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2022-11-16
Gli spericolati rapporti della Turchia con l'Isis e un attentato ancora tutto da decifrare
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Ansa
La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona.
Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.
La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca

A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia».
Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia

Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.
L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».
Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.
La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
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La guerra in Ucraina prima e l’attentato di domenica scorsa a Istanbul dai contorni a dir poco misteriosi, stanno contribuendo a silenziare tutta una serie di vicende che si giocano in Siria e nel Paese della mezzaluna.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per Ankara che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi.Secondo le Nazioni Unite, sono circa 10.000 i miliziani dell'Isis tutt’ora operativi nel «Siraq», nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq.Lo speciale contiene tre articoli.La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona. Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-consegna-dei-foreign-fighters-da-parte-di-hayat-tahrir-al-sham-all-intelligence-turca" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nonostante-i-rapporti-obliqui-l-isis-resta-una-minaccia-per-la-turchia" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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