True
2020-12-15
Speranza con le spalle al muro. Ha mentito sul piano pandemico
Roberto Speranza (Ansa)
Ormai siamo nell'ambito della psicanalisi. Alla fase della negazione sono seguite in rapida successione la fase della rabbia e quella della contrattazione. Tradotto in pratica lo schema freudiano, significa che il governo prima ha negato con decisione che l'Italia fosse priva di un piano pandemico (strumento fondamentale per affrontare il flagello Covid) aggiornato ed efficiente. Poi, a distanza di qualche settimana, sono cominciate le liti e le risse, e infine è arrivato lo scaricabile, cioè il tentativo dei vari tecnici e politici di farla franca gettando le responsabilità addosso ad altri. Al centro di questo turbinio c'è, ovviamente, il ministro della Salute, Roberto Speranza, che è stato sbugiardato e infilzato a ripetizione dai suoi stessi alleati, accumulando l'ennesimo carico di figuracce.
Vediamo, passo per passo, di mettere ordine. Il 10 dicembre, Speranza si è presentato a Porta a porta per discutere della gestione della pandemia. Incalzato da Bruno Vespa, ha dovuto parlare anche del famigerato piano pandemico italiano. Quali siano i termini della questione è ormai noto. L'Italia ha prodotto un piano di contrasto alle pandemie nel 2006, e da allora non lo ha mai più aggiornato, anche se avrebbe dovuto farlo al massimo nel 2013. I vertici della sanità, nel 2017, si sono limitati a copiarlo e incollarlo così com'era su una nuova pagina Web. Risultato: siamo arrivati al 2020 senza uno scudo di protezione che ci avrebbe consentito - così dicono gli esperti - di evitare almeno 10.000 morti. Che il piano fosse obsoleto lo ha notato anche un report dell'Oms curato dal ricercatore Francesco Zambon. Peccato che quel report sia stato pubblicato e immediatamente ritirato, forse perché troppo imbarazzante per il governo. A Porta a porta, il ministro Speranza ha liquidato tutta la faccenda con un sorrisetto. In estrema sintesi, la versione che ha fornito è la seguente: il piano pandemico era «antinfluenzale», non anti covid, quindi il problema non si pone; nessuno ha chiesto di censurare il report dell'Oms perché non diceva nulla di imbarazzante; l'Oms è un'istituzione meritevole di fiducia.
Nel giro di pochi giorni, Speranza è stato smentito su tutti i fronti. Non solo dai giornali di mezza Europa, ma pure dai suoi collaboratori, colleghi e sottoposti. Domenica sera, a Non è l'Arena, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha messo qualche puntino sulle i. Per prima cosa ha spiegato che «piano pandemico e piano influenzale sono la stessa cosa», sbugiardando Speranza. Poi ha attaccato: «Esigo una risposta su questo maledetto piano pandemico, c'era, non c'era, è vecchio è nuovo? È stato o non è stato aggiornato e soprattutto chi lo ha fatto? È facile: lì c'è una direzione generale, tre direttori generali che si sono avvicendati, ci sono dei dirigenti […]. È ora di cambiare questo pressapochismo. Io pretendo delle risposte e sono sicuro che anche il ministro Speranza pretende delle risposte». Giusto per non farsi mancare nulla, Sileri ha chiesto la testa del segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco: «Avendo visto i verbali in cui lui è sempre assente credo che la cosa migliore è che lui si dimetta».
Dunque qui abbiamo un viceministro che ha sbriciolato in pochi minuti tutte le tesi sostenute in diretta televisiva dal suo capo, cioè Speranza. Il quale viene smentito anche da Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell'Oms più volte accusato di essere il mandante della censura sul report prodotto da Zambon.
Guerra, dopo aver sostenuto che il piano pandemico del 2006 fosse stato aggiornato nel 2016, domenica ha cambiato versione. Ha ammesso, in sostanza, che l'Italia non ha mai aggiornato il documento anche se avrebbe dovuto farlo già 2013. Ha detto di non aver avuto il tempo di cambiarlo fra il 2014 e il 2017, quando era a capo della Prevenzione del ministero della Salute. E ha aggiunto di aver allertato sul tema, nel 2017, l'allora ministro Beatrice Lorenzin. È l'ennesima sberla a Speranza: Guerra fa capire che al ministero sapevano da anni di non essere pronti a un'eventuale pandemia, cosa che il ministro ha sempre negato.
