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2025-07-18
Macron perde pezzi e si gioca l’impero. I militari francesi lasciano il Senegal
Soldati francesi (Getty)
La Francia di Emmanuel Macron è sempre più insignificante sul piano internazionale. Ieri, dall’Africa, è arrivata una nuova conferma: l’esercito francese ha lasciato definitivamente il Senegal, uno dei Paesi storicamente più legati a Parigi anche dopo l’ottenimento dell’indipendenza. In realtà, a Dakar restavano ormai all’incirca solo 350 militari francesi, in quello che veniva chiamato Efs, Elementi francesi in Senegal, che svolgeva le proprie mansioni di nell’ambito di un partenariato militare operativo con i loro omologhi senegalesi. Niente di speciale, si potrebbe dire, tuttavia la partenza di questo piccolo contingente transalpino ha una portata simbolica, per non dire storica visto che i soldati francesi erano presenti in Senegal dal 1960. In effetti da oggi non ci sarà più un solo soldato tricolore in tutta l’Africa centro-occidentale. Un territorio immenso che per decenni è rimasto fortemente legato a Parigi alla quale ha anche dato molto, dall’uranio ai metalli preziosi, nonché un’area di influenza di estrema importanza strategica.
Il divorzio definitivo tra Dakar e Parigi è stato deciso dal neo presidente senegalese, Bassirou Diomaye Faye, eletto lo scorso anno. Fin dall’inizio del mandato, le sue intenzioni sono apparse estremamente chiare visto che ha dichiarato che «il Senegal è un Paese indipendente e sovrano» e che «la sovranità non si accorda con la presenza di basi militari» straniere sul proprio territorio. Il presidente senegalese aveva smentito la volontà di arrivare ad una «rottura», parlando invece di un «partenariato rinnovato». Tuttavia, aveva annunciato che la presenza militare straniera nel suo Paese sarebbe finita nel 2025. Inoltre, una volta entrato in carica si era mosso per accelerare l’adozione, da parte del suo Paese, dell’Eco al posto del Franco Cfa, la moneta imposta da Parigi a varie sue ex colonie africane.
E così ieri, alla presenza del capo di Stato maggiore dell’esercito di Dakar, il generale Mbaye Cissé e del generale francese Pascal Ianni, capo dell’Esercito di Parigi in Africa, sono stati restituiti al Senegal il Camp Geille e lo scalo dell’aeronautica militare francese. Due strutture che ospitavano fino a ieri il contingente militare di Parigi.
Ormai, la Francia è presente in soli due Paesi africani, Gibuti e il Gabon ma, considerata la storia dell’ultimo decennio, è difficile dire ancora per quanto. Intanto Brice Clotaire Oligui Nguema, l’uomo che ha abbattuto il regime dei Bongo con un colpo di Stato e si è fatto eleggere presidente, ha già comunicato a Parigi che vuole ridiscutere la loro presenza in Gabon.
