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2021-08-05
Lo studio israeliano sull’ivermectina Covid curato con un dollaro al giorno
Ansa
La Fda non ha voluto approvarla. L'Oms l'ha sconsigliata persino per le sperimentazioni. A marzo, l'ha bocciata anche l'Ema. Eppure, c'è qualcuno che, sull'utilizzo dell'ivermectina come antivirale, non si vuole arrendere. E sta ottenendo nuovi risultati incoraggianti.
Arriva da Israele, ormai un laboratorio a cielo aperto, la notizia di una ricerca che dimostra l'efficacia di questo antiparassitario, peraltro molto economico: il Jerusalem Post parla di «meno di 1 dollaro al giorno» e, nel momento in cui i fornitori di vaccini a mRna hanno aumentato il prezzo delle dosi vendute all'Ue, la circostanza è particolarmente felice. Lo studio non è stato ancora sottoposto a revisione paritaria, ma è stato condotto, in forma controllata e randomizzata, con il metodo del «doppio cieco», che limita i possibili condizionamenti sia sul versante del medico, sia su quello del paziente.
Il professor Eli Schwartz, fondatore del Center for travel medicine and tropical disease, presso lo Sheba medical center di Tel Aviv, ha radunato 89 volontari maggiorenni infettati dal Sars-CoV-2 e li ha divisi in due gruppi: una metà ha ricevuto un placebo, l'altra metà l'ivermectina. Tre pillole, per tre giorni, un'ora prima del pasto. Risultato: il 72% di chi aveva assunto il farmaco si è negativizzato entro sei giorni, contro il 50% registrato nel gruppo di controllo. In più, Schwartz ha scoperto un dettaglio interessante: solo il 13% dei pazienti trattati con l'ivermectina, anche se ancora positivo, trascorsi i sei giorni, era in grado d'infettare. Al contrario, nel gruppo placebo, resisteva un 50% di potenziali untori: quattro volte di più.
Bisognerebbe che Mario Draghi prendesse in mano la ricerca israeliana, visto che, a suo avviso, il green pass (peraltro rilasciato già dopo la prima dose, in Italia) offrirebbe la «garanzia» di trovarsi tra «persone che non sono contagiose». È evidente che i vaccini riducono la circolazione del virus. Ma è anche vero che sempre dai dati del Paese mediorientale, emerge che quasi quattro vaccinati su dieci con Pfizer possono essere infettati dalla variante Delta. E, stando alle analisi condotte dai Cdc negli Usa, in una fetta degli immunizzati che entra a contatto con il ceppo indiano, è presente la stessa carica virale riscontrabile nei non vaccinati.
Se l'analisi di Tel Aviv fosse confermata, l'ivermectina - che, comunque, non ha un valore profilattico - potrebbe essere impiegata non solo come terapia, ma anche come uno strumento per ridurre la contagiosità dei positivi al coronavirus. Un recente articolo uscito sull'American journal of therapeutics, peraltro, evidenziava che, incrociando i risultati di 27 studi, si poteva concludere che l'antiparassitario abbia dato «un segnale forte di efficacia terapeutica contro il Covid-19».
Naturalmente, sebbene il professor Schwartz sostenga che essa possa ridurre i decessi del 75%, l'ivermectina non è priva di controindicazioni. Tant'è che in Israele si è aperto un dibattito. Ya'acov Nahmias, scienziato dell'Hebrew university di Gerusalemme, ha ammonito: «Dovremmo essere molto cauti nell'usare questo tipo di medicinale per trattare una malattia virale da cui la maggioranza della popolazione guarirà senza neppure bisogno di questa cura». Obiezione comprensibile: ci sono casi - molti - in cui è più pericoloso assumere dei farmaci che affrontare il Covid armati solo del proprio sistema immunitario. Ma perché questo discorso si può affrontare quando si parla d'ivermectina, mentre è tabù se lo si applica ai vaccini? Perché, quasi ovunque, si puntano le siringhe sui ragazzini, anche se non è così pacifico che il rapporto rischi/benefici dell'iniezione sia per loro vantaggioso e anche se i soggetti fragili, ai quali potrebbero trasmettere la patologia, sono già protetti? Perché si prefigurano dosi ai bimbi in fasce, se pare ormai assodato che il virus diventerà endemico e, quindi, l'idea di bloccarne la diffusione tramite l'immunità di gregge si sta rivelando una chimera?
