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2018-07-24
Silenzi e omissioni. Su Marchionne Torino come l’Urss
Ansa
Alla fine il giallo l'ha risolto l'Avvocato, inteso come Franzo Grande Stevens: Sergio Marchionne sta morendo di cancro ai polmoni, per «la sua incapacità di sottrarsi alla sigaretta». D'accordo con la famiglia Elkann-Agnelli, domenica pomeriggio ha scritto a un giornale non di proprietà del gruppo torinese, in questo caso Il Corriere della Sera, come sempre ha fatto la Fiat ogni volta che c'era da dare una brutta notizia. E dopo un mesto balletto di silenzi e mezze verità, sulla vicenda umana del manager italo-svizzero naturalizzato canadese cala il sipario. Che sia un grande fumatore, addirittura a getto continuo, lo sanno tutti coloro che lo hanno incontrato. E poi se era socio e consigliere di amministrazione della Philip Morris da un decennio vuol dire che gli piaceva proprio, il tabacco.
Quando si parla di multinazionali quotate a New York e a Milano non è facile gestire la malattia di un amministratore delegato. Da un lato bisogna evitare che ci siano speculazioni sul titolo della società. Dall'altro non si devono creare delle asimmetrie informative tali per cui i pochi che sanno la verità siano avvantaggiati su tutti gli altri. E poi, per via della benedetta legge sulla privacy, c'è sempre un dibattito su quale rilevanza abbiano per il mercato le notizie sulla salute di un personaggio pubblico. Quando poi si tratta di persone di enorme potere, è sempre in agguato il paragone grottesco con i presidenti dell'Unione sovietica, che di solito avevano un semplice raffreddore fino a pochi minuti prima di morire.
Dunque Marchionne scompare dai radar dopo il 26 giugno, quando a Roma partecipa alla presentazione della nuova Jeep realizzata appositamente per i carabinieri. I presenti ricordano che non era in forma e respirava male, ma faceva anche un gran caldo. Il 5 luglio, inizia a uscire il primo spiffero, su Internet. Il sito Lettera43, con un articolo di Giovanna Predoni, racconta che «da una settimana il capo di Fca ha annullato tutti gli impegni». E poi aggiunge: «Secondo indiscrezioni ora si trova in una clinica in Svizzera, dove si è sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Un portavoce di Fca, interpellato in merito, ha precisato che Marchionne si è operato alla spalla destra ed è ora in fase di recupero. È previsto un breve periodo di convalescenza». La storia dell'operazione alla spalla, dal punto di vista della comunicazione, è una mezza verità a doppio taglio. Ha il pregio di non essere una bugia, il che poi potrebbe dare problemi con le autorità di vigilanza, ma è anche una notevole minimizzazione quando si scopre che siamo in presenza di un male incurabile. In più, a meno che la spalla sia finita sotto un trattore, di solito non si richiede una lunga convalescenza.
Con le voci sempre peggiori che s'infittiscono di giorno in giorno, la mattina di giovedì scorso, Lettera43 torna alla carica: «A oggi è molto probabile, a meno di recuperi formidabili, che l'ad di Fca non possa essere presente alla conference call sui risultati prevista per il 25 luglio». Dopo di che registra il «no comment» del gruppo e punta il dito: «C'è un problema molto serio di comunicazione ai mercati».
Un problema che ha spostato denari? In realtà, per tutta la scorsa settimana Fca si è mossa in linea con gli indici e i «guardiani» della Consob non hanno rilevato movimenti anomali. Ma è certo che lo staff di comunicazione del gruppo e di John Elkann era assai preoccupato e giovedì aveva un solo, disperato, obiettivo: arrivare indenni a sabato, ovvero poter parlare a mercati chiusi.
La scelta, sabato, è stata di rispettare al massimo la riservatezza di Marchionne e dei suoi cari. E quindi nessuna notizia sul suo male. Al mattino vengono riuniti d'urgenza tutti i cda delle società coinvolte (Fca, Cnh, Ferrari) e vengono scelti i successori del manager che aveva salvato Fiat da morte certa. In serata, ecco un comunicato sulle sue condizioni di salute con l'ammissione che «sono intervenute complicazioni inattese durante la convalescenza post-operatoria, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa». E anche adesso il manager si trova sempre in terapia intensiva all'Universitätsspital di Zurigo, dove è entrato il 28 giugno per un dichiarato intervento alla spalla destra. Ma quello che conta, per i mercati, è che Fca non abbia nascosto l'impedimento assoluto del suo numero uno. E non l'ha fatto.
