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2024-12-13
«Soldi per le transizioni dai risparmi privati»
Stéphane Séjourné (Ansa)
«Auto, la Ue apre alle regole», titolava ieri il Corriere della Sera in prima pagina, riassumendo così un’intervista al vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Stéphane Séjourné. Che al quotidiano di via Solferino dichiara di voler fare «tutto il possibile per abbassare i prezzi dell’energia e garantire la certezza del diritto con clausole di salvaguardia». Ammette che «l’industria dell’auto ha gli stessi problemi del resto dell’industria europea, che soffre per i prezzi dell’energia troppo alti, per la sovraccapacità produttiva esterna, in particolare cinese, e per la concorrenza sleale sul mercato».
Assicura che «Ursula von der Leyen avrà un dialogo strategico con i produttori e l’intera filiera nelle prossime settimane per mettere sul tavolo le difficoltà legate alla transizione» e si dichiara «pronto a iniziare a lavorare sulla clausola di revisione nel 2025 in modo da essere pronti nel 2026, perché se iniziamo nel 2026, saremo pronti nel 2027». Per Séjourné «la questione delle multe deve essere risolta in modo pragmatico per non penalizzare i produttori ai quali viene chiesto di fare molto». Ma, c’è sempre un ma, «i target fissati non sono in discussione». Insomma, non un dettaglio da poco. Non solo. Il vicepresidente dice al Corriere che durante il mandato verrà creato anche un fondo per la competitività, il cui scopo sarà quello di finanziare tutte le transizioni. Come verrà finanziato? E qui casca un altro asino. Perché Séjourné risponde che «nel prossimo bilancio Ue dovremo aumentare in modo significativo la quota per le politiche legate alla competitività, che ora vale solo il 15%». E aggiunge che «ci sono poi i risparmi privati europei da mobilitare» e poi «c’è la Banca europea per gli investimenti. Semplificando si potrebbero mobilitare fino a 50 miliardi di euro». Già, semplificando quelle risorse vanno trovate pescando dal risparmio privato.
Il vicepresidente della Commissione, con delega alla prosperità e alla strategia industriale, ha scelto l’Italia come sua prima tappa di un tour che lo porterà poi in Polonia, Francia e Germania. Ha incontrato il ministro del made in Italy, Adolfo Urso, a Bollate nel sito dell’azienda chimica Syensqo. Un sopralluogo anticipato in mattinata da un incontro con i rappresentanti di Confindustria Milano. A corredo di questi incontri, ha rilasciato un’altra serie di dichiarazioni assai accomodanti e concilianti. Sempre all’insegna del «pragmatismo». Tipo: «L’obiettivo è ridurre i prezzi dell’energia e sulla sovracapacità». Sejourné ha pure scritto un messaggio su X: «L’Italia è la culla dell’industria europea. Le aziende italiane creano catene di valore per tutta l’Europa. Oggi dobbiamo accompagnarle nella loro transizione verde, proteggendo competitività e posti di lavoro a livello locale».
Il problema sono le garanzie sul fatto che a queste belle parole seguiranno i fatti. E che ci sia davvero un’inversione di marcia da parte di Bruxelles. Inversione di cui c’è sempre più bisogno. Come confermano alcuni dati trimestrali sul mercato del lavoro rilasciati ieri dall’Istat. Partiamo dalle buone notizie: nel terzo trimestre dell’anno, gli occupati aumentano di 117.000 unità (+0,5%) rispetto al secondo trimestre, a seguito della crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (+111.000, +0,7%) e degli indipendenti (+43.000, +0,8%) che ha più che compensato la diminuzione dei dipendenti a termine (-37.000, -1,3% in tre mesi). L’occupazione cresce anche nel confronto annuo, con +517.000 unità, pari a +2,2% rispetto al terzo trimestre 2023, coinvolgendo ancora i dipendenti a tempo indeterminato (+3,6%) e gli indipendenti (+2,6%) a fronte della diminuzione dei dipendenti a termine (-5,9%). Inoltre, nel terzo trimestre cala il numero di disoccupati (-149.000, -8,7%) . Simile la dinamica per i tassi: quello di occupazione raggiunge il 62,4% (+0,2 punti), il tasso di disoccupazione scende al 6,1% (-0,6 punti) e quello di inattività 15-64 anni sale al 33,4% (+0,2 punti).