Infine, l'ultimo punto. Speranza continua a difendere l'Oms, la quale ieri ha cercato di fargli un favore, negando in un comunicato che il ministero abbia brigato per censurare il report «imbarazzante» di Zambon. Mentre il caro Roberto prende le parti dell'istituzione sanitaria, però, ecco piovere dal cielo Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, tramite la rappresentanza italiana delle Nazioni Unite, l'11 dicembre ha inviato una lettera all'Oms, chiedendole di «permettere a funzionari ed esperti di acconsentire alla richiesta del procuratore di Bergamo di essere sentiti come persona informate sui fatti». L'Oms, come sappiamo, si è trincerata dietro l'immunità diplomatica e non ha finora consentito a Zambon e ai suoi colleghi di parlare con gli investigatori bergamaschi, i quali stanno cercando di stabilire se ci sia stata da parte delle autorità italiane una cattiva gestione della pandemia.
Insomma, qui ognuno ha una posizione differente. Solo su un punto tutti concordano: Speranza ha detto balle.
Tutte le contraddizioni dell’Oms sul report «anti Italia» censurato
Che una testa dovesse cadere era evidente. E che potesse essere quella di Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, era quasi scontato. Secondo un'autorevole fonte citata ieri dall'agenzia di stampa Lapresse, l'Oms si appresterebbe a togliere le deleghe all'attuale numero 2 dell'istituzione in Europa.
Guerra, è cosa nota, da settimane è al centro del pandemonio mediatico relativo al famigerato report sulla gestione italiana della pandemia, intitolato An unprecedented challenge; Italy's first response to Covid-19. La relazione, curata da Francesco Zambon, è stata pubblicata dall'Oms e subito ritirata. Zambon ha denunciato di aver subito pesanti pressioni da Guerra, forse allo scopo di proteggere il governo italiano da analisi potenzialmente molto imbarazzanti.
La sensazione, tuttavia, è che Guerra - al netto delle sue responsabilità - sia diventato una sorta di capro espiatorio. In altre parole: fanno fuori lui per non toccare chi sta sopra, cioè il ministro Roberto Speranza e i suoi predecessori.
A confermare questa sensazione è il comunicato stampa licenziato ieri dall'Organizzazione mondiale della sanità, che di fatto è un grosso favore al governo italiano. Ieri l'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms ha fatto sapere che «in nessun momento il governo italiano ha chiesto all'Organizzazione mondiale della sanità di rimuovere il documento» curato da Zambon.
Non solo. L'Oms Europa ha specificato che il report è stato ritirato perché contenente «inesattezze». La versione ufficiale è che la relazione sulla gestione italiana della pandemia sia stata tolta dalla Rete «con l'intento di correggere gli errori e ripubblicarla. Quando sono state apportate le correzioni però, l'Oms aveva stabilito un nuovo meccanismo globale (chiamato Revisione intra-action) come strumento standard per valutare le risposte dei Paesi e condividere le lezioni apprese. Il documento originale quindi non è mai stato ripubblicato». L'Oms, tuttavia, si dice disponibile a «condividere il documento ritirato, su richiesta».
A sentire l'istituzione sanitaria, dunque, tutto il putiferio sarebbe scoppiato per una ragione banalissima, ovvero a causa di alcune inesattezze contenute nel rapporto di Zambon e colleghi. Può anche darsi che sia vero, ma qualcosa non torna. Come ha fatto sapere alla Verità l'avvocato di Zambon, i ricercatori si sono da subito mostrati disponibili a correggere tutte le eventuali «inesattezze». E resta che il report era già stato valutato e approvato dalla catena di controllo interna dell'Oms. Possibile che si siano accorti degli svarioni proprio un attimo dopo aver pubblicato il testo?
C'è poi un altro punto. Se davvero la questione è così banale, per quale motivo l'Oms ancora non ha consentito a Zambon e soci di presentarsi in Procura a Bergamo per fornire la propria versione dei fatti sul ritiro del report? I ricercatori si sono detti disponibili a rinunciare all'immunità diplomatica e a parlare. Sulla questione si è mosso addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Quest'ultimo - tramite la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite - ha scritto all'Oms chiedendo che lasci gli studiosi liberi di incontrare gli investigatori bergamaschi. La lettera è stata inviata l'11 dicembre, ma ancora non ha prodotto effetti.