Il professor Schwartz segnala che, tra i suoi pazienti, nessuno ha sofferto effetti collaterali: certo, oggettivamente, 89 persone sono un numero piccolissimo. E in America, molti di quelli che hanno tentato la cura fai da te, sono finiti in ospedale per gli effetti avversi. Tra i volontari di Israele, invece, solo cinque sono stati ricoverati. Quattro di loro non avevano preso l'ivermectina. L'altro aveva sintomi polmonari già al momento del reclutamento e, il giorno dopo aver assunto il medicinale, è stato dimesso. «C'è un sacco di opposizione», lamenta il luminare di Tel Aviv. «Abbiamo provato a pubblicare lo studio ed è stato rigettato da tre riviste. Nessuno voleva neppure sentirne parlare». Per quale motivo? L'ivermectina è davvero inservibile, se non dannosa, nella lotta al coronavirus? Oppure, come sospetta Schwartz, dietro ci sono interessi economici, che rendono poco profittevole promuovere un medicinale già in commercio e dal prezzo così basso?
Nel frattempo, in Italia, un'altra terapia subisce uno smacco: anche a Padova, uno dei primi ospedali a ricorrere ai protocolli introdotti dal compianto professor Giuseppe De Donno, è stata interrotta la somministrazione del plasma iperimmune. «Ormai i clinici non credono più in questo trattamento», ha spiegato al Corriere la dottoressa Giustina De Silvestro, direttrice del Centro immunotrasfusionale del nosocomio. Che però è pronta a pubblicare una ricerca e insiste: «Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati». Anche in questo caso, si rincorrono le voci sugli scarsi profitti per le case farmaceutiche. Mania del complotto, o crudo realismo?
L’Islanda: niente immunità di gregge
La vaccinazione sta riducendo il tasso di pazienti con forme gravi di Covid-19 anche in Islanda dove però l'obiettivo non è più l'immunità di gregge, come si sostiene, nei fatti, in Italia, ma la capacità di controllare l'epidemia. Secondo Thorolfur Gudnason il capo degli epidemiologi islandesi (il corrispondente di Anthony Fauci per gli americani), «la variante Delta ha superato tutte le altre ed è diventato chiaro che le persone vaccinate possono infettarsi e trasmettere il virus», come riporta Iceland review. In questo contesto, fissare una percentuale di copertura vaccinale nella popolazione (immunità di gruppo o gregge) che metta al sicuro le persone non vaccinate, diventa una questione non più perseguibile.
L'Islanda è alle prese con 1.304 positivi, un numero record per l'isola a ridosso del Circolo polare artico, ma in ospedale ci sono 16 ricoverati. Come ha spiegato il Fauci islandese, «a giugno scorso sono state revocate le restrizioni perché i tassi di infezione erano molto bassi, la maggior parte della nazione era vaccinata e c'erano controlli alla frontiera». Il 75% della popolazione è immunizzata, compreso il 10% dei giovani tra 12-16 anni. «Nelle ultime due o tre settimane», ha aggiunto l'esperto, «la variante Delta ha preso il sopravvento su tutte le altre varianti in Islanda ed è emerso che anche i vaccinati possono contrarre, con relativa facilità, l'infezione e diffonderla». Come del resto si registra in tutti i Paesi, e anche in Italia, c'è una risalita dei contagi ed è in corso una nuova ondata di infezioni. Ci sono tuttavia indicazioni, come ha ricordato Gudnason, che la vaccinazione prevenga malattie gravi. «Circa 24 persone hanno dovuto essere ricoverate in questa ondata, poco più dell'1% degli infetti. Nelle ondate precedenti», ha precisato, «si era intorno al 4-5%. Attualmente, finisce all'ospedale il 2,4% delle persone non vaccinate», che contraggono il virus Sars-Cov2.
