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2018-10-31
Sui libri dei nostri ragazzi la guerra santa la fanno solo i cristiani
Ieri su queste pagine Maurizio Belpietro ha raccontato nei dettagli il contenuto di un libro di storia che finisce nelle mani di molti ragazzini di prima media. Il volume in questione si chiama Incontra la Storia e, nei capitoli dedicati al mondo arabo, sembra una brochure propagandistica della religione islamica.
Purtroppo, il testo in questione non è affatto un caso isolato, anzi. Vale la pena di citare un altro tomo, questa volta utilizzato in seconda media. Si intitola Storiemondi, lo pubblica Mondadori e lo firma sempre Vittoria Calvani, la stessa che ha prodotto Incontra la Storia. Ovviamente, l'orientamento ideologico è il medesimo, e sfocia nel grottesco. Anche in Storiemondi si parla di islam, per la precisione dell'impero ottomano. Il primo capitolo del libro inizia con il crollo dell'impero romano d'Oriente e la presa di Costantinopoli da parte dei turchi, nel 1453.
Questo evento, spiega la Calvani, suscitò reazioni forti in tutto il mondo. Per il mondo cristiano fu un vero «trauma»: «Schiere di predicatori tuonarono dai pulpiti di tutta Europa invocando la guerra santa e lo stesso Papa tentò di bandire una nuova crociata dei maggiori Stati europei». Curioso: il primo riferimento alla guerra santa in un capitolo dedicato all'impero islamico riguarda i cristiani. Sono loro a invocare persecuzioni e violenze religiose. I turchi, al contrario, sono dei gentiluomini. In particolare Maometto II, il quale «era colto, innamorato dell'antichità greca e latina [...]. Parlava e scriveva correntemente il persiano e adorava la poesia».
Bernard Lewis, il più grande storico del Medioriente di sempre, spiegava che l'impero ottomano «rimase sempre un'entità politica pervasa, come alle origini, dal senso della missione nella guerra santa» (in I musulmani alla scoperta dell'Europa, Rizzoli). Ma nel libro delle medie a volere la guerra santa sono solo i cristiani.
Maometto II, prosegue la Calvani, era sì uno con il vizio dei massacri, ma era anche molto tollerante e sensibile alle cose belle. Tanto che «trasformò la basilica cristiana di Santa Sofia [...] in una meravigliosa moschea con annesse biblioteche e scuola coranica». Che brav'uomo. Certo, quando entrò a Costantinopoli con l'esercito diede ordine di saccheggiare anche le case della gente comune (come riportano fonti turche dell'epoca), ma era così tollerante...
Uno storico ottomano del XVI secolo (citato ancora una volta da Lewis) spiegava che «i templi degli infedeli furono mutati in moschee per i pii e il fulgore dell'Islam discacciò le legioni della tenebra da quel luogo per sì lungo tempo dimora degli abietti infedeli», ma in fondo i turchi erano amorevoli e gentili.
Il racconto della Calvani prosegue sempre sulla stessa linea. L'autrice spiega che gli ottomani edificarono uno «Stato internazionalista basato sulla tolleranza». Infatti, per dire, Maometto II chiamò il suo impero «ottomano» proprio perché chi non era turco non si sentisse discriminato. «Questa serie di soluzioni geniali diede ai territori conquistati una stabilità civile e politica che durò due secoli prima di entrare a sua volta in crisi», chiosa l'autrice. «Soluzioni geniali», certo. Come quella di islamizzare tutto l'islamizzabile, per esempio.
In sostanza, all'alunno di seconda media viene offerto un quadro chiaro: i turchi erano dei governanti illuminati e tolleranti.
Se hanno compiuto massacri o commerciavano in schiavi, beh, poco importa: erano così buoni... In compenso, i cristiani erano fautori della guerra santa (la jihad manco viene nominata) ed erano pure razzisti. Poche pagine dopo, infatti, l'autrice del libro spiega diffusamente come furono perseguitati gli arabi in Spagna, al pari degli ebrei. Di quelle persecuzioni è giusto parlare, su quelle islamiche meglio tacere.