Attenzione, però, alle ombre: nel terzo trimestre aumenta infatti il numero degli inattivi di 15-64 anni (+88 mila, +0,7%), nel confronto con il secondo trimestre. Anche nel confronto annuo prosegue il calo del numero di disoccupati (-418.000 in un anno, -22,7%), mentre torna a crescere quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+100 .000, +0,8%). Le ore lavorate per dipendente diminuiscono sia in termini congiunturali (-0,9%) sia tendenziali (-1,0%) e il ricorso alla cassa integrazione sale a 8 ore ogni mille ore lavorate. Quindi sempre più cassa, paghe basse e un aumento del tasso di occupazione che riguarda soprattutto gli over 50.
«C’è un’aria nuova nella Commissione europea. Una visione pragmatica che affronta la realtà coniugando sostenibilità ambientale con la sostenibilità economica e sociale», ha detto ieri il ministro Urso dopo l’incontro con Séjourné.
Speriamo.
Imparato comincia con le promesse: «Stellantis vuole restare in Italia»
Nel pieno della crisi di Stellantis e in attesa che, dopo le dimissioni di Carlos Tavares, si trovi una nuova guida per l’azienda, il capo Emea del gruppo Jean-Philippe Imparato ha incontrato i sindacati dei metalmeccanici a Torino. Con lui sono arrivate le prime promesse: la produzione, innanzitutto, resterà in Italia. Quello di ieri, del resto, è stato un incontro che fa da preludio a quello del prossimo 17 dicembre a Roma con il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e alcuni governatori di Regioni dove Stellantis è presente.
«La mia priorità assoluta è mantenere l’attività in Italia», ha detto il manager francoitaliano. «Abbiamo avuto due ore di dialogo costruttivo: uno scambio di idee e proposte per fare dell’Italia il cuore della strategia di Stellantis» ha spiegato Imparato. «Tutti sappiamo che il 2025 sarà un anno cruciale, segnato da grandi trasformazioni: dobbiamo affrontarlo insieme». Riguardo a Maserati, il capo europeo ha precisato: «Maserati merita un piano dedicato. Non possiamo fornire risposte definitive oggi, ma stiamo lavorando per definire un progetto strutturato e di grande impatto. Santo Ficili è impegnato su questo e ci arriveremo il prima possibile». Imparato ha anche parlato dello stabilimento di Mirafiori. «Non si estinguerà», ha detto. «Abbiamo un piano per garantire un futuro allo stabilimento che guarda fino al 2032-2033. A novembre 2025 arriverà la 500 ibrida, ma la vera novità è che la prossima generazione della 500 sarà prodotta proprio a Mirafiori. Durante l’incontro, abbiamo discusso anche della necessità di un ricambio generazionale e dell’importanza di coinvolgere i giovani nella ricerca. Dobbiamo portare non solo prodotti, ma anche le persone che li realizzano. Inoltre, non dimentichiamo che a Mirafiori si sviluppano attività fondamentali come l’economia circolare e l’eDct (cambio a doppia frizione, ndr)». Ancora: «a livello di stabilimenti, nel 2029 l’Italia diventerà il secondo mercato europeo di Stellantis. Non chiuderemo nessuna fabbrica. Ogni marchio ha un piano prodotto. E lo faremo vedere a tutti la prossima settimana». Imparato ha poi affrontato il tema dell’Acea, l’associazione europea dei costruttori di automobili: «Abbiamo chiesto di rientrare nell’Acea perché vogliamo agire come una squadra. Una volta rientrati, ci allineeremo alle posizioni dell’associazione e ne sposeremo le decisioni a livello globale. Questo non significa che condivideremo tutto, perché Stellantis mantiene la sua identità, ma è essenziale presentarsi uniti e parlare con una sola voce ai governi e alle autorità europee. Con l’avvicinarsi del 2025, dobbiamo affrontare questa sfida collettivamente». Infine, riguardo alle nuove normative sulle emissioni che entreranno in vigore nel 2025, Imparato ha chiarito: «Attualmente vendiamo il 12% delle auto sul mercato europeo. Con le nuove regole, dovremmo raggiungere il 21%, altrimenti rischieremmo sanzioni fino a 2,7 miliardi di euro. Tuttavia, Stellantis sarà conforme: «non abbiamo intenzione di pagare queste multe», ha specificato.
