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2019-09-24
L’inchiesta sulla cassaforte di Renzi è arrivata alla lobby di babbo Tiziano
Ansa
L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto.
Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto.
Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti.
Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio.
Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari.
Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica.
«Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite.
Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica».
Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite».
Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso».
La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre.
Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi.
Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo
La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta.
La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta».
Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato».
La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società.
La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit.
I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro.
Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto?
L’India fa affari grazie ai renziani
Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro.
Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
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Patrizio Donnini usava gli spazi di una ditta con sede a Roma che è stata perquisita a luglio. Sempre lì fissava i suoi meeting pure Tiziano Renzi. Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell'Abruzzo. Una norma promossa dal governo Gentiloni ha congelato all'azienda dei Toto debiti con Anas per 121 milioni. C'è una sentenza che mette nero su bianco: «Avvantaggia la società debitrice e danneggia la parte pubblica». L'India fa affari grazie ai renziani. Jindal risparmia 80 milioni sull'acciaieria di Piombino. Nel cda siede Marco Carrai e fra gli avvocati spuntano Alberto Bianchi e Umberto Tombari, il vecchio capo di Maria Elena Boschi. Lo speciale comprende tre articoli. L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto. Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto. Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio. Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari. Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica. «Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite. Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica». Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite». Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso». La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre. Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-la-consulta-si-e-accorta-del-regalo-ai-benetton-dellabruzzo" data-post-id="2640560013" data-published-at="1772623292" data-use-pagination="False"> Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta. La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta». Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato». La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società. La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit. I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro. Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lindia-fa-affari-grazie-ai-renziani" data-post-id="2640560013" data-published-at="1772623292" data-use-pagination="False"> L’India fa affari grazie ai renziani Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro. Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
Sono sbarcati poco dopo le 20 di ieri sera all’aeroporto di Roma Fiumicino con il primo volo di Etihad Airways da Abu Dhabi circa 200 italiani (278 i passeggeri totali a bordo) che erano rimasti bloccati negli ultimi giorni negli Emirati Arabi dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran.
«Siamo rimasti bloccati ad Abu Dhabi dopo essere arrivati da Hanoi, Vietnam, dopo 20 giorni di vacanza: momenti di paura ci sono stati; abbiamo sentito le esplosioni, dei botti, visto luci forti; udivamo poi sirene di ambulanze e polizia. Abbiamo, però, avuto la sensazione che gli Emirati avessero il pieno controllo della situazione». È la testimonianza di un turista sardo, uno dei circa 200 italiani rientrati a Fiumicino da Abu Dhabi, sul volo che ha visto a bordo anche stranieri e membri di equipaggio, in prevalenza spagnoli. «Il primo giorno in aeroporto è stato il più brutto – racconta una turista – abbiamo sentito grandi botti, caccia che si alzavano».
Friedrich Merz e Donald Trump alla Casa Bianca (Ansa)
Donald Trump si prepara allo spiegamento di soldati in territorio iraniano? Lunedì, parlando con il New York Post, il presidente americano non aveva escluso questo scenario in caso di necessità. Ieri, citando funzionari statunitensi, il Wall Street Journal ha rivelato che l’inquilino della Casa Bianca risulterebbe «aperto a sostenere gruppi in Iran disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime». «Un’idea», ha precisato il quotidiano, «che potrebbe trasformare le fazioni iraniane in forze di terra». Guarda caso, Axios ha rivelato che, domenica, Trump ha parlato al telefono con i leader curdi dell’Iraq per discutere dell’operazione bellica contro l’Iran. «I curdi hanno migliaia di soldati lungo il confine tra Iran e Iraq e controllano aree strategiche che potrebbero rivelarsi significative con l’evolversi della guerra», ha sottolineato la testata, per poi aggiungere che «i curdi iracheni hanno anche stretti legami con la minoranza curda iraniana». In particolare, la telefonata di domenica sarebbe avvenuta dopo intense pressioni portate avanti da Benjamin Netanyahu. Sembra che la Casa Bianca stia quindi prendendo in considerazione di fare affidamento sulle forze militari curde per condurre delle operazioni di terra nel conflitto contro il regime khomeinista.
