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2022-11-16
Gli spericolati rapporti della Turchia con l'Isis e un attentato ancora tutto da decifrare
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Ansa
La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona.
Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.
La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca

A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia».
Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia

Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.
L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».
Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.
La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
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La guerra in Ucraina prima e l’attentato di domenica scorsa a Istanbul dai contorni a dir poco misteriosi, stanno contribuendo a silenziare tutta una serie di vicende che si giocano in Siria e nel Paese della mezzaluna.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per Ankara che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi.Secondo le Nazioni Unite, sono circa 10.000 i miliziani dell'Isis tutt’ora operativi nel «Siraq», nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq.Lo speciale contiene tre articoli.La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona. Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-consegna-dei-foreign-fighters-da-parte-di-hayat-tahrir-al-sham-all-intelligence-turca" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nonostante-i-rapporti-obliqui-l-isis-resta-una-minaccia-per-la-turchia" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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