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2018-10-31
Sui libri dei nostri ragazzi la guerra santa la fanno solo i cristiani
Ieri su queste pagine Maurizio Belpietro ha raccontato nei dettagli il contenuto di un libro di storia che finisce nelle mani di molti ragazzini di prima media. Il volume in questione si chiama Incontra la Storia e, nei capitoli dedicati al mondo arabo, sembra una brochure propagandistica della religione islamica.
Purtroppo, il testo in questione non è affatto un caso isolato, anzi. Vale la pena di citare un altro tomo, questa volta utilizzato in seconda media. Si intitola Storiemondi, lo pubblica Mondadori e lo firma sempre Vittoria Calvani, la stessa che ha prodotto Incontra la Storia. Ovviamente, l'orientamento ideologico è il medesimo, e sfocia nel grottesco. Anche in Storiemondi si parla di islam, per la precisione dell'impero ottomano. Il primo capitolo del libro inizia con il crollo dell'impero romano d'Oriente e la presa di Costantinopoli da parte dei turchi, nel 1453.
Questo evento, spiega la Calvani, suscitò reazioni forti in tutto il mondo. Per il mondo cristiano fu un vero «trauma»: «Schiere di predicatori tuonarono dai pulpiti di tutta Europa invocando la guerra santa e lo stesso Papa tentò di bandire una nuova crociata dei maggiori Stati europei». Curioso: il primo riferimento alla guerra santa in un capitolo dedicato all'impero islamico riguarda i cristiani. Sono loro a invocare persecuzioni e violenze religiose. I turchi, al contrario, sono dei gentiluomini. In particolare Maometto II, il quale «era colto, innamorato dell'antichità greca e latina [...]. Parlava e scriveva correntemente il persiano e adorava la poesia».
Bernard Lewis, il più grande storico del Medioriente di sempre, spiegava che l'impero ottomano «rimase sempre un'entità politica pervasa, come alle origini, dal senso della missione nella guerra santa» (in I musulmani alla scoperta dell'Europa, Rizzoli). Ma nel libro delle medie a volere la guerra santa sono solo i cristiani.
Maometto II, prosegue la Calvani, era sì uno con il vizio dei massacri, ma era anche molto tollerante e sensibile alle cose belle. Tanto che «trasformò la basilica cristiana di Santa Sofia [...] in una meravigliosa moschea con annesse biblioteche e scuola coranica». Che brav'uomo. Certo, quando entrò a Costantinopoli con l'esercito diede ordine di saccheggiare anche le case della gente comune (come riportano fonti turche dell'epoca), ma era così tollerante...
Uno storico ottomano del XVI secolo (citato ancora una volta da Lewis) spiegava che «i templi degli infedeli furono mutati in moschee per i pii e il fulgore dell'Islam discacciò le legioni della tenebra da quel luogo per sì lungo tempo dimora degli abietti infedeli», ma in fondo i turchi erano amorevoli e gentili.
Il racconto della Calvani prosegue sempre sulla stessa linea. L'autrice spiega che gli ottomani edificarono uno «Stato internazionalista basato sulla tolleranza». Infatti, per dire, Maometto II chiamò il suo impero «ottomano» proprio perché chi non era turco non si sentisse discriminato. «Questa serie di soluzioni geniali diede ai territori conquistati una stabilità civile e politica che durò due secoli prima di entrare a sua volta in crisi», chiosa l'autrice. «Soluzioni geniali», certo. Come quella di islamizzare tutto l'islamizzabile, per esempio.
In sostanza, all'alunno di seconda media viene offerto un quadro chiaro: i turchi erano dei governanti illuminati e tolleranti.
Se hanno compiuto massacri o commerciavano in schiavi, beh, poco importa: erano così buoni... In compenso, i cristiani erano fautori della guerra santa (la jihad manco viene nominata) ed erano pure razzisti. Poche pagine dopo, infatti, l'autrice del libro spiega diffusamente come furono perseguitati gli arabi in Spagna, al pari degli ebrei. Di quelle persecuzioni è giusto parlare, su quelle islamiche meglio tacere.
La Calvani, del resto, è nota per il suo apprezzamento verso l'islam. Già nel 2007, il suo libro Scambi tra civiltà fu oggetto di una interrogazione parlamentare di Forza Italia proprio per via della - diciamo - eccessiva gentilezza nei confronti del mondo musulmano. Nel 2009, Andrea Bartelloni dell'Osservatorio sull'editoria e i libri di testo, criticò duramente un altro libro della Calvani (Il colore della Storia).
