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2019-09-24
L’inchiesta sulla cassaforte di Renzi è arrivata alla lobby di babbo Tiziano
Ansa
L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto.
Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto.
Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti.
Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio.
Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari.
Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica.
«Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite.
Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica».
Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite».
Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso».
La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre.
Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi.
Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo
La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta.
La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta».
Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato».
La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società.
La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit.
I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro.
Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto?
L’India fa affari grazie ai renziani
Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro.
Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
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Patrizio Donnini usava gli spazi di una ditta con sede a Roma che è stata perquisita a luglio. Sempre lì fissava i suoi meeting pure Tiziano Renzi. Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell'Abruzzo. Una norma promossa dal governo Gentiloni ha congelato all'azienda dei Toto debiti con Anas per 121 milioni. C'è una sentenza che mette nero su bianco: «Avvantaggia la società debitrice e danneggia la parte pubblica». L'India fa affari grazie ai renziani. Jindal risparmia 80 milioni sull'acciaieria di Piombino. Nel cda siede Marco Carrai e fra gli avvocati spuntano Alberto Bianchi e Umberto Tombari, il vecchio capo di Maria Elena Boschi. Lo speciale comprende tre articoli. L'inchiesta sui passaggi di denaro tra le aziende del gruppo Toto, l'Immobil green di Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti e l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della cassaforte renziana Open potrebbe presto intrecciarsi con quella per traffico di influenze illecite nei confronti di Tiziano Renzi e dell'amico imprenditore Luigi Dagostino (il 7 ottobre saranno entrambi giudicati dal Tribunale di Firenze in un processo per false fatture), con cui ha già sorprendenti punti di contatto. Partiamo dall'ultimo capitolo: la scorsa settimana è stato perquisito lo studio di Bianchi (il quale è indagato per traffico di influenze illecite) e i finanzieri gli hanno sequestrato anche la lista dei finanziatori di Open: gli inquirenti sospettano che l'avvocato abbia ottenuto sontuose parcelle facendo da mediatore con il potere politico per il gruppo imprenditoriale Toto. Gli inquirenti avrebbero già individuato il nome del politico presso il quale Bianchi avrebbe fatto valere la propria influenza e c'è chi fa notare che nel consiglio d'amministrazione della fondazione sedevano anche due ministri di primo piano dei governi Renzi e Gentiloni come Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Ma per trovare il contatto con la vicenda di Renzi senior bisogna districarsi tra i vari fascicoli d'indagine e andare un po' a ritroso. Infatti l'inchiesta sui rapporti del Giglio magico con la famiglia abruzzese è una specie di matrioska: su Donnini sono stati aperti due fascicoli diversi, da cui è nato per gemmazione quello su Bianchi. I primi sono affidati al procuratore aggiunto Luca Turco e al pm Antonio Nastasi, quello su Open, allo stesso Turco e al sostituto procuratore Massimo Bonfiglio. Seguendo gli affari di Donnini, il 18 luglio scorso, le Fiamme gialle hanno fatto visita a Donnini, alla Mammoliti, al top manager del gruppo Toto Lino Bergonzi e ad Alfonso Toto (non indagato) in relazione a un'accusa di appropriazione indebita per una plusvalenza da 950.000 euro, realizzata