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2018-10-31
Sui libri dei nostri ragazzi la guerra santa la fanno solo i cristiani
Ieri su queste pagine Maurizio Belpietro ha raccontato nei dettagli il contenuto di un libro di storia che finisce nelle mani di molti ragazzini di prima media. Il volume in questione si chiama Incontra la Storia e, nei capitoli dedicati al mondo arabo, sembra una brochure propagandistica della religione islamica.
Purtroppo, il testo in questione non è affatto un caso isolato, anzi. Vale la pena di citare un altro tomo, questa volta utilizzato in seconda media. Si intitola Storiemondi, lo pubblica Mondadori e lo firma sempre Vittoria Calvani, la stessa che ha prodotto Incontra la Storia. Ovviamente, l'orientamento ideologico è il medesimo, e sfocia nel grottesco. Anche in Storiemondi si parla di islam, per la precisione dell'impero ottomano. Il primo capitolo del libro inizia con il crollo dell'impero romano d'Oriente e la presa di Costantinopoli da parte dei turchi, nel 1453.
Questo evento, spiega la Calvani, suscitò reazioni forti in tutto il mondo. Per il mondo cristiano fu un vero «trauma»: «Schiere di predicatori tuonarono dai pulpiti di tutta Europa invocando la guerra santa e lo stesso Papa tentò di bandire una nuova crociata dei maggiori Stati europei». Curioso: il primo riferimento alla guerra santa in un capitolo dedicato all'impero islamico riguarda i cristiani. Sono loro a invocare persecuzioni e violenze religiose. I turchi, al contrario, sono dei gentiluomini. In particolare Maometto II, il quale «era colto, innamorato dell'antichità greca e latina [...]. Parlava e scriveva correntemente il persiano e adorava la poesia».
Bernard Lewis, il più grande storico del Medioriente di sempre, spiegava che l'impero ottomano «rimase sempre un'entità politica pervasa, come alle origini, dal senso della missione nella guerra santa» (in I musulmani alla scoperta dell'Europa, Rizzoli). Ma nel libro delle medie a volere la guerra santa sono solo i cristiani.
Maometto II, prosegue la Calvani, era sì uno con il vizio dei massacri, ma era anche molto tollerante e sensibile alle cose belle. Tanto che «trasformò la basilica cristiana di Santa Sofia [...] in una meravigliosa moschea con annesse biblioteche e scuola coranica». Che brav'uomo. Certo, quando entrò a Costantinopoli con l'esercito diede ordine di saccheggiare anche le case della gente comune (come riportano fonti turche dell'epoca), ma era così tollerante...
Uno storico ottomano del XVI secolo (citato ancora una volta da Lewis) spiegava che «i templi degli infedeli furono mutati in moschee per i pii e il fulgore dell'Islam discacciò le legioni della tenebra da quel luogo per sì lungo tempo dimora degli abietti infedeli», ma in fondo i turchi erano amorevoli e gentili.
Il racconto della Calvani prosegue sempre sulla stessa linea. L'autrice spiega che gli ottomani edificarono uno «Stato internazionalista basato sulla tolleranza». Infatti, per dire, Maometto II chiamò il suo impero «ottomano» proprio perché chi non era turco non si sentisse discriminato. «Questa serie di soluzioni geniali diede ai territori conquistati una stabilità civile e politica che durò due secoli prima di entrare a sua volta in crisi», chiosa l'autrice. «Soluzioni geniali», certo. Come quella di islamizzare tutto l'islamizzabile, per esempio.
In sostanza, all'alunno di seconda media viene offerto un quadro chiaro: i turchi erano dei governanti illuminati e tolleranti.
Se hanno compiuto massacri o commerciavano in schiavi, beh, poco importa: erano così buoni... In compenso, i cristiani erano fautori della guerra santa (la jihad manco viene nominata) ed erano pure razzisti. Poche pagine dopo, infatti, l'autrice del libro spiega diffusamente come furono perseguitati gli arabi in Spagna, al pari degli ebrei. Di quelle persecuzioni è giusto parlare, su quelle islamiche meglio tacere.