La Calvani, del resto, è nota per il suo apprezzamento verso l'islam. Già nel 2007, il suo libro Scambi tra civiltà fu oggetto di una interrogazione parlamentare di Forza Italia proprio per via della - diciamo - eccessiva gentilezza nei confronti del mondo musulmano. Nel 2009, Andrea Bartelloni dell'Osservatorio sull'editoria e i libri di testo, criticò duramente un altro libro della Calvani (Il colore della Storia).
«Tre sono i capitoli dedicati all'islam», scrisse Bartelloni. «Uno alla civiltà unna, uno a quella mongola e nessuno a quella cristiana; la dettatura a Maometto del Corano da parte dell'arcangelo Gabriele è presentata come fatto storico (pag. 86); la figura di Carlo Magno occupa solo due pagine e mezzo (pag. 113, 114, 123), più della metà dedicate alla trattazione delle sue intemperanze alimentari e sessuali, mentre non viene fatto il minimo accenno al suo ruolo fondamentale nella diffusione della cultura europea; le crociate (esclusivamente la prima e la quarta) sono liquidate in due pagine (pag. 215, 216), di cui mezza riporta un estratto degli attacchi agli ebrei compiuti dai contadini al seguito di un certo Pietro l'eremita a dimostrazione dell'antisemitismo della Chiesa».
Da allora, a quanto pare, non è cambiato nulla. La signora Calvani ha pubblicato una trentina di libri il cui tono è il medesimo. In un altro volume, pure questo edito da Mondadori e destinato alla scuola media, intitolato Storyboard, si spiega che Carlo Magno «voleva eliminare tutti i popoli non cristiani» (era una specie di fautore del genocidio, dunque). Riguardo ai musulmani, invece, si legge: «È oramai noto che, quando conquistavano una città, non la saccheggiavano, non la distruggevano, non facevano strage dei suoi abitanti, la loro moderazione convinse molte città ad arrendersi senza combattere».
Già, proprio bravi gli arabi prima e gli ottomani poi. Questi musulmani erano così moderati che a Famagosta, nel 1571, conquistarono la città, catturarono il generale veneziano Marcantonio Bragadin, gli mozzarono naso e orecchie, lo torturarono per giorni e, quando rifiutò di convertirsi all'Islam, lo scuoiarono vivo. Non fossero stati tolleranti, chissà che gli avrebbero fatto.
Alle scuole medie insegnano a curare chi non crede nell’ideologia gender
Se pensate che l'ideologia nei tesi di scuola inquini soltanto la presentazione dei fatti storici, vi sbagliate di grosso. Le pagine più controverse e sorprendenti sono quelle che riguardano i temi etici e, più in generale, l'educazione civica. Matteo Salvini, tempo fa, ha proposto di «riportare l'educazione civica nelle scuole», e sulla carta è una bella idea. Se però dovesse essere affidata ai libri attualmente in circolazione, beh, non è detto che ne esca qualcosa di buono, anzi. Basti guardare ciò che si trova in un altro degli innumerevoli volumi curati da Vittoria Calvani, una autrice che definire militante non sembra affatto fuori luogo.
In allegato al terzo volume di Storiemondi c'è un manuale di educazione civica per i ragazzini di terza media. Contiene vari passaggi discutibili, per esempio una foto di militanti di «estrema destra» nella cui didascalia si spiega che questa orda nera per ora si limita a usare «bastoni e catene» ma presto potrebbe impugnare le armi. Così, tanto per instillare fin da subito nei piccoli il terrore di tutto ciò che non è di sinistra. Ma sono dettagli.
La parte più discutibile del testo è quella che parla di famiglia e sessualità. L'impostazione, ovviamente, è pro aborto e pro Lgbt.
