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2019-09-24
L’inchiesta sulla cassaforte di Renzi è arrivata alla lobby di babbo Tiziano
Ansa
L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto.
Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto.
Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti.
Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio.
Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari.
Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica.
«Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite.
Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica».
Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite».
Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso».
La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre.
Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi.
Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo
La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta.
La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta».
Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato».
La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società.
La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit.
I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro.
Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto?
L’India fa affari grazie ai renziani
Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro.
Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
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Patrizio Donnini usava gli spazi di una ditta con sede a Roma che è stata perquisita a luglio. Sempre lì fissava i suoi meeting pure Tiziano Renzi. Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell'Abruzzo. Una norma promossa dal governo Gentiloni ha congelato all'azienda dei Toto debiti con Anas per 121 milioni. C'è una sentenza che mette nero su bianco: «Avvantaggia la società debitrice e danneggia la parte pubblica». L'India fa affari grazie ai renziani. Jindal risparmia 80 milioni sull'acciaieria di Piombino. Nel cda siede Marco Carrai e fra gli avvocati spuntano Alberto Bianchi e Umberto Tombari, il vecchio capo di Maria Elena Boschi. Lo speciale comprende tre articoli. L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto. Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto. Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio. Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari. Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica. «Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite. Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica». Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite». Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso». La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre. Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-la-consulta-si-e-accorta-del-regalo-ai-benetton-dellabruzzo" data-post-id="2640560013" data-published-at="1779875380" data-use-pagination="False"> Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta. La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta». Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato». La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società. La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit. I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro. Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lindia-fa-affari-grazie-ai-renziani" data-post-id="2640560013" data-published-at="1779875380" data-use-pagination="False"> L’India fa affari grazie ai renziani Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro. Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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