«Tre sono i capitoli dedicati all'islam», scrisse Bartelloni. «Uno alla civiltà unna, uno a quella mongola e nessuno a quella cristiana; la dettatura a Maometto del Corano da parte dell'arcangelo Gabriele è presentata come fatto storico (pag. 86); la figura di Carlo Magno occupa solo due pagine e mezzo (pag. 113, 114, 123), più della metà dedicate alla trattazione delle sue intemperanze alimentari e sessuali, mentre non viene fatto il minimo accenno al suo ruolo fondamentale nella diffusione della cultura europea; le crociate (esclusivamente la prima e la quarta) sono liquidate in due pagine (pag. 215, 216), di cui mezza riporta un estratto degli attacchi agli ebrei compiuti dai contadini al seguito di un certo Pietro l'eremita a dimostrazione dell'antisemitismo della Chiesa».
Da allora, a quanto pare, non è cambiato nulla. La signora Calvani ha pubblicato una trentina di libri il cui tono è il medesimo. In un altro volume, pure questo edito da Mondadori e destinato alla scuola media, intitolato Storyboard, si spiega che Carlo Magno «voleva eliminare tutti i popoli non cristiani» (era una specie di fautore del genocidio, dunque). Riguardo ai musulmani, invece, si legge: «È oramai noto che, quando conquistavano una città, non la saccheggiavano, non la distruggevano, non facevano strage dei suoi abitanti, la loro moderazione convinse molte città ad arrendersi senza combattere».
Già, proprio bravi gli arabi prima e gli ottomani poi. Questi musulmani erano così moderati che a Famagosta, nel 1571, conquistarono la città, catturarono il generale veneziano Marcantonio Bragadin, gli mozzarono naso e orecchie, lo torturarono per giorni e, quando rifiutò di convertirsi all'Islam, lo scuoiarono vivo. Non fossero stati tolleranti, chissà che gli avrebbero fatto.
Alle scuole medie insegnano a curare chi non crede nell’ideologia gender
Se pensate che l'ideologia nei tesi di scuola inquini soltanto la presentazione dei fatti storici, vi sbagliate di grosso. Le pagine più controverse e sorprendenti sono quelle che riguardano i temi etici e, più in generale, l'educazione civica. Matteo Salvini, tempo fa, ha proposto di «riportare l'educazione civica nelle scuole», e sulla carta è una bella idea. Se però dovesse essere affidata ai libri attualmente in circolazione, beh, non è detto che ne esca qualcosa di buono, anzi. Basti guardare ciò che si trova in un altro degli innumerevoli volumi curati da Vittoria Calvani, una autrice che definire militante non sembra affatto fuori luogo.
In allegato al terzo volume di Storiemondi c'è un manuale di educazione civica per i ragazzini di terza media. Contiene vari passaggi discutibili, per esempio una foto di militanti di «estrema destra» nella cui didascalia si spiega che questa orda nera per ora si limita a usare «bastoni e catene» ma presto potrebbe impugnare le armi. Così, tanto per instillare fin da subito nei piccoli il terrore di tutto ciò che non è di sinistra. Ma sono dettagli.
La parte più discutibile del testo è quella che parla di famiglia e sessualità. L'impostazione, ovviamente, è pro aborto e pro Lgbt.
La Calvani spiega che nel 1978 fu «approvata la legge con cui si riconosceva alla donna il diritto di interrompere la gravidanza indesiderata o pericolosa per la madre gratuitamente e nelle strutture pubbliche». Tale decisione fu poi confermata a «schiacciante maggioranza» con il referendum del 1981.
«Questa legge fu considerata dai laici come un grande progresso civile perché l'aborto, in uso sin dall'antichità, era stato fino ad allora clandestino, praticato da “mammane", che mettevano in grave pericolo la vita delle donne, o da veri medici, che però chiedevano parcelle esorbitanti». Insomma, l'aborto è una vera conquista di civiltà che non va messa in dubbio. Sul fatto che esista l'obiezione, sul fatto che molti medici vi ricorrano o sul fatto che esistano altre possibilità per le donne incinte non c'è nemmeno mezza riga. Eppure la tutela della vita è prevista dalla legge, no?
In compenso, c'è una robusta riflessione sulla famiglia, che l'autrice presenta come una istituzione di fatto superata. «L'articolo 29», scrive la Calvani commentando la Costituzione, «contiene anche un concetto che i grossi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni inducono a ritenere superato. La famiglia, infatti, non è definita soltanto come “società naturale", ma come “società naturale fondata sul matrimonio". L'esistenza oggi di numerosissime “coppie di fatto" ha suscitato a partire dai primi anni di questo secolo un acceso dibattito tra chi sostiene che tutte le leggi del diritto di famiglia vanno estese anche alle coppie non sposate e chi invece afferma il contrario».