La Calvani spiega che nel 1978 fu «approvata la legge con cui si riconosceva alla donna il diritto di interrompere la gravidanza indesiderata o pericolosa per la madre gratuitamente e nelle strutture pubbliche». Tale decisione fu poi confermata a «schiacciante maggioranza» con il referendum del 1981.
«Questa legge fu considerata dai laici come un grande progresso civile perché l'aborto, in uso sin dall'antichità, era stato fino ad allora clandestino, praticato da “mammane", che mettevano in grave pericolo la vita delle donne, o da veri medici, che però chiedevano parcelle esorbitanti». Insomma, l'aborto è una vera conquista di civiltà che non va messa in dubbio. Sul fatto che esista l'obiezione, sul fatto che molti medici vi ricorrano o sul fatto che esistano altre possibilità per le donne incinte non c'è nemmeno mezza riga. Eppure la tutela della vita è prevista dalla legge, no?
In compenso, c'è una robusta riflessione sulla famiglia, che l'autrice presenta come una istituzione di fatto superata. «L'articolo 29», scrive la Calvani commentando la Costituzione, «contiene anche un concetto che i grossi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni inducono a ritenere superato. La famiglia, infatti, non è definita soltanto come “società naturale", ma come “società naturale fondata sul matrimonio". L'esistenza oggi di numerosissime “coppie di fatto" ha suscitato a partire dai primi anni di questo secolo un acceso dibattito tra chi sostiene che tutte le leggi del diritto di famiglia vanno estese anche alle coppie non sposate e chi invece afferma il contrario».
Capito? C'è dibattito, ma la legge effettivamente è vetusta, il matrimonio è un residuo del passato e bisogna prendere atto dei «mutamenti sociali». Le coppie di fatto, dopo tutto, sono numerosissime, no? E infatti, appena un paio di pagine dopo, ecco che arriva la immancabile tirata sulle discriminazioni e sulla omofobia, che occupa ben due pagine (più spazio di quello dedicato alla famiglia, per dire).
Si parte dal sessismo che è descritto come una discriminazione basata non sul sesso (come dice la parola) ma sul «genere sessuale», così cominciamo a mettere le basi. Poi si passa all'omofobia, ovvero «un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità, dovuto a una paura o a un'avversione irrazionale, basata sul pregiudizio, nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali». Nessuna distinzione, nessun approfondimento: la questione omofobia va accettata in blocco, anche se poi nella realtà si rivela un metodo per zittire chiunque osi pensare con la sua testa.
Ovvio, delle discriminazioni va bene parlare e di sicuro è importante insegnare ai ragazzi a rispettare le diversità. Ma un conto è invitare al rispetto, un altro conto è piegarsi totalmente alle posizioni delle associazioni arcobaleno. Cosa che il libro fa in toto. Per spiegare che cosa sia l'omofobia, infatti, presenta una intervista del Fatto quotidiano a Vittorio Lingiardi, medico, accademico ma soprattutto uno dei più determinati attivisti Lgbt in Italia. Egli spiega che l'omofobia è una malattia e che l'omofobo è di conseguenza un malato da curare. «L'omosessualità lo spaventa», spiega Lingiardi, «perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile». Eccola qui, l'ideologia: maschile e femminile, secondo il libro di testo, sono modificabili. E chi non lo capisce è omofobo. Non a caso, Lingiardi spiega che la politica dovrebbe «dare diritti», perché «negarli significa discriminare».
Chiaro, no? Ai ragazzini di terza media si racconta che il genere sessuale è modificabile, e che i «diritti» non vanno mai negati alle minoranze Lgbt, se no si è omofobi, cioè malati. Se questa è l'educazione civica, meglio farne a meno.
