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2022-11-16
Gli spericolati rapporti della Turchia con l'Isis e un attentato ancora tutto da decifrare
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Ansa
La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona.
Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.
La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca

A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia».
Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia

Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.
L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».
Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.
La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
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La guerra in Ucraina prima e l’attentato di domenica scorsa a Istanbul dai contorni a dir poco misteriosi, stanno contribuendo a silenziare tutta una serie di vicende che si giocano in Siria e nel Paese della mezzaluna.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per Ankara che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi.Secondo le Nazioni Unite, sono circa 10.000 i miliziani dell'Isis tutt’ora operativi nel «Siraq», nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq.Lo speciale contiene tre articoli.La polizia turca ha diffuso lunedì mattina una serie di fotografie e video della presunta attentatrice di Istanbul. Si tratta di una donna arabo-siriana di nome Ahlam Albashir, che è stata arrestata nella notte tra domenica e lunedì insieme ad altre 46 persone accusate di essere coinvolte nella rete che ha organizzato e coordinato l'attacco terroristico di domenica scorsa avvenuto nella trafficata via dello shopping di Istiqlal, nel cuore della città. Analizzando il video non si possono non notare una serie di incongruenze a partire dal fatto che la persona ripresa dalle telecamere di sicurezza e quella arrestata non sembrano la stessa persona. Ma allora chi è questa donna apparsa visibilmente provata dopo gli interrogatori? Fino a ieri nessuno ne aveva mai sentito parlare ma le autorità turche hanno dichiarato: «Ha confessato di essere stata addestrata come ufficiale dell'intelligence speciale dal Partito dei lavoratori del Kurdistan». Secondo le autorità di Ankara la donna avrebbe anche detto di essere entrata clandestinamente in Turchia attraverso il confine colabrodo della città siriana di Afrin, che è controllata dalle milizie siriane filo-turche. Il ministro dell'interno turco Suleyman Soylu non ha dubbi: «L'ordine dell'attacco sarebbe venuto però da Kobane», la capitale del Rojava, l'amministrazione curda che ha il controllo del Nord-Est della Siria, che i turchi vorrebbero passasse presto nelle loro mani. Quindi se non sono stati i gruppi islamisti che non hanno rivendicato l’azione, è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)? Forse sì, ma questi hanno smentito qualsiasi loro coinvolgimento sul sito Firat News: «Il nostro popolo e il pubblico democratico sanno che non siamo collegati a questo incidente, che non prenderemo di mira direttamente i civili», si legge nel comunicato nel quale però si omette il fatto che in passato ci sono stati diversi attentati organizzati dal Pkk in Turchia che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Ma se non sono stati l’Isis, al-Qaeda o qualcuna delle molte milizie islamiste armate e non è stato nemmeno il Pkk, chi ha ordinato di mettere la bomba domenica scorsa a Istanbul? In Turchia qualsiasi vicenda resta sempre sospesa tra il vero e il falso, basti pensare al «golpe di cartone» del luglio 2016. I mezzi di informazione ormai tutti al servizio del regime islamista non possono fare nulla dopo le centinaia di arresti di giornalisti e la chiusura dei giornali non allineati con il potere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-consegna-dei-foreign-fighters-da-parte-di-hayat-tahrir-al-sham-all-intelligence-turca" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> La consegna dei foreign fighters da parte di Hayat Tahrir al-Sham all'intelligence turca A proposito dei rapporti spericolati del regime islamista di Ankara c’è la recente vicenda della consegna di jihadisti stranieri alla Turchia da parte di Hayat Tahrir al-Sham (Hts, già Fronte al-Nusra), in cambio della rimozione dalle liste dei terroristi internazionali. Hts, conosciuta anche come Organizzazione per la liberazione del Levante, fa risalire i suoi inizi all'inizio della guerra civile siriana ed è rimasta una pericolosa forza di opposizione per tutta la durata del conflitto. Nel maggio 2018, il gruppo è stato aggiunto alla designazione esistente del Dipartimento di Stato del suo predecessore, l'affiliato di al-Qaeda Jabhat al-Nusra, come organizzazione terroristica straniera (Fto). Oggi, Hts può essere considerata un'organizzazione terroristica siriana relativamente localizzata, che conserva un'ideologia salafita-jihadista nonostante la sua separazione pubblica da al-Qaeda nel 2017. La consegna dei foreign fighters ha scatenato la rabbia dei jihadisti che si oppongono al gruppo nella provincia Nord-occidentale di Idlib, in Siria. Saleh al-Hamwi, un ex leader jihadista, ha scritto in un tweet: «Quello che faceva in segreto è diventato pubblico oggi. Hts ha consegnato alla Turchia oltre 50 detenuti stranieri e in precedenza ha presentato file terroristici ai servizi di intelligence occidentali, il che ha spinto l'International Crisis Group e il Syrian Dialogue Center a chiedere di rimuoverlo dalle liste dei terroristi e di farne un partner nella lotta al terrorismo». In realtà l'International Crisis Group non ha chiesto direttamente la cancellazione dall'elenco di Hts, ma in un rapporto del febbraio 2021 ha affermato che «Washington, in collaborazione con Ankara e gli alleati europei dovrebbe fare pressioni sul gruppo affinché affronti le principali preoccupazioni locali e internazionali e definisca chiaramente i parametri di riferimento che (se rispettati) potrebbero consentire a Hts di liberarsi della sua etichetta di terrorista». Ma chi sono questi 50 combattenti stranieri arrestati negli