Invece di predicare la necessità di un'immunità di gregge, l'esperto islandese, nel ricordare che la pandemia non è vicina alla fine, con un certo pragmatismo, invita ad affrontare le nuove sfide che emergono. Il virus ora è endemico, non si può eradicare, «ma sappiamo cosa fare per frenare l'infezione». Non è chiaro se cambieranno le misure restrittive che in Islanda scadono il 13 agosto, ma «le due persone che sono ricoverate in terapia intensiva non sono vaccinate», ha ricordato Guðnason aggiungendo che, «non è possibile trarre conclusioni generali, ma la vaccinazione sembra ridurre le malattie gravi in generale».
Su questo concordano anche i dati dell'Istituto superiore di sanità (Iss). «L'efficacia dei vaccini è altissima, oltre il 95% per ospedalizzazioni e decessi», ha dichiarato in questi giorni Silvio Brusaferro, presidente Iss. «La stragrande maggioranza delle persone che finiscono in ospedale e in terapia intensiva non ha ricevuto nemmeno una dose». A differenza degli islandesi però, in Italia, dove è stato immunizzato il 60% della platea degli over 12, si continua a rincorrere «l'immunità di comunità» che sarà raggiunta «entro la fine di settembre, con il completamento del ciclo vaccinale da parte dell'80% della platea da vaccinare», ha ricordato il Commissario all'Emergenza, Francesco Paolo Figliuolo. Anche per questo c'è «la disponibilità di ulteriori dosi di vaccino Pfizer, a partire dalla terza settimana di agosto». Come si potrà, con i vaccini, raggiungere il blocco della circolazione di una variante, la Delta, che contagia anche chi ha ricevuto due dosi, è tutt'altro che chiaro. Del resto, lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi ritiene che con il green pass si ha «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose», mentre i numeri dicono altro.
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Una ricerca dimostra l'efficacia dell'antiparassitario, non privo di controindicazioni e bocciato da Oms ed Ema. Può pure ridurre la contagiosità degli infetti. A Padova stop al plasma iperimmune: pratica poco remunerativa?Record di positivi in Islanda con il 75% di vaccinati che possono contrarre l'infezione e diffonderla. Il capo degli epidemiologi: «Il virus non si eradica, ma sappiamo gestirlo».Lo speciale contiene due articoli.La Fda non ha voluto approvarla. L'Oms l'ha sconsigliata persino per le sperimentazioni. A marzo, l'ha bocciata anche l'Ema. Eppure, c'è qualcuno che, sull'utilizzo dell'ivermectina come antivirale, non si vuole arrendere. E sta ottenendo nuovi risultati incoraggianti.Arriva da Israele, ormai un laboratorio a cielo aperto, la notizia di una ricerca che dimostra l'efficacia di questo antiparassitario, peraltro molto economico: il Jerusalem Post parla di «meno di 1 dollaro al giorno» e, nel momento in cui i fornitori di vaccini a mRna hanno aumentato il prezzo delle dosi vendute all'Ue, la circostanza è particolarmente felice. Lo studio non è stato ancora sottoposto a revisione paritaria, ma è stato condotto, in forma controllata e randomizzata, con il metodo del «doppio cieco», che limita i possibili condizionamenti sia sul versante del medico, sia su quello del paziente. Il professor Eli Schwartz, fondatore del Center for travel medicine and tropical disease, presso lo Sheba medical center di Tel Aviv, ha radunato 89 volontari maggiorenni infettati dal Sars-CoV-2 e li ha divisi in due gruppi: una metà ha ricevuto un placebo, l'altra metà l'ivermectina. Tre pillole, per tre giorni, un'ora prima del pasto. Risultato: il 72% di chi aveva assunto il farmaco si è negativizzato entro sei giorni, contro il 50% registrato nel gruppo di controllo. In più, Schwartz ha scoperto un dettaglio interessante: solo il 13% dei pazienti trattati con l'ivermectina, anche se ancora positivo, trascorsi i sei giorni, era in grado d'infettare. Al contrario, nel gruppo placebo, resisteva un 50% di potenziali untori: quattro volte di più. Bisognerebbe che Mario Draghi prendesse in mano la ricerca israeliana, visto che, a