Qualora dovesse decidersi a favore di questa opzione, Trump finirebbe probabilmente con l’irritare Recep Tayyip Erdogan. Negli scorsi mesi, i due presidenti si erano notevolmente avvicinati: in particolare, l’inquilino della Casa Bianca aveva dato la sua benedizione all’attuale regime filoturco di Damasco, infastidendo non poco Netanyahu. Tuttavia, l’attacco all’Iran non è piaciuto al sultano. Il punto è che le ritorsioni iraniane contro i Paesi del Golfo hanno spinto Riad e Doha ad assumere una linea di severità verso Teheran: il che rompe le uova nel paniere al presidente turco che, oltre agli storici legami con il Qatar, negli ultimi mesi si era significativamente avvicinato anche all’Arabia Saudita.
Nel frattempo, ieri Trump è tornato a parlare del conflitto in corso. «La loro difesa aerea, l’Aeronautica, la Marina e la leadership sono sparite. Vogliono parlare. Ho detto: “Troppo tardi!”», ha affermato su Truth, nonostante domenica si fosse detto aperto a «parlare» con l’attuale leadership iraniana. Questo cambio di rotta potrebbe significare che il presidente americano stia abbandonando l’idea di una soluzione venezuelana, preferendo appoggiarsi a gruppi armati locali di opposizione al regime khomeinista.
Elementi che vanno in questa direzione sono emersi anche durante l’incontro che Trump ha avuto ieri, alla Casa Bianca, con Friedrich Merz. Mentre il cancelliere esprimeva piena sintonia con Washington sulla «rimozione del terribile regime di Teheran» ed esortava la Spagna a rispettare gli impegni per le spese della Nato al 5%, il presidente americano, oltre a definire il dossier ucraino una «priorità», ha affermato che i possibili successori di Khamenei a cui aveva pensato sono ormai morti. «La maggior parte delle persone che avevo in mente per la leadership sono morte», ha detto, lasciando così intendere la crescente difficoltà di realizzare una soluzione venezuelana.
Al contempo, oltre a esprimere nuovamente scetticismo su un ruolo politico di Reza Pahlavi, il presidente ha corretto le precedenti dichiarazioni di Marco Rubio, negando che Israele abbia forzato la mano agli Usa per spingerli all’intervento militare. «Potrei aver forzato io la mano agli israeliani. Stavamo negoziando con questi pazzi, e secondo me avrebbero attaccato per primi», ha dichiarato, esortando gli iraniani a non protestare durante gli attacchi. Il presidente ha poi annunciato la rottura delle relazioni commerciali con la Spagna, come ritorsione alla decisione di Madrid di non consentire agli Usa l’utilizzo delle sue basi per l’operazione contro l’Iran. «Possiamo usare la loro base se vogliamo, possiamo semplicemente volare lì e usarla, nessuno ci dirà di non usarla», ha tuonato, elogiando invece la Germania, da lui definita «ottima».
Insomma, se in un primo momento sembrava intenzionato a una soluzione venezuelana, Trump pare adesso aver iniziato a cambiare linea. D’altronde, la progressiva eliminazione delle alte sfere del regime impedisce al presidente americano di trovare un interlocutore proveniente dal vecchio sistema di potere. È probabilmente anche in quest’ottica che va inserita l’opzione curda a cui sta pensando. Questo poi non vuol dire che la soluzione venezuelana sia stata messa totalmente da parte. È da sabato che il presidente americano oscilla tra posizioni divergenti per quanto concerne il futuro politico dell’Iran. Il che potrebbe essere sintomo del fatto che, dietro le quinte, non ci sia al momento una piena identità di vedute tra Trump e Netanyahu. Il premier israeliano è infatti freddo su uno scenario venezuelano, laddove la Casa Bianca lo preferirebbe sia per evitare un salto nel buio sia per disinnescare le divisioni esplose in seno alla base Maga sulla crisi iraniana.
Donald «scontento» umilia Starmer
L’alleanza tra Stati Uniti e Regno Unito, per decenni definita la «relazione speciale», non è più così granitica. A dirlo non è un osservatore qualsiasi, ma il presidente americano in persona. In un’intervista al tabloid britannico The Sun, infatti, Donald Trump ha messo sotto accusa il premier laburista Keir Starmer. Quella con Londra, ha ricordato Trump, «era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta». Parole pesanti, pronunciate mentre la crisi con l’Iran ha riportato al centro il tema del coordinamento strategico tra alleati occidentali.