Capito? C'è dibattito, ma la legge effettivamente è vetusta, il matrimonio è un residuo del passato e bisogna prendere atto dei «mutamenti sociali». Le coppie di fatto, dopo tutto, sono numerosissime, no? E infatti, appena un paio di pagine dopo, ecco che arriva la immancabile tirata sulle discriminazioni e sulla omofobia, che occupa ben due pagine (più spazio di quello dedicato alla famiglia, per dire).
Si parte dal sessismo che è descritto come una discriminazione basata non sul sesso (come dice la parola) ma sul «genere sessuale», così cominciamo a mettere le basi. Poi si passa all'omofobia, ovvero «un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità, dovuto a una paura o a un'avversione irrazionale, basata sul pregiudizio, nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali». Nessuna distinzione, nessun approfondimento: la questione omofobia va accettata in blocco, anche se poi nella realtà si rivela un metodo per zittire chiunque osi pensare con la sua testa.
Ovvio, delle discriminazioni va bene parlare e di sicuro è importante insegnare ai ragazzi a rispettare le diversità. Ma un conto è invitare al rispetto, un altro conto è piegarsi totalmente alle posizioni delle associazioni arcobaleno. Cosa che il libro fa in toto. Per spiegare che cosa sia l'omofobia, infatti, presenta una intervista del Fatto quotidiano a Vittorio Lingiardi, medico, accademico ma soprattutto uno dei più determinati attivisti Lgbt in Italia. Egli spiega che l'omofobia è una malattia e che l'omofobo è di conseguenza un malato da curare. «L'omosessualità lo spaventa», spiega Lingiardi, «perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile». Eccola qui, l'ideologia: maschile e femminile, secondo il libro di testo, sono modificabili. E chi non lo capisce è omofobo. Non a caso, Lingiardi spiega che la politica dovrebbe «dare diritti», perché «negarli significa discriminare».
Chiaro, no? Ai ragazzini di terza media si racconta che il genere sessuale è modificabile, e che i «diritti» non vanno mai negati alle minoranze Lgbt, se no si è omofobi, cioè malati. Se questa è l'educazione civica, meglio farne a meno.
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La conquista musulmana diventa espansione pacifica e l'impero ottomano un paradiso di tolleranza. Gli unici prevaricatori, alla fine, sono gli europei.Nei testi per gli alunni di terza si trovano elogi acritici dell'aborto e vari altri luoghi comuni del mondo Lgbt. I generi, si dice, sono modificabili a piacimento e chi obietta è un malato. La famiglia, poi, è solo un relitto.Lo speciale contiene due articoli.Ieri su queste pagine Maurizio Belpietro ha raccontato nei dettagli il contenuto di un libro di storia che finisce nelle mani di molti ragazzini di prima media. Il volume in questione si chiama Incontra la Storia e, nei capitoli dedicati al mondo arabo, sembra una brochure propagandistica della religione islamica. Purtroppo, il testo in questione non è affatto un caso isolato, anzi. Vale la pena di citare un altro tomo, questa volta utilizzato in seconda media. Si intitola Storiemondi, lo pubblica Mondadori e lo firma sempre Vittoria Calvani, la stessa che ha prodotto Incontra la Storia. Ovviamente, l'orientamento ideologico è il medesimo, e sfocia nel grottesco. Anche in Storiemondi si parla di islam, per la precisione dell'impero ottomano. Il primo capitolo del libro inizia con il crollo dell'impero romano d'Oriente e la presa di Costantinopoli da parte dei turchi, nel 1453. Questo evento, spiega la Calvani, suscitò reazioni forti in tutto il mondo. Per il mondo cristiano fu un vero «trauma»: «Schiere di predicatori tuonarono dai pulpiti di tutta Europa invocando la guerra santa e lo stesso Papa tentò di bandire una nuova crociata dei maggiori Stati europei». Curioso: il primo riferimento alla guerra santa in un capitolo dedicato all'impero islamico riguarda i cristiani. Sono loro a invocare persecuzioni e violenze religiose. I turchi, al contrario, sono dei gentiluomini. In particolare Maometto II, il quale «era colto, innamorato dell'antichità greca e latina [...]