grazie alla cessione di cinque ditte con certificazione per il minieolico alla Renexia controllata dalla Toto holding. Nell'ambito della stessa operazione i finanzieri hanno bussato anche al terzo piano di via degli Scialoja 18 a Roma, dove si trova la sede della Reti-QuickTop, società di «lobbying e public affairs», e hanno portato via il computer in uso alla titolare, la salernitana Giuseppina Gallotto (non indagata). Qui, come sanno i lettori della Verità e di Panorama, avevano piantato le tende lo stesso Donnini, Tiziano Renzi e il cognato Andrea Conticini (indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef) quando Renzi era a Palazzo Chigi. È in quelle stanze che il trio toscano svolgeva la propria opera di facilitatori d'affari. Nel procedimento contro Renzi senior per traffico di influenze illecite si è parlato pure di quell'attività e di quella sede. La scorsa primavera le ha menzionate a verbale un ex stretto collaboratore dei Renzi, Andrea Bacci, ex factotum di Matteo (gli ha anche ristrutturato casa con la sua impresa edile) ed ex socio di Tiziano. Davanti alla pm Christine von Borries ha ricordato il gran traffico in via degli Scialoja, quando il fu Rottamatore dirigeva il Paese e la sua cerchia ristretta incontrava a getto continuo imprenditori interessati a fare affari con la benedizione della politica. «Nella sala d'attesa della QuickTop c'era la fila come dal medico» ha aggiunto con Panorama Dagostino. In quel periodo Renzi senior portò personalmente l'imprenditore un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi Dagostino condusse al cospetto di Lotti un magistrato chiacchierato che stava indagando sui suoi affari. Morale: il pm è stato arrestato, Renzi senior e Dagostino sono finiti sotto inchiesta per traffico di influenze illecite. Negli uffici di via degli Scialoja, dal 2014 sino un paio di anni fa, aveva la propria sede capitolina la Dot media, l'agenzia di comunicazione fondata da Donnini e dalla Mammoliti, la stessa che ha curato le prime edizioni delle Leopolde. La loro padrona di casa era la trentanovenne Gallotto, una giovane lobbista che ha imparato il mestiere da Claudio Velardi, prima dalemiano, e successivamente «turborenziano», e da lui ha ereditato chiavi e marchio della Reti, storica società di pierre specializzata in «lavoro di intelligence politica». Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito Ilrottamatore.it, dedicato all'ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini», ha ricordato. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l'ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite». Quando Matteo si dimise da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocarono. «Se ne sono andati un paio di anni fa» ha confermato la Gallotto. Che ha luglio ha dovuto subire la perquisizione degli uffici: «Ma le cose sequestrate non appartengono assolutamente alla mia società e io non sono minimamente coinvolta nella vicenda. Non ho nulla da riferire sull'argomento anche perché ci sono indagini in corso». La gran quantità di materiale che è stato acquisito a luglio e il monitoraggio degli affari della famiglia Toto hanno portato al coinvolgimento di Bianchi. La perquisizione nell'ufficio dell'avvocato è scattata dopo che i finanzieri hanno inviato al procuratore aggiunto Luca Turco un'annotazione datata 22 agosto che conteneva probabilmente le prime risultanze sul materiale sequestrato a luglio negli uffici della Toto holding e in particolare in quelli di Alfonso Toto, presidente della Toto costruzioni generali che ha pagato una parcella da 2 milioni di euro all'avvocato Bianchi, il quale a sua volta ne ha versati 700.000 nelle casse della Open. Secondo fonti ben informate però l'informativa potrebbe essere stata innescata da un incontro avvenuto dopo le prime perquisizioni tra uno degli indagati e un rappresentante della famiglia Toto. Anche perché il consulente della Procura, incaricato di redigere una perizia con le trascrizioni del materiale informatico, aveva come data di consegna il 9 settembre. Durante le perquisizioni di luglio è stato portato via anche il computer della Dot media in uso a Davide Bacarella, quarantacinquenne pratese, amministratore unico della società, nonché