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2018-07-24
Silenzi e omissioni. Su Marchionne Torino come l’Urss
Ansa
Alla fine il giallo l'ha risolto l'Avvocato, inteso come Franzo Grande Stevens: Sergio Marchionne sta morendo di cancro ai polmoni, per «la sua incapacità di sottrarsi alla sigaretta». D'accordo con la famiglia Elkann-Agnelli, domenica pomeriggio ha scritto a un giornale non di proprietà del gruppo torinese, in questo caso Il Corriere della Sera, come sempre ha fatto la Fiat ogni volta che c'era da dare una brutta notizia. E dopo un mesto balletto di silenzi e mezze verità, sulla vicenda umana del manager italo-svizzero naturalizzato canadese cala il sipario. Che sia un grande fumatore, addirittura a getto continuo, lo sanno tutti coloro che lo hanno incontrato. E poi se era socio e consigliere di amministrazione della Philip Morris da un decennio vuol dire che gli piaceva proprio, il tabacco.
Quando si parla di multinazionali quotate a New York e a Milano non è facile gestire la malattia di un amministratore delegato. Da un lato bisogna evitare che ci siano speculazioni sul titolo della società. Dall'altro non si devono creare delle asimmetrie informative tali per cui i pochi che sanno la verità siano avvantaggiati su tutti gli altri. E poi, per via della benedetta legge sulla privacy, c'è sempre un dibattito su quale rilevanza abbiano per il mercato le notizie sulla salute di un personaggio pubblico. Quando poi si tratta di persone di enorme potere, è sempre in agguato il paragone grottesco con i presidenti dell'Unione sovietica, che di solito avevano un semplice raffreddore fino a pochi minuti prima di morire.
Dunque Marchionne scompare dai radar dopo il 26 giugno, quando a Roma partecipa alla presentazione della nuova Jeep realizzata appositamente per i carabinieri. I presenti ricordano che non era in forma e respirava male, ma faceva anche un gran caldo. Il 5 luglio, inizia a uscire il primo spiffero, su Internet. Il sito Lettera43, con un articolo di Giovanna Predoni, racconta che «da una settimana il capo di Fca ha annullato tutti gli impegni». E poi aggiunge: «Secondo indiscrezioni ora si trova in una clinica in Svizzera, dove si è sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Un portavoce di Fca, interpellato in merito, ha precisato che Marchionne si è operato alla spalla destra ed è ora in fase di recupero. È previsto un breve periodo di convalescenza». La storia dell'operazione alla spalla, dal punto di vista della comunicazione, è una mezza verità a doppio taglio. Ha il pregio di non essere una bugia, il che poi potrebbe dare problemi con le autorità di vigilanza, ma è anche una notevole minimizzazione quando si scopre che siamo in presenza di un male incurabile. In più, a meno che la spalla sia finita sotto un trattore, di solito non si richiede una lunga convalescenza.
Con le voci sempre peggiori che s'infittiscono di giorno in giorno, la mattina di giovedì scorso, Lettera43 torna alla carica: «A oggi è molto probabile, a meno di recuperi formidabili, che l'ad di Fca non possa essere presente alla conference call sui risultati prevista per il 25 luglio». Dopo di che registra il «no comment» del gruppo e punta il dito: «C'è un problema molto serio di comunicazione ai mercati».
Un problema che ha spostato denari? In realtà, per tutta la scorsa settimana Fca si è mossa in linea con gli indici e i «guardiani» della Consob non hanno rilevato movimenti anomali. Ma è certo che lo staff di comunicazione del gruppo e di John Elkann era assai preoccupato e giovedì aveva un solo, disperato, obiettivo: arrivare indenni a sabato, ovvero poter parlare a mercati chiusi.
La scelta, sabato, è stata di rispettare al massimo la riservatezza di Marchionne e dei suoi cari. E quindi nessuna notizia sul suo male. Al mattino vengono riuniti d'urgenza tutti i cda delle società coinvolte (Fca, Cnh, Ferrari) e vengono scelti i successori del manager che aveva salvato Fiat da morte certa. In serata, ecco un comunicato sulle sue condizioni di salute con l'ammissione che «sono intervenute complicazioni inattese durante la convalescenza post-operatoria, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa». E anche adesso il manager si trova sempre in terapia intensiva all'Universitätsspital di Zurigo, dove è entrato il 28 giugno per un dichiarato intervento alla spalla destra. Ma quello che conta, per i mercati, è che Fca non abbia nascosto l'impedimento assoluto del suo numero uno. E non l'ha fatto.