Neppure nel weekend, però, da Torino spiegano che cosa ha veramente. E allora, come sempre accade quando ci si chiude a riccio, fioriscono le illazioni. Si pensa a un errore, o a un imprevisto, in sede di anestesia, oppure a un ictus o a qualche tumore che ha invaso la spalla. È un altro sito, Dagospia, a fare lo scoop: «Marchionne colpito da un tumore ai polmoni». Questo la mattina di domenica, quando i giornali sono pieni di commemorazioni in vita del povero Marchionne, complice il fatto che lo stesso Elkann ne parla al passato («Non torna, è stato il migliore»). Ieri mattina, infine, ci pensa Grande Stevens a raccontare la verità, con una lunga lettera al Corriere di Urbano Cairo, nella cui parte finale scrive: «Quando ho saputo che era ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette (…). Poi ebbi la conferma da Zurigo che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine».
Francesco Bonazzi
Il nuovo ad e l’addio di Altavilla allarmano i mercati e gli analisti
L'importanza di Sergio Marchionne all'interno di Fca si vede anche in questo momento di transizione per i vertici del gruppo Fca. Alfredo Altavilla, braccio destro di Marchionne e tra i favoriti a prendere il posto di ceo di Fca, ieri ha lasciato la carica di direttore operativo Europa, Africa e Medioriente del Lingotto. La carica ad interim sarà assunta da Mike Manley che da meno di ventiquattro ore è stato nominato amministratore delegato del Lingotto dopo il precipitare delle condizioni di salute di Sergio Marchionne, considerate «irreversibili» e pertanto molto gravi. Altavilla lavorerà con il neo amministratore delegato fino alla fine di agosto per assicurare il proprio supporto durante la transizione. Le deleghe di Altavilla, dunque, verranno divise tra Manley e Richard Palmer, il direttore finanziario (terzo nome in lista per la poltrona operativa più alta di Fca) che si occuperà di curare a livello globale tutte le attività di sviluppo a livello commerciale.
Ufficialmente, si legge nel comunicato di Fca, Altavilla lascia il gruppo automobilistico per perseguire altri interessi professionali. In realtà sono in molti a sostenere che dietro il passo indietro di Altavilla ci sia proprio la nomina di Manley alla guida del gruppo. Altavilla è stato nominato direttore operativo Emea il 12 novembre 2012, ma ha iniziato la sua carriera al Lingotto molto tempo prima. Nel 1990, infatti, è stato assunto in Fiat auto, dove inizialmente si è occupato di operazioni internazionali nell'ambito delle attività di pianificazione strategica e sviluppo prodotto. Nel 1995 è stato nominato responsabile dell'ufficio Fiat auto di Pechino e nel 1999 responsabile delle attività in Asia. Dal 2001 si è occupato di sviluppo commerciale, assumendo nel 2002 il coordinamento delle attività riguardanti l'alleanza con General motors e, nel 2004, l'incarico di gestione di tutte le alleanze. A luglio 2009 è entrato nel cda di Chrysler e a ottobre 2009 è stato nominato vicepresidente esecutivo dello sviluppo commerciale del gruppo Fiat. Da novembre 2010 a novembre 2012 è stato anche presidente e ad di Iveco.
Altavilla è stato uno degli uomini chiave della fusione con Chrysler, l'operazione che ha portato al rilancio del gruppo automobilistico italiano. In molti pensavano che potesse essere proprio lui a raccogliere il testimone del manager italocanadese; una scelta che poi il cda ha deciso di far ricadere su Manley. Tra l'altro, il manager a maggio scorso è diventato membro del cda di Tim, indicato dal fondo americano Elliott dopo il riassetto dell'azienda di tlc alla luce dello scontro con il socio francese Vivendi.
Ad ogni modo, le dimissioni di Altavilla e l'impasse che stanno attraversando i vertici del Lingotto non sembrano convincere agli analisti. In realtà, i quattro titoli del gruppo quotati in Borsa hanno perso terreno, ma senza esagerare. Il problema riguarda più il futuro del gruppo nel lungo periodo. Ferrari è quella che ha perso più di tutti (-5,22% a 113,45 euro), seguita dalla capogruppo Exor (-3,64% a 54,54 euro), da Fca (-2,73% a 15,968 euro) e da Cnh Industrial (-2,09% a 8,638 euro).