Il manager, insomma, ha voluto ribadire che il gruppo è solido. «Numero uno: non siamo in crisi, siamo solidi», ha detto. «Numero due: dobbiamo vendere più auto, ricambi, servizi e finanziamenti perché abbiamo bisogno di sviluppo; oggi siamo troppo lenti, perché siamo un’organizzazione complessa», ha spiegato. C’è poi il tema dei modelli elettrici: come ha spiegato Imparato, in primis, in Cina entro tre anni il 90% del mercato sarà a batteria e entro cinque anni il 90% di queste vetture sarà di produzioni cinese. Per i tedeschi, insomma, saranno dolori. Ma per Stellantis no perché il gruppo è pronto con il lancio di 14 modelli a batteria, cioè il 21% dell’offerta totale del gruppo. Per questo il manager crede che l’elettrico sia il futuro, indipendentemente dalle tempistiche che serviranno per questa transizione.
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Incontro positivo fra il vicepresidente della Commissione Séjourné e Urso, ma resta l’incognita sul fondo per la competitività e sui target che non saranno modificati. Intanto l’Istat suona la sveglia: aumentano gli inattivi e diminuiscono le ore lavorate.Il responsabile Europa del gruppo Stellantis Imparato incontra i sindacati: «Mirafiori non si estinguerà».Lo speciale contiene due articoli.«Auto, la Ue apre alle regole», titolava ieri il Corriere della Sera in prima pagina, riassumendo così un’intervista al vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Stéphane Séjourné. Che al quotidiano di via Solferino dichiara di voler fare «tutto il possibile per abbassare i prezzi dell’energia e garantire la certezza del diritto con clausole di salvaguardia». Ammette che «l’industria dell’auto ha gli stessi problemi del resto dell’industria europea, che soffre per i prezzi dell’energia troppo alti, per la sovraccapacità produttiva esterna, in particolare cinese, e per la concorrenza sleale sul mercato». Assicura che «Ursula von der Leyen avrà un dialogo strategico con i produttori e l’intera filiera nelle prossime settimane per mettere sul tavolo le difficoltà legate alla transizione» e si dichiara «pronto a iniziare a lavorare sulla clausola di revisione nel 2025 in modo da essere pronti nel 2026, perché se iniziamo nel 2026, saremo pronti nel 2027». Per Séjourné «la questione delle multe deve essere risolta in modo pragmatico per non penalizzare i produttori ai quali viene chiesto di fare molto». Ma, c’è sempre un ma, «i target fissati non sono in discussione». Insomma, non un dettaglio da poco. Non solo. Il vicepresidente dice al Corriere che durante il mandato verrà creato anche un fondo per la competitività, il cui scopo sarà quello di finanziare tutte le transizioni. Come verrà finanziato? E qui casca un altro asino. Perché Séjourné risponde che «nel prossimo bilancio Ue dovremo aumentare in modo significativo la quota per le politiche legate alla competitività, che ora vale solo il 15%». E aggiunge che «ci sono poi i risparmi privati europei da mobilitare» e poi «c’è la Banca europea per gli investimenti. Semplificando si potrebbero mobilitare fino a 50 miliardi di euro». Già, semplificando quelle risorse vanno trovate pescando dal risparmio privato. Il vicepresidente della Commissione, con delega alla prosperità e alla strategia industriale, ha scelto l’Italia come sua prima tappa di un tour che lo porterà poi in Polonia, Francia e Germania. Ha incontrato il ministro del made in Italy, Adolfo Urso, a Bollate nel sito dell’azienda chimica Syensqo. Un sopralluogo anticipato in mattinata da un incontro con i rappresentanti di Confindustria Milano. A