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Ritratto di un Paese che sembra pronto per un golpe «dolce»

Maurizio Belpietro mostra di avere un gran coraggio nel fondare La Verità nell'Italia dell'autunno 2016. Per il nuovo giornale non potrebbe esserci uno scenario peggiore e al tempo stesso allettante. Ci si è messo pure il terremoto di Amatrice che ha sconvolto una parte dell'Italia centrale. In quell'area sta arrivando l'inverno che di solito rende difficile vivere sotto le tende a un'altezza di 995 metri.

Bisogna trovare una casa a quasi cinquemila sfollati. Gli inviati di Palazzo Chigi stanno già parlando di ricostruzione, però nessuno sa dire quando sarà possibile cominciare e quanto durerà.

Ma anche il resto dell'Italia non sta meglio. Un marziano che sbarcasse da noi resterebbe senza parole nel constatare i tanti guai che ci affliggono. Per cominciare, Roma, la capitale, di fatto non esiste più. In Campidoglio si è installata una giunta che c'è e non c'è.

Esiste una sindaca, Virginia Raggi, una bella donna che qualunque maschio vorrebbe portare a una festa e poi chissà dove, ma che non riesce a mettere insieme una squadra. Non appena nomina un assessore, si scopre che la magistratura romana lo sospetta di qualche reato e, dunque, lo costringe a dimettersi.

Però il vero avversario della magica Virginia non è la procura della Repubblica di Roma. Bensì il suo stesso partito, il movimento Cinquestelle guidato da Beppe Grillo. È proprio questa parrocchia a lasciare a bocca aperta il nostro marziano. I politologi non se ne rendono conto sino in fondo, ma stiamo assistendo al suicidio di un gruppo di potere che sembrava destinato a governare l'Italia.

Seguo e racconto la politica da più di cinquant'anni, ma non avevo mai assistito a un fatto tanto strabiliante.

Grillo, i suoi colonnelli e l'apparato che li circonda si stanno togliendo di mezzo da soli, senza il concorso di nessuno. Il loro piccolo mondo è attraversato da congiure, vendette, duelli e mosse dettate dall'odio reciproco.

Personaggi che sembravano avviati a un successo mai visto cadono nel fango uno dopo l'altro e forse non si rialzeranno più.

Esemplare è la fine di Luigi Di Maio. Era il candidato premier di un futuro governo grillesco. Sembrava avere persino il fisico giusto: un bravo ragazzo del sud, il volto del politico calmo, arrivato all'incarico di vice presidente di Montecitorio accanto all'esigente Laura Boldrini, donna dall'aria dura, pronta a tagliare la testa a chiunque si metta di traverso. Ma Di Maio ha fatto harakiri, guadagnandosi la fama del bugiardo. Nel giro di pochi giorni è diventato il fantasma di se stesso. Se io fossi un suo parente, lo terrei d'occhio nella speranza di evitargli gesti irreparabili.

Al posto suo, Grillo ha nominato un altro colonnello, Alessandro Di Battista. Nessuno dei Cinquestelle lo ha ancora dichiarato, ma dovrebbe essere lui, il Dibba, a conquistare Palazzo Chigi. Per quali meriti? Nessuno lo sa. Certo. È una specie di fusto