socio con 10% delle quote (il 50% appartiene alla Mammoliti, e il restante 40% è equamente suddiviso tra Alessandro Conticini -indagato per appropriazione indebita nella cosiddetta inchiesta Unicef - e Matteo Spanò, petalo «banchiere» del Giglio magico). Sia Donnini sia Bacarella erano stati cooptati nello staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti ai tempi del governo Renzi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-la-consulta-si-e-accorta-del-regalo-ai-benetton-dellabruzzo" data-post-id="2640560013" data-published-at="1778070696" data-use-pagination="False"> Anche la Consulta si è accorta del regalo ai Benetton dell’Abruzzo La norma del 2017, con cui il governo Gentiloni congelò il debito di Strada dei parchi con Anas, costituì un vantaggio per la società dei Toto, a danno dell'ente pubblico. Parola della Consulta, che in una sentenza dello scorso luglio (la numero 181 del 2019, con cui ribadiva che era all'Anas che Strada dei parchi doveva versare i 121 milioni di euro di rate del corrispettivo del prezzo della concessione), commentava così l'emendamento alla manovrina di tre anni fa. Una misura contestata già nel 2017 da una serie d'articoli di giornale, che sono al vaglio delle fiamme gialle, come si apprende a pagina 35 della loro annotazione del dicembre 2018. Il sospetto della Gdf è che, alla base di questa «grazia» ricevuta dall'esecutivo pd, ci fossero i buoni rapporti istituiti dai Toto con la galassia renziana, in virtù della parcella pagata all'avvocato Alberto Bianchi di Open (la cassaforte della Leopolda), a sua volta ingaggiato dalla Toto costruzioni generali come consulente in un contenzioso con Autostrade per l'Italia sui lavori per la variante di valico. L'emendamento del 2017, peraltro, è stato già oggetto di attenzione da parte di due diverse corti: il tribunale di Roma e la Consulta. La norma della discordia è l'articolo 52 quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito nella legge 96 del 21 giugno 2017. La misura nasceva come emendamento del governo, cui fece seguito un subemendamento a firma Ivan Catalano, deputato grillino. Quel provvedimento, preso atto della «necessità e urgenza di mettere in sicurezza antisismica le autostrade A24 e A25», aveva disposto che «l'obbligo del concessionario», cioè Strada dei parchi, «di versare le rate del corrispettivo della concessione» all'Anas fosse «sospeso, previa presentazione di un piano di convalida per interventi urgenti». In pratica, pagamenti congelati purché quel denaro venisse impiegato per l'adeguamento sismico dell'infrastruttura. Le rate (111.720.000 euro più Iva) sarebbero state versate in tre scaglioni, negli anni 2028, 2029 e 2030, sempre all'Anas. Da notare che, all'epoca dei fatti, Strada dei parchi era già in rotta con l'ente. La società dei Toto, infatti, riteneva di dover saldare il suo debito non con l'Anas, ma con il ministero delle Infrastrutture. Posizione ribadita lo scorso giugno da una missiva di Riccardo Toto e dell'ad del gruppo, Lino Bergonzi, al Messaggero: «Nel 2012, l'Anas fu trasformata in Spa con la conseguente perdita del ruolo di concedente, ruolo passato al Mit. Il gruppo Toto deve pertanto pagare al Mit e non all'Anas la somma dovuta». Da questo punto di vista, la disposizione inserita nella manovra correttiva del 2017 salvava sì i Toto, ma a metà. Come disse l'allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, «non c'è nessun regalo, è un prestito con interessi». Il famoso articolo 52 quinquies sospendeva nell'immediato il debito, garantendo, sempre per citare Delrio, «la bancabilità dell'azienda» dei Toto e la cantierizzazione dei lavori di adeguamento sismico. Ma quella legge ribadiva pure che il creditore di Strada dei parchi era l'Anas. Ed è per questo che il tribunale di Roma si rivolse alla Consulta. Essendo intervenuto quell'emendamento prima che la corte dirimesse la controversia tra Anas e Strada de parchi, i magistrati avevano evidenziato che era «mutato significativamente il quadro normativo di riferimento». La manovrina aveva sparigliato le carte. Il tribunale romano non si occupava della parte in cui la legge garantiva il differimento del pagamento delle rate. I dubbi di costituzionalità