corredo di questi incontri, ha rilasciato un’altra serie di dichiarazioni assai accomodanti e concilianti. Sempre all’insegna del «pragmatismo». Tipo: «L’obiettivo è ridurre i prezzi dell’energia e sulla sovracapacità». Sejourné ha pure scritto un messaggio su X: «L’Italia è la culla dell’industria europea. Le aziende italiane creano catene di valore per tutta l’Europa. Oggi dobbiamo accompagnarle nella loro transizione verde, proteggendo competitività e posti di lavoro a livello locale».Il problema sono le garanzie sul fatto che a queste belle parole seguiranno i fatti. E che ci sia davvero un’inversione di marcia da parte di Bruxelles. Inversione di cui c’è sempre più bisogno. Come confermano alcuni dati trimestrali sul mercato del lavoro rilasciati ieri dall’Istat. Partiamo dalle buone notizie: nel terzo trimestre dell’anno, gli occupati aumentano di 117.000 unità (+0,5%) rispetto al secondo trimestre, a seguito della crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (+111.000, +0,7%) e degli indipendenti (+43.000, +0,8%) che ha più che compensato la diminuzione dei dipendenti a termine (-37.000, -1,3% in tre mesi). L’occupazione cresce anche nel confronto annuo, con +517.000 unità, pari a +2,2% rispetto al terzo trimestre 2023, coinvolgendo ancora i dipendenti a tempo indeterminato (+3,6%) e gli indipendenti (+2,6%) a fronte della diminuzione dei dipendenti a termine (-5,9%). Inoltre, nel terzo trimestre cala il numero di disoccupati (-149.000, -8,7%) . Simile la dinamica per i tassi: quello di occupazione raggiunge il 62,4% (+0,2 punti), il tasso di disoccupazione scende al 6,1% (-0,6 punti) e quello di inattività 15-64 anni sale al 33,4% (+0,2 punti). Attenzione, però, alle ombre: nel terzo trimestre aumenta infatti il numero degli inattivi di 15-64 anni (+88 mila, +0,7%), nel confronto con il secondo trimestre. Anche nel confronto annuo prosegue il calo del numero di disoccupati (-418.000 in un anno, -22,7%), mentre torna a crescere quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+100 .000, +0,8%). Le ore lavorate per dipendente diminuiscono sia in termini congiunturali (-0,9%) sia tendenziali (-1,0%) e il ricorso alla cassa integrazione sale a 8 ore ogni mille ore lavorate. Quindi sempre più cassa, paghe basse e un aumento del tasso di occupazione che riguarda soprattutto gli over 50. «C’è un’aria nuova nella Commissione europea. Una visione pragmatica che affronta la realtà coniugando sostenibilità ambientale con la sostenibilità economica e sociale», ha detto ieri il ministro Urso dopo l’incontro con Séjourné. Speriamo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stephane-sejourne-2670445265.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="imparato-comincia-con-le-promesse-stellantis-vuole-restare-in-italia" data-post-id="2670445265" data-published-at="1734039295" data-use-pagination="False"> Imparato comincia con le promesse: «Stellantis vuole restare in Italia» Nel pieno della crisi di Stellantis e in attesa che, dopo le dimissioni di Carlos Tavares, si trovi una nuova guida per l’azienda, il capo Emea del gruppo Jean-Philippe Imparato ha incontrato i sindacati dei metalmeccanici a Torino. Con lui sono arrivate le prime promesse: la produzione, innanzitutto, resterà in Italia. Quello di ieri, del resto, è stato un incontro che fa da preludio a quello del prossimo 17 dicembre a Roma con il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e alcuni governatori di Regioni dove Stellantis è presente. «La mia priorità assoluta è mantenere l’attività in Italia», ha detto il manager