Ma il pool dei legali ha deciso di non diffondere la notizia per «tenere i toni bassi» ed evitare lo strepitus mediatico. Lo stesso che ha accompagnato tutti i passaggi dell’inchiesta. Per anni alcuni quotidiani hanno raccontato come procedessero le indagini. A firmare gli articoli quasi sempre i soliti cronisti ben informati. Ma questa volta nessuno di loro ha fatto lo scoop e la notizia dell’archiviazione è stata data dall’Ansa. Per mesi la Procura è riuscita a blindare l’esito dell’inchiesta e, al pari del Tribunale, non ha diffuso il testo della propria richiesta di archiviazione, arrivata a ridosso della scadenza dei termini, fissati prima per il 22 dicembre 2024 e poi prorogati sino al 22 dicembre 2025. Il fascicolo era, infatti, stato iscritto per l’ennesima volta il 22 dicembre 2023.
Il gip Martucci ha deciso di archiviare per la mancanza di «elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi».
L’accusa per entrambi era di quelle che fanno tremare i polsi: strage continuata a fini eversivi con l’aggravante di avere favorito la mafia. Ma, come detto, non si sarebbero trovate prove per dimostrare il teorema.
Le posizioni archiviate potrebbero essere anche altre, ma, al momento, non v’è certezza di questo.
Richiesta e decreto, spiega chi li ha letti, sono pieni di omissis. «Queste “cancellature” sono chiaramente indicative del fatto che ci sono altri filoni ancora aperti e io credo che ci sia anche qualcosa che riguarda Dell’Utri» ragiona una fonte. «Perché chiaramente i pm chiudono soltanto perché scadono i termini e poi riaprono».
Le indagini per dimostrare il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi sono la classica «never-ending story». Si contano almeno otto inchieste sul tema, tutte a carico del fondatore di Forza Italia e del suo collaboratore, e tutte inesorabilmente finite in nulla.
Il primo fascicolo viene aperto a Firenze nel 1996, tre anni dopo la strage di via dei Georgofili. Berlusconi e Dell’Utri sono iscritti sul registro degli indagati come «Autore 1» e «Autore 2» per motivi di riservatezza. Nell’agosto 1998, però, la Procura stessa chiede l’archiviazione, che viene decisa dal gip nel successivo novembre con la formula «gli inquirenti non hanno potuto trovare conferma delle chiamate de relato». Quasi la stessa motivazione usata dalla Martucci nel 2026.
Nel luglio 1998 le indagini contro i due politici di Forza Italia sono riaperte a Caltanissetta dal pm Luca Tescaroli; nel marzo 2001, però, anche quest’ultimo decide di chiudere le indagini e nel maggio 2002 il gip accoglie l’istanza per «la friabilità del quadro indiziario».
L’inizio della collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza spinge la magistratura fiorentina a ripartire una seconda volta, nel luglio 2009.
Anche in questo caso non vengono raccolte prove sufficienti per il rinvio a giudizio e, nell’agosto 2011, arriva la nuova richiesta di archiviazione che, il 2 novembre, viene decretata dal Tribunale.
Una settimana dopo, però, la Procura fiorentina chiede al giudice di aprire un terzo fascicolo, sostenendo che «non era stato possibile completare le investigazioni».
Ma in meno di due anni anche questo finisce in nulla: nel giugno 2013 i pm propongono l’ennesima istanza di archiviazione, subito accolta dal giudice.
Arriviamo così alla quarta riapertura fiorentina, e siamo al settembre 2017. In questo caso, la Procura decide di utilizzare contro Berlusconi e Dell’Utri le parole del boss Giuseppe Graviano, intercettato nel carcere di Ascoli Piceno. Secondo l’interpretazione dell’accusa (che, va detto, le difese hanno sempre contestato in toto), il mafioso stragista avrebbe «rivelato» a un altro detenuto, il camorrista Umberto Adinolfi, che nel 1992 Berlusconi «voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto “ci vorrebbe una bella cosa”». I pm interpretano la frase come la richiesta di un gesto forte, quindi una strage, in grado di sovvertire l’ordine del Paese e favorire la nascita del nuovo partito berlusconiano. Per un gioco del destino, a occuparsi dell’inchiesta è di nuovo Tescaroli, il pm nisseno che ha già indagato e archiviato e che nel 2018 si è trasferito a Firenze.
Anche la quarta inchiesta non porta a niente: torna alla casella di partenza, come in una specie di gioco dell’oca giudiziario, e nel marzo del 2020 c’è l’ennesima richiesta di archiviazione, prontamente accolta dal giudice.
Passa un mese e Tescaroli propone la quinta riapertura, che, però, ha lo stesso destino di tutte le altre: a ottobre 2022 arriva la richiesta di chiusura del fascicolo, il 6 dicembre dello stesso anno il gip firma l’archiviazione.
Nel frattempo, nel luglio 2022, anche la Procura di Caltanissetta decide di riavviare le indagini contro Dell’Utri e Berlusconi, soprattutto sulle due stragi del 1992, a Capaci e in via D’Amelio, ma nel gennaio 2026 chiede al gip di chiuderle per «infondatezza della notizia di reato o, comunque, perché gli elementi raccolti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio». In questo caso, però, il gip non ha ancora dato il suo parere positivo.
L’ultimo capitolo fiorentino di questa incredibile saga processuale si apre, come detto, poche settimane dopo la penultima archiviazione, il 22 dicembre 2023, ma anche stavolta il tempo trascorre invano e le indagini non portano a nulla di concreto, tant’è vero che lo scorso 5 gennaio la Procura propone la sesta archiviazione.
Oltre che inutile, questa storia giudiziaria è stata sicuramente anche molto costosa. Un calcolo esatto non è possibile, ma l’insieme degli otto procedimenti ha comportato un elevato costo per lo Stato, stimabile a spanne tra i 15 e i 25 milioni di euro, escludendo il costo per le parcelle (milionarie) delle difese.
Tra i primi a commentare l’ultimo passaggio processuale è stata Marina Berlusconi: «È la sesta volta che l’assurda inchiesta di Firenze finisce nel nulla, e per la sesta volta su richiesta stessa degli inquirenti. Stupisce che il decreto di archiviazione risalga a gennaio e se ne sappia qualcosa soltanto oggi. Verrebbe da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, ci sarebbero voluti cinque mesi per leggerlo sui giornali, o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?». C’è da dire che in mezzo c’è stato il referendum sulla giustizia e forse qualcuno può aver pensato che la rumorosa archiviazione avrebbe potuto portare acqua al mulino del Sì.
Marina fa sapere anche di non essere sorpresa dal fallimento di «un teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico» e ricorda che «sono stati i governi Berlusconi a rendere stabile il carcere duro per i boss mafiosi, a introdurre il primo Codice Antimafia e a istituire l’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali». Fatti che definisce «concreti, quanto inconfutabili», mentre tutto il resto è «vergognosa e illogica mistificazione».
Marina, di fronte all’«ennesimo segnale di quanto la giustizia nel nostro Paese resti afflitta da problemi colossali», chiede, infine, «alla politica di non archiviare il problema della giustizia con il referendum»: «Si potrebbe ripartire dalla responsabilità civile dei magistrati, ma sono tante le aree di intervento su cui la politica deve ancora spendersi. Senza ammainare la bandiera del garantismo».