- Sembra di rivivere il 2011, quando Silvio Berlusconi fu cacciato dai mercati. Oggi Mario Draghi ha un alleato nella Bce, che però non si sa per quanto tempo possa tenere i tassi fermi.
- Consiglio dei ministri rinviato a oggi. Niente scostamento di bilancio ma ottimizzazioni di natura fiscale. Matteo Salvini preme per un provvedimento che aiuti contro il caro bollette.
Lo speciale contiene due articoli.
Non ci fa caso quasi più nessuno eppure c’è ancora, anzi sembra tonico: è lo spread. Annuncia per le finanze italiane una tempesta perfetta se l’argine – sempre meno forte – della Bce dovesse rompersi. Viaggia da settimane attorno a quota 140 punti base (ieri ha chiuso a 139,5) solo la Grecia fa peggio e il rendimento del nostro Btp è tornato largamente positivo: siamo attorno all’1,36. Si parla molto di Silvio Berlusconi in questi giorni e forse qualcuno ricorderà cosa accadde il 5 agosto 2011. L’uscente e l’entrante presidente della Bce e cioè Jean Claude Trichet e Mario Draghi, guarda un po’, scrissero la famosa lettera che dette il ben servito all’ultimo governo scelto dagli elettori, quello appunto guidato dall’ex Cavaliere, perché lo spread era di 390 punti. Oggi sulla scena ci sono, in vesti diverse, gli stessi attori: l’ex Cavaliere che scalpita e Mario Draghi che governa. Ma nessuno si dà la pena di misurare come stanno le nostre finanze.
Per capirlo forse serve un paragone tra ora e allora; ci sono delle similitudini, compresa l’inflazione che risale. Il tasso di riferimento fissato dalla Bce nel luglio 2011 era di 1,5 punti. Oggi è mezzo punto negativo. Nel 2011 il debito pubblico era di 1.906 miliardi con un rapporto con il Pil del 119,7%. Oggi è di 2.694 miliardi – sono 788 miliardi in più, un aumento del 41% rispetto al 2011 – e il 155% del Pil. Lo spread attuale considerando il tasso di riferimento in negativo della Bce vale più o meno il 71% dello spread del 4 agosto 2011, ma applicato su un debito che è quasi una volta e mezzo quello di allora. Forse questo spiega qualche timidezza del nostro attuale governo nel fare altri scostamenti di bilancio? Forse l’ossessivo richiamo ai fondi del Pnrr (che sono per due terzi altro debito) nascondono l’anossia finanziaria dello Stato? Per questo non c’è un euro per fare fronte alla crisi da lockdown strisciante? Sarebbe il caso che l’uomo del «whatever it takes» sui conti dicesse qualcosa.
Eppure, nessuno dall’Europa ha avvertito Mario Draghi: c’è posta per te. Anzi. Christine Lagarde presidente della Bce tiene il punto: i tassi non si toccano, la politica monetaria non cambia perché l’inflazione è momentanea. L’unica variazione peraltro annunciata è che l’acquisto titoli straordinario connesso alla pandemia a marzo cesserà anche se la Bce continuerà ad accompagnare l’espansione dell’economia. Peccato però che all’Eurotower non la pensino tutti così e che le leve della politica monetaria non siano davvero in mano alla Lagarde, ma a una signora tedesca, Isabel Schnabel, che dice non dicendolo che bisogna ritoccare i tassi. La Bundesbank non sta affatto tranquilla sull’inflazione e guarda di traverso la Lagarde che spiega che «i prezzi si stabilizzeranno e poi scenderanno sul finire di quest’anno e dunque non c’è ragione per manovrare sui tassi. Oltretutto i salari non aumentano. Auspico che la politica monetaria sia un ammortizzatore della crisi e soprattutto non un freno alla crescita». Gli ultimi dati però indicano che in Europa l’inflazione è al 5%, in Germania l’indice dei prezzi alla produzione in un solo mese ha fatto il 5% in più (la stima previsionale era dello 0,8%!), in anno saliranno di oltre il 24%. A queste condizioni non si sa per quanto la Bce possa tenere davvero fermi i tassi anche perché Jerome Powell ha già annunciato che invece la Fed americana metterà mano agli interessi.
La domanda da porsi è: perché Lagarde insiste sulle sue posizioni ben sapendo che la massa monetaria – cioè l’acquisto titoli e i tassi negativi – contribuisce non poco al crescere dell’inflazione? Per due motivi. Il primo non può ammettere che il Green deal europeo voluto da Ursula Von der Leyen ha una consistente parte di responsabilità nell’abnorme incremento delle bollette energetiche, il secondo che se ritocca i tassi economie come quella italiana sono in serissima difficoltà. Ma in Europa è già ricominciato lo scontro sul rigore di bilancio di cui si fa massimo interprete Vladis Drombovkis, vicepresidente della Commissione con delega alle finanze.
Del resto che tassi accomodanti e inflazione non possono continuare lo sa bene anche Mario Draghi. Nel 2011 nel rapporto annuale della Bce scriveva: «L’evoluzione dei prezzi è stata influenzata in misura significativa dai rincari dell’energia e delle materie prime che hanno determinato tassi di inflazione elevati… l’abbondante liquidità potrebbe avere favorito pressioni al rialzo sui prezzi. Al fine di preservare la stabilità dei prezzi, il Consiglio direttivo ha aumentato i tassi di interesse di riferimento di 25 punti base in aprile e in luglio del 2011.» Fu allora che lo spread s’accese e Berlusconi saltò. Oggi Mario Draghi da presidente del Consiglio trova conveniente che l’inflazione gli mangi l’enorme debito su cui paga interessi relativamente bassi. Ma sa anche che così facendo la domanda crolla perché si erode il potere di acquisto e l’economia si pianta. Ecco la tempesta perfetta: sono gli echi del 2011.
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