francoitaliano. «Abbiamo avuto due ore di dialogo costruttivo: uno scambio di idee e proposte per fare dell’Italia il cuore della strategia di Stellantis» ha spiegato Imparato. «Tutti sappiamo che il 2025 sarà un anno cruciale, segnato da grandi trasformazioni: dobbiamo affrontarlo insieme». Riguardo a Maserati, il capo europeo ha precisato: «Maserati merita un piano dedicato. Non possiamo fornire risposte definitive oggi, ma stiamo lavorando per definire un progetto strutturato e di grande impatto. Santo Ficili è impegnato su questo e ci arriveremo il prima possibile». Imparato ha anche parlato dello stabilimento di Mirafiori. «Non si estinguerà», ha detto. «Abbiamo un piano per garantire un futuro allo stabilimento che guarda fino al 2032-2033. A novembre 2025 arriverà la 500 ibrida, ma la vera novità è che la prossima generazione della 500 sarà prodotta proprio a Mirafiori. Durante l’incontro, abbiamo discusso anche della necessità di un ricambio generazionale e dell’importanza di coinvolgere i giovani nella ricerca. Dobbiamo portare non solo prodotti, ma anche le persone che li realizzano. Inoltre, non dimentichiamo che a Mirafiori si sviluppano attività fondamentali come l’economia circolare e l’eDct (cambio a doppia frizione, ndr)». Ancora: «a livello di stabilimenti, nel 2029 l’Italia diventerà il secondo mercato europeo di Stellantis. Non chiuderemo nessuna fabbrica. Ogni marchio ha un piano prodotto. E lo faremo vedere a tutti la prossima settimana». Imparato ha poi affrontato il tema dell’Acea, l’associazione europea dei costruttori di automobili: «Abbiamo chiesto di rientrare nell’Acea perché vogliamo agire come una squadra. Una volta rientrati, ci allineeremo alle posizioni dell’associazione e ne sposeremo le decisioni a livello globale. Questo non significa che condivideremo tutto, perché Stellantis mantiene la sua identità, ma è essenziale presentarsi uniti e parlare con una sola voce ai governi e alle autorità europee. Con l’avvicinarsi del 2025, dobbiamo affrontare questa sfida collettivamente». Infine, riguardo alle nuove normative sulle emissioni che entreranno in vigore nel 2025, Imparato ha chiarito: «Attualmente vendiamo il 12% delle auto sul mercato europeo. Con le nuove regole, dovremmo raggiungere il 21%, altrimenti rischieremmo sanzioni fino a 2,7 miliardi di euro. Tuttavia, Stellantis sarà conforme: «non abbiamo intenzione di pagare queste multe», ha specificato. Il manager, insomma, ha voluto ribadire che il gruppo è solido. «Numero uno: non siamo in crisi, siamo solidi», ha detto. «Numero due: dobbiamo vendere più auto, ricambi, servizi e finanziamenti perché abbiamo bisogno di sviluppo; oggi siamo troppo lenti, perché siamo un’organizzazione complessa», ha spiegato. C’è poi il tema dei modelli elettrici: come ha spiegato Imparato, in primis, in Cina entro tre anni il 90% del mercato sarà a batteria e entro cinque anni il 90% di queste vetture sarà di produzioni cinese. Per i tedeschi, insomma, saranno dolori. Ma per Stellantis no perché il gruppo è pronto con il lancio di 14 modelli a batteria, cioè il 21% dell’offerta totale del gruppo. Per questo il manager crede che l’elettrico sia il futuro, indipendentemente dalle tempistiche che serviranno per questa transizione.
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Ansa
Dal vento che soffia in Gran Bretagna tira brutta aria per i partiti tradizionali, tanto per i Labour (dalle cui fila arrivano sia Starmer che Burnham) quanto per i Tories, che hanno «offerto» Sunak, Truss, Johnson, May e proprio quel David Cameron da cui cominciò tutto.
