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2019-09-24
L’inchiesta sulla cassaforte di Renzi è arrivata alla lobby di babbo Tiziano
Ansa
L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto.
Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto.
Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti.
Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio.
Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari.
Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica.
«Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite.
Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica».
Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite».
Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso».
La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre.
Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi.
Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo
La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta.
La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta».
Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato».
La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società.
La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit.
I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro.
Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto?
L’India fa affari grazie ai renziani
Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro.
Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
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Patrizio Donnini usava gli spazi di una ditta con sede a Roma che è stata perquisita a luglio. Sempre lì fissava i suoi meeting pure Tiziano Renzi. Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell'Abruzzo. Una norma promossa dal governo Gentiloni ha congelato all'azienda dei Toto debiti con Anas per 121 milioni. C'è una sentenza che mette nero su bianco: «Avvantaggia la società debitrice e danneggia la parte pubblica». L'India fa affari grazie ai renziani. Jindal risparmia 80 milioni sull'acciaieria di Piombino. Nel cda siede Marco Carrai e fra gli avvocati spuntano Alberto Bianchi e Umberto Tombari, il vecchio capo di Maria Elena Boschi. Lo speciale comprende tre articoli. L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto. Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto. Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio. Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari. Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica. «Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite. Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica». Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite». Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso». La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre. Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-la-consulta-si-e-accorta-del-regalo-ai-benetton-dellabruzzo" data-post-id="2640560013" data-published-at="1780545808" data-use-pagination="False"> Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta. La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta». Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato». La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società. La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit. I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro. Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lindia-fa-affari-grazie-ai-renziani" data-post-id="2640560013" data-published-at="1780545808" data-use-pagination="False"> L’India fa affari grazie ai renziani Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro. Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
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Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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