Banca Akros ha ridotto la raccomandazione sul titolo del Cavallino rampante da «accumulate» a «neutral» (da accumulare a neutrale), con prezzo obiettivo che scende da 132,5 a 120 euro. Per gli esperti «il mercato aveva aspettative molto alte sui risultati che Sergio Marchionne avrebbe portato a Ferrari nei prossimi cinque anni. Ora riteniamo che al nuovo ceo, Louis Camilleri, servirà del tempo per conoscere la società e non saremmo sorpresi se posticipasse il Capital markets day in agenda a settembre». Giudizio simile da Banca Akros anche su Fca. In questo caso il prezzo obiettivo scende da 25 a 22,5 euro: «Il peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne ha accelerato un processo già in atto», evidenziano gli analisti, che però si dicono «non certi al 100% che l'esito di tale processo sarebbe stato identico. Ad ogni modo, la notizia giunge come una sorpresa negativa. È possibile che riparta una qualche speculazione di fusione e acqusizione (da altri gruppi, ndr) ora che la leadership di Fca si è indebolita in modo così brusco».
Per Equita sim (che consigliano di mantenere il titolo senza venderlo con prezzo obiettivo a 21,8 euro su Fca), «alla luce dei successi degli ultimi 14 anni l'uscita di Marchionne è indubbiamente una grave perdita. Riteniamo che ciò possa pesare soprattutto su Fca», con gli analisti della sim che invece pensano si possa allontanare «il potenziale di una eventuale acquisizione (conoscendo le qualità di negoziatore di Marchionne)».
Mediobanca securities (prezzo obiettivo a 22,7 euro su Fca) ritiene che l'uscita del manager italocanadese «aumenti la volatilità del titolo». Il gruppo di Piazzetta Cuccia crede che «il mercato si aspettasse che Marchionne sorprendesse ancora con un ultimo fusione prima del suo ritiro». Al momento, quindi, Piazza Affari appare piuttosto incerta sul futuro del gruppo Fiat Chrysler. Gli analisti credono che un matrimonio come quello prospettato con Hyundai per sviluppare il settore delle auto elettriche ora possa saltare. Sarebbe un peccato, oltre che un grande danno per la più importante azienda del Paese.
Gianluca Baldini
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Dal male alla spalla al necrologio di John Elkann. La casa madre esce dall'impasse grazie a Grande Stevens: tumore ai polmoni.Il responsabile delle attività europee lascia, deluso dalla scelta di Manley, e il titolo soffre senza crollare Il Cavallino perde più di tutti (-5,22%), seguito da Exor (-3,64%), Fca (-2,73%) e Cnh industrial (-2,09%).Lo speciale contiene due articoliAlla fine il giallo l'ha risolto l'Avvocato, inteso come Franzo Grande Stevens: Sergio Marchionne sta morendo di cancro ai polmoni, per «la sua incapacità di sottrarsi alla sigaretta». D'accordo con la famiglia Elkann-Agnelli, domenica pomeriggio ha scritto a un giornale non di proprietà del gruppo torinese, in questo caso Il Corriere della Sera, come sempre ha fatto la Fiat ogni volta che c'era da dare una brutta notizia. E dopo un mesto balletto di silenzi e mezze verità, sulla vicenda umana del manager italo-svizzero naturalizzato canadese cala il sipario. Che sia un grande fumatore, addirittura a getto continuo, lo sanno tutti coloro che lo hanno incontrato. E poi se era socio e consigliere di amministrazione della Philip Morris da un decennio vuol dire che gli piaceva proprio, il tabacco. Quando si parla di multinazionali quotate a New York e a Milano non è facile gestire la malattia di un amministratore delegato. Da un lato bisogna evitare che ci siano speculazioni sul titolo della società. Dall'altro non si devono creare delle asimmetrie informative tali per cui i pochi che sanno la verità siano avvantaggiati su tutti gli altri. E poi, per via della benedetta legge sulla privacy, c'è sempre un dibattito su quale rilevanza abbiano per il mercato le notizie sulla salute di un personaggio pubblico. Quando poi si tratta di persone di enorme potere, è sempre in agguato il paragone grottesco con i presidenti dell'Unione sovietica, che di solito avevano un semplice raffreddore fino a pochi minuti prima di morire. Dunque Marchionne scompare dai radar dopo il 26 giugno, quando a Roma partecipa alla presentazione della nuova Jeep realizzata appositamente per i carabinieri. I presenti ricordano che non era in forma e respirava male, ma faceva anche un gran caldo. Il 5 luglio, inizia a uscire il primo spiffero, su Internet. Il sito Lettera43, con un articolo di Giovanna Predoni, racconta che «da una settimana il capo di Fca ha annullato tutti gli