La domanda è: perché l'Oms Europa si precipita a difendere il governo italiano ma non dà il permesso ai suoi ricercatori di parlare con una Procura della Repubblica? Mistero. A complicare ulteriormente le cose c'è la questione Guerra. Se effettivamente l'Oms gli toglierà le deleghe, come motiverà la decisione? Detto in altri termini: se il famigerato report è stato ritirato per questioni tecniche, per quale motivo punire il numero 2 della sezione europea? Anche qui buio totale.
Ultimo nodo da tenere presente. Al vertice dell'Oms Europa, cioè dell'istituzione che ieri ha emesso il comunicato in difesa del governo, c'è un signore chiamato Hans Henri Kluge. Costui, il 15 maggio, ha inviato una mail (mostrata da Report) a Francesco Zambon in cui scriveva a proposito della relazione sull'Italia: «Il problema principale è la mia relazione col ministro che era molto scocciato. [...] Come persone esperte noi tre avremmo dovuto aspettare il semaforo verde dal ministero della Salute. Silvio ha detto che sono costantemente sotto attacco della stampa e ogni parola può essere male interpretata. Si sono sentiti traditi da un amico». E ancora: «Dobbiamo fare una nuova strategia […]. Scriverò al ministro che stabiliremo un gruppo con ministero della Salute, Istituto superiore della sanità e Oms, per rivedere il documento punto. Ora abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia». L'ultima sibillina parte su Venezia si riferisce al rinnovo dell'accordo per la sede dell'Oms, che si trova appunto nella città veneta.
Rileggendo queste parole qualche dubbio sorge. Il dirigente che si preoccupava di proteggere il governo mesi fa è lo stesso che oggi rilascia un comunicato a tutela dell'esecutivo: curioso, no? A questo punto, c'è un solo modo per fare chiarezza: che la Procura di Bergamo sia libera di indagare. In ogni direzione.
Le figuracce del «giovane vecchio»
Le smentite di dirigenti e colleghi sono l'ultimo colpo sulla credibilità di Roberto Speranza, ministro per caso (mai si era occupato di sanità fino al giorno in cui è entrato nel secondo governo Conte) e collezionista di figuracce da quando è scoppiata l'emergenza sanitaria. Il rapporto segretato dell'Oms che tanto imbarazza il ministro non poteva che parlare di «gestione caotica e improvvisata»: le passioni di Speranza, per sua stessa ammissione, sono «gli studi storici coltivati anche dopo la laurea in scienze politiche, il vino e la buona cucina, la Roma di Totti e le serate in giro con gli amici di una vita». Dalemiano di ferro, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, a una trasmissione di Michele Santoro il vignettista Vauro lo battezzò «il giovane vecchio».
Speranza è colui che sosteneva l'assoluta inutilità delle mascherine. Ai giornalisti il 25 febbraio aveva detto: «Considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Ne era talmente convinto da regalare ai cinesi le poche scorte di protezioni made in Italy: «La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus», fu la spiegazione. Così noi siamo rimasti senza mascherine e altri dispositivi di protezione che hanno preso la via di Pechino, e siamo andati incontro alla pandemia armati soltanto di solidarietà.
Sempre a febbraio, Speranza difendeva a parole la linea dura ma nei fatti la negava perché sbarrò la strada ai governatori regionali che volevano imporre la quarantena da scuola ai bambini di ritorno dalla Cina. Anche in questo caso l'arma della solidarietà contro quella del buon senso: «Su queste cose decide la scienza, non la propaganda». Ma non risulta che la scienza avesse sdoganato gli happy hour e gli aperitivi ai quali prendevano parte i sindaci di Milano e Bergamo, entrambi di sinistra come lo stesso ministro. Gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolavano; il Pd aveva invitato il ministro a una bicchierata sui Navigli per dimostrare che si poteva andare avanti senza fermarsi: ma lui si limitò a non farsi vedere, guardandosi bene dall'imporre il coprifuoco che oggi egli invoca come la soluzione di ogni assembramento.