suo avviso, il green pass (peraltro rilasciato già dopo la prima dose, in Italia) offrirebbe la «garanzia» di trovarsi tra «persone che non sono contagiose». È evidente che i vaccini riducono la circolazione del virus. Ma è anche vero che sempre dai dati del Paese mediorientale, emerge che quasi quattro vaccinati su dieci con Pfizer possono essere infettati dalla variante Delta. E, stando alle analisi condotte dai Cdc negli Usa, in una fetta degli immunizzati che entra a contatto con il ceppo indiano, è presente la stessa carica virale riscontrabile nei non vaccinati. Se l'analisi di Tel Aviv fosse confermata, l'ivermectina - che, comunque, non ha un valore profilattico - potrebbe essere impiegata non solo come terapia, ma anche come uno strumento per ridurre la contagiosità dei positivi al coronavirus. Un recente articolo uscito sull'American journal of therapeutics, peraltro, evidenziava che, incrociando i risultati di 27 studi, si poteva concludere che l'antiparassitario abbia dato «un segnale forte di efficacia terapeutica contro il Covid-19».Naturalmente, sebbene il professor Schwartz sostenga che essa possa ridurre i decessi del 75%, l'ivermectina non è priva di controindicazioni. Tant'è che in Israele si è aperto un dibattito. Ya'acov Nahmias, scienziato dell'Hebrew university di Gerusalemme, ha ammonito: «Dovremmo essere molto cauti nell'usare questo tipo di medicinale per trattare una malattia virale da cui la maggioranza della popolazione guarirà senza neppure bisogno di questa cura». Obiezione comprensibile: ci sono casi - molti - in cui è più pericoloso assumere dei farmaci che affrontare il Covid armati solo del proprio sistema immunitario. Ma perché questo discorso si può affrontare quando si parla d'ivermectina, mentre è tabù se lo si applica ai vaccini? Perché, quasi ovunque, si puntano le siringhe sui ragazzini, anche se non è così pacifico che il rapporto rischi/benefici dell'iniezione sia per loro vantaggioso e anche se i soggetti fragili, ai quali potrebbero trasmettere la patologia, sono già protetti? Perché si prefigurano dosi ai bimbi in fasce, se pare ormai assodato che il virus diventerà endemico e, quindi, l'idea di bloccarne la diffusione tramite l'immunità di gregge si sta rivelando una chimera?Il professor Schwartz segnala che, tra i suoi pazienti, nessuno ha sofferto effetti collaterali: certo, oggettivamente, 89 persone sono un numero piccolissimo. E in America, molti di quelli che hanno tentato la cura fai da te, sono finiti in ospedale per gli effetti avversi. Tra i volontari di Israele, invece, solo cinque sono stati ricoverati. Quattro di loro non avevano preso l'ivermectina. L'altro aveva sintomi polmonari già al momento del reclutamento e, il giorno dopo aver assunto il medicinale, è stato dimesso. «C'è un sacco di opposizione», lamenta il luminare di Tel Aviv. «Abbiamo provato a pubblicare lo studio ed è stato rigettato da tre riviste. Nessuno voleva neppure sentirne parlare». Per quale motivo? L'ivermectina è davvero inservibile, se non dannosa, nella lotta al coronavirus? Oppure, come sospetta Schwartz, dietro ci sono interessi economici, che rendono poco profittevole promuovere un medicinale già in commercio e dal prezzo così basso?Nel frattempo, in Italia, un'altra terapia subisce uno smacco: anche a Padova, uno dei primi ospedali a ricorrere ai protocolli introdotti dal compianto professor Giuseppe De Donno, è stata interrotta la somministrazione del plasma iperimmune. «Ormai i clinici non credono più in questo trattamento», ha spiegato al Corriere la dottoressa Giustina De Silvestro, direttrice del Centro immunotrasfusionale del nosocomio. Che però è pronta a pubblicare una ricerca e insiste: «Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati». Anche in questo caso, si rincorrono le voci sugli scarsi profitti per le case farmaceutiche. Mania del complotto, o crudo realismo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/studio-israeliano-ivermectina-covid-cura-2654451717.