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2021-08-05
Lo studio israeliano sull’ivermectina Covid curato con un dollaro al giorno
Ansa
La Fda non ha voluto approvarla. L'Oms l'ha sconsigliata persino per le sperimentazioni. A marzo, l'ha bocciata anche l'Ema. Eppure, c'è qualcuno che, sull'utilizzo dell'ivermectina come antivirale, non si vuole arrendere. E sta ottenendo nuovi risultati incoraggianti.
Arriva da Israele, ormai un laboratorio a cielo aperto, la notizia di una ricerca che dimostra l'efficacia di questo antiparassitario, peraltro molto economico: il Jerusalem Post parla di «meno di 1 dollaro al giorno» e, nel momento in cui i fornitori di vaccini a mRna hanno aumentato il prezzo delle dosi vendute all'Ue, la circostanza è particolarmente felice. Lo studio non è stato ancora sottoposto a revisione paritaria, ma è stato condotto, in forma controllata e randomizzata, con il metodo del «doppio cieco», che limita i possibili condizionamenti sia sul versante del medico, sia su quello del paziente.
Il professor Eli Schwartz, fondatore del Center for travel medicine and tropical disease, presso lo Sheba medical center di Tel Aviv, ha radunato 89 volontari maggiorenni infettati dal Sars-CoV-2 e li ha divisi in due gruppi: una metà ha ricevuto un placebo, l'altra metà l'ivermectina. Tre pillole, per tre giorni, un'ora prima del pasto. Risultato: il 72% di chi aveva assunto il farmaco si è negativizzato entro sei giorni, contro il 50% registrato nel gruppo di controllo. In più, Schwartz ha scoperto un dettaglio interessante: solo il 13% dei pazienti trattati con l'ivermectina, anche se ancora positivo, trascorsi i sei giorni, era in grado d'infettare. Al contrario, nel gruppo placebo, resisteva un 50% di potenziali untori: quattro volte di più.
Bisognerebbe che Mario Draghi prendesse in mano la ricerca israeliana, visto che, a suo avviso, il green pass (peraltro rilasciato già dopo la prima dose, in Italia) offrirebbe la «garanzia» di trovarsi tra «persone che non sono contagiose». È evidente che i vaccini riducono la circolazione del virus. Ma è anche vero che sempre dai dati del Paese mediorientale, emerge che quasi quattro vaccinati su dieci con Pfizer possono essere infettati dalla variante Delta. E, stando alle analisi condotte dai Cdc negli Usa, in una fetta degli immunizzati che entra a contatto con il ceppo indiano, è presente la stessa carica virale riscontrabile nei non vaccinati.
Se l'analisi di Tel Aviv fosse confermata, l'ivermectina - che, comunque, non ha un valore profilattico - potrebbe essere impiegata non solo come terapia, ma anche come uno strumento per ridurre la contagiosità dei positivi al coronavirus. Un recente articolo uscito sull'American journal of therapeutics, peraltro, evidenziava che, incrociando i risultati di 27 studi, si poteva concludere che l'antiparassitario abbia dato «un segnale forte di efficacia terapeutica contro il Covid-19».
Naturalmente, sebbene il professor Schwartz sostenga che essa possa ridurre i decessi del 75%, l'ivermectina non è priva di controindicazioni. Tant'è che in Israele si è aperto un dibattito. Ya'acov Nahmias, scienziato dell'Hebrew university di Gerusalemme, ha ammonito: «Dovremmo essere molto cauti nell'usare questo tipo di medicinale per trattare una malattia virale da cui la maggioranza della popolazione guarirà senza neppure bisogno di questa cura». Obiezione comprensibile: ci sono casi - molti - in cui è più pericoloso assumere dei farmaci che affrontare il Covid armati solo del proprio sistema immunitario. Ma perché questo discorso si può affrontare quando si parla d'ivermectina, mentre è tabù se lo si applica ai vaccini? Perché, quasi ovunque, si puntano le siringhe sui ragazzini, anche se non è così pacifico che il rapporto rischi/benefici dell'iniezione sia per loro vantaggioso e anche se i soggetti fragili, ai quali potrebbero trasmettere la patologia, sono già protetti? Perché si prefigurano dosi ai bimbi in fasce, se pare ormai assodato che il virus diventerà endemico e, quindi, l'idea di bloccarne la diffusione tramite l'immunità di gregge si sta rivelando una chimera?