sull'articolo 52 quinquies si focalizzavano invece su quello che interessava ai Toto, ovvero «sull'indicazione dell'Anas come soggetto a cui spetta il pagamento», perché i giudici ravvisavano «un uso improprio del potere legislativo […] il quale avrebbe agevolato l'Anas, finanziariamente riconducibile allo Stato». La Corte costituzionale ha rilevato che la dilazione del pagamento da parte di Strada dei parchi «avvantaggia la società debitrice e semmai danneggia la parte pubblica», cioè l'Anas. In sostanza, i magistrati della Consulta hanno messo nero su bianco che la manovrina del 2017 favorì Strada dei parchi. E ciò, nonostante il dl 50 ribadisse che il creditore dei Toto restava l'Anas e non il Mit. La Corte sottolineava che la trasformazione dell'ente in una Spa non «altera significativamente la posizione della società debitrice, […] non emergendo […] alcun interesse della società stessa a pagare le rate del corrispettivo […] al Mit piuttosto che all'Anas». In realtà, perché i Toto preferissero che il loro creditore fosse il ministero è facilmente ipotizzabile: il ministero era a sua volta debitore di Strada dei parchi, per somme ben più elevate, in virtù degli accordi per scongiurare gli aumenti dei pedaggi. Quei 121 milioni di euro, insomma, al Mit non andavano effettivamente versati; potevano essere scorporati dal denaro che il ministero già doveva alla società. La Consulta - da una parte - ha chiarito la natura del vantaggio rappresentato dall'emendamento del 2017: dilazionare i pagamenti. Dall'altra, però, ha confermato che il miracolo è riuscito a metà: Strada dei parchi avrebbe preferito che il suo creditore diventasse il Mit. I vertici del gestore di A24 e A25 hanno più volte ribadito che, comunque, Strada dei parchi resta in causa per «il risarcimento di importanti pregiudizi derivati dalla gestione esercitata da Anas prima dell'avvio del rapporto concessorio». E per importi di molto superiori alle rate dovute all'ente. A oggi, sommando quelle del 2017, del 2018 e del 2019, si arriva a circa 178 milioni di euro. Fatto sta che nella holding dei Toto, in questi giorni, deve esserci un certo fermento. Ieri, sull'Economia del Corriere della Sera, il gruppo si è sentito in dovere di inviare una precisazione relativa a un articolo comparso sulla testata due settimane fa. Un articolo che, peraltro, con la dinastia di imprenditori abruzzesi non c'entrava niente, ma menzionava en passant proprio la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. La nota chiariva di nuovo che la sentenza della Corte costituzionale «ha riconosciuto ad Anas il diritto e la competenza a ricevere il canone di concessione per le autostrade A24 e A25», mantenendo tuttavia «impregiudicato, in tutte le sedi, il contenzioso ancora pendente tra Strada dei parchi ed Anas» per le famose controversie risalenti a «prima dell'avvio del rapporto concessorio». Le notizie sulle indagini della Finanza hanno qualcosa a che fare con questo risveglio un po' tardivo del gruppo Toto? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-uomini-e-uffici-linchiesta-sui-toto-si-incrocia-con-quella-sul-padre-di-renzi-2640560013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lindia-fa-affari-grazie-ai-renziani" data-post-id="2640560013" data-published-at="1778070696" data-use-pagination="False"> L’India fa affari grazie ai renziani Il gruppo di amici attorno alla fondazione Open ha seguito numerosi dossier nel corso degli anni. Uno di questi tocca da vicino le acciaierie di Piombino che oggi sono di proprietà degli indiani di Jindal. La scelta di portare a Piombino dopo lunghe vicissitudini il gruppo Jindal è stata fortemente voluta dai dem, così fortemente che adesso Marco Carrai siede nel consiglio di amministrazione di Jws, di proprietà di Sajjan Jindal, dopo aver ricoperto ufficialmente il ruolo di advisor. La sola speranza è che a gennaio il gruppo indiano stupisca tutti e tiri fuori un maxi coniglio dal cilindro che giustifichi l'ingiustificabile regalo che il precedente governo gli ha fatto pur di farlo subentrare ai precedenti proprietari: ben 79 milioni e 500.000 euro. Nel 2015 l'allora commissario dello stabilimento, Piero Nardi, individua in Issab Rebrab, imprenditore algerino