Primo pensiero: la Brexit è stato il più potente esercizio di democrazia dentro lo spazio Ue. E proprio per questo, da allora, nessuno ha mai voluto affrontare la madre delle questioni, ossia la mancanza di legittimazione dal basso dell’Europa. Che invece viene battezzata da banchieri centrali, analisti, uomini d’affari, leader di partito a cui manca il coraggio di affermare il peccato originale europeo. Dicono: «O l’Europa cambia passo e diventa adulta, oppure sarà la fine». Questo fatalismo non è nuovo, anzi è un po’ come la vecchia storiella che i nonni tiravano fuori per spaventare i nipoti, una specie di babau; del resto le generazioni Erasmus sono state tirate su a botte di belle parole: la pace, il superamento dei confini, le opportunità di lavoro… Poi, sul tavolo, è arrivato un conto più salato del preventivo e così qualche giovane ha aperto gli occhi e si è unito ai genitori o ai fratelli più grandi, i quali hanno protestato in piazza a difesa dell’agricoltura vera e non quella di Bill Gates, a difesa della pesca, dell’identità.
Più di dieci anni fa, in Gran Bretagna, un politico fuori dagli schemi di nome Nigel Farage aveva capito che il tappo stava saltando, almeno lì da lui; e ha ingaggiato una battaglia democratica: la richiesta di un referendum, consultivo e non vincolante. L’allora premier (che era appunto David Cameron) accettò la sfida, «istituzionalizzò» il referendum e, dopo la vittoria del Leave, si dimise. Quel che accadde dieci anni fa fu il più grande esercizio di democrazia dentro lo spazio dell’Unione europea. Che di fronte ai due casi precedenti di consultazione referendaria - in Francia e in Olanda, dove i cittadini bocciarono il lascito della Convenzione europea, poi riscritto nel trattato di Lisbona - preferì fare spallucce e tirar dritto. Ecco, siamo ancora lì, alla mancanza di coraggio di chiedere al popolo: cosa vogliamo fare di questa Europa?
Seconda questione, che è figlia della prima: la crisi dei partiti. Siccome la terza questione sarà sul quadro economico e sociale post Brexit, è giusto anticipare quel che le ultime consultazioni elettorali britanniche e i sondaggi stanno facendo emergere: perché un blocco sociale importante si sta muovendo dai contenitori storici verso contenitori nuovi e radicali, qualcuno anche estremista? Semplice, perché Farage resta il campione assoluto nell’intercettare le emergenze: sicurezza, immigrazione, lavoro. Era lo stesso paradigma del Maga trumpiano prima che Donald lo tradisse. Quindi Farage con il suo Reform Uk pesca a destra come a sinistra, lasciando qualcosa alla sua sinistra (ai Verdi) e alla sua destra (Advance Uk e Restore Britain, i quali hanno l’appoggio esplicito di Musk). Farage resta l’interprete di ciò che i sostenitori del Leave volevano allora e che a Downing Street, nei dieci anni successivi, non hanno saputo fare ma solo abbozzare. Il prossimo premier Burnham - che ha battuto alle suppletive un esponente del Reform Uk - riuscirà a fermare Mr. Brexit?
Arriviamo così al terzo e quarto punto: com’è la situazione oggi e se si facesse un referendum cosa voterebbero gli inglesi? Cominciamo da qui. Nessun politico oggi si sognerebbe di affermare: «Voglio un referendum per ritornare nella Ue»; se lo facesse perderebbe immediatamente voti. I britannici non sono soddisfatti della Brexit ma non vogliono ritornare nella Ue, ecco perché nessun politico metterebbe la faccia su un rientro.
Chiudiamo allora con la situazione lasciata dalla Brexit. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione europea. L’Ufficio per la responsabilità del bilancio (Obr) fissa la perdita a lungo termine al 4% del Pil; Goldman Sachs e il National bureau of economic research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di Pil annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Verdetto sancito dunque? No, perché gli stessi studi parlano di luci e ombre: ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi - con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come variante autoctona, quasi da punire a scopo esemplificativo.
Brexit non ha di per sé scassato i conti o fatto sprofondare la Gran Bretagna nella crisi e lo dimostra la crisi delle sue stesse istituzioni e dei suoi partiti storici (quasi un logoramento): ha funzionato come grande prova di democrazia, ma non ha sbloccato le cause di malcontento. Una lezione che vale per tutti.
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