anni? Secondo fonti che si sono rifiutate di rivelare i loro nomi, la maggior parte di coloro che sono stati consegnati erano affiliati allo Stato islamico, mentre altri appartengono a Hurras al-Din, che si oppone a Hts. I detenuti sono di nazionalità francese, marocchina, saudita e turca. E cosa se ne fanno i turchi? Servono nell'ambito dei negoziati e ai servizi di intelligence dei paesi di origine dei detenuti. Un leader vicino a Hts, soprannominato Abu Khaled al-Homsi, ha detto ad al-Monitor: «É normale consegnare ad Ankara individui di nazionalità turca, anche quelli appartenenti all'Isis. Hts ha la sua legge e le sue prigioni e non ha bisogno di consegnare i detenuti in nessun paese. Lo fa solo nel caso in cui fossero turchi e stessero combattendo a fianco dell'Isis e avrebbero pianificato di effettuare attacchi contro Hts o contro la Turchia». A questo proposito sono di grande interesse le dichiarazioni di Omar Abu Hafs, un ex leader jihadista che vive a Idlib: «Hts ha sempre collaborato con la Turchia in tutti i campi e ha consegnato molti agenti alle autorità turche. Ha i suoi obiettivi politici, vale a dire cercare di rimuovere il suo nome dalle liste dei terroristi. La Turchia potrebbe aiutare Hts a raggiungere questo obiettivo attraverso le sue relazioni con gli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui Hts desidera rafforzare i suoi legami con la Turchia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spericolati-rapporti-turchia-isis-attentato-2658668913.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nonostante-i-rapporti-obliqui-l-isis-resta-una-minaccia-per-la-turchia" data-post-id="2658668913" data-published-at="1668605130" data-use-pagination="False"> Nonostante i rapporti obliqui, l'Isis resta una minaccia per la Turchia Non è un segreto per nessuno che i circa 5.000 foreign fighters accorsi negli anni nel «Siraq» per combattere la loro «guerra santa» sotto le bandiere nere del califfato, sono arrivati in Siria attraverso i confini resi colabrodo dai turchi che, in funzione anti-Assad, hanno lasciato fare anche perché nel frattempo vi furono moltissimi affari tra l’Isis che rubava il petrolio in Iraq e la Turchia che ha venduto armi e munizioni ai jihadisti. E in questi sporchi affari chi c’era? Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 e-mail, documentando il coinvolgimento diretto del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'Isis. Fino alla pubblicazione di quelle e-mail, il genero di Erdogan e lo stesso presidente turco avevano sempre negato il coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Poi dopo la pubblicazione di Wikileaks la vicenda è finita nel dimenticatoio. A pagare sono stati solo alcuni coraggiosi magistrati che indagarono e i giornalisti che ne scrissero che sono condannati all’ergastolo con accuse di «terrorismo. E dove sono finiti i soldi di tutti quei traffici? Per quanto riguarda l’Isis non è un caso che entrambi i califfi, Abu Bakr Al-Baghdadi (Barisha+2019) e il suo successore Abū Ibrāhīm al-Hāshimī al-Qurashi (Atme +2022), hanno trovato la morte in due villaggi siriani attaccati proprio al confine con la Turchia che volevano raggiungere perché è nelle banche turche che si trova il tesoro milionario dello Stato islamico. Sempre dal confine turco-siriano sono scappati per tempo molti jihadisti che in cambio di 3.000-5.000 dollari fatti scivolare nelle tasche della polizia di frontiera turca si sono rifatti una vita nel Paese della mezzaluna protetti da un Paese amico nel quale molti di loro hanno avviato interessanti business. Ogni tanto i servizi segreti turchi ne arrestano qualcuno ma si tratta sempre di pesci piccoli che servono a dimostrare ai governi occidentali che Ankara lotta contro i terroristi e a mandare messaggi all’interno della Turchia.L’Isis, nonostante i rapporti a dir poco obliqui, resta una minaccia costante per la Turchia che guarda con preoccupazione al fatto che lo Stato islamico in Siria e in Iraq, durante il periodo pandemico, è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema. Secondo il documento circa 10.000 miliziani dell'Isis (numero arrotondato per difetto) sono tutt’ora operativi nel «Siraq» e tutto questo nonostante l'organizzazione terroristica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria «rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo».Mentre scriviamo si apprende che con una mossa simbolica il governo del presidente Erdoğan ha designato una donna azera, cittadina naturalizzata turca, come membro dello Stato islamico in Iraq e Siria e ha congelato i suoi beni un mese dopo che era stata tranquillamente assolta e lasciata andare da un tribunale. Ulkar Mammadova, alias Hacer, è un'azera di 35 anni che ha sposato il leader turco dell'Isis Mustafa Dokumacı in Turchia e si è trasferita nel territorio controllato dallo Stato islamico nella provincia siriana di Idlib nel 2014. Era ricercata dall'agosto 2015 a causa di il suo presunto coinvolgimento in complotti e attentati dell'Isis avvenuti in Turchia. Suo marito guidava una cellula nella provincia sud-orientale di Adıyaman che in seguito divenne nota come Mustafa Dokumacı Group nella rete Isis.La cellula è stata coinvolta nell'attacco terroristico più mortale della Turchia, il 10 ottobre 2015, quando gli attentatori suicidi dell'Isis hanno ucciso 103 persone davanti alla stazione ferroviaria di Ankara. Uno degli attentatori suicidi, Yunus Emre Alagöz, era un protetto di Dokumacı che ha viaggiato con lui in Siria. L'intelligence turca ritiene che Mammadova potrebbe essere uno dei numerosi attentatori suicidi e sarebbe in grado di organizzare un attacco terroristico in Turchia. È stata inserita nell'elenco dei terroristi ricercati in Turchia e all'Interpol è stato presentato un avviso rosso per il suo arresto. Nonostante questo il collegio di tre giudici ha accolto la mozione della difesa e ha deciso per la sua assoluzione e il suo rilascio alla prima udienza e ha rimosso un divieto di volo precedentemente emesso per lei. L'unica punizione è una multa per aver attraversato illegalmente il confine turco-siriano al suo ritorno.