Neppure nel weekend, però, da Torino spiegano che cosa ha veramente. E allora, come sempre accade quando ci si chiude a riccio, fioriscono le illazioni. Si pensa a un errore, o a un imprevisto, in sede di anestesia, oppure a un ictus o a qualche tumore che ha invaso la spalla. È un altro sito, Dagospia, a fare lo scoop: «Marchionne colpito da un tumore ai polmoni». Questo la mattina di domenica, quando i giornali sono pieni di commemorazioni in vita del povero Marchionne, complice il fatto che lo stesso Elkann ne parla al passato («Non torna, è stato il migliore»). Ieri mattina, infine, ci pensa Grande Stevens a raccontare la verità, con una lunga lettera al Corriere di Urbano Cairo, nella cui parte finale scrive: «Quando ho saputo che era ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette (…). Poi ebbi la conferma da Zurigo che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine».
Francesco Bonazzi
Il nuovo ad e l’addio di Altavilla allarmano i mercati e gli analisti
L'importanza di Sergio Marchionne all'interno di Fca si vede anche in questo momento di transizione per i vertici del gruppo Fca. Alfredo Altavilla, braccio destro di Marchionne e tra i favoriti a prendere il posto di ceo di Fca, ieri ha lasciato la carica di direttore operativo Europa, Africa e Medioriente del Lingotto. La carica ad interim sarà assunta da Mike Manley che da meno di ventiquattro ore è stato nominato amministratore delegato del Lingotto dopo il precipitare delle condizioni di salute di Sergio Marchionne, considerate «irreversibili» e pertanto molto gravi. Altavilla lavorerà con il neo amministratore delegato fino alla fine di agosto per assicurare il proprio supporto durante la transizione. Le deleghe di Altavilla, dunque, verranno divise tra Manley e Richard Palmer, il direttore finanziario (terzo nome in lista per la poltrona operativa più alta di Fca) che si occuperà di curare a livello globale tutte le attività di sviluppo a livello commerciale.
Ufficialmente, si legge nel comunicato di Fca, Altavilla lascia il gruppo automobilistico per perseguire altri interessi professionali. In realtà sono in molti a sostenere che dietro il passo indietro di Altavilla ci sia proprio la nomina di Manley alla guida del gruppo. Altavilla è stato nominato direttore operativo Emea il 12 novembre 2012, ma ha iniziato la sua carriera al Lingotto molto tempo prima. Nel 1990, infatti, è stato assunto in Fiat auto, dove inizialmente si è occupato di operazioni internazionali nell'ambito delle attività di pianificazione strategica e sviluppo prodotto. Nel 1995 è stato nominato responsabile dell'ufficio Fiat auto di Pechino e nel 1999 responsabile delle attività in Asia. Dal 2001 si è occupato di sviluppo commerciale, assumendo nel 2002 il coordinamento delle attività riguardanti l'alleanza con General motors e, nel 2004, l'incarico di gestione di tutte le alleanze. A luglio 2009 è entrato nel cda di Chrysler e a ottobre 2009 è stato nominato vicepresidente esecutivo dello sviluppo commerciale del gruppo Fiat. Da novembre 2010 a novembre 2012 è stato anche presidente e ad di Iveco.
Altavilla è stato uno degli uomini chiave della fusione con Chrysler, l'operazione che ha portato al rilancio del gruppo automobilistico italiano. In molti pensavano che potesse essere proprio lui a raccogliere il testimone del manager italocanadese; una scelta che poi il cda ha deciso di far ricadere su Manley. Tra l'altro, il manager a maggio scorso è diventato membro del cda di Tim, indicato dal fondo americano Elliott dopo il riassetto dell'azienda di tlc alla luce dello scontro con il socio francese Vivendi.
Ad ogni modo, le dimissioni di Altavilla e l'impasse che stanno attraversando i vertici del Lingotto non sembrano convincere agli analisti. In realtà, i quattro titoli del gruppo quotati in Borsa hanno perso terreno, ma senza esagerare. Il problema riguarda più il futuro del gruppo nel lungo periodo. Ferrari è quella che ha perso più di tutti (-5,22% a 113,45 euro), seguita dalla capogruppo Exor (-3,64% a 54,54 euro), da Fca (-2,73% a 15,968 euro) e da Cnh Industrial (-2,09% a 8,638 euro).