Secondo il presidente americano, il governo britannico non avrebbe fornito il sostegno atteso nelle recenti tensioni mediorientali. Esattamente come la Spagna, tanto che il tycoon ha ordinato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con Madrid. Anche Starmer, appunto, «non è stato d’aiuto», ha affermato Trump senza giri di parole. «Non avrei mai pensato di vedere una cosa del genere». Poi, parlando dallo Studio Ovale, il presidente è stato ancora più caustico: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Per rimarcare la voragine che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico, Trump elogia esplicitamente gli altri partner europei: «La Francia è stata fantastica. Sono stati tutti fantastici. Il Regno Unito, invece, è stato molto diverso dagli altri». Il messaggio politico è chiaro: Parigi, da sempre considerata più autonoma rispetto a Washington, oggi appare a Trump più affidabile di Londra. È un rovesciamento simbolico che pesa come un macigno sulla reputazione di Downing Street.
L’intervista al Sun, peraltro, non si è limitata alla politica estera. Il presidente americano ha attaccato anche le scelte interne del governo laburista, in particolare sul fronte migratorio. Secondo Trump, Starmer starebbe cercando di «ingraziarsi gli elettori musulmani», lasciando intendere che alcune cautele su Medio Oriente e immigrazione siano dettate più da calcoli elettorali che da valutazioni strategiche. È un’accusa che suona provocatoria, ma che non è certo campata per aria. Proprio ieri, infatti, un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti (entrambi al 16%), cioè le forze tradizionali che hanno dominato Westminster per oltre un secolo, sono state superate da partiti alternativi, Reform Uk di Nigel Farage (23%) e i Verdi di Zack Polanski (21%).
Per Starmer è un ulteriore colpo dopo la sconfitta alle suppletive di Manchester, dove i Verdi hanno espugnato una roccaforte storica dei laburisti, facendo leva proprio sugli elettori islamici. Ieri, peraltro, ci ha pensato Chaudhry Mohammad Sarwar a gettare benzina sul fuoco: l’ex deputato di origini pachistane, noto per essere stato il primo eletto di fede musulmana tra le file del Labour, si è abbandonato a un elogio di Khamenei, da lui definito «un martire», sollevando un polverone di critiche e prese di distanza.
Insomma, quando Trump accusa Starmer di non essere più un alleato affidabile e di guardare più al consenso interno che alla coerenza geopolitica, il presidente americano tocca un nervo scoperto del premier laburista. La divaricazione tra Washington e Londra non è soltanto diplomatica: riflette una trasformazione profonda degli equilibri interni al Regno Unito. E la «relazione speciale», per la prima volta, appare meno speciale anche per chi, dalla Casa Bianca, l’aveva sempre data per scontata.
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Mojtaba Khamenei (Ansa)
Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, sarebbe sopravvissuto agli attacchi israelo-americani contro il Paese, secondo due fonti iraniane citate dall’agenzia Reuters. La notizia arriva dopo che ieri Iran International, testata vicina all’opposizione iraniana della diaspora, aveva annunciato l’elezione di Mojtaba come successore di Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra. La notizia, tuttavia, per ora non è stata confermata. Israele questa mattina ha subito avvertito che qualsiasi nuovo leader iraniano diventerebbe un bersaglio dei suoi attacchi. Nonostante non sia mai stato eletto o nominato a una carica governativa, un cablogramma diplomatico statunitense del 2008 affermava che Mojtaba era «ampiamente considerato all’interno del regime come un leader e un manager capace e risoluto, che un giorno potrebbe succedergli almeno in parte alla leadership nazionale».
Per anni Mojtaba Khamenei è stato l’uomo che agiva dietro le quinte del potere iraniano. Un profilo pubblico quasi inesistente, poche apparizioni ufficiali e nessun incarico istituzionale di primo piano. Eppure il suo nome è rimasto a lungo uno dei più evocati negli ambienti politici e diplomatici quando si discuteva della futura leadership della Repubblica islamica. Nato nel 1969 a Mashhad, Mojtaba ha seguito il tradizionale percorso clericale sciita, formandosi nei seminari religiosi di Qom, il principale centro teologico del Paese. A differenza di molti esponenti dell’establishment iraniano, non ha costruito la propria carriera attraverso incarichi governativi o elettivi. La sua influenza si è sviluppata piuttosto all’interno delle reti di potere che ruotano attorno all’ufficio della Guida Suprema, diventando nel tempo una figura di raccordo tra il clero politico e gli apparati di sicurezza.