proprietario di Cevital, l'uomo giusto per il rilancio. L'intuizione sembra avere fondamenta, tant'è che Rebrab promette 2 milioni di tonnellate di produzione, Matteo Renzi lo accoglie con la fanfara, ma due anni dopo il ministro del suo successore, Paolo Gentiloni, è costretto ad ammettere che il piano non è stato rispettato. Carlo Calenda, allora titolare del Mise, dichiara decaduti gli accordi e rescinde il contratto. A maggio del 2018 lo stabilimento passa di mano. E finisce appunto agli amici di Carrai della Jindal South West, che già nel 2013 ci avevano messo gli occhi. E in questo frangente il governo tira una linea sulla maxi causa che l'amministratore straordinario aveva intentato a dicembre del 2017 agli algerini. La somma totale per i danni per gli inadempimenti arrivava a 80 milioni di euro e a luglio del 2018 il tribunale di Livorno avrebbe dovuto incasellare la prima udienza. Nel bilancio della società però si legge nero su bianco che la causa è stata estinta ancor prima di arrivare in aula. A fronte di un accordo tombale comprensivo di soli 500.000 euro. Un enorme regalo sia agli algerini, sia agli indiani e al consiglio di amministrazione dove adesso siede Carrai. Chi segue la mediazione tra Cevital e gli indiani? Alberto Bianchi, della Fondazione Open e pure il padre putativo di Maria Elena Boschi, Umberto Tombari, storico avvocato toscano anch'egli vicinissimo a Renzi. «Tutti tacciono, solo il presidente della Regione, Enrico Rossi, fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l'importante è firmare quanto prima l'accordo e far ripartire le acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni», scriveva all'epoca il Fatto Quotidiano. Anche il sindaco della città, Massimo Giuliani, si diceva preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostrava fiducia. Senza aggiungere dettagli. A quasi due anni di distanza la scelta del governo Gentiloni non appare delle migliori. Lo stabilimento è in crisi. Il rischio è che dal prossimo anno l'impianto debba lasciarsi alla spalle la possibilità di produrre binari, un unicum in Europa. Non ne risentirà nessuno in giro per il mondo, tanto India, Russia e altre nazioni hanno ormai soppiantato la tradizione italiana. Se ne accorgeranno gli oltre 1.500 dipendenti - già in cassa integrazione - dello stabilimento. Invece gli indiani assistiti dal Giglio magico hanno una certezza: aver risparmiato quasi 80 milioni di euro.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
Le poche testate riportanti la notizia hanno scritto che le sue condizioni di salute «non sarebbero preoccupanti. Si tratterebbe, infatti, di una sindrome stagionale». Ma la versione dei media è diversa da quanto riportato ieri su Facebook da Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha seguito fin dall’inizio la storia dei tre figli minori di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, affidati ai servizi sociali per divergenze sullo stile di vita scelto dai genitori: «Una dei bambini del bosco è ricoverata in ospedale da domenica per crisi respiratoria. La mamma non è con lei», ha riferito Terragni.
Le poche notizie che sono filtrate sull’ultimo episodio della vicenda, che somiglia sempre più a un film dell’orrore, raccontano che nella serata di sabato la bambina si è sentita male e ha avuto problemi di respirazione, di natura clinica (bronchite acuta), probabilmente aggravati anche dall’ansia di vivere lontana dai genitori che l’hanno accudita fin dalla nascita. Gli addetti della casa-famiglia, dove i bambini sono stati collocati dopo essere stati strappati alla famiglia, a novembre dello scorso anno, hanno portato la bambina in ospedale, dove è tuttora ricoverata e dove rimarrà fino a venerdì, per un totale di quasi una settimana di degenza. Hanno quindi provato a chiamare il padre, il cui telefono cellulare è risultato staccato, ma non hanno avvisato la madre dei tre piccoli, Catherine: come se non esistesse. I genitori sono dunque venuti a conoscenza delle condizioni della figlia molte ore dopo l’accaduto, riuscendo a raggiungere l’ospedale e vedere la figlia soltanto il giorno dopo. Inoltre, la visita alla piccola di 7 anni è avvenuta in presenza di un assistente che ha «monitorato» l’incontro.