Banca Akros ha ridotto la raccomandazione sul titolo del Cavallino rampante da «accumulate» a «neutral» (da accumulare a neutrale), con prezzo obiettivo che scende da 132,5 a 120 euro. Per gli esperti «il mercato aveva aspettative molto alte sui risultati che Sergio Marchionne avrebbe portato a Ferrari nei prossimi cinque anni. Ora riteniamo che al nuovo ceo, Louis Camilleri, servirà del tempo per conoscere la società e non saremmo sorpresi se posticipasse il Capital markets day in agenda a settembre». Giudizio simile da Banca Akros anche su Fca. In questo caso il prezzo obiettivo scende da 25 a 22,5 euro: «Il peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne ha accelerato un processo già in atto», evidenziano gli analisti, che però si dicono «non certi al 100% che l'esito di tale processo sarebbe stato identico. Ad ogni modo, la notizia giunge come una sorpresa negativa. È possibile che riparta una qualche speculazione di fusione e acqusizione (da altri gruppi, ndr) ora che la leadership di Fca si è indebolita in modo così brusco».
Per Equita sim (che consigliano di mantenere il titolo senza venderlo con prezzo obiettivo a 21,8 euro su Fca), «alla luce dei successi degli ultimi 14 anni l'uscita di Marchionne è indubbiamente una grave perdita. Riteniamo che ciò possa pesare soprattutto su Fca», con gli analisti della sim che invece pensano si possa allontanare «il potenziale di una eventuale acquisizione (conoscendo le qualità di negoziatore di Marchionne)».
Mediobanca securities (prezzo obiettivo a 22,7 euro su Fca) ritiene che l'uscita del manager italocanadese «aumenti la volatilità del titolo». Il gruppo di Piazzetta Cuccia crede che «il mercato si aspettasse che Marchionne sorprendesse ancora con un ultimo fusione prima del suo ritiro». Al momento, quindi, Piazza Affari appare piuttosto incerta sul futuro del gruppo Fiat Chrysler. Gli analisti credono che un matrimonio come quello prospettato con Hyundai per sviluppare il settore delle auto elettriche ora possa saltare. Sarebbe un peccato, oltre che un grande danno per la più importante azienda del Paese.
Gianluca Baldini
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Dal male alla spalla al necrologio di John Elkann. La casa madre esce dall'impasse grazie a Grande Stevens: tumore ai polmoni.Il responsabile delle attività europee lascia, deluso dalla scelta di Manley, e il titolo soffre senza crollare Il Cavallino perde più di tutti (-5,22%), seguito da Exor (-3,64%), Fca (-2,73%) e Cnh industrial (-2,09%).Lo speciale contiene due articoliAlla fine il giallo l'ha risolto l'Avvocato, inteso come Franzo Grande Stevens: Sergio Marchionne sta morendo di cancro ai polmoni, per «la sua incapacità di sottrarsi alla sigaretta». D'accordo con la famiglia Elkann-Agnelli, domenica pomeriggio ha scritto a un giornale non di proprietà del gruppo torinese, in questo caso Il Corriere della Sera, come sempre ha fatto la Fiat ogni volta che c'era da dare una brutta notizia. E dopo un mesto balletto di silenzi e mezze verità, sulla vicenda umana del manager italo-svizzero naturalizzato canadese cala il sipario. Che sia un grande fumatore, addirittura a getto continuo, lo sanno tutti coloro che lo hanno incontrato. E poi se era socio e consigliere di amministrazione della Philip Morris da un decennio vuol dire che gli piaceva proprio, il tabacco. Quando si parla di multinazionali quotate a New York e a Milano non è facile gestire la malattia di un amministratore delegato. Da un lato bisogna evitare che ci siano speculazioni sul titolo della società. Dall'altro non si devono creare delle asimmetrie informative tali per cui i pochi che sanno la verità siano avvantaggiati su tutti gli altri. E poi, per via della benedetta legge sulla privacy, c'è sempre un dibattito su quale rilevanza abbiano per il mercato le notizie sulla salute di un personaggio pubblico. Quando poi si tratta di persone di enorme potere, è sempre in agguato il paragone grottesco con i presidenti dell'Unione sovietica, che di solito avevano un semplice raffreddore fino a pochi minuti prima di morire. Dunque Marchionne scompare dai radar dopo il 26 giugno, quando a Roma partecipa alla presentazione della nuova Jeep realizzata appositamente per i carabinieri. I presenti ricordano che non era in forma e respirava male, ma faceva anche un gran caldo. Il 5 luglio, inizia a uscire il primo spiffero, su Internet. Il sito Lettera43, con un articolo di Giovanna Predoni, racconta che «da una settimana il capo di Fca ha annullato tutti gli impegni». E poi aggiunge: «Secondo indiscrezioni