La Calvani, del resto, è nota per il suo apprezzamento verso l'islam. Già nel 2007, il suo libro Scambi tra civiltà fu oggetto di una interrogazione parlamentare di Forza Italia proprio per via della - diciamo - eccessiva gentilezza nei confronti del mondo musulmano. Nel 2009, Andrea Bartelloni dell'Osservatorio sull'editoria e i libri di testo, criticò duramente un altro libro della Calvani (Il colore della Storia).
«Tre sono i capitoli dedicati all'islam», scrisse Bartelloni. «Uno alla civiltà unna, uno a quella mongola e nessuno a quella cristiana; la dettatura a Maometto del Corano da parte dell'arcangelo Gabriele è presentata come fatto storico (pag. 86); la figura di Carlo Magno occupa solo due pagine e mezzo (pag. 113, 114, 123), più della metà dedicate alla trattazione delle sue intemperanze alimentari e sessuali, mentre non viene fatto il minimo accenno al suo ruolo fondamentale nella diffusione della cultura europea; le crociate (esclusivamente la prima e la quarta) sono liquidate in due pagine (pag. 215, 216), di cui mezza riporta un estratto degli attacchi agli ebrei compiuti dai contadini al seguito di un certo Pietro l'eremita a dimostrazione dell'antisemitismo della Chiesa».
Da allora, a quanto pare, non è cambiato nulla. La signora Calvani ha pubblicato una trentina di libri il cui tono è il medesimo. In un altro volume, pure questo edito da Mondadori e destinato alla scuola media, intitolato Storyboard, si spiega che Carlo Magno «voleva eliminare tutti i popoli non cristiani» (era una specie di fautore del genocidio, dunque). Riguardo ai musulmani, invece, si legge: «È oramai noto che, quando conquistavano una città, non la saccheggiavano, non la distruggevano, non facevano strage dei suoi abitanti, la loro moderazione convinse molte città ad arrendersi senza combattere».
Già, proprio bravi gli arabi prima e gli ottomani poi. Questi musulmani erano così moderati che a Famagosta, nel 1571, conquistarono la città, catturarono il generale veneziano Marcantonio Bragadin, gli mozzarono naso e orecchie, lo torturarono per giorni e, quando rifiutò di convertirsi all'Islam, lo scuoiarono vivo. Non fossero stati tolleranti, chissà che gli avrebbero fatto.
Alle scuole medie insegnano a curare chi non crede nell’ideologia gender
Se pensate che l'ideologia nei tesi di scuola inquini soltanto la presentazione dei fatti storici, vi sbagliate di grosso. Le pagine più controverse e sorprendenti sono quelle che riguardano i temi etici e, più in generale, l'educazione civica. Matteo Salvini, tempo fa, ha proposto di «riportare l'educazione civica nelle scuole», e sulla carta è una bella idea. Se però dovesse essere affidata ai libri attualmente in circolazione, beh, non è detto che ne esca qualcosa di buono, anzi. Basti guardare ciò che si trova in un altro degli innumerevoli volumi curati da Vittoria Calvani, una autrice che definire militante non sembra affatto fuori luogo.
In allegato al terzo volume di Storiemondi c'è un manuale di educazione civica per i ragazzini di terza media. Contiene vari passaggi discutibili, per esempio una foto di militanti di «estrema destra» nella cui didascalia si spiega che questa orda nera per ora si limita a usare «bastoni e catene» ma presto potrebbe impugnare le armi. Così, tanto per instillare fin da subito nei piccoli il terrore di tutto ciò che non è di sinistra. Ma sono dettagli.
La parte più discutibile del testo è quella che parla di famiglia e sessualità. L'impostazione, ovviamente, è pro aborto e pro Lgbt.