Ed era stato il suo ministero, il 7 febbraio, a diffondere sulle reti televisive una pubblicità «progresso» dove Michele Mirabella s'ingegnava a spiegare che con il Covid «non è affatto facile il contagio». D'altra parte, mentre il suo governo rinchiudeva in casa gli italiani, Speranza passava le giornate a scrivere il suo personalissimo diario della crisi poi diventato un libro, Perché guariremo. La primavera a vergare le memorie e l'estate a correggere le bozze in modo che la casa editrice Feltrinelli potesse invadere le librerie alla fine delle ferie liberatorie con la trionfante autodifesa del ministro che aveva sconfitto l'invisibile nemico.
Ma le cose sono andate diversamente, il coronavirus ha ripreso a dilagare e la Feltrinelli si è comportata come Ranieri Guerra con il rapporto dell'Oms: ha fatto sparire lo scritto. D'altra parte, per Speranza il Covid-19 non era un virus mortale ma, come ha scritto a Repubblica, «l'occasione per non essere subalterni alla destra», un'opportunità che «ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione», cioè quello «del pensiero neoliberista».
Basterebbe lo scivolone sul libro a imporre al ministro le dimissioni. Ma Speranza è inciampato anche sulla sanità in Calabria, un pozzo senza fondo commissariato dal ministero da anni. Il commissario in carica non sapeva che toccava a lui redigere il piano pandemico regionale; quello che ha preso il suo posto sosteneva che le mascherine sono inutili e che per infettarsi bisogna baciarsi in bocca per un quarto d'ora; il terzo era indagato e non ha trovato di meglio che scaricare sulla moglie la decisione di lasciar perdere. La povera signora non voleva trasferirsi a Catanzaro. L'attuale commissario, il quarto, almeno tace. E Speranza dovrebbe imitarlo.
Continua a leggereRiduci
Il suo vice Pierpaolo Sileri lo smentisce e chiede la testa del segretario generale della Salute, Giuseppe Ruocco. Anche Luigi Di Maio all'attacco.L'Oms fa un favore al governo: «Non ha chiesto la rimozione della ricerca di Zambon». Ma si prepara a silurare il direttore vicario Ranieri Guerra. E continua a mettere il bavaglio ai ricercatori.Le mascherine regalate ai cinesi, il libro trionfalistico subito ritirato, le nomine dei commissari in Calabria: le imprese di un politico che non ne azzecca una.Lo speciale contiene tre articoli.Ormai siamo nell'ambito della psicanalisi. Alla fase della negazione sono seguite in rapida successione la fase della rabbia e quella della contrattazione. Tradotto in pratica lo schema freudiano, significa che il governo prima ha negato con decisione che l'Italia fosse priva di un piano pandemico (strumento fondamentale per affrontare il flagello Covid) aggiornato ed efficiente. Poi, a distanza di qualche settimana, sono cominciate le liti e le risse, e infine è arrivato lo scaricabile, cioè il tentativo dei vari tecnici e politici di farla franca gettando le responsabilità addosso ad altri. Al centro di questo turbinio c'è, ovviamente, il ministro della Salute, Roberto Speranza, che è stato sbugiardato e infilzato a ripetizione dai suoi stessi alleati, accumulando l'ennesimo carico di figuracce. Vediamo, passo per passo, di mettere ordine. Il 10 dicembre, Speranza si è presentato a Porta a porta per discutere della gestione della pandemia. Incalzato da Bruno Vespa, ha dovuto parlare anche del famigerato piano pandemico italiano. Quali siano i termini della questione è ormai noto. L'Italia ha prodotto un piano di contrasto alle pandemie nel 2006, e da allora non lo ha mai più aggiornato, anche se avrebbe dovuto farlo al massimo nel 2013. I vertici della sanità, nel 2017, si sono limitati a copiarlo e incollarlo così com'era su una nuova pagina Web. Risultato: siamo arrivati al 2020 senza uno scudo di protezione che ci avrebbe consentito - così dicono gli esperti - di evitare almeno 10.000 morti. Che il piano fosse obsoleto lo ha notato anche un report dell'Oms curato dal ricercatore Francesco Zambon. Peccato che quel report sia stato pubblicato e immediatamente ritirato, forse perché troppo imbarazzante per il governo. A Porta a porta, il ministro Speranza ha liquidato tutta la faccenda con un sorrisetto. In estrema sintesi, la versione che ha fornito è la seguente: il piano pandemico era «antinfluenzale», non anti covid, quindi il problema non si pone; nessuno ha chiesto di censurare il report dell'Oms perché