Proprio in questo spazio informale si colloca la sua reale forza. Mojtaba Khamenei è stato spesso indicato come uno degli interlocutori privilegiati dei vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, e della milizia Basij. In un sistema dove l’autorità religiosa si intreccia con il peso degli apparati militari e di intelligence, la costruzione di relazioni personali e reti di fedeltà può risultare decisiva quanto una carica ufficiale.
Attorno alla sua figura si muove da anni un ristretto circolo di uomini che rappresentano il vero perimetro del potere nella Repubblica islamica. Non si tratta di una struttura formalizzata, ma di una rete composta da religiosi, funzionari dell’ufficio della Guida Suprema e figure chiave della sicurezza nazionale. Tra questi spicca Ali Asghar Hejazi, responsabile degli affari politico-di sicurezza dell’ufficio della Guida Suprema e considerato uno degli uomini più influenti dell’apparato di intelligence iraniano. Accanto a lui operano personalità come Mohammad Golpayegani, capo dello staff della Guida Suprema, e diplomatici di lunga esperienza come Ali Akbar Velayati e Kamal Kharazi, entrambi coinvolti da anni nei dossier strategici della politica estera di Teheran.Secondo numerose analisi, è proprio all’interno di questo nucleo di potere – composto da consiglieri religiosi, funzionari e comandanti militari – che Mojtaba Khamenei avrebbe consolidato nel tempo la propria posizione. In particolare, i suoi rapporti con i Pasdaran e con i vertici della sicurezza lo hanno trasformato in una figura di riferimento per i settori più conservatori del regime, rafforzando la percezione di un ruolo politico esercitato lontano dai riflettori. Il tema della successione alla guida del Paese ha inevitabilmente riportato il suo nome al centro del dibattito. L’ipotesi di un passaggio del potere da padre a figlio rappresenterebbe tuttavia uno scenario estremamente delicato per la Repubblica islamica. La rivoluzione del 1979 nacque anche come rottura con il sistema monarchico dello Scià, e l’idea di una successione familiare potrebbe essere percepita come una contraddizione simbolica rispetto ai principi originari del regime.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: il rango religioso. La carica di Guida Suprema richiede un’autorità teologica riconosciuta e il consenso dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo composto da religiosi incaricato di scegliere il leader del Paese. Mojtaba, pur essendo un religioso formato, non possiede lo stesso livello di autorevolezza dottrinale di alcuni grandi ayatollah della gerarchia sciita.
Sul piano strategico, il suo profilo viene spesso associato a una linea di continuità con la politica adottata negli ultimi decenni dalla leadership iraniana: sostegno agli alleati regionali, ruolo centrale dei Pasdaran negli equilibri interni e fermezza nei confronti delle pressioni occidentali sul programma nucleare. Tuttavia, proprio la natura discreta della sua attività rende difficile distinguere tra influenza reale e percezione costruita attorno al suo nome. In un sistema complesso e opaco come quello iraniano, il potere non si misura soltanto con le cariche ufficiali. Mojtaba Khamenei rappresenta piuttosto la dimensione meno visibile ma più incisiva della Repubblica islamica: quella delle relazioni personali, delle reti di fedeltà e degli equilibri tra clero, apparati militari e strutture di sicurezza. Un potere che spesso si esercita lontano dalla scena pubblica, ma che può rivelarsi decisivo nei momenti di transizione politica del Paese.
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Emmanuel Macron (Ansa)
In Europa è calato l’inverno nucleare. L’iniziativa di Emmanuel Macron, che ha offerto agli alleati il suo ombrello atomico, pronto a rimpolparlo con un numero imprecisato di nuovi ordigni in nome della «deterrenza avanzata», non ha raccolto ovunque entusiasmi. Ha suscitato l’interesse dei tedeschi, consapevoli che il pulsante dell’apocalisse rimarrà all’Eliseo, ma speranzosi che, presto, le loro forze convenzionali supereranno quelle francesi, bilanciando l’attuale squilibrio. In cambio, Parigi fiuta l’opportunità di mettere le mani sulla tecnologia di Berlino per i missili a lungo raggio. Risultano disposti a collaborare anche gli inglesi, già dotati di un loro arsenale; i polacchi; gli olandesi; i belgi; i danesi; gli svedesi; i greci. Ieri, invece, la Lituania ha esplicitamente rispedito al mittente la proposta: «L’arsenale nucleare degli Stati Uniti», ha detto la consigliera per la politica estera del presidente della Repubblica, «è e rimane anche l’arsenale nucleare della Nato. Questo è l’ombrello della Nato che abbiamo tanto cercato quando siamo entrati nell’Alleanza, nel 2004, e di cui ancora oggi ci fidiamo».
