Basta un solo tweet per essere schedato. La polizia inglese imbarazza Starmer

«La polizia dovrebbe concentrarsi sulla lotta alla criminalità violenta e ai furti con scasso invece di interrogare le persone sui loro post sui social media». Ad affermarlo è Sir Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Starmer ha esortato le forze dell’ordine a «concentrarsi su ciò che conta di più per le loro comunità» e ha fatto sapere che i vertici della polizia che dovessero agire diversamente, dando cioè priorità al monitoraggio dei post online, saranno «ritenuti responsabili di tali decisioni». Se l’Occidente possedesse ancora un barlume di buon senso, frasi come quelle del primo ministro inglese non dovrebbero nemmeno essere pronunciate: che in una nazione democratica la polizia si preoccupi di perseguire i crimini e non i pensieri dovrebbe essere la norma. In Inghilterra, però, da un po’ di tempo le cose funzionano in maniera diversa. Le forze di polizia non solo vigilano su quel che i cittadini pubblicano sul Web, ma procedono pure ad arrestare chi esprima opinioni considerate pericolose.
È accaduto poco tempo fa, durante le rivolte anti immigrazione che hanno incendiato il Regno Unito: le autorità hanno arrestato e in alcuni casi condannato persone colpevoli di aver scritto sui social network le loro idee. Costoro sono stati considerati colpevoli di incitamento all’odio e pesantemente perseguiti. All’epoca la repressione poliziesca non suscitò particolare scandalo: gli arrestati erano destrorsi, dunque la faccenda rimase sottotraccia. Ora però il problema della libertà di parola negata è deflagrato, poiché a finire nel mirino delle forze dell’ordine è stata una giornalista del Daily Telegraph.
La mattina dell’11 novembre Allison Pearson, firma del noto quotidiano, ha ricevuto la visita di agenti della polizia dell’Essex, che le hanno bussato alla porta per interrogarla su un suo tweet risalente a un anno fa che avrebbe prodotto «odio razziale» sulla Rete. A quanto risulta, gli agenti non le avrebbero detto quale fosse il tweet incriminato e avrebbero trattato la faccenda come una questione di rilevanza penale.
La ricostruzione della vicenda non è delle più semplici, poiché la legislazione inglese è piuttosto complicata. A quanto si è appreso, la giornalista avrebbe pubblicato la foto di alcuni agenti di polizia in compagnia di esponenti di un movimento politico musulmano, accusando la polizia di vicinanza a chi odia gli ebrei. Secondo alcuni, la Pearson avrebbe pubblicato una foto sbagliata, scambiando la bandiera di quel movimento politico per quella di Hamas. Poco importa, in fondo, perché la giornalista aveva cancellato il tweet dopo poco, e in effetti la questione sembrava finita lì. Invece, un anno dopo, la polizia si è presentata a casa sua. Il che - a prescindere dalle opinioni espresse dalla Pearson e dai contenuti del suo post - è semplicemente aberrante.
Ancora peggiore, tuttavia, è il quadro emerso dalle indagini giornalistiche su questa storia. Tutta la questione ruota attorno ai cosiddetti «incidenti d’odio non criminali» (gli Nchi: non crime hate incidents). Come spiega il Guardian, «ai sensi del Police, crime, sentencing and courts act 2022, gli incidenti d’odio non criminali vengono registrati dalla polizia per raccogliere informazioni sugli “incidenti d’odio” che potrebbero degenerare in danni più gravi o indicare tensioni nella comunità accresciute, ma che non costituiscono un reato penale. Sono definiti dal governo come un incidente che coinvolge un atto che è percepito come motivato da ostilità o pregiudizio nei confronti di persone con una caratteristica particolare. Tali caratteristiche possono includere razza, religione, disabilità, orientamento sessuale e identità transgender. Gli Nchi sono al di sotto della soglia di un reato penale, ma vengono conservati in archivio. I dati personali della persona segnalata devono essere inclusi nei rapporti solo se l’incidente in questione presenta un “rischio reale di danno significativo” per individui o gruppi con una caratteristica particolare e/o un rischio reale che un futuro reato penale possa essere commesso contro di loro».
In buona sostanza, la polizia britannica scandaglia il Web e se trova traccia di un presunto «atto di odio» registra il post o il commento in questione e lo tiene in archivio. Si tratta, con tutta evidenza, di una clamorosa operazione di sorveglianza ai danni dei cittadini, che raggiunge picchi spaventosi. Una inchiesta del Times, infatti, ha scoperto che in molti casi le forze dell’ordine hanno registrato persino i post pubblicati da minorenni. Si ha notizia di «episodi in cui la polizia ha registrato Nchi nei confronti di uno scolaro di nove anni che aveva chiamato qualcuno “ritardato” e nei confronti di due studentesse delle scuole superiori che avevano accusato un altro studente di puzzare “di pesce”». Nel mirino sono finiti anche medici, parroci, assistenti sociali. Il grosso problema con questi incidenti di odio è che non esiste un metro oggettivo con cui valutarli, se non la percezione della persona che si ritiene offesa e denuncia e la sensibilità della polizia che deve valutare i singoli casi.
Pressato dalla stampa, Keir Starmer ha annunciato una sorta di indagine interna sulla registrazione dei presunti crimini di odio, e se n’è uscito invitando gli agenti a perseguire i reati veri e non le opinioni. Ma il meccanismo di sorveglianza sembra aver preso fin troppo piede, e tornare indietro è complicato. Andrew Tettenborn, un giurista autorevole e piuttosto conosciuto, ha scritto sullo Spectator che nel Regno Unito «la libertà di parola sta gradualmente venendo strangolata». E ha aggiunto valutazioni non esaltanti. «Nel breve termine non c’è molto che possiamo fare», ha scritto. «I codici di condotta vanno benissimo, ma in assenza di qualcuno che avvii un procedimento di revisione giudiziaria, la loro violazione comporta poche conseguenze. E questo governo, a suo discredito, ha reso abbastanza chiaro che anche se ci può essere stato un eccesso tecnico, non è enormemente preoccupato. Interrogato sull’incidente di Allison Pearson, Keir Starmer ha reso omaggio alla libertà di parola e ha promesso una revisione, ma ha sostenuto in modo mirato la pratica della polizia di registrare gli Nchi come misura di prevenzione della criminalità. Sappiamo anche che il suo ministro degli Interni Yvette Cooper è istintivamente poco tollerante con le preoccupazioni riguardanti la libertà di parola in tali questioni. Infatti lo scorso agosto ha suggerito che le attuali regole sugli Nchi sono troppo protettive della parola e restrittive riguardo a ciò che può essere inserito nei registri della polizia, e probabilmente avrebbero bisogno di essere allentate».
La situazione è evidentemente delirante e parecchio pericolosa. La vicenda della Pearson potrebbe essere persino frutto di un errore, nel senso che gli agenti potrebbero aver trattato come reato penale un incidente d’odio. Ma il punto è il sistema di sorveglianza e censura in sé. Un giorno può toccare a una giornalista che alza i toni, un altro giorno può andarci di mezzo un comune cittadino ritenuto «troppo di destra», insomma nessuno è al sicuro. Ancora una volta, in nome della lotta all’odio, si uccide il pensiero libero.