impegni». E poi aggiunge: «Secondo indiscrezioni ora si trova in una clinica in Svizzera, dove si è sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Un portavoce di Fca, interpellato in merito, ha precisato che Marchionne si è operato alla spalla destra ed è ora in fase di recupero. È previsto un breve periodo di convalescenza». La storia dell'operazione alla spalla, dal punto di vista della comunicazione, è una mezza verità a doppio taglio. Ha il pregio di non essere una bugia, il che poi potrebbe dare problemi con le autorità di vigilanza, ma è anche una notevole minimizzazione quando si scopre che siamo in presenza di un male incurabile. In più, a meno che la spalla sia finita sotto un trattore, di solito non si richiede una lunga convalescenza. Con le voci sempre peggiori che s'infittiscono di giorno in giorno, la mattina di giovedì scorso, Lettera43 torna alla carica: «A oggi è molto probabile, a meno di recuperi formidabili, che l'ad di Fca non possa essere presente alla conference call sui risultati prevista per il 25 luglio». Dopo di che registra il «no comment» del gruppo e punta il dito: «C'è un problema molto serio di comunicazione ai mercati». Un problema che ha spostato denari? In realtà, per tutta la scorsa settimana Fca si è mossa in linea con gli indici e i «guardiani» della Consob non hanno rilevato movimenti anomali. Ma è certo che lo staff di comunicazione del gruppo e di John Elkann era assai preoccupato e giovedì aveva un solo, disperato, obiettivo: arrivare indenni a sabato, ovvero poter parlare a mercati chiusi. La scelta, sabato, è stata di rispettare al massimo la riservatezza di Marchionne e dei suoi cari. E quindi nessuna notizia sul suo male. Al mattino vengono riuniti d'urgenza tutti i cda delle società coinvolte (Fca, Cnh, Ferrari) e vengono scelti i successori del manager che aveva salvato Fiat da morte certa. In serata, ecco un comunicato sulle sue condizioni di salute con l'ammissione che «sono intervenute complicazioni inattese durante la convalescenza post-operatoria, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa». E anche adesso il manager si trova sempre in terapia intensiva all'Universitätsspital di Zurigo, dove è entrato il 28 giugno per un dichiarato intervento alla spalla destra. Ma quello che conta, per i mercati, è che Fca non abbia nascosto l'impedimento assoluto del suo numero uno. E non l'ha fatto. Neppure nel weekend, però, da Torino spiegano che cosa ha veramente. E allora, come sempre accade quando ci si chiude a riccio, fioriscono le illazioni. Si pensa a un errore, o a un imprevisto, in sede di anestesia, oppure a un ictus o a qualche tumore che ha invaso la spalla. È un altro sito, Dagospia, a fare lo scoop: «Marchionne colpito da un tumore ai polmoni». Questo la mattina di domenica, quando i giornali sono pieni di commemorazioni in vita del povero Marchionne, complice il fatto che lo stesso Elkann ne parla al passato («Non torna, è stato il migliore»). Ieri mattina, infine, ci pensa Grande Stevens a raccontare la verità, con una lunga lettera al Corriere di Urbano Cairo, nella cui parte finale scrive: «Quando ho saputo che era ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette (…). Poi ebbi la conferma da Zurigo che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine». Francesco Bonazzi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/silenzi-e-omissioni-su-marchionne-torino-come-lurss-2589492597.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nuovo-ad-e-laddio-di-altavilla-allarmano-i-mercati-e-gli-analisti" data-post-id="2589492597" data-published-at="1778467800" data-use-pagination="False"> Il nuovo ad e l’addio di Altavilla allarmano i mercati e gli analisti L'importanza di Sergio Marchionne all'interno di Fca si vede anche in questo momento di transizione per i vertici del gruppo Fca. Alfredo Altavilla, braccio destro di Marchionne e tra i favoriti a prendere il posto di ceo di Fca, ieri ha lasciato la carica di direttore operativo Europa, Africa e Medioriente del Lingotto. La carica ad interim sarà assunta da Mike Manley che da meno di ventiquattro ore è stato nominato amministratore delegato del Lingotto dopo il precipitare delle condizioni di salute di Sergio Marchionne, considerate «irreversibili» e pertanto molto gravi. Altavilla lavorerà con il neo amministratore delegato fino alla fine di agosto per assicurare il proprio supporto durante la transizione. Le deleghe di Altavilla, dunque, verranno divise tra Manley e Richard Palmer, il direttore finanziario (terzo nome in lista per la poltrona operativa più alta di Fca) che si occuperà di curare a livello globale tutte le attività di sviluppo a livello commerciale. Ufficialmente, si legge nel comunicato di Fca, Altavilla lascia il gruppo automobilistico per perseguire altri interessi professionali. In realtà sono in molti a sostenere che dietro il passo indietro di Altavilla ci sia proprio la nomina di Manley alla guida del gruppo. Altavilla è stato nominato direttore operativo Emea il 12 novembre 2012, ma ha iniziato la sua carriera al Lingotto molto tempo prima. Nel 1990, infatti, è stato assunto in Fiat auto, dove inizialmente si è occupato di operazioni internazionali nell'ambito delle attività di pianificazione strategica e sviluppo prodotto. Nel 1995 è stato nominato responsabile dell'ufficio Fiat auto di Pechino e nel 1999 responsabile delle attività in Asia. Dal 2001 si è occupato di sviluppo commerciale, assumendo nel 2002 il coordinamento delle attività riguardanti l'alleanza con General motors e, nel 2004, l'incarico di gestione di tutte le alleanze. A luglio 2009 è entrato nel cda di Chrysler e a ottobre 2009 è stato nominato vicepresidente esecutivo dello sviluppo commerciale del gruppo Fiat. Da novembre 2010 a novembre 2012 è stato anche presidente e ad di Iveco. Altavilla è stato uno degli uomini chiave della fusione con Chrysler, l'operazione che ha portato al rilancio del gruppo automobilistico italiano. In molti pensavano che potesse essere proprio lui a raccogliere il testimone del manager italocanadese; una scelta che poi il cda ha deciso di far ricadere su Manley. Tra l'altro, il manager a maggio scorso è diventato membro del cda di Tim, indicato dal fondo americano Elliott dopo il riassetto dell'azienda di tlc alla luce dello scontro con il socio francese Vivendi. Ad ogni modo, le dimissioni di Altavilla e l'impasse che stanno attraversando i vertici del Lingotto non sembrano convincere agli analisti. In realtà, i quattro titoli del gruppo quotati in Borsa hanno perso terreno, ma senza esagerare. Il problema riguarda più il futuro del gruppo nel lungo periodo. Ferrari è quella che ha perso più di tutti (-5,22% a 113,45 euro), seguita dalla capogruppo Exor (-3,64% a 54,54 euro), da Fca (-2,73% a 15,968 euro) e da Cnh Industrial (-2,09% a 8,638 euro). Banca Akros ha ridotto la raccomandazione sul titolo del Cavallino rampante da «accumulate» a «neutral» (da accumulare a neutrale), con prezzo obiettivo che scende da 132,5 a 120 euro. Per gli esperti «il mercato aveva aspettative molto alte sui risultati che Sergio Marchionne avrebbe portato a Ferrari nei prossimi cinque anni. Ora riteniamo che al nuovo ceo, Louis Camilleri, servirà del tempo per conoscere la società e non saremmo sorpresi se posticipasse il Capital markets day in agenda a settembre». Giudizio simile da Banca Akros anche su Fca. In questo caso il prezzo obiettivo scende da 25 a 22,5 euro: «Il peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne ha accelerato un processo già in atto», evidenziano gli analisti, che però si dicono «non certi al 100% che l'esito di tale processo sarebbe stato identico. Ad ogni modo, la notizia giunge come una sorpresa negativa. È possibile che riparta una qualche speculazione di fusione e acqusizione (da altri gruppi, ndr) ora che la leadership di Fca si è indebolita in modo così brusco». Per Equita sim (che consigliano di mantenere il titolo senza venderlo con prezzo obiettivo a 21,8 euro su Fca), «alla luce dei successi degli ultimi 14 anni l'uscita di Marchionne è indubbiamente una grave perdita. Riteniamo che ciò possa pesare soprattutto su Fca», con gli analisti della sim che invece pensano si possa allontanare «il potenziale di una eventuale acquisizione (conoscendo le qualità di negoziatore di Marchionne)». Mediobanca securities (prezzo obiettivo a 22,7 euro su Fca) ritiene che l'uscita del manager italocanadese «aumenti la volatilità del titolo». Il gruppo di Piazzetta Cuccia crede che «il mercato si aspettasse che Marchionne sorprendesse ancora con un ultimo fusione prima del suo ritiro». Al momento, quindi, Piazza Affari appare piuttosto incerta sul futuro del gruppo Fiat Chrysler. Gli analisti credono che un matrimonio come quello prospettato con Hyundai per sviluppare il settore delle auto elettriche ora possa saltare. Sarebbe un peccato, oltre che un grande danno per la più importante azienda del Paese. Gianluca Baldini
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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