non diceva nulla di imbarazzante; l'Oms è un'istituzione meritevole di fiducia. Nel giro di pochi giorni, Speranza è stato smentito su tutti i fronti. Non solo dai giornali di mezza Europa, ma pure dai suoi collaboratori, colleghi e sottoposti. Domenica sera, a Non è l'Arena, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha messo qualche puntino sulle i. Per prima cosa ha spiegato che «piano pandemico e piano influenzale sono la stessa cosa», sbugiardando Speranza. Poi ha attaccato: «Esigo una risposta su questo maledetto piano pandemico, c'era, non c'era, è vecchio è nuovo? È stato o non è stato aggiornato e soprattutto chi lo ha fatto? È facile: lì c'è una direzione generale, tre direttori generali che si sono avvicendati, ci sono dei dirigenti […]. È ora di cambiare questo pressapochismo. Io pretendo delle risposte e sono sicuro che anche il ministro Speranza pretende delle risposte». Giusto per non farsi mancare nulla, Sileri ha chiesto la testa del segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco: «Avendo visto i verbali in cui lui è sempre assente credo che la cosa migliore è che lui si dimetta». Dunque qui abbiamo un viceministro che ha sbriciolato in pochi minuti tutte le tesi sostenute in diretta televisiva dal suo capo, cioè Speranza. Il quale viene smentito anche da Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell'Oms più volte accusato di essere il mandante della censura sul report prodotto da Zambon. Guerra, dopo aver sostenuto che il piano pandemico del 2006 fosse stato aggiornato nel 2016, domenica ha cambiato versione. Ha ammesso, in sostanza, che l'Italia non ha mai aggiornato il documento anche se avrebbe dovuto farlo già 2013. Ha detto di non aver avuto il tempo di cambiarlo fra il 2014 e il 2017, quando era a capo della Prevenzione del ministero della Salute. E ha aggiunto di aver allertato sul tema, nel 2017, l'allora ministro Beatrice Lorenzin. È l'ennesima sberla a Speranza: Guerra fa capire che al ministero sapevano da anni di non essere pronti a un'eventuale pandemia, cosa che il ministro ha sempre negato. Infine, l'ultimo punto. Speranza continua a difendere l'Oms, la quale ieri ha cercato di fargli un favore, negando in un comunicato che il ministero abbia brigato per censurare il report «imbarazzante» di Zambon. Mentre il caro Roberto prende le parti dell'istituzione sanitaria, però, ecco piovere dal cielo Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, tramite la rappresentanza italiana delle Nazioni Unite, l'11 dicembre ha inviato una lettera all'Oms, chiedendole di «permettere a funzionari ed esperti di acconsentire alla richiesta del procuratore di Bergamo di essere sentiti come persona informate sui fatti». L'Oms, come sappiamo, si è trincerata dietro l'immunità diplomatica e non ha finora consentito a Zambon e ai suoi colleghi di parlare con gli investigatori bergamaschi, i quali stanno cercando di stabilire se ci sia stata da parte delle autorità italiane una cattiva gestione della pandemia. Insomma, qui ognuno ha una posizione differente. Solo su un punto tutti concordano: Speranza ha detto balle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-piano-pandemico-il-ministro-speranza-viene-sbugiardato-da-colleghi-e-dirigenti-2649484730.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutte-le-contraddizioni-delloms-sul-report-anti-italia-censurato" data-post-id="2649484730" data-published-at="1607991176" data-use-pagination="False"> Tutte le contraddizioni dell’Oms sul report «anti Italia» censurato Che una testa dovesse cadere era evidente. E che potesse essere quella di Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, era quasi scontato. Secondo un'autorevole fonte citata ieri dall'agenzia di stampa Lapresse, l'Oms si appresterebbe a togliere le deleghe all'attuale numero 2 dell'istituzione in Europa. Guerra, è cosa nota, da settimane è al centro del pandemonio mediatico relativo al famigerato report sulla gestione italiana della pandemia, intitolato An unprecedented challenge; Italy's first response to Covid-19. La relazione, curata da Francesco Zambon, è stata pubblicata dall'Oms e subito ritirata. Zambon ha denunciato di aver subito pesanti pressioni da Guerra, forse allo scopo di proteggere il governo italiano da analisi potenzialmente molto imbarazzanti. La sensazione, tuttavia, è che Guerra - al netto delle sue