Benché non ci siano comunicati ufficiali, la posizione dell’Italia dovrebbe essere analoga. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo diceva un anno fa: «La nostra grande Alleanza atlantica è l’unico ombrello credibile». Per di più, la Francia possiede solo ordigni strategici (quelli stile Hiroshima, per intenderci). Non ha armi tattiche, utilizzabili sul campo di battaglia. La sua è pura dottrina della dissuasione. Come Vilnius, noi siamo restii a recidere i legami atlantici, per metterci in mano ai cugini transalpini. Non è solo una questione di attriti personali tra Macron e Giorgia Meloni. Il punto è che la subordinazione a una grande potenza, qual è l’America, è un fatto naturale; quella a un Paese di dimensioni paragonabili, che così andremmo a cristallizzare, è un rischio. L’unico precedente storico non è incoraggiante: nel 1956, Italia, Germania Ovest e Francia stipularono un accordo tripartito per sviluppare insieme armamenti nucleari. Due anni dopo, il progetto sembrava in dirittura d’arrivo, ma il generale Charles de Gaulle lo fece naufragare, preferendo costruire la force de frappe nazionale.
Sarebbe interessante capire in che modo il programma di Macron si sposi con il timore, da lui stesso cavalcato, che il suo Paese finisca in mano a un partito vassallo di Vladimir Putin: monsieur le président è dunque disposto a consegnare altre atomiche a Marine Le Pen? Un discorso analogo varrebbe per Friedrich Merz: ora è all’inizio del mandato, ma per quando avrà completato la ristrutturazione della Bundeswehr, alla cancelleria potrebbe essere arrivato un esponente di Alternative für Deutschland. Che avrà l’esercito più forte del continente.
L’unico esponente dell’esecutivo a commentare le parole del dottor Stranamore di Parigi è stato il vicepremier. Matteo Salvini è tranchant: «Quello che dice Macron per me conta zero». La reticenza di Roma ha innescato le proteste di Carlo Calenda, il quale considera un «grave errore» rinunciare alla «forza di dissuasione europea». Il discorso filerebbe, se la «forza» non fosse francese prima che «europea».
Le preoccupazioni della politica nostrana, comunque, per adesso riguardano prevalentemente il ruolo italiano in Medio Oriente. Ieri, Crosetto ha confermato all’Ansa che il governo sta valutando come «aiutare» i Paesi del Golfo, «sia dal punto di vista degli assetti che possono essere dati, sia vagliando anche con che sistema giuridico farlo: un decreto legge o in che modo farlo il più velocemente possibile». Per il momento non si parla di inviare caccia o armi offensive; semmai, delle contraeree per neutralizzare i raid iraniani. Tenendo conto che, se spedissimo un sistema Samp/T nella penisola arabica, a noi ne rimarrebbe soltanto uno.
Il Movimento 5 stelle, intanto, è in fibrillazione per l’utilizzo delle basi statunitensi situate sul nostro territorio. Sigonella e Muos a Niscemi, hanno scritto in una nota i capigruppo pentastellati nelle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, Alessandra Maiorino, Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti, «sono già coinvolte nella guerra contro l’Iran. Nell’aeroporto militare nella Sicilia orientale si registra un intenso traffico di aerei cargo e di aerei spia americani. Il centro satellitare di Muos è per definizione coinvolto. Il ministro della Difesa Crosetto chiarisca queste circostanze». Secondo il loro collega Riccardo Ricciardi, l’esecutivo ci sta trasformando in un «bersaglio». Pd, M5s e Iv hanno esortato la Meloni a riferire in Aula «e non al Tg5». Un suo intervento in vista del Consiglio Ue era già in calendario per il 18 marzo. Crosetto, al momento, ha escluso che le piattaforme Usa sul nostro territorio siano interessate dalle operazioni belliche: quando gli americani «ce lo chiederanno», ha detto, «risponderemo. È una decisione del governo».