Come detto, la cacciata di Parigi dal Senegal è soltanto l’ultimo atto di una storia che vedeva i francesi certi di potersi muovere come padroni incontrastati di una fetta importante del continente africano. Parigi per decenni si è crogiolata nella sicurezza di un rapporto politico, economico e storico, senza realmente comprendere come i paesi africani stessero cambiando e soprattutto senza accorgersi dell’arrivo di un nutrito ed agguerrito gruppo di nuovi concorrenti. La Françafrique era una preda troppo ambita per non finire nel mirino dei cosiddetti «emerging powers» come Cina, Russia e Turchia che avevano compreso le enormi potenzialità sul tavolo. La prima nazione ad uscire dall’orbita francese era stata la Repubblica Centrafricana del 2016, ma Parigi non aveva dato troppa importanza ad uno stato marginale, senza sbocco sul mare e con potenzialità economiche limitate. Si trattava invece delle avvisaglie di ciò che sarebbe poi accaduto molto rapidamente. Mosca, infatti, aveva puntato con forza al ventre molle dei rapporti franco-africani, abbattendo presidenti e primi ministri impopolari e totalmente dipendenti dalle voglie transalpine. Fra il 2021 e il 2023 l’Africa occidentale è stata crivellata di colpi di stato, tutti orchestrati dalla Russia che ha puntato al controllo economico e politico del Sahel. Parigi, che aveva impegnato uomini e mezzi per combattere il terrorismo islamico, aveva già iniziato a ritirare il contingente della fallimentare operazione Barkhane creato per combattere i network di al Qaeda e dello Stato Islamico, intenti a creare un califfato nel cuore del Sahel. Accusato dai suoi ormai ex alleati africani di aver fallito nel difenderli dal pericolo jihadista la Francia aveva dovuto accettare di non essere più a capo di un impero coloniale, passando dalle minacce a tentare di blandire le nazioni che si sfilavano una dopo l’altra e arrivando a cercare di influenzare le elezioni presidenziali proprio in quel Senegal che sancisce la fine della sua storia africana. A Dakar il governo di Macron ha dato il peggio di sé prima convincendo il presidente in carica Macky Sall a cercare di rinviare le elezioni, poi spingendo la magistratura compiacente con il governo filofrancese a sciogliere il partito di opposizione e ad arrestarne il leader. Non soddisfatti, avevano finanziato e appoggiato il debole e manovrabile candidato governativo Amadou Ba, che era stato travolto dal voto popolare. Una vittoria schiacciante aveva Incoronato l’attuale presidente che non ha dimenticato quello che Parigi aveva fatto contro di lui e soprattutto contro le scelte del popolo senegalese.
I cittadini fanno «la festa» a Bayrou. Per il 78% non è un premier adatto
Le misure annunciate dal premier francese François Bayrou, per cercare di mettere una pezza al debito pubblico da 43,8 miliardi di euro, continuano ad alimentare le polemiche al di là delle Alpi.
Uno dei principali punti di attrito è la proposta fatta dal premier parigino di abolire due giorni festivi: il lunedì di Pasquetta e l’anniversario della vittoria alleata l’8 maggio 1945 che, dal 1920, è anche festa nazionale di Giovanna d’Arco e del patriottismo. La proposta non piace nemmeno tra i ranghi di En Marche, il partito fondato da Emmanuel Macron, tanto che i giovani del movimento hanno avuto l’ideona: teniamoci il lunedì dell’Angelo ma aboliamo la festività del 15 di agosto! In un Paese con radici cristiane e con un minimo di conoscenza della propria storia millenaria, l’uscita dei virgulti macronisti sarebbe stata bollata come una boutade. Questo perché, in Francia, il Ferragosto è festivo dal 1638, ovvero da quando re Luigi XIII ha deciso di tenere fede ad un voto fatto alla Vergine Maria, alla quale aveva chiesto l’intercessione per la nascita di un erede. In questo modo il 15 di agosto è diventato non solo una festa religiosa ma anche una festa nazionale. Peccato che tutto ciò sia stato dimenticato dai giovani rampanti, ispirati da Monsieur le président e cresciuti in uno Stato per il quale la laicità è quasi un sinonimo di ateismo. E infatti, ieri su X, il movimento ha scritto che «l’8 maggio incarna la memoria nazionale, la vittoria sulla barbarie (nazifascista) e i valori repubblicani. La sua portata è universale e laica, al contrario del 15 agosto».