Il professor Schwartz segnala che, tra i suoi pazienti, nessuno ha sofferto effetti collaterali: certo, oggettivamente, 89 persone sono un numero piccolissimo. E in America, molti di quelli che hanno tentato la cura fai da te, sono finiti in ospedale per gli effetti avversi. Tra i volontari di Israele, invece, solo cinque sono stati ricoverati. Quattro di loro non avevano preso l'ivermectina. L'altro aveva sintomi polmonari già al momento del reclutamento e, il giorno dopo aver assunto il medicinale, è stato dimesso. «C'è un sacco di opposizione», lamenta il luminare di Tel Aviv. «Abbiamo provato a pubblicare lo studio ed è stato rigettato da tre riviste. Nessuno voleva neppure sentirne parlare». Per quale motivo? L'ivermectina è davvero inservibile, se non dannosa, nella lotta al coronavirus? Oppure, come sospetta Schwartz, dietro ci sono interessi economici, che rendono poco profittevole promuovere un medicinale già in commercio e dal prezzo così basso?
Nel frattempo, in Italia, un'altra terapia subisce uno smacco: anche a Padova, uno dei primi ospedali a ricorrere ai protocolli introdotti dal compianto professor Giuseppe De Donno, è stata interrotta la somministrazione del plasma iperimmune. «Ormai i clinici non credono più in questo trattamento», ha spiegato al Corriere la dottoressa Giustina De Silvestro, direttrice del Centro immunotrasfusionale del nosocomio. Che però è pronta a pubblicare una ricerca e insiste: «Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati». Anche in questo caso, si rincorrono le voci sugli scarsi profitti per le case farmaceutiche. Mania del complotto, o crudo realismo?
L’Islanda: niente immunità di gregge
La vaccinazione sta riducendo il tasso di pazienti con forme gravi di Covid-19 anche in Islanda dove però l'obiettivo non è più l'immunità di gregge, come si sostiene, nei fatti, in Italia, ma la capacità di controllare l'epidemia. Secondo Thorolfur Gudnason il capo degli epidemiologi islandesi (il corrispondente di Anthony Fauci per gli americani), «la variante Delta ha superato tutte le altre ed è diventato chiaro che le persone vaccinate possono infettarsi e trasmettere il virus», come riporta Iceland review. In questo contesto, fissare una percentuale di copertura vaccinale nella popolazione (immunità di gruppo o gregge) che metta al sicuro le persone non vaccinate, diventa una questione non più perseguibile.
L'Islanda è alle prese con 1.304 positivi, un numero record per l'isola a ridosso del Circolo polare artico, ma in ospedale ci sono 16 ricoverati. Come ha spiegato il Fauci islandese, «a giugno scorso sono state revocate le restrizioni perché i tassi di infezione erano molto bassi, la maggior parte della nazione era vaccinata e c'erano controlli alla frontiera». Il 75% della popolazione è immunizzata, compreso il 10% dei giovani tra 12-16 anni. «Nelle ultime due o tre settimane», ha aggiunto l'esperto, «la variante Delta ha preso il sopravvento su tutte le altre varianti in Islanda ed è emerso che anche i vaccinati possono contrarre, con relativa facilità, l'infezione e diffonderla». Come del resto si registra in tutti i Paesi, e anche in Italia, c'è una risalita dei contagi ed è in corso una nuova ondata di infezioni. Ci sono tuttavia indicazioni, come ha ricordato Gudnason, che la vaccinazione prevenga malattie gravi. «Circa 24 persone hanno dovuto essere ricoverate in questa ondata, poco più dell'1% degli infetti. Nelle ondate precedenti», ha precisato, «si era intorno al 4-5%. Attualmente, finisce all'ospedale il 2,4% delle persone non vaccinate», che contraggono il virus Sars-Cov2.