Teheran, intanto, ha minacciato gli Stati europei: qualunque tentativo di difendere i partner del Golfo sarà equiparato a un atto di guerra. Quasi l’intero continente, non la sola Cipro, potrebbe essere sotto tiro. Nondimeno, la Francia, che ha confermato lo spostamento nel Mediterraneo della portaerei de Gaulle, starebbe inviando nell’isola sistemi antidroni e antimissile, oltre a una seconda fregata; Londra, la cui base cipriota è stata il bersaglio degli attacchi dei pasdaran, sarebbe in procinto di far salpare il cacciatorpediniere Hms Duncan.
La nuova guerra non è un affarone per noi. Ma se è vero quello che ha detto Mark Rutte, segretario Nato, in Europa la campagna di Donald Trump gode di «ampio sostegno». I tempi di Michel Foucault innamorato della rivoluzione islamica sono lontani. Si fatica a rimpiangere un ayatollah.
Europa in ginocchio da Zelensky per accedere al petrolio russo
Europa in retromarcia. Come al solito. Prima ordina all’Ucraina di bloccare il passaggio del petrolio russo. Ora bussa alla porta di Kiev chiedendo di riaprire il rubinetto. Zelensky, però, punta i piedi. Al centro del confronto l’oleodotto Druzhba («amicizia», in russo). Un nome oggi paradossale. Rifornisce Ungheria e Slovacchia, due Paesi che con Mosca hanno un rapporto meno conflittuale rispetto al resto dell’Unione. E proprio su quel tubo, colpito da un attacco aereo russo a gennaio secondo Kiev, si sta consumando l’ennesimo paradosso europeo. L’Ucraina sostiene che l’infrastruttura è gravemente danneggiata: un serbatoio da 75.000 metri cubi in fiamme per dieci giorni, trasformatori distrutti, sistemi di rilevamento compromessi. Un incendio esteso quanto un campo da calcio, dicono a Kiev. Dall’altra parte del confine il copione è diverso. Il premier ungherese Viktor Orbán accusa Kiev di esagerare. Sostiene di avere immagini satellitari che mostrerebbero danni non tali da impedire il funzionamento. Nel frattempo blocca un pacchetto di aiuti europei da 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina. La logica è semplice: niente petrolio, niente soldi.
In mezzo c’è Bruxelles, che si scopre improvvisamente pragmatica. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, durante la loro visita a Kiev per il quarto anniversario dell’invasione russa, avrebbero chiesto accesso al sito per verificare i danni in modo indipendente. Risposta: no, per motivi di sicurezza.
La scena è quasi surreale. L’Europa che da due anni proclama l’addio definitivo all’energia russa ora chiede di ispezionare un oleodotto che porta greggio di Mosca verso due capitali dell’Unione. Perché? Perché i prezzi dell’energia sono tornati a salire dopo le tensioni in Medio Oriente e l’interruzione di forniture globali. E quando le bollette corrono, le ideologie rallentano.
È il trionfo del «realismo termico»: quando fa freddo, il rigore energetico si abbassa di un grado.
Kiev non arretra. Un alto funzionario vicino al presidente Volodymyr Zelensky lo dice senza giri di parole: perché dovremmo riparare, in tempo di guerra e senza cessate il fuoco, un oleodotto che porta petrolio dalla Russia agli amici della Russia? Tradotto: state chiedendo a un Paese bombardato di garantire il comfort energetico di governi che con Mosca mantengono rapporti cordiali.
Anche il premier slovacco Robert Fico si è unito alla richiesta di una «missione di accertamento». Kiev, raccontano fonti diplomatiche, avrebbe respinto l’offerta per ragioni di sicurezza. Zelensky, dal canto suo, accusa Orbán di usare la questione come leva elettorale. «State bloccando 90 miliardi di euro. Sono soldi che ci servono per sopravvivere», ha detto.
Il punto politico è tutto qui: l’Europa è talmente alla canna del gas - in senso quasi letterale - da chiedere all’Ucraina di riattivare un’infrastruttura che alimenta la dipendenza energetica da Mosca, proprio mentre combatte contro Mosca. È un cortocircuito che nessun comunicato stampa riesce a mascherare.
L’Europa aveva promesso autonomia strategica. Si ritrova a fare i conti con la realtà delle infrastrutture. I tubi di un oleodotto non si spostano con i tweet, e i flussi non si sostituiscono con i comunicati. La transizione energetica è un processo, non un interruttore.
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