Una vicenda sempre più raccapricciante, su cui ha voluto dire la sua anche Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo. «Ho fatto personalmente visita alla bambina lunedì mattina. Il ricovero è stato disposto in via meramente precauzionale, di concerto tra il reparto che ha in cura la minore e la pediatra di riferimento. I genitori sono stati informati tempestivamente (sic!) ed entrambi hanno fatto regolarmente visita alla piccola sia ieri che oggi. La situazione è sotto controllo e, non appena le condizioni lo consentiranno, la bambina sarà dimessa».
Per quanto le parole di De Febis tendano a sminuire la portata degli ultimi avvenimenti, il caso non può non sollevare interrogativi sulla gestione e la tutela dei minori coinvolti. Il Garante abruzzese, appellandosi al «principio di riservatezza», ha sottolineato di essere suo malgrado «costretta» a fornire precisazioni sul ricovero della piccola. «Nel prendere atto con amarezza come continuino a essere posti sotto i riflettori dei minori che meritano la dovuta riservatezza, prevista prima di tutto dall’etica e poi dalla legge», afferma, «sono a sottolineare che il Garante dell’infanzia ha come principale compito quello di garantire la difesa dei diritti dei minori, tra cui c’è certamente il diritto alla riservatezza». Che evidentemente, per De Febis, viene prima del benessere e della serenità dei bambini, che da novembre 2025 non hanno più una famiglia. Non è la prima volta, inoltre, che in nome della riservatezza vengono sottaciute le reali condizioni di salute dei piccoli Trevallion, sottratti ormai da sei mesi ai genitori accusati di avere uno «stile di vita» non conforme agli standard educativi (vivere nei boschi, homeschooling). A fine aprile era infatti già stato diffuso un audio, ripreso anche dalla Verità, che rivelava dettagli agghiaccianti su un fatto avvenuto mesi prima, quando alla mamma dei tre bambini era ancora consentito di vivere presso la casa-famiglia di Vasto dov’erano i figli, da cui è stata poi allontanata. Una notte, uno dei tre bambini aveva cominciato a piangere e urlare, disperato. Le sue grida angoscianti avevano raggiunto la madre, che con dolcezza era riuscita a calmare il bambino. Una madre che oggi è accusata di «incapacità genitoriale».
Le polemiche sul caso, dunque, continuano a rimanere accese. Il caso della famiglia non è più soltanto una vicenda giudiziaria ma uno scontro frontale fra il potere dello Stato e la libertà di scelta educativa delle famiglie. La distruzione della famiglia Trevallion rappresenta un pericoloso precedente che ha messo ufficialmente in discussione il diritto fondamentale di ogni genitore di educare i propri figli al di fuori degli schemi convenzionali. Le istituzioni hanno interpretato la diversità familiare di Nathan e Catherine come «inadeguatezza», trasformando la mancanza di una caldaia o di una certificazione burocratica per l’home schooling in una motivazione sufficiente per distruggere un nucleo familiare. E a farne le spese sono tre bambini innocenti.
La Lega, con un pool di legali, sta seguendo con massima attenzione la vicenda. «C’è grande preoccupazione per lo stato di salute fisico e psicologico dei tre bimbi da mesi strappati all’amore di mamma e papà, con addirittura notizie di un ricovero ospedaliero per uno dei minori», la nota del Carroccio. «La situazione è così grave da non far escludere ogni iniziativa giuridicamente possibile nei confronti di coloro che sono responsabili di un inspiegabile accanimento ai danni di questa famiglia».
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