responsabilità - sia diventato una sorta di capro espiatorio. In altre parole: fanno fuori lui per non toccare chi sta sopra, cioè il ministro Roberto Speranza e i suoi predecessori. A confermare questa sensazione è il comunicato stampa licenziato ieri dall'Organizzazione mondiale della sanità, che di fatto è un grosso favore al governo italiano. Ieri l'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms ha fatto sapere che «in nessun momento il governo italiano ha chiesto all'Organizzazione mondiale della sanità di rimuovere il documento» curato da Zambon. Non solo. L'Oms Europa ha specificato che il report è stato ritirato perché contenente «inesattezze». La versione ufficiale è che la relazione sulla gestione italiana della pandemia sia stata tolta dalla Rete «con l'intento di correggere gli errori e ripubblicarla. Quando sono state apportate le correzioni però, l'Oms aveva stabilito un nuovo meccanismo globale (chiamato Revisione intra-action) come strumento standard per valutare le risposte dei Paesi e condividere le lezioni apprese. Il documento originale quindi non è mai stato ripubblicato». L'Oms, tuttavia, si dice disponibile a «condividere il documento ritirato, su richiesta». A sentire l'istituzione sanitaria, dunque, tutto il putiferio sarebbe scoppiato per una ragione banalissima, ovvero a causa di alcune inesattezze contenute nel rapporto di Zambon e colleghi. Può anche darsi che sia vero, ma qualcosa non torna. Come ha fatto sapere alla Verità l'avvocato di Zambon, i ricercatori si sono da subito mostrati disponibili a correggere tutte le eventuali «inesattezze». E resta che il report era già stato valutato e approvato dalla catena di controllo interna dell'Oms. Possibile che si siano accorti degli svarioni proprio un attimo dopo aver pubblicato il testo? C'è poi un altro punto. Se davvero la questione è così banale, per quale motivo l'Oms ancora non ha consentito a Zambon e soci di presentarsi in Procura a Bergamo per fornire la propria versione dei fatti sul ritiro del report? I ricercatori si sono detti disponibili a rinunciare all'immunità diplomatica e a parlare. Sulla questione si è mosso addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Quest'ultimo - tramite la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite - ha scritto all'Oms chiedendo che lasci gli studiosi liberi di incontrare gli investigatori bergamaschi. La lettera è stata inviata l'11 dicembre, ma ancora non ha prodotto effetti. La domanda è: perché l'Oms Europa si precipita a difendere il governo italiano ma non dà il permesso ai suoi ricercatori di parlare con una Procura della Repubblica? Mistero. A complicare ulteriormente le cose c'è la questione Guerra. Se effettivamente l'Oms gli toglierà le deleghe, come motiverà la decisione? Detto in altri termini: se il famigerato report è stato ritirato per questioni tecniche, per quale motivo punire il numero 2 della sezione europea? Anche qui buio totale. Ultimo nodo da tenere presente. Al vertice dell'Oms Europa, cioè dell'istituzione che ieri ha emesso il comunicato in difesa del governo, c'è un signore chiamato Hans Henri Kluge. Costui, il 15 maggio, ha inviato una mail (mostrata da Report) a Francesco Zambon in cui scriveva a proposito della relazione sull'Italia: «Il problema principale è la mia relazione col ministro che era molto scocciato. [...] Come persone esperte noi tre avremmo dovuto aspettare il semaforo verde dal ministero della Salute. Silvio ha detto che sono costantemente sotto attacco della stampa e ogni parola può essere male interpretata. Si sono sentiti traditi da un amico». E ancora: «Dobbiamo fare una nuova strategia […]. Scriverò al ministro che stabiliremo un gruppo con ministero della Salute, Istituto superiore della sanità e Oms, per rivedere il documento punto. Ora abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia». L'ultima sibillina parte su Venezia si riferisce al rinnovo dell'accordo per la sede dell'Oms, che si trova appunto nella città veneta. Rileggendo queste parole qualche dubbio sorge. Il dirigente che si preoccupava di proteggere il governo mesi fa è lo stesso che oggi rilascia un comunicato a tutela dell'esecutivo: curioso, no? A questo punto, c'è un solo modo per fare chiarezza: che la Procura di Bergamo sia libera di indagare. In ogni direzione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-piano-pandemico-il-ministro-speranza-viene-sbugiardato-da-colleghi-e-dirigenti-2649484730.