La Calvani spiega che nel 1978 fu «approvata la legge con cui si riconosceva alla donna il diritto di interrompere la gravidanza indesiderata o pericolosa per la madre gratuitamente e nelle strutture pubbliche». Tale decisione fu poi confermata a «schiacciante maggioranza» con il referendum del 1981.
«Questa legge fu considerata dai laici come un grande progresso civile perché l'aborto, in uso sin dall'antichità, era stato fino ad allora clandestino, praticato da “mammane", che mettevano in grave pericolo la vita delle donne, o da veri medici, che però chiedevano parcelle esorbitanti». Insomma, l'aborto è una vera conquista di civiltà che non va messa in dubbio. Sul fatto che esista l'obiezione, sul fatto che molti medici vi ricorrano o sul fatto che esistano altre possibilità per le donne incinte non c'è nemmeno mezza riga. Eppure la tutela della vita è prevista dalla legge, no?
In compenso, c'è una robusta riflessione sulla famiglia, che l'autrice presenta come una istituzione di fatto superata. «L'articolo 29», scrive la Calvani commentando la Costituzione, «contiene anche un concetto che i grossi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni inducono a ritenere superato. La famiglia, infatti, non è definita soltanto come “società naturale", ma come “società naturale fondata sul matrimonio". L'esistenza oggi di numerosissime “coppie di fatto" ha suscitato a partire dai primi anni di questo secolo un acceso dibattito tra chi sostiene che tutte le leggi del diritto di famiglia vanno estese anche alle coppie non sposate e chi invece afferma il contrario».
Capito? C'è dibattito, ma la legge effettivamente è vetusta, il matrimonio è un residuo del passato e bisogna prendere atto dei «mutamenti sociali». Le coppie di fatto, dopo tutto, sono numerosissime, no? E infatti, appena un paio di pagine dopo, ecco che arriva la immancabile tirata sulle discriminazioni e sulla omofobia, che occupa ben due pagine (più spazio di quello dedicato alla famiglia, per dire).
Si parte dal sessismo che è descritto come una discriminazione basata non sul sesso (come dice la parola) ma sul «genere sessuale», così cominciamo a mettere le basi. Poi si passa all'omofobia, ovvero «un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità, dovuto a una paura o a un'avversione irrazionale, basata sul pregiudizio, nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali». Nessuna distinzione, nessun approfondimento: la questione omofobia va accettata in blocco, anche se poi nella realtà si rivela un metodo per zittire chiunque osi pensare con la sua testa.
Ovvio, delle discriminazioni va bene parlare e di sicuro è importante insegnare ai ragazzi a rispettare le diversità. Ma un conto è invitare al rispetto, un altro conto è piegarsi totalmente alle posizioni delle associazioni arcobaleno. Cosa che il libro fa in toto. Per spiegare che cosa sia l'omofobia, infatti, presenta una intervista del Fatto quotidiano a Vittorio Lingiardi, medico, accademico ma soprattutto uno dei più determinati attivisti Lgbt in Italia. Egli spiega che l'omofobia è una malattia e che l'omofobo è di conseguenza un malato da curare. «L'omosessualità lo spaventa», spiega Lingiardi, «perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile». Eccola qui, l'ideologia: maschile e femminile, secondo il libro di testo, sono modificabili. E chi non lo capisce è omofobo. Non a caso, Lingiardi spiega che la politica dovrebbe «dare diritti», perché «negarli significa discriminare».
Chiaro, no? Ai ragazzini di terza media si racconta che il genere sessuale è modificabile, e che i «diritti» non vanno mai negati alle minoranze Lgbt, se no si è omofobi, cioè malati. Se questa è l'educazione civica, meglio farne a meno.