In ogni caso, l’ipotesi di cancellare dal calendario due giorni festivi non piace ai francesi, come ha confermato un sondaggio pubblicato ieri da Le Figaro e realizzato da Odoxa-Backbone Consulting. I risultati parlano chiaro: solo il 26% degli intervistati è favorevole all’abolizione delle due giornate di vacanza. Invece la stragrande maggioranza, dei partecipanti al sondaggio ha dato il proprio semaforo verde all’ipotesi di creare un «contributo di solidarietà» a carico dei francesi più abbienti, nonché all’idea di congelare la spesa (e magari anche gli sprechi) dei ministeri del governo di Parigi. La prima ipotesi, che però è già stata esclusa dal governo, ha ottenuto il plauso del 79% dei sondati, mentre la seconda dell’80%. Più in generale, l’87% dei transalpini prevede che le misure di budget proposte da Bayrou, porteranno ad un calo del potere d’acquisto. È quindi facile capire come mai una percentuale «bulgara» di intervistati (78%) ritenga che il premier non sia «l’uomo della situazione».
Il sondaggio non promette niente di buono per Bayrou che però, stando a fonti anonime ministeriali contattate da La Verità, sarebbe pronto a vendere cara la pelle. Nel senso che potrebbe riuscire ad evitare delle censure parlamentari, negoziando con i vari partiti delle concessioni sui temi cari ai loro elettori. La strada pare comunque molto in salita. Come scritto ieri su questo giornale, l’idea del premier è già stata evocata dal Rassemblement national di Marine Le Pen e da esponenti di estrema sinistra. Il Partito socialista (Ps) sembra essere più cauto ma non esclude che si arrivi ad una nuova crisi di governo e parlamentare. In questo senso, secondo il quotidiano di sinistra Libération, il Ps starebbe lavorando ad un «piano scioglimento», in modo da poter presentare i propri candidati in tutti i 577 collegi elettorali. Il segretario Ps, Olivier Faure preferisce essere pronto ad ogni evenienza perché, ha ricordato, «dal 7 luglio il presidente della Repubblica può nuovamente sciogliere l’Assemblea nazionale» e «conoscendo il suo cinismo, dobbiamo tenerci pronti».
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Parigi sempre più insignificante nel continente coloniale. Oggi i contingenti transalpini resistono solamente a Gibuti e in Gabon.Consensi giù per l’uomo che vuole sacrificare Pasquetta sull’altare della produzione.Lo speciale contiene due articoliLa Francia di Emmanuel Macron è sempre più insignificante sul piano internazionale. Ieri, dall’Africa, è arrivata una nuova conferma: l’esercito francese ha lasciato definitivamente il Senegal, uno dei Paesi storicamente più legati a Parigi anche dopo l’ottenimento dell’indipendenza. In realtà, a Dakar restavano ormai all’incirca solo 350 militari francesi, in quello che veniva chiamato Efs, Elementi francesi in Senegal, che svolgeva le proprie mansioni di nell’ambito di un partenariato militare operativo con i loro omologhi senegalesi. Niente di speciale, si potrebbe dire, tuttavia la partenza di questo piccolo contingente transalpino ha una portata simbolica, per non dire storica visto che i soldati francesi erano presenti in Senegal dal 1960. In effetti da oggi non ci sarà più un solo soldato tricolore in tutta l’Africa centro-occidentale. Un territorio immenso che per decenni è rimasto fortemente legato a Parigi alla quale ha anche dato molto, dall’uranio ai metalli preziosi, nonché un’area di influenza di estrema importanza strategica.Il divorzio definitivo tra Dakar e Parigi è stato deciso dal neo presidente senegalese, Bassirou Diomaye Faye, eletto lo scorso anno. Fin dall’inizio del mandato, le sue intenzioni sono apparse estremamente chiare visto che ha dichiarato che «il Senegal è un Paese indipendente e sovrano» e che «la sovranità non si accorda con la presenza di basi militari» straniere sul proprio territorio. Il presidente senegalese aveva smentito la volontà di arrivare ad una «rottura», parlando invece di un «partenariato rinnovato». Tuttavia, aveva annunciato che la presenza militare straniera nel suo Paese sarebbe finita nel 2025. Inoltre, una volta entrato in carica si era mosso per accelerare l’adozione, da parte del suo Paese, dell’Eco al posto del Franco Cfa, la moneta imposta da Parigi a varie sue ex colonie africane.E così ieri, alla presenza del capo di Stato maggiore dell’esercito di Dakar, il generale Mbaye Cissé e del generale francese Pascal Ianni, capo dell’Esercito di Parigi in Africa, sono stati restituiti al Senegal il Camp Geille e lo scalo dell’aeronautica militare francese. Due strutture che ospitavano fino a ieri il contingente militare di Parigi.Ormai, la Francia è presente in soli due Paesi africani, Gibuti e il Gabon ma, considerata la storia dell’ultimo decennio, è difficile dire ancora per quanto. Intanto Brice Clotaire Oligui Nguema, l’uomo che ha abbattuto il regime dei Bongo con un colpo di Stato e si è fatto eleggere presidente, ha già comunicato a Parigi che vuole ridiscutere la loro presenza in Gabon.Come detto, la cacciata di Parigi dal Senegal è soltanto l’ultimo atto di una storia che vedeva i francesi certi di potersi muovere come padroni incontrastati di una fetta importante del continente africano. Parigi per decenni si è crogiolata nella sicurezza di un rapporto politico, economico e storico, senza realmente comprendere come i paesi africani stessero cambiando e soprattutto senza accorgersi dell’arrivo di un nutrito ed agguerrito gruppo di nuovi concorrenti. La Françafrique era una preda troppo ambita per non finire nel mirino dei cosiddetti «emerging powers» come Cina, Russia e Turchia che avevano compreso le enormi potenzialità sul tavolo. La prima nazione ad uscire dall’orbita francese era stata la Repubblica Centrafricana del 2016, ma Parigi non aveva dato troppa importanza ad uno stato marginale, senza sbocco sul mare e con potenzialità economiche limitate. Si trattava invece delle avvisaglie di ciò che sarebbe poi accaduto molto rapidamente. Mosca, infatti, aveva puntato con forza al ventre molle dei rapporti franco-africani, abbattendo presidenti e primi ministri impopolari e totalmente dipendenti dalle voglie transalpine. Fra il 2021 e il 2023 l’Africa occidentale è stata crivellata di colpi di stato, tutti orchestrati dalla Russia che ha puntato al controllo economico e politico del Sahel. Parigi, che aveva impegnato uomini e mezzi per combattere il terrorismo islamico, aveva già iniziato a ritirare il contingente della fallimentare operazione Barkhane creato per combattere i network di al Qaeda e dello Stato Islamico, intenti a creare un califfato nel cuore del Sahel. Accusato dai suoi ormai ex alleati africani di aver fallito nel difenderli dal pericolo jihadista la Francia aveva dovuto accettare di non essere più a capo di un impero coloniale, passando dalle minacce a tentare di blandire le nazioni che si sfilavano una dopo l’altra e arrivando a cercare di influenzare le elezioni presidenziali proprio in quel Senegal che sancisce la fine della sua storia africana. A Dakar il governo di Macron ha dato il peggio di sé prima convincendo il presidente in carica Macky Sall a cercare di rinviare le elezioni, poi spingendo la magistratura compiacente con il governo filofrancese a sciogliere il partito di opposizione e ad arrestarne il leader. Non soddisfatti, avevano finanziato e appoggiato il debole e manovrabile candidato governativo Amadou Ba, che era stato travolto dal voto popolare. Una vittoria schiacciante aveva Incoronato l’attuale presidente che non ha dimenticato quello che Parigi aveva fatto contro di lui e soprattutto contro le scelte del popolo senegalese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soldati-francesi-lasciano-africa-macron-2673356516.