanno abbattuto un veicolo aereo senza pilota straniero entrato in Lettonia a seguito di guerra elettromagnetica russa. I caccia erano stati fatti decollare in risposta alla minaccia nello spazio aereo lettone». L’allarme era accompagnato da un avviso specifico per gli abitanti dei comuni di Ludza, Balvi e Aluksne, ai confini orientali.
Ad abbattere il drone è stato un caccia francese Dassault Rafale del contingente alleato che, a rotazione, assicura la difesa aerea delle Repubbliche baltiche nell’ambito della Baltic air policing. Poiché i Paesi baltici non hanno caccia supersonici, le squadriglie di altre nazioni Nato s’avvicendano a turno sulle loro basi, pronte su allarme. Il Rafale era decollato dalla base di Siauliai, nella vicina Lituania, dove sono stanziati anche F-16 rumeni, mentre in Estonia ci sono F-16 portoghesi. In Estonia è terminata solo due mesi fa una missione dell’Aeronautica italiana, la Baltic eagle III, che ha visto schierati da agosto 2025 ad aprile 2026 caccia F-35 ed Eurofighter italiani, uno dei quali aveva intercettato lo scorso 18 marzo un caccia russo Su-30 sconfinato presso l’isola di Vaindloo.
Ieri un altro drone, pare ucraino, è finito fuori rotta entrando nello spazio aereo della Moldavia e schiantandosi in un campo senza fare danni né vittime. Tutto ciò mentre dal vertice fra il presidente ucraino Volodymir Zelensky, il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si ribadiva la richiesta di un dialogo con la Russia, ma a condizione di «cessate il fuoco immediato, congelamento dell’attuale linea del fronte, garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina e congelamento degli asset russi fino a risarcimento dei danni di guerra». I Paesi E3 hanno promesso a Zelensky che nei prossimi vertici, il G7 di Evian il 15-17 giugno, il vertice Nato di Ankara il 7-8 luglio e il summit dei Paesi «volenterosi» di Parigi il 14 luglio, si discuterà l’intensificazione del sostegno militare all’Ucraina, con l’aumento di produzione di sistemi di difesa e sviluppo congiunto di capacità antimissile e di attacco a lungo raggio. Da Mosca il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha già definito irricevibili le condizioni: «È difficile immaginare accordi con Kiev in queste condizioni». Ha definito «incoerenti» le posizioni emerse a Londra: «Parlano di pace e allo stesso tempo evidenziano la loro intenzione di aiutare il regime di Kiev a produrre nuovi tipi di armi per continuare la guerra».
Ma il summit E3-Ucraina è anche legato alle polemiche contro il governo di Giorgia Meloni sulla mancata presenza dell’Italia, che invece sarà in prima fila al G7, al vertice Nato e a quello dei volenterosi. Una risposta l’ha data la Germania, col portavoce Stefan Kornelius, che ha assicurato che l’Italia e la Polonia non sono da meno degli altri: «Polonia e Italia sono anch’esse coinvolte nel processo. V’è uno scambio costante con tutti i partner europei. Il formato E3 è un formato consolidato e collaudato. Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi s’è dimostrato più volte vantaggioso preparare i vari passaggi anche in una cerchia ristretta. Ciò non significa che gli altri partner europei non siano coinvolti».
Intanto la guerra macina distruzione. Ieri la Russia ha lanciato sull’Ucraina «155 droni, di cui 124 abbattuti», sostiene l’aviazione di Kiev. Alcuni ordigni hanno colpito una fermata d’autobus a Zaporizhzhia, uccidendo due persone e ferendone 15. Un raid su Konotop, nell’area di Sumy, ha causato la morte di una donna e il ferimento di tre persone. Ieri il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ha rivelato che è stato collaudato un sistema di droni da intercettazione, denominato Brave1, in grado di centrare autonomamente i droni d’attacco russi Shahed.
Anche gli ucraini attaccano in profondità. Un drone di Kiev ha colpito il treno Mosca-Simferopoli, uccidendo un passeggero e ferendone un altro. Sempre vicino a Simferopoli i velivoli senza pilota ucraini hanno incendiato un deposito di petrolio, inoltre altre cisterne di greggio sono state colpite a Grushevaya Balka, presso Novorossiysk, come parte della strategia di lungo periodo mirata a logorare il settore energetico russo. Il ministero della Difesa di Mosca ha sostenuto che nelle ore precedenti erano stati «neutralizzati 300 droni ucraini». Di essi, almeno sette erano diretti sulla capitale, ma secondo il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanyan, sono stati abbattuti, sebbene l’allarme abbia causato la chiusura dell’aeroporto.
Continua a leggereRiduci