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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Manifestanti a sostegno di Henry Nowak (Getty Images)
Il caso, ormai noto a livello mondiale, ha suscitato profonda indignazione dopo la recente diffusione dei filmati delle bodycam dei poliziotti. Le immagini mostrano Nowak che ripete più volte di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, mentre gli agenti lo ammanettano dopo che Digwa aveva sostenuto di essere stato vittima di un’aggressione a sfondo razziale. Nel corso del processo, tuttavia, questa versione è stata smentita dalle prove presentate dall’accusa, che hanno portato alla condanna dell’aggressore.
Il capo della polizia dell’Hampshire, Alexis Boon, ha chiesto pubblicamente scusa alla famiglia del giovane, definendo il video «una tragedia assoluta». Boon ha riconosciuto l’errore commesso nell’ammanettare Nowak, ma ha respinto le accuse di una «politica dei due pesi e due misure». Dopo lo scoppio di numerose proteste in tutto il Paese, la vicenda è arrivata fino a Downing Street. Ieri il premier Keir Starmer ha incontrato la famiglia di Nowak, così come ha fatto la leader conservatrice Kemi Badenoch. Entrambi hanno espresso vicinanza ai familiari e chiesto che sia fatta piena luce sull’accaduto.
Sul piano politico, tuttavia, le letture restano profondamente diverse. Nigel Farage, leader di Reform Uk (oggi primo partito nei sondaggi britannici), ha accusato le forze dell’ordine di aver dato credito alle accuse di razzismo formulate da Digwa senza verificare adeguatamente i fatti, denunciando una «politica dei due pesi e due misure» destinata a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Starmer, da parte sua, ha replicato accusando Farage, Elon Musk e altri commentatori di «alimentare le divisioni» nel Paese. Il premier ha ribadito che la Gran Bretagna resta una nazione composta in larga maggioranza da persone «ragionevoli e tolleranti», invitando a non strumentalizzare la tragedia.
Mentre Starmer tenta di gettare acqua sul fuoco, il dibattito si è già esteso all’intera architettura delle «politiche di diversità, equità e inclusione» (Dei) adottate negli ultimi anni dalle forze dell’ordine britanniche. Un sondaggio dell’Università di Reading, condotto su oltre 2.600 membri della polizia dell’Hampshire, ha rilevato che una parte degli agenti sottoposti ai corsi obbligatori del programma «L’inclusione conta» si sentiva «sotto pressione» e temeva di «dire la cosa sbagliata» o di subire conseguenze professionali in caso di errori.
Le critiche, peraltro, non arrivano soltanto dall’opposizione conservatrice. Jack Straw, ex ministro laburista dell’Interno e tra i principali promotori delle riforme antirazziste introdotte negli ultimi decenni, ha sostenuto che queste politiche sono «andate troppo oltre». Straw ha inoltre criticato alcune linee guida emanate dal National police chiefs’ council che, nel perseguire la cosiddetta «equità razziale», sostengono che trattare tutti allo stesso modo non sempre produrrebbe risultati equi. Anche il ministro della Polizia, Sarah Jones, ha definito quel documento «sbagliato», mentre lo stesso organismo ha annunciato una prossima revisione del testo.
Le accuse più dure, però, sono arrivate dalle pagine del Telegraph. In un editoriale destinato a far discutere, la nota opinionista Allison Pearson ha affermato che la morte di Nowak rappresenta il risultato estremo di una cultura istituzionale ormai ossessionata dalle accuse di razzismo. La Pearson ha parlato apertamente di «razzismo antibianco», accusando i programmi Dei di aver fatto «il lavaggio del cervello» agli agenti e chiedendo una profonda riforma del College of policing, l’organismo che sovrintende alla formazione delle forze dell’ordine britanniche.
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