ora si trova in una clinica in Svizzera, dove si è sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Un portavoce di Fca, interpellato in merito, ha precisato che Marchionne si è operato alla spalla destra ed è ora in fase di recupero. È previsto un breve periodo di convalescenza». La storia dell'operazione alla spalla, dal punto di vista della comunicazione, è una mezza verità a doppio taglio. Ha il pregio di non essere una bugia, il che poi potrebbe dare problemi con le autorità di vigilanza, ma è anche una notevole minimizzazione quando si scopre che siamo in presenza di un male incurabile. In più, a meno che la spalla sia finita sotto un trattore, di solito non si richiede una lunga convalescenza. Con le voci sempre peggiori che s'infittiscono di giorno in giorno, la mattina di giovedì scorso, Lettera43 torna alla carica: «A oggi è molto probabile, a meno di recuperi formidabili, che l'ad di Fca non possa essere presente alla conference call sui risultati prevista per il 25 luglio». Dopo di che registra il «no comment» del gruppo e punta il dito: «C'è un problema molto serio di comunicazione ai mercati». Un problema che ha spostato denari? In realtà, per tutta la scorsa settimana Fca si è mossa in linea con gli indici e i «guardiani» della Consob non hanno rilevato movimenti anomali. Ma è certo che lo staff di comunicazione del gruppo e di John Elkann era assai preoccupato e giovedì aveva un solo, disperato, obiettivo: arrivare indenni a sabato, ovvero poter parlare a mercati chiusi. La scelta, sabato, è stata di rispettare al massimo la riservatezza di Marchionne e dei suoi cari. E quindi nessuna notizia sul suo male. Al mattino vengono riuniti d'urgenza tutti i cda delle società coinvolte (Fca, Cnh, Ferrari) e vengono scelti i successori del manager che aveva salvato Fiat da morte certa. In serata, ecco un comunicato sulle sue condizioni di salute con l'ammissione che «sono intervenute complicazioni inattese durante la convalescenza post-operatoria, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa». E anche adesso il manager si trova sempre in terapia intensiva all'Universitätsspital di Zurigo, dove è entrato il 28 giugno per un dichiarato intervento alla spalla destra. Ma quello che conta, per i mercati, è che Fca non abbia nascosto l'impedimento assoluto del suo numero uno. E non l'ha fatto. Neppure nel weekend, però, da Torino spiegano che cosa ha veramente. E allora, come sempre accade quando ci si chiude a riccio, fioriscono le illazioni. Si pensa a un errore, o a un imprevisto, in sede di anestesia, oppure a un ictus o a qualche tumore che ha invaso la spalla. È un altro sito, Dagospia, a fare lo scoop: «Marchionne colpito da un tumore ai polmoni». Questo la mattina di domenica, quando i giornali sono pieni di commemorazioni in vita del povero Marchionne, complice il fatto che lo stesso Elkann ne parla al passato («Non torna, è stato il migliore»). Ieri mattina, infine, ci pensa Grande Stevens a raccontare la verità, con una lunga lettera al Corriere di Urbano Cairo, nella cui parte finale scrive: «Quando ho saputo che era ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette (…). Poi ebbi la conferma da Zurigo che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine». Francesco Bonazzi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/silenzi-e-omissioni-su-marchionne-torino-come-lurss-2589492597.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nuovo-ad-e-laddio-di-altavilla-allarmano-i-mercati-e-gli-analisti" data-post-id="2589492597" data-published-at="1767985256" data-use-pagination="False"> Il nuovo ad e l’addio di Altavilla allarmano i mercati e gli analisti L'importanza di Sergio Marchionne all'interno di Fca si vede anche in questo momento di transizione per i vertici del gruppo Fca. Alfredo Altavilla, braccio destro di Marchionne e tra i favoriti a prendere il posto di ceo di Fca, ieri ha lasciato la carica di direttore operativo Europa, Africa e Medioriente del Lingotto. La carica ad interim sarà assunta da Mike Manley che da meno di ventiquattro ore è stato nominato amministratore delegato del Lingotto dopo il precipitare delle condizioni di salute di Sergio Marchionne, considerate «irreversibili» e pertanto molto gravi. Altavilla lavorerà con il neo amministratore delegato fino alla fine di agosto per assicurare il proprio supporto durante la transizione. Le deleghe di Altavilla, dunque, verranno divise tra Manley e Richard Palmer, il direttore finanziario (terzo nome in lista per la poltrona operativa più alta di Fca) che si occuperà