Invece di predicare la necessità di un'immunità di gregge, l'esperto islandese, nel ricordare che la pandemia non è vicina alla fine, con un certo pragmatismo, invita ad affrontare le nuove sfide che emergono. Il virus ora è endemico, non si può eradicare, «ma sappiamo cosa fare per frenare l'infezione». Non è chiaro se cambieranno le misure restrittive che in Islanda scadono il 13 agosto, ma «le due persone che sono ricoverate in terapia intensiva non sono vaccinate», ha ricordato Guðnason aggiungendo che, «non è possibile trarre conclusioni generali, ma la vaccinazione sembra ridurre le malattie gravi in generale».
Su questo concordano anche i dati dell'Istituto superiore di sanità (Iss). «L'efficacia dei vaccini è altissima, oltre il 95% per ospedalizzazioni e decessi», ha dichiarato in questi giorni Silvio Brusaferro, presidente Iss. «La stragrande maggioranza delle persone che finiscono in ospedale e in terapia intensiva non ha ricevuto nemmeno una dose». A differenza degli islandesi però, in Italia, dove è stato immunizzato il 60% della platea degli over 12, si continua a rincorrere «l'immunità di comunità» che sarà raggiunta «entro la fine di settembre, con il completamento del ciclo vaccinale da parte dell'80% della platea da vaccinare», ha ricordato il Commissario all'Emergenza, Francesco Paolo Figliuolo. Anche per questo c'è «la disponibilità di ulteriori dosi di vaccino Pfizer, a partire dalla terza settimana di agosto». Come si potrà, con i vaccini, raggiungere il blocco della circolazione di una variante, la Delta, che contagia anche chi ha ricevuto due dosi, è tutt'altro che chiaro. Del resto, lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi ritiene che con il green pass si ha «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose», mentre i numeri dicono altro.
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Una ricerca dimostra l'efficacia dell'antiparassitario, non privo di controindicazioni e bocciato da Oms ed Ema. Può pure ridurre la contagiosità degli infetti. A Padova stop al plasma iperimmune: pratica poco remunerativa?Record di positivi in Islanda con il 75% di vaccinati che possono contrarre l'infezione e diffonderla. Il capo degli epidemiologi: «Il virus non si eradica, ma sappiamo gestirlo».Lo speciale contiene due articoli.La Fda non ha voluto approvarla. L'Oms l'ha sconsigliata persino per le sperimentazioni. A marzo, l'ha bocciata anche l'Ema. Eppure, c'è qualcuno che, sull'utilizzo dell'ivermectina come antivirale, non si vuole arrendere. E sta ottenendo nuovi risultati incoraggianti.Arriva da Israele, ormai un laboratorio a cielo aperto, la notizia di una ricerca che dimostra l'efficacia di questo antiparassitario, peraltro molto economico: il Jerusalem Post parla di «meno di 1 dollaro al giorno» e, nel momento in cui i fornitori di vaccini a mRna hanno aumentato il prezzo delle dosi vendute all'Ue, la circostanza è particolarmente felice. Lo studio non è stato ancora sottoposto a revisione paritaria, ma è stato condotto, in forma controllata e randomizzata, con il metodo del «doppio cieco», che limita i possibili condizionamenti sia sul versante del medico, sia su quello del paziente. Il professor Eli Schwartz, fondatore del Center for travel medicine and tropical disease, presso lo Sheba medical center di Tel Aviv, ha radunato 89 volontari maggiorenni infettati dal Sars-CoV-2 e li ha divisi in due gruppi: una metà ha ricevuto un placebo, l'altra metà l'ivermectina. Tre pillole, per tre giorni, un'ora prima del pasto. Risultato: il 72% di chi aveva assunto il farmaco si è negativizzato entro sei giorni, contro il 50% registrato nel gruppo di controllo. In più, Schwartz ha scoperto un dettaglio interessante: solo il 13% dei pazienti trattati con l'ivermectina, anche se ancora positivo, trascorsi i sei giorni, era in grado d'infettare. Al contrario, nel gruppo placebo, resisteva un 50% di potenziali untori: quattro volte di più. Bisognerebbe che Mario Draghi prendesse in mano la ricerca israeliana, visto che, a