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-cittadini-fanno-la-festa-a-bayrou-per-il-78-non-e-un-premier-adatto" data-post-id="2673356516" data-published-at="1752833080" data-use-pagination="False"> I cittadini fanno «la festa» a Bayrou. Per il 78% non è un premier adatto Le misure annunciate dal premier francese François Bayrou, per cercare di mettere una pezza al debito pubblico da 43,8 miliardi di euro, continuano ad alimentare le polemiche al di là delle Alpi.Uno dei principali punti di attrito è la proposta fatta dal premier parigino di abolire due giorni festivi: il lunedì di Pasquetta e l’anniversario della vittoria alleata l’8 maggio 1945 che, dal 1920, è anche festa nazionale di Giovanna d’Arco e del patriottismo. La proposta non piace nemmeno tra i ranghi di En Marche, il partito fondato da Emmanuel Macron, tanto che i giovani del movimento hanno avuto l’ideona: teniamoci il lunedì dell’Angelo ma aboliamo la festività del 15 di agosto! In un Paese con radici cristiane e con un minimo di conoscenza della propria storia millenaria, l’uscita dei virgulti macronisti sarebbe stata bollata come una boutade. Questo perché, in Francia, il Ferragosto è festivo dal 1638, ovvero da quando re Luigi XIII ha deciso di tenere fede ad un voto fatto alla Vergine Maria, alla quale aveva chiesto l’intercessione per la nascita di un erede. In questo modo il 15 di agosto è diventato non solo una festa religiosa ma anche una festa nazionale. Peccato che tutto ciò sia stato dimenticato dai giovani rampanti, ispirati da Monsieur le président e cresciuti in uno Stato per il quale la laicità è quasi un sinonimo di ateismo. E infatti, ieri su X, il movimento ha scritto che «l’8 maggio incarna la memoria nazionale, la vittoria sulla barbarie (nazifascista) e i valori repubblicani. La sua portata è universale e laica, al contrario del 15 agosto».In ogni caso, l’ipotesi di cancellare dal calendario due giorni festivi non piace ai francesi, come ha confermato un sondaggio pubblicato ieri da Le Figaro e realizzato da Odoxa-Backbone Consulting. I risultati parlano chiaro: solo il 26% degli intervistati è favorevole all’abolizione delle due giornate di vacanza. Invece la stragrande maggioranza, dei partecipanti al sondaggio ha dato il proprio semaforo verde all’ipotesi di creare un «contributo di solidarietà» a carico dei francesi più abbienti, nonché all’idea di congelare la spesa (e magari anche gli sprechi) dei ministeri del governo di Parigi. La prima ipotesi, che però è già stata esclusa dal governo, ha ottenuto il plauso del 79% dei sondati, mentre la seconda dell’80%. Più in generale, l’87% dei transalpini prevede che le misure di budget proposte da Bayrou, porteranno ad un calo del potere d’acquisto. È quindi facile capire come mai una percentuale «bulgara» di intervistati (78%) ritenga che il premier non sia «l’uomo della situazione».Il sondaggio non promette niente di buono per Bayrou che però, stando a fonti anonime ministeriali contattate da La Verità, sarebbe pronto a vendere cara la pelle. Nel senso che potrebbe riuscire ad evitare delle censure parlamentari, negoziando con i vari partiti delle concessioni sui temi cari ai loro elettori. La strada pare comunque molto in salita. Come scritto ieri su questo giornale, l’idea del premier è già stata evocata dal Rassemblement national di Marine Le Pen e da esponenti di estrema sinistra. Il Partito socialista (Ps) sembra essere più cauto ma non esclude che si arrivi ad una nuova crisi di governo e parlamentare. In questo senso, secondo il quotidiano di sinistra Libération, il Ps starebbe lavorando ad un «piano scioglimento», in modo da poter presentare i propri candidati in tutti i 577 collegi elettorali. Il segretario Ps, Olivier Faure preferisce essere pronto ad ogni evenienza perché, ha ricordato, «dal 7 luglio il presidente della Repubblica può nuovamente sciogliere l’Assemblea nazionale» e «conoscendo il suo cinismo, dobbiamo tenerci pronti».
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.