. Parlava e scriveva correntemente il persiano e adorava la poesia». Bernard Lewis, il più grande storico del Medioriente di sempre, spiegava che l'impero ottomano «rimase sempre un'entità politica pervasa, come alle origini, dal senso della missione nella guerra santa» (in I musulmani alla scoperta dell'Europa, Rizzoli). Ma nel libro delle medie a volere la guerra santa sono solo i cristiani. Maometto II, prosegue la Calvani, era sì uno con il vizio dei massacri, ma era anche molto tollerante e sensibile alle cose belle. Tanto che «trasformò la basilica cristiana di Santa Sofia [...] in una meravigliosa moschea con annesse biblioteche e scuola coranica». Che brav'uomo. Certo, quando entrò a Costantinopoli con l'esercito diede ordine di saccheggiare anche le case della gente comune (come riportano fonti turche dell'epoca), ma era così tollerante...Uno storico ottomano del XVI secolo (citato ancora una volta da Lewis) spiegava che «i templi degli infedeli furono mutati in moschee per i pii e il fulgore dell'Islam discacciò le legioni della tenebra da quel luogo per sì lungo tempo dimora degli abietti infedeli», ma in fondo i turchi erano amorevoli e gentili.Il racconto della Calvani prosegue sempre sulla stessa linea. L'autrice spiega che gli ottomani edificarono uno «Stato internazionalista basato sulla tolleranza». Infatti, per dire, Maometto II chiamò il suo impero «ottomano» proprio perché chi non era turco non si sentisse discriminato. «Questa serie di soluzioni geniali diede ai territori conquistati una stabilità civile e politica che durò due secoli prima di entrare a sua volta in crisi», chiosa l'autrice. «Soluzioni geniali», certo. Come quella di islamizzare tutto l'islamizzabile, per esempio. In sostanza, all'alunno di seconda media viene offerto un quadro chiaro: i turchi erano dei governanti illuminati e tolleranti. Se hanno compiuto massacri o commerciavano in schiavi, beh, poco importa: erano così buoni... In compenso, i cristiani erano fautori della guerra santa (la jihad manco viene nominata) ed erano pure razzisti. Poche pagine dopo, infatti, l'autrice del libro spiega diffusamente come furono perseguitati gli arabi in Spagna, al pari degli ebrei. Di quelle persecuzioni è giusto parlare, su quelle islamiche meglio tacere.La Calvani, del resto, è nota per il suo apprezzamento verso l'islam. Già nel 2007, il suo libro Scambi tra civiltà fu oggetto di una interrogazione parlamentare di Forza Italia proprio per via della - diciamo - eccessiva gentilezza nei confronti del mondo musulmano. Nel 2009, Andrea Bartelloni dell'Osservatorio sull'editoria e i libri di testo, criticò duramente un altro libro della Calvani (Il colore della Storia). «Tre sono i capitoli dedicati all'islam», scrisse Bartelloni. «Uno alla civiltà unna, uno a quella mongola e nessuno a quella cristiana; la dettatura a Maometto del Corano da parte dell'arcangelo Gabriele è presentata come fatto storico (pag. 86); la figura di Carlo Magno occupa solo due pagine e mezzo (pag. 113, 114, 123), più della metà dedicate alla trattazione delle sue intemperanze alimentari e sessuali, mentre non viene fatto il minimo accenno al suo ruolo fondamentale nella diffusione della cultura europea; le crociate (esclusivamente la prima e la quarta) sono liquidate in due pagine (pag. 215, 216), di cui mezza riporta un estratto degli attacchi agli ebrei compiuti dai contadini al seguito di un certo Pietro l'eremita a dimostrazione dell'antisemitismo della Chiesa».Da allora, a quanto pare, non è cambiato nulla. La signora Calvani ha pubblicato una trentina di libri il cui tono è il medesimo. In un altro volume, pure questo edito da Mondadori e destinato alla scuola media, intitolato Storyboard, si spiega che Carlo Magno «voleva eliminare tutti i popoli non cristiani» (era una specie di fautore del genocidio, dunque). Riguardo ai musulmani, invece, si legge: «È oramai noto che, quando conquistavano una città, non la saccheggiavano, non la distruggevano, non facevano strage dei suoi abitanti, la loro moderazione convinse molte città ad arrendersi senza combattere». Già, proprio bravi gli arabi prima e gli ottomani poi. Questi musulmani erano così moderati che a Famagosta, nel 1571, conquistarono la città, catturarono il generale veneziano Marcantonio Bragadin, gli mozzarono naso e orecchie, lo torturarono per giorni e, quando rifiutò di convertirsi all'Islam, lo scuoiarono vivo. 