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La conquista musulmana diventa espansione pacifica e l'impero ottomano un paradiso di tolleranza. Gli unici prevaricatori, alla fine, sono gli europei.Nei testi per gli alunni di terza si trovano elogi acritici dell'aborto e vari altri luoghi comuni del mondo Lgbt. I generi, si dice, sono modificabili a piacimento e chi obietta è un malato. La famiglia, poi, è solo un relitto.Lo speciale contiene due articoli.Ieri su queste pagine Maurizio Belpietro ha raccontato nei dettagli il contenuto di un libro di storia che finisce nelle mani di molti ragazzini di prima media. Il volume in questione si chiama Incontra la Storia e, nei capitoli dedicati al mondo arabo, sembra una brochure propagandistica della religione islamica. Purtroppo, il testo in questione non è affatto un caso isolato, anzi. Vale la pena di citare un altro tomo, questa volta utilizzato in seconda media. Si intitola Storiemondi, lo pubblica Mondadori e lo firma sempre Vittoria Calvani, la stessa che ha prodotto Incontra la Storia. Ovviamente, l'orientamento ideologico è il medesimo, e sfocia nel grottesco. Anche in Storiemondi si parla di islam, per la precisione dell'impero ottomano. Il primo capitolo del libro inizia con il crollo dell'impero romano d'Oriente e la presa di Costantinopoli da parte dei turchi, nel 1453. Questo evento, spiega la Calvani, suscitò reazioni forti in tutto il mondo. Per il mondo cristiano fu un vero «trauma»: «Schiere di predicatori tuonarono dai pulpiti di tutta Europa invocando la guerra santa e lo stesso Papa tentò di bandire una nuova crociata dei maggiori Stati europei». Curioso: il primo riferimento alla guerra santa in un capitolo dedicato all'impero islamico riguarda i cristiani. Sono loro a invocare persecuzioni e violenze religiose. I turchi, al contrario, sono dei gentiluomini. In particolare Maometto II, il quale «era colto, innamorato dell'antichità greca e latina [...]. Parlava e scriveva correntemente il persiano e adorava la poesia». Bernard Lewis, il più grande storico del Medioriente di sempre, spiegava che l'impero ottomano «rimase sempre un'entità politica pervasa, come alle origini, dal senso della missione nella guerra santa» (in I musulmani alla scoperta dell'Europa, Rizzoli). Ma nel libro delle medie a volere la guerra santa sono solo i cristiani. Maometto II, prosegue la Calvani, era sì uno con il vizio dei massacri, ma era anche molto tollerante e sensibile alle cose belle. Tanto che «trasformò la basilica cristiana di Santa Sofia [...] in una meravigliosa moschea con annesse biblioteche e scuola coranica». Che brav'uomo. Certo, quando entrò a Costantinopoli con l'esercito diede ordine di saccheggiare anche le case della gente comune (come riportano fonti turche dell'epoca), ma era così tollerante...Uno storico ottomano del XVI secolo (citato ancora una volta da Lewis) spiegava che «i templi degli infedeli furono mutati in moschee per i pii e il fulgore dell'Islam discacciò le legioni della tenebra da quel luogo per sì lungo tempo dimora degli abietti infedeli», ma in fondo i turchi erano amorevoli e gentili.Il racconto della Calvani prosegue sempre sulla stessa linea. L'autrice spiega che gli ottomani edificarono uno «Stato internazionalista basato sulla tolleranza». Infatti, per dire, Maometto II chiamò il suo impero «ottomano» proprio perché chi non era turco non si sentisse discriminato. «Questa serie di soluzioni geniali diede ai territori conquistati una stabilità civile e politica che durò due secoli prima di entrare a sua volta in crisi», chiosa l'autrice. «Soluzioni geniali», certo. Come quella di islamizzare tutto l'islamizzabile, per esempio. In sostanza, all'alunno di seconda media viene offerto un quadro chiaro: i turchi erano dei governanti illuminati e tolleranti. Se hanno compiuto massacri o commerciavano in schiavi, beh, poco importa: erano così buoni... In compenso, i cristiani erano fautori della guerra santa (la