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La conquista musulmana diventa espansione pacifica e l'impero ottomano un paradiso di tolleranza. Gli unici prevaricatori, alla fine, sono gli europei.Nei testi per gli alunni di terza si trovano elogi acritici dell'aborto e vari altri luoghi comuni del mondo Lgbt. I generi, si dice, sono modificabili a piacimento e chi obietta è un malato. La famiglia, poi, è solo un relitto.Lo speciale contiene due articoli.Ieri su queste pagine Maurizio Belpietro ha raccontato nei dettagli il contenuto di un libro di storia che finisce nelle mani di molti ragazzini di prima media. Il volume in questione si chiama Incontra la Storia e, nei capitoli dedicati al mondo arabo, sembra una brochure propagandistica della religione islamica. Purtroppo, il testo in questione non è affatto un caso isolato, anzi. Vale la pena di citare un altro tomo, questa volta utilizzato in seconda media. Si intitola Storiemondi, lo pubblica Mondadori e lo firma sempre Vittoria Calvani, la stessa che ha prodotto Incontra la Storia. Ovviamente, l'orientamento ideologico è il medesimo, e sfocia nel grottesco. Anche in Storiemondi si parla di islam, per la precisione dell'impero ottomano. Il primo capitolo del libro inizia con il crollo dell'impero romano d'Oriente e la presa di Costantinopoli da parte dei turchi, nel 1453. Questo evento, spiega la Calvani, suscitò reazioni forti in tutto il mondo. Per il mondo cristiano fu un vero «trauma»: «Schiere di predicatori tuonarono dai pulpiti di tutta Europa invocando la guerra santa e lo stesso Papa tentò di bandire una nuova crociata dei maggiori Stati europei». Curioso: il primo riferimento alla guerra santa in un capitolo dedicato all'impero islamico riguarda i cristiani. Sono loro a invocare persecuzioni e violenze religiose. I turchi, al contrario, sono dei gentiluomini. In particolare Maometto II, il quale «era colto, innamorato dell'antichità greca e latina [...]. Parlava e scriveva correntemente il persiano e adorava la poesia». Bernard Lewis, il più grande storico del Medioriente di sempre, spiegava che l'impero ottomano «rimase sempre un'entità politica pervasa, come alle origini, dal senso della missione nella guerra santa» (in I musulmani alla scoperta dell'Europa, Rizzoli). Ma nel libro delle medie a volere la guerra santa sono solo i cristiani. Maometto II, prosegue la Calvani, era sì uno con il vizio dei massacri, ma era anche molto tollerante e sensibile alle cose belle. Tanto che «trasformò la basilica cristiana di Santa Sofia [...] in una meravigliosa moschea con annesse biblioteche e scuola coranica». Che brav'uomo. Certo, quando entrò a Costantinopoli con l'esercito diede ordine di saccheggiare anche le case della gente comune (come riportano fonti turche dell'epoca), ma era così tollerante...Uno storico ottomano del XVI secolo (citato ancora una volta da Lewis) spiegava che «i templi degli infedeli furono mutati in moschee per i pii e il fulgore dell'Islam discacciò le legioni della tenebra da quel luogo per sì lungo tempo dimora degli abietti infedeli», ma in fondo i turchi erano amorevoli e gentili.Il racconto della Calvani prosegue sempre sulla stessa linea. L'autrice spiega che gli ottomani edificarono uno «Stato internazionalista basato sulla tolleranza». Infatti, per dire, Maometto II chiamò il suo impero «ottomano» proprio perché chi non era turco non si sentisse discriminato. «Questa serie di soluzioni geniali diede ai territori conquistati una stabilità civile e politica che durò due secoli prima di entrare a sua volta in crisi», chiosa l'autrice. «Soluzioni geniali», certo. Come quella di islamizzare tutto l'islamizzabile, per esempio. In sostanza, all'alunno di seconda media viene offerto un quadro chiaro: i turchi erano dei governanti illuminati e tolleranti. Se hanno compiuto massacri o commerciavano in schiavi, beh, poco importa: erano così buoni... In compenso, i cristiani erano fautori della