suo avviso, il green pass (peraltro rilasciato già dopo la prima dose, in Italia) offrirebbe la «garanzia» di trovarsi tra «persone che non sono contagiose». È evidente che i vaccini riducono la circolazione del virus. Ma è anche vero che sempre dai dati del Paese mediorientale, emerge che quasi quattro vaccinati su dieci con Pfizer possono essere infettati dalla variante Delta. E, stando alle analisi condotte dai Cdc negli Usa, in una fetta degli immunizzati che entra a contatto con il ceppo indiano, è presente la stessa carica virale riscontrabile nei non vaccinati. Se l'analisi di Tel Aviv fosse confermata, l'ivermectina - che, comunque, non ha un valore profilattico - potrebbe essere impiegata non solo come terapia, ma anche come uno strumento per ridurre la contagiosità dei positivi al coronavirus. Un recente articolo uscito sull'American journal of therapeutics, peraltro, evidenziava che, incrociando i risultati di 27 studi, si poteva concludere che l'antiparassitario abbia dato «un segnale forte di efficacia terapeutica contro il Covid-19».Naturalmente, sebbene il professor Schwartz sostenga che essa possa ridurre i decessi del 75%, l'ivermectina non è priva di controindicazioni. Tant'è che in Israele si è aperto un dibattito. Ya'acov Nahmias, scienziato dell'Hebrew university di Gerusalemme, ha ammonito: «Dovremmo essere molto cauti nell'usare questo tipo di medicinale per trattare una malattia virale da cui la maggioranza della popolazione guarirà senza neppure bisogno di questa cura». Obiezione comprensibile: ci sono casi - molti - in cui è più pericoloso assumere dei farmaci che affrontare il Covid armati solo del proprio sistema immunitario. Ma perché questo discorso si può affrontare quando si parla d'ivermectina, mentre è tabù se lo si applica ai vaccini? Perché, quasi ovunque, si puntano le siringhe sui ragazzini, anche se non è così pacifico che il rapporto rischi/benefici dell'iniezione sia per loro vantaggioso e anche se i soggetti fragili, ai quali potrebbero trasmettere la patologia, sono già protetti? Perché si prefigurano dosi ai bimbi in fasce, se pare ormai assodato che il virus diventerà endemico e, quindi, l'idea di bloccarne la diffusione tramite l'immunità di gregge si sta rivelando una chimera?Il professor Schwartz segnala che, tra i suoi pazienti, nessuno ha sofferto effetti collaterali: certo, oggettivamente, 89 persone sono un numero piccolissimo. E in America, molti di quelli che hanno tentato la cura fai da te, sono finiti in ospedale per gli effetti avversi. Tra i volontari di Israele, invece, solo cinque sono stati ricoverati. Quattro di loro non avevano preso l'ivermectina. L'altro aveva sintomi polmonari già al momento del reclutamento e, il giorno dopo aver assunto il medicinale, è stato dimesso. «C'è un sacco di opposizione», lamenta il luminare di Tel Aviv. «Abbiamo provato a pubblicare lo studio ed è stato rigettato da tre riviste. Nessuno voleva neppure sentirne parlare». Per quale motivo? L'ivermectina è davvero inservibile, se non dannosa, nella lotta al coronavirus? Oppure, come sospetta Schwartz, dietro ci sono interessi economici, che rendono poco profittevole promuovere un medicinale già in commercio e dal prezzo così basso?Nel frattempo, in Italia, un'altra terapia subisce uno smacco: anche a Padova, uno dei primi ospedali a ricorrere ai protocolli introdotti dal compianto professor Giuseppe De Donno, è stata interrotta la somministrazione del plasma iperimmune. «Ormai i clinici non credono più in questo trattamento», ha spiegato al Corriere la dottoressa Giustina De Silvestro, direttrice del Centro immunotrasfusionale del nosocomio. Che però è pronta a pubblicare una ricerca e insiste: «Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati». Anche in questo caso, si rincorrono le voci sugli scarsi profitti per le case farmaceutiche. Mania del complotto, o crudo realismo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/studio-israeliano-ivermectina-covid-cura-2654451717.