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lislanda-niente-immunita-di-gregge" data-post-id="2654451717" data-published-at="1628145414" data-use-pagination="False"> L’Islanda: niente immunità di gregge La vaccinazione sta riducendo il tasso di pazienti con forme gravi di Covid-19 anche in Islanda dove però l'obiettivo non è più l'immunità di gregge, come si sostiene, nei fatti, in Italia, ma la capacità di controllare l'epidemia. Secondo Thorolfur Gudnason il capo degli epidemiologi islandesi (il corrispondente di Anthony Fauci per gli americani), «la variante Delta ha superato tutte le altre ed è diventato chiaro che le persone vaccinate possono infettarsi e trasmettere il virus», come riporta Iceland review. In questo contesto, fissare una percentuale di copertura vaccinale nella popolazione (immunità di gruppo o gregge) che metta al sicuro le persone non vaccinate, diventa una questione non più perseguibile. L'Islanda è alle prese con 1.304 positivi, un numero record per l'isola a ridosso del Circolo polare artico, ma in ospedale ci sono 16 ricoverati. Come ha spiegato il Fauci islandese, «a giugno scorso sono state revocate le restrizioni perché i tassi di infezione erano molto bassi, la maggior parte della nazione era vaccinata e c'erano controlli alla frontiera». Il 75% della popolazione è immunizzata, compreso il 10% dei giovani tra 12-16 anni. «Nelle ultime due o tre settimane», ha aggiunto l'esperto, «la variante Delta ha preso il sopravvento su tutte le altre varianti in Islanda ed è emerso che anche i vaccinati possono contrarre, con relativa facilità, l'infezione e diffonderla». Come del resto si registra in tutti i Paesi, e anche in Italia, c'è una risalita dei contagi ed è in corso una nuova ondata di infezioni. Ci sono tuttavia indicazioni, come ha ricordato Gudnason, che la vaccinazione prevenga malattie gravi. «Circa 24 persone hanno dovuto essere ricoverate in questa ondata, poco più dell'1% degli infetti. Nelle ondate precedenti», ha precisato, «si era intorno al 4-5%. Attualmente, finisce all'ospedale il 2,4% delle persone non vaccinate», che contraggono il virus Sars-Cov2. Invece di predicare la necessità di un'immunità di gregge, l'esperto islandese, nel ricordare che la pandemia non è vicina alla fine, con un certo pragmatismo, invita ad affrontare le nuove sfide che emergono. Il virus ora è endemico, non si può eradicare, «ma sappiamo cosa fare per frenare l'infezione». Non è chiaro se cambieranno le misure restrittive che in Islanda scadono il 13 agosto, ma «le due persone che sono ricoverate in terapia intensiva non sono vaccinate», ha ricordato Guðnason aggiungendo che, «non è possibile trarre conclusioni generali, ma la vaccinazione sembra ridurre le malattie gravi in generale». Su questo concordano anche i dati dell'Istituto superiore di sanità (Iss). «L'efficacia dei vaccini è altissima, oltre il 95% per ospedalizzazioni e decessi», ha dichiarato in questi giorni Silvio Brusaferro, presidente Iss. «La stragrande maggioranza delle persone che finiscono in ospedale e in terapia intensiva non ha ricevuto nemmeno una dose». A differenza degli islandesi però, in Italia, dove è stato immunizzato il 60% della platea degli over 12, si continua a rincorrere «l'immunità di comunità» che sarà raggiunta «entro la fine di settembre, con il completamento del ciclo vaccinale da parte dell'80% della platea da vaccinare», ha ricordato il Commissario all'Emergenza, Francesco Paolo Figliuolo. Anche per questo c'è «la disponibilità di ulteriori dosi di vaccino Pfizer, a partire dalla terza settimana di agosto». Come si potrà, con i vaccini, raggiungere il blocco della circolazione di una variante, la Delta, che contagia anche chi ha ricevuto due dosi, è tutt'altro che chiaro. Del resto, lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi ritiene che con il green pass si ha «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose», mentre i numeri dicono altro.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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