guerra santa (la jihad manco viene nominata) ed erano pure razzisti. Poche pagine dopo, infatti, l'autrice del libro spiega diffusamente come furono perseguitati gli arabi in Spagna, al pari degli ebrei. Di quelle persecuzioni è giusto parlare, su quelle islamiche meglio tacere.La Calvani, del resto, è nota per il suo apprezzamento verso l'islam. Già nel 2007, il suo libro Scambi tra civiltà fu oggetto di una interrogazione parlamentare di Forza Italia proprio per via della - diciamo - eccessiva gentilezza nei confronti del mondo musulmano. Nel 2009, Andrea Bartelloni dell'Osservatorio sull'editoria e i libri di testo, criticò duramente un altro libro della Calvani (Il colore della Storia). «Tre sono i capitoli dedicati all'islam», scrisse Bartelloni. «Uno alla civiltà unna, uno a quella mongola e nessuno a quella cristiana; la dettatura a Maometto del Corano da parte dell'arcangelo Gabriele è presentata come fatto storico (pag. 86); la figura di Carlo Magno occupa solo due pagine e mezzo (pag. 113, 114, 123), più della metà dedicate alla trattazione delle sue intemperanze alimentari e sessuali, mentre non viene fatto il minimo accenno al suo ruolo fondamentale nella diffusione della cultura europea; le crociate (esclusivamente la prima e la quarta) sono liquidate in due pagine (pag. 215, 216), di cui mezza riporta un estratto degli attacchi agli ebrei compiuti dai contadini al seguito di un certo Pietro l'eremita a dimostrazione dell'antisemitismo della Chiesa».Da allora, a quanto pare, non è cambiato nulla. La signora Calvani ha pubblicato una trentina di libri il cui tono è il medesimo. In un altro volume, pure questo edito da Mondadori e destinato alla scuola media, intitolato Storyboard, si spiega che Carlo Magno «voleva eliminare tutti i popoli non cristiani» (era una specie di fautore del genocidio, dunque). Riguardo ai musulmani, invece, si legge: «È oramai noto che, quando conquistavano una città, non la saccheggiavano, non la distruggevano, non facevano strage dei suoi abitanti, la loro moderazione convinse molte città ad arrendersi senza combattere». Già, proprio bravi gli arabi prima e gli ottomani poi. Questi musulmani erano così moderati che a Famagosta, nel 1571, conquistarono la città, catturarono il generale veneziano Marcantonio Bragadin, gli mozzarono naso e orecchie, lo torturarono per giorni e, quando rifiutò di convertirsi all'Islam, lo scuoiarono vivo. Non fossero stati tolleranti, chissà che gli avrebbero fatto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-libri-dei-nostri-ragazzi-la-guerra-santa-la-fanno-solo-i-cristiani-2616597222.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alle-scuole-medie-insegnano-a-curare-chi-non-crede-nellideologia-gender" data-post-id="2616597222" data-published-at="1767825496" data-use-pagination="False"> Alle scuole medie insegnano a curare chi non crede nell’ideologia gender Se pensate che l'ideologia nei tesi di scuola inquini soltanto la presentazione dei fatti storici, vi sbagliate di grosso. Le pagine più controverse e sorprendenti sono quelle che riguardano i temi etici e, più in generale, l'educazione civica. Matteo Salvini, tempo fa, ha proposto di «riportare l'educazione civica nelle scuole», e sulla carta è una bella idea. Se però dovesse essere affidata ai libri attualmente in circolazione, beh, non è detto che ne esca qualcosa di buono, anzi. Basti guardare ciò che si trova in un altro degli innumerevoli volumi curati da Vittoria Calvani, una autrice che definire militante non sembra affatto fuori luogo. In allegato al terzo volume di Storiemondi c'è un manuale di educazione civica per i ragazzini di terza media. Contiene vari passaggi discutibili, per esempio una foto di militanti di «estrema destra» nella cui didascalia si spiega che questa orda nera per ora si limita a usare «bastoni e catene» ma presto potrebbe impugnare le armi. Così, tanto per instillare fin da subito nei piccoli il terrore di tutto ciò