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2022-11-16
Gli spericolati rapporti della Turchia con l'Isis e un attentato ancora tutto da decifrare
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Ansa
La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona.
Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.
La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca

A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia».
Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia

Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.
L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».
Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.
La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
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La guerra in Ucraina prima e l’attentato di domenica scorsa a Istanbul dai contorni a dir poco misteriosi, stanno contribuendo a silenziare tutta una serie di vicende che si giocano in Siria e nel Paese della mezzaluna.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per Ankara che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi.Secondo le Nazioni Unite, sono circa 10.000 i miliziani dell'Isis tutt’ora operativi nel «Siraq», nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq.Lo speciale contiene tre articoli.La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona. Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-consegna-dei-foreign-fighters-da-parte-di-hayat-tahrir-al-sham-all-intelligence-turca" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nonostante-i-rapporti-obliqui-l-isis-resta-una-minaccia-per-la-turchia" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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