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-figuracce-del-giovane-vecchio" data-post-id="2649484730" data-published-at="1607991176" data-use-pagination="False"> Le figuracce del «giovane vecchio» Le smentite di dirigenti e colleghi sono l'ultimo colpo sulla credibilità di Roberto Speranza, ministro per caso (mai si era occupato di sanità fino al giorno in cui è entrato nel secondo governo Conte) e collezionista di figuracce da quando è scoppiata l'emergenza sanitaria. Il rapporto segretato dell'Oms che tanto imbarazza il ministro non poteva che parlare di «gestione caotica e improvvisata»: le passioni di Speranza, per sua stessa ammissione, sono «gli studi storici coltivati anche dopo la laurea in scienze politiche, il vino e la buona cucina, la Roma di Totti e le serate in giro con gli amici di una vita». Dalemiano di ferro, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, a una trasmissione di Michele Santoro il vignettista Vauro lo battezzò «il giovane vecchio». Speranza è colui che sosteneva l'assoluta inutilità delle mascherine. Ai giornalisti il 25 febbraio aveva detto: «Considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Ne era talmente convinto da regalare ai cinesi le poche scorte di protezioni made in Italy: «La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus», fu la spiegazione. Così noi siamo rimasti senza mascherine e altri dispositivi di protezione che hanno preso la via di Pechino, e siamo andati incontro alla pandemia armati soltanto di solidarietà. Sempre a febbraio, Speranza difendeva a parole la linea dura ma nei fatti la negava perché sbarrò la strada ai governatori regionali che volevano imporre la quarantena da scuola ai bambini di ritorno dalla Cina. Anche in questo caso l'arma della solidarietà contro quella del buon senso: «Su queste cose decide la scienza, non la propaganda». Ma non risulta che la scienza avesse sdoganato gli happy hour e gli aperitivi ai quali prendevano parte i sindaci di Milano e Bergamo, entrambi di sinistra come lo stesso ministro. Gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolavano; il Pd aveva invitato il ministro a una bicchierata sui Navigli per dimostrare che si poteva andare avanti senza fermarsi: ma lui si limitò a non farsi vedere, guardandosi bene dall'imporre il coprifuoco che oggi egli invoca come la soluzione di ogni assembramento. Ed era stato il suo ministero, il 7 febbraio, a diffondere sulle reti televisive una pubblicità «progresso» dove Michele Mirabella s'ingegnava a spiegare che con il Covid «non è affatto facile il contagio». D'altra parte, mentre il suo governo rinchiudeva in casa gli italiani, Speranza passava le giornate a scrivere il suo personalissimo diario della crisi poi diventato un libro, Perché guariremo. La primavera a vergare le memorie e l'estate a correggere le bozze in modo che la casa editrice Feltrinelli potesse invadere le librerie alla fine delle ferie liberatorie con la trionfante autodifesa del ministro che aveva sconfitto l'invisibile nemico. Ma le cose sono andate diversamente, il coronavirus ha ripreso a dilagare e la Feltrinelli si è comportata come Ranieri Guerra con il rapporto dell'Oms: ha fatto sparire lo scritto. D'altra parte, per Speranza il Covid-19 non era un virus mortale ma, come ha scritto a Repubblica, «l'occasione per non essere subalterni alla destra», un'opportunità che «ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione», cioè quello «del pensiero neoliberista». Basterebbe lo scivolone sul libro a imporre al ministro le dimissioni. Ma Speranza è inciampato anche sulla sanità in Calabria, un pozzo senza fondo commissariato dal ministero da anni. Il commissario in carica non sapeva che toccava a lui redigere il piano pandemico regionale; quello che ha preso il suo posto sosteneva che le mascherine sono inutili e che per infettarsi bisogna baciarsi in bocca per un quarto d'ora; il terzo era indagato e non ha trovato di meglio che scaricare sulla moglie la decisione di lasciar perdere. La povera signora non voleva trasferirsi a Catanzaro. L'attuale commissario, il quarto, almeno tace. E Speranza dovrebbe imitarlo.
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
Continua a leggereRiduci
La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
Continua a leggereRiduci