di curare a livello globale tutte le attività di sviluppo a livello commerciale. Ufficialmente, si legge nel comunicato di Fca, Altavilla lascia il gruppo automobilistico per perseguire altri interessi professionali. In realtà sono in molti a sostenere che dietro il passo indietro di Altavilla ci sia proprio la nomina di Manley alla guida del gruppo. Altavilla è stato nominato direttore operativo Emea il 12 novembre 2012, ma ha iniziato la sua carriera al Lingotto molto tempo prima. Nel 1990, infatti, è stato assunto in Fiat auto, dove inizialmente si è occupato di operazioni internazionali nell'ambito delle attività di pianificazione strategica e sviluppo prodotto. Nel 1995 è stato nominato responsabile dell'ufficio Fiat auto di Pechino e nel 1999 responsabile delle attività in Asia. Dal 2001 si è occupato di sviluppo commerciale, assumendo nel 2002 il coordinamento delle attività riguardanti l'alleanza con General motors e, nel 2004, l'incarico di gestione di tutte le alleanze. A luglio 2009 è entrato nel cda di Chrysler e a ottobre 2009 è stato nominato vicepresidente esecutivo dello sviluppo commerciale del gruppo Fiat. Da novembre 2010 a novembre 2012 è stato anche presidente e ad di Iveco. Altavilla è stato uno degli uomini chiave della fusione con Chrysler, l'operazione che ha portato al rilancio del gruppo automobilistico italiano. In molti pensavano che potesse essere proprio lui a raccogliere il testimone del manager italocanadese; una scelta che poi il cda ha deciso di far ricadere su Manley. Tra l'altro, il manager a maggio scorso è diventato membro del cda di Tim, indicato dal fondo americano Elliott dopo il riassetto dell'azienda di tlc alla luce dello scontro con il socio francese Vivendi. Ad ogni modo, le dimissioni di Altavilla e l'impasse che stanno attraversando i vertici del Lingotto non sembrano convincere agli analisti. In realtà, i quattro titoli del gruppo quotati in Borsa hanno perso terreno, ma senza esagerare. Il problema riguarda più il futuro del gruppo nel lungo periodo. Ferrari è quella che ha perso più di tutti (-5,22% a 113,45 euro), seguita dalla capogruppo Exor (-3,64% a 54,54 euro), da Fca (-2,73% a 15,968 euro) e da Cnh Industrial (-2,09% a 8,638 euro). Banca Akros ha ridotto la raccomandazione sul titolo del Cavallino rampante da «accumulate» a «neutral» (da accumulare a neutrale), con prezzo obiettivo che scende da 132,5 a 120 euro. Per gli esperti «il mercato aveva aspettative molto alte sui risultati che Sergio Marchionne avrebbe portato a Ferrari nei prossimi cinque anni. Ora riteniamo che al nuovo ceo, Louis Camilleri, servirà del tempo per conoscere la società e non saremmo sorpresi se posticipasse il Capital markets day in agenda a settembre». Giudizio simile da Banca Akros anche su Fca. In questo caso il prezzo obiettivo scende da 25 a 22,5 euro: «Il peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne ha accelerato un processo già in atto», evidenziano gli analisti, che però si dicono «non certi al 100% che l'esito di tale processo sarebbe stato identico. Ad ogni modo, la notizia giunge come una sorpresa negativa. È possibile che riparta una qualche speculazione di fusione e acqusizione (da altri gruppi, ndr) ora che la leadership di Fca si è indebolita in modo così brusco». Per Equita sim (che consigliano di mantenere il titolo senza venderlo con prezzo obiettivo a 21,8 euro su Fca), «alla luce dei successi degli ultimi 14 anni l'uscita di Marchionne è indubbiamente una grave perdita. Riteniamo che ciò possa pesare soprattutto su Fca», con gli analisti della sim che invece pensano si possa allontanare «il potenziale di una eventuale acquisizione (conoscendo le qualità di negoziatore di Marchionne)». Mediobanca securities (prezzo obiettivo a 22,7 euro su Fca) ritiene che l'uscita del manager italocanadese «aumenti la volatilità del titolo». Il gruppo di Piazzetta Cuccia crede che «il mercato si aspettasse che Marchionne sorprendesse ancora con un ultimo fusione prima del suo ritiro». Al momento, quindi, Piazza Affari appare piuttosto incerta sul futuro del gruppo Fiat Chrysler. Gli analisti credono che un matrimonio come quello prospettato con Hyundai per sviluppare il settore delle auto elettriche ora possa saltare. Sarebbe un peccato, oltre che un grande danno per la più importante azienda del Paese. Gianluca Baldini
iStock
La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
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Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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