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lislanda-niente-immunita-di-gregge" data-post-id="2654451717" data-published-at="1628145414" data-use-pagination="False"> L’Islanda: niente immunità di gregge La vaccinazione sta riducendo il tasso di pazienti con forme gravi di Covid-19 anche in Islanda dove però l'obiettivo non è più l'immunità di gregge, come si sostiene, nei fatti, in Italia, ma la capacità di controllare l'epidemia. Secondo Thorolfur Gudnason il capo degli epidemiologi islandesi (il corrispondente di Anthony Fauci per gli americani), «la variante Delta ha superato tutte le altre ed è diventato chiaro che le persone vaccinate possono infettarsi e trasmettere il virus», come riporta Iceland review. In questo contesto, fissare una percentuale di copertura vaccinale nella popolazione (immunità di gruppo o gregge) che metta al sicuro le persone non vaccinate, diventa una questione non più perseguibile. L'Islanda è alle prese con 1.304 positivi, un numero record per l'isola a ridosso del Circolo polare artico, ma in ospedale ci sono 16 ricoverati. Come ha spiegato il Fauci islandese, «a giugno scorso sono state revocate le restrizioni perché i tassi di infezione erano molto bassi, la maggior parte della nazione era vaccinata e c'erano controlli alla frontiera». Il 75% della popolazione è immunizzata, compreso il 10% dei giovani tra 12-16 anni. «Nelle ultime due o tre settimane», ha aggiunto l'esperto, «la variante Delta ha preso il sopravvento su tutte le altre varianti in Islanda ed è emerso che anche i vaccinati possono contrarre, con relativa facilità, l'infezione e diffonderla». Come del resto si registra in tutti i Paesi, e anche in Italia, c'è una risalita dei contagi ed è in corso una nuova ondata di infezioni. Ci sono tuttavia indicazioni, come ha ricordato Gudnason, che la vaccinazione prevenga malattie gravi. «Circa 24 persone hanno dovuto essere ricoverate in questa ondata, poco più dell'1% degli infetti. Nelle ondate precedenti», ha precisato, «si era intorno al 4-5%. Attualmente, finisce all'ospedale il 2,4% delle persone non vaccinate», che contraggono il virus Sars-Cov2. Invece di predicare la necessità di un'immunità di gregge, l'esperto islandese, nel ricordare che la pandemia non è vicina alla fine, con un certo pragmatismo, invita ad affrontare le nuove sfide che emergono. Il virus ora è endemico, non si può eradicare, «ma sappiamo cosa fare per frenare l'infezione». Non è chiaro se cambieranno le misure restrittive che in Islanda scadono il 13 agosto, ma «le due persone che sono ricoverate in terapia intensiva non sono vaccinate», ha ricordato Guðnason aggiungendo che, «non è possibile trarre conclusioni generali, ma la vaccinazione sembra ridurre le malattie gravi in generale». Su questo concordano anche i dati dell'Istituto superiore di sanità (Iss). «L'efficacia dei vaccini è altissima, oltre il 95% per ospedalizzazioni e decessi», ha dichiarato in questi giorni Silvio Brusaferro, presidente Iss. «La stragrande maggioranza delle persone che finiscono in ospedale e in terapia intensiva non ha ricevuto nemmeno una dose». A differenza degli islandesi però, in Italia, dove è stato immunizzato il 60% della platea degli over 12, si continua a rincorrere «l'immunità di comunità» che sarà raggiunta «entro la fine di settembre, con il completamento del ciclo vaccinale da parte dell'80% della platea da vaccinare», ha ricordato il Commissario all'Emergenza, Francesco Paolo Figliuolo. Anche per questo c'è «la disponibilità di ulteriori dosi di vaccino Pfizer, a partire dalla terza settimana di agosto». Come si potrà, con i vaccini, raggiungere il blocco della circolazione di una variante, la Delta, che contagia anche chi ha ricevuto due dosi, è tutt'altro che chiaro. Del resto, lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi ritiene che con il green pass si ha «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose», mentre i numeri dicono altro.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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