jihad manco viene nominata) ed erano pure razzisti. Poche pagine dopo, infatti, l'autrice del libro spiega diffusamente come furono perseguitati gli arabi in Spagna, al pari degli ebrei. Di quelle persecuzioni è giusto parlare, su quelle islamiche meglio tacere.La Calvani, del resto, è nota per il suo apprezzamento verso l'islam. Già nel 2007, il suo libro Scambi tra civiltà fu oggetto di una interrogazione parlamentare di Forza Italia proprio per via della - diciamo - eccessiva gentilezza nei confronti del mondo musulmano. Nel 2009, Andrea Bartelloni dell'Osservatorio sull'editoria e i libri di testo, criticò duramente un altro libro della Calvani (Il colore della Storia). «Tre sono i capitoli dedicati all'islam», scrisse Bartelloni. «Uno alla civiltà unna, uno a quella mongola e nessuno a quella cristiana; la dettatura a Maometto del Corano da parte dell'arcangelo Gabriele è presentata come fatto storico (pag. 86); la figura di Carlo Magno occupa solo due pagine e mezzo (pag. 113, 114, 123), più della metà dedicate alla trattazione delle sue intemperanze alimentari e sessuali, mentre non viene fatto il minimo accenno al suo ruolo fondamentale nella diffusione della cultura europea; le crociate (esclusivamente la prima e la quarta) sono liquidate in due pagine (pag. 215, 216), di cui mezza riporta un estratto degli attacchi agli ebrei compiuti dai contadini al seguito di un certo Pietro l'eremita a dimostrazione dell'antisemitismo della Chiesa».Da allora, a quanto pare, non è cambiato nulla. La signora Calvani ha pubblicato una trentina di libri il cui tono è il medesimo. In un altro volume, pure questo edito da Mondadori e destinato alla scuola media, intitolato Storyboard, si spiega che Carlo Magno «voleva eliminare tutti i popoli non cristiani» (era una specie di fautore del genocidio, dunque). Riguardo ai musulmani, invece, si legge: «È oramai noto che, quando conquistavano una città, non la saccheggiavano, non la distruggevano, non facevano strage dei suoi abitanti, la loro moderazione convinse molte città ad arrendersi senza combattere». Già, proprio bravi gli arabi prima e gli ottomani poi. Questi musulmani erano così moderati che a Famagosta, nel 1571, conquistarono la città, catturarono il generale veneziano Marcantonio Bragadin, gli mozzarono naso e orecchie, lo torturarono per giorni e, quando rifiutò di convertirsi all'Islam, lo scuoiarono vivo. Non fossero stati tolleranti, chissà che gli avrebbero fatto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-libri-dei-nostri-ragazzi-la-guerra-santa-la-fanno-solo-i-cristiani-2616597222.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alle-scuole-medie-insegnano-a-curare-chi-non-crede-nellideologia-gender" data-post-id="2616597222" data-published-at="1777605870" data-use-pagination="False"> Alle scuole medie insegnano a curare chi non crede nell’ideologia gender Se pensate che l'ideologia nei tesi di scuola inquini soltanto la presentazione dei fatti storici, vi sbagliate di grosso. Le pagine più controverse e sorprendenti sono quelle che riguardano i temi etici e, più in generale, l'educazione civica. Matteo Salvini, tempo fa, ha proposto di «riportare l'educazione civica nelle scuole», e sulla carta è una bella idea. Se però dovesse essere affidata ai libri attualmente in circolazione, beh, non è detto che ne esca qualcosa di buono, anzi. Basti guardare ciò che si trova in un altro degli innumerevoli volumi curati da Vittoria Calvani, una autrice che definire militante non sembra affatto fuori luogo. In allegato al terzo volume di Storiemondi c'è un manuale di educazione civica per i ragazzini di terza media. Contiene vari passaggi discutibili, per esempio una foto di militanti di «estrema destra» nella cui didascalia si spiega che questa orda nera per ora si limita a usare «bastoni e catene» ma presto potrebbe impugnare le armi. Così, tanto per instillare fin da subito nei piccoli il terrore di tutto ciò che non è di sinistra. Ma sono