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Se però dovesse essere affidata ai libri attualmente in circolazione, beh, non è detto che ne esca qualcosa di buono, anzi. Basti guardare ciò che si trova in un altro degli innumerevoli volumi curati da Vittoria Calvani, una autrice che definire militante non sembra affatto fuori luogo. In allegato al terzo volume di Storiemondi c'è un manuale di educazione civica per i ragazzini di terza media. Contiene vari passaggi discutibili, per esempio una foto di militanti di «estrema destra» nella cui didascalia si spiega che questa orda nera per ora si limita a usare «bastoni e catene» ma presto potrebbe impugnare le armi. Così, tanto per instillare fin da subito nei piccoli il terrore di tutto ciò che non è di sinistra. Ma sono dettagli. La parte più discutibile del testo è quella che parla di famiglia e sessualità. L'impostazione, ovviamente, è pro aborto e pro Lgbt. La Calvani spiega che nel 1978 fu «approvata la legge con cui si riconosceva alla donna il diritto di interrompere la gravidanza indesiderata o pericolosa per la madre gratuitamente e nelle strutture pubbliche». Tale decisione fu poi confermata a «schiacciante maggioranza» con il referendum del 1981. «Questa legge fu considerata dai laici come un grande progresso civile perché l'aborto, in uso sin dall'antichità, era stato fino ad allora clandestino, praticato da “mammane", che mettevano in grave pericolo la vita delle donne, o da veri medici, che però chiedevano parcelle esorbitanti». Insomma, l'aborto è una vera conquista di civiltà che non va messa in dubbio. Sul fatto che esista l'obiezione, sul fatto che molti medici vi ricorrano o sul fatto che esistano altre possibilità per le donne incinte non c'è nemmeno mezza riga. Eppure la tutela della vita è prevista dalla legge, no? In compenso, c'è una robusta riflessione sulla famiglia, che l'autrice presenta come una istituzione di fatto superata. «L'articolo 29», scrive la Calvani commentando la Costituzione, «contiene anche un concetto che i grossi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni inducono a ritenere superato. La famiglia, infatti, non è definita soltanto come “società naturale", ma come “società naturale fondata sul matrimonio". L'esistenza oggi di numerosissime “coppie di fatto" ha suscitato a partire dai primi anni di questo secolo un acceso dibattito tra chi sostiene che tutte le leggi del diritto di famiglia vanno estese anche alle coppie non sposate e chi invece afferma il contrario». Capito? C'è dibattito, ma la legge effettivamente è vetusta, il matrimonio è un residuo del passato e bisogna prendere atto dei «mutamenti sociali». Le coppie di fatto, dopo tutto, sono numerosissime, no? E infatti, appena un paio di pagine dopo, ecco che arriva la immancabile tirata sulle discriminazioni e sulla omofobia, che occupa ben due pagine (più spazio di quello dedicato alla famiglia, per dire). Si parte dal sessismo che è descritto come una discriminazione basata non sul sesso (come dice la parola) ma sul «genere sessuale», così cominciamo a mettere le basi. Poi si passa all'omofobia, ovvero «un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità, dovuto a una paura o a un'avversione irrazionale, basata sul pregiudizio, nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali». Nessuna distinzione, nessun approfondimento: la questione omofobia va accettata in blocco, anche se poi nella realtà si rivela un metodo per zittire chiunque osi pensare con la sua testa. Ovvio, delle discriminazioni va bene parlare e di sicuro è importante insegnare ai ragazzi a rispettare le diversità. Ma un conto è invitare al rispetto, un altro conto è piegarsi totalmente alle posizioni delle associazioni arcobaleno. Cosa che il libro fa in toto. Per spiegare che cosa sia l'omofobia, infatti, presenta una intervista del Fatto quotidiano a Vittorio Lingiardi, medico, accademico ma soprattutto uno dei più determinati attivisti Lgbt in Italia. Egli spiega che l'omofobia è una malattia e che l'omofobo è di conseguenza un malato da curare. «L'omosessualità lo spaventa», spiega Lingiardi, «perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile». Eccola qui, l'ideologia: maschile e femminile, secondo il libro di testo, sono modificabili. E chi non lo capisce è omofobo. Non a caso, Lingiardi spiega che la politica dovrebbe «dare diritti», perché «negarli significa discriminare». Chiaro, no? Ai ragazzini di terza media si racconta che il genere sessuale è modificabile, e che i «diritti» non vanno mai negati alle minoranze Lgbt, se no si è omofobi, cioè malati. Se questa è l'educazione civica, meglio farne a meno.
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?