che non è di sinistra. Ma sono dettagli. La parte più discutibile del testo è quella che parla di famiglia e sessualità. L'impostazione, ovviamente, è pro aborto e pro Lgbt. La Calvani spiega che nel 1978 fu «approvata la legge con cui si riconosceva alla donna il diritto di interrompere la gravidanza indesiderata o pericolosa per la madre gratuitamente e nelle strutture pubbliche». Tale decisione fu poi confermata a «schiacciante maggioranza» con il referendum del 1981. «Questa legge fu considerata dai laici come un grande progresso civile perché l'aborto, in uso sin dall'antichità, era stato fino ad allora clandestino, praticato da “mammane", che mettevano in grave pericolo la vita delle donne, o da veri medici, che però chiedevano parcelle esorbitanti». Insomma, l'aborto è una vera conquista di civiltà che non va messa in dubbio. Sul fatto che esista l'obiezione, sul fatto che molti medici vi ricorrano o sul fatto che esistano altre possibilità per le donne incinte non c'è nemmeno mezza riga. Eppure la tutela della vita è prevista dalla legge, no? In compenso, c'è una robusta riflessione sulla famiglia, che l'autrice presenta come una istituzione di fatto superata. «L'articolo 29», scrive la Calvani commentando la Costituzione, «contiene anche un concetto che i grossi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni inducono a ritenere superato. La famiglia, infatti, non è definita soltanto come “società naturale", ma come “società naturale fondata sul matrimonio". L'esistenza oggi di numerosissime “coppie di fatto" ha suscitato a partire dai primi anni di questo secolo un acceso dibattito tra chi sostiene che tutte le leggi del diritto di famiglia vanno estese anche alle coppie non sposate e chi invece afferma il contrario». Capito? C'è dibattito, ma la legge effettivamente è vetusta, il matrimonio è un residuo del passato e bisogna prendere atto dei «mutamenti sociali». Le coppie di fatto, dopo tutto, sono numerosissime, no? E infatti, appena un paio di pagine dopo, ecco che arriva la immancabile tirata sulle discriminazioni e sulla omofobia, che occupa ben due pagine (più spazio di quello dedicato alla famiglia, per dire). Si parte dal sessismo che è descritto come una discriminazione basata non sul sesso (come dice la parola) ma sul «genere sessuale», così cominciamo a mettere le basi. Poi si passa all'omofobia, ovvero «un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità, dovuto a una paura o a un'avversione irrazionale, basata sul pregiudizio, nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali». Nessuna distinzione, nessun approfondimento: la questione omofobia va accettata in blocco, anche se poi nella realtà si rivela un metodo per zittire chiunque osi pensare con la sua testa. Ovvio, delle discriminazioni va bene parlare e di sicuro è importante insegnare ai ragazzi a rispettare le diversità. Ma un conto è invitare al rispetto, un altro conto è piegarsi totalmente alle posizioni delle associazioni arcobaleno. Cosa che il libro fa in toto. Per spiegare che cosa sia l'omofobia, infatti, presenta una intervista del Fatto quotidiano a Vittorio Lingiardi, medico, accademico ma soprattutto uno dei più determinati attivisti Lgbt in Italia. Egli spiega che l'omofobia è una malattia e che l'omofobo è di conseguenza un malato da curare. «L'omosessualità lo spaventa», spiega Lingiardi, «perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile». Eccola qui, l'ideologia: maschile e femminile, secondo il libro di testo, sono modificabili. E chi non lo capisce è omofobo. Non a caso, Lingiardi spiega che la politica dovrebbe «dare diritti», perché «negarli significa discriminare». Chiaro, no? Ai ragazzini di terza media si racconta che il genere sessuale è modificabile, e che i «diritti» non vanno mai negati alle minoranze Lgbt, se no si è omofobi, cioè malati. Se questa è l'educazione civica, meglio farne a meno.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.