dettagli. La parte più discutibile del testo è quella che parla di famiglia e sessualità. L'impostazione, ovviamente, è pro aborto e pro Lgbt. La Calvani spiega che nel 1978 fu «approvata la legge con cui si riconosceva alla donna il diritto di interrompere la gravidanza indesiderata o pericolosa per la madre gratuitamente e nelle strutture pubbliche». Tale decisione fu poi confermata a «schiacciante maggioranza» con il referendum del 1981. «Questa legge fu considerata dai laici come un grande progresso civile perché l'aborto, in uso sin dall'antichità, era stato fino ad allora clandestino, praticato da “mammane", che mettevano in grave pericolo la vita delle donne, o da veri medici, che però chiedevano parcelle esorbitanti». Insomma, l'aborto è una vera conquista di civiltà che non va messa in dubbio. Sul fatto che esista l'obiezione, sul fatto che molti medici vi ricorrano o sul fatto che esistano altre possibilità per le donne incinte non c'è nemmeno mezza riga. Eppure la tutela della vita è prevista dalla legge, no? In compenso, c'è una robusta riflessione sulla famiglia, che l'autrice presenta come una istituzione di fatto superata. «L'articolo 29», scrive la Calvani commentando la Costituzione, «contiene anche un concetto che i grossi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni inducono a ritenere superato. La famiglia, infatti, non è definita soltanto come “società naturale", ma come “società naturale fondata sul matrimonio". L'esistenza oggi di numerosissime “coppie di fatto" ha suscitato a partire dai primi anni di questo secolo un acceso dibattito tra chi sostiene che tutte le leggi del diritto di famiglia vanno estese anche alle coppie non sposate e chi invece afferma il contrario». Capito? C'è dibattito, ma la legge effettivamente è vetusta, il matrimonio è un residuo del passato e bisogna prendere atto dei «mutamenti sociali». Le coppie di fatto, dopo tutto, sono numerosissime, no? E infatti, appena un paio di pagine dopo, ecco che arriva la immancabile tirata sulle discriminazioni e sulla omofobia, che occupa ben due pagine (più spazio di quello dedicato alla famiglia, per dire). Si parte dal sessismo che è descritto come una discriminazione basata non sul sesso (come dice la parola) ma sul «genere sessuale», così cominciamo a mettere le basi. Poi si passa all'omofobia, ovvero «un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità, dovuto a una paura o a un'avversione irrazionale, basata sul pregiudizio, nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali». Nessuna distinzione, nessun approfondimento: la questione omofobia va accettata in blocco, anche se poi nella realtà si rivela un metodo per zittire chiunque osi pensare con la sua testa. Ovvio, delle discriminazioni va bene parlare e di sicuro è importante insegnare ai ragazzi a rispettare le diversità. Ma un conto è invitare al rispetto, un altro conto è piegarsi totalmente alle posizioni delle associazioni arcobaleno. Cosa che il libro fa in toto. Per spiegare che cosa sia l'omofobia, infatti, presenta una intervista del Fatto quotidiano a Vittorio Lingiardi, medico, accademico ma soprattutto uno dei più determinati attivisti Lgbt in Italia. Egli spiega che l'omofobia è una malattia e che l'omofobo è di conseguenza un malato da curare. «L'omosessualità lo spaventa», spiega Lingiardi, «perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile». Eccola qui, l'ideologia: maschile e femminile, secondo il libro di testo, sono modificabili. E chi non lo capisce è omofobo. Non a caso, Lingiardi spiega che la politica dovrebbe «dare diritti», perché «negarli significa discriminare». Chiaro, no? Ai ragazzini di terza media si racconta che il genere sessuale è modificabile, e che i «diritti» non vanno mai negati alle minoranze Lgbt, se no si è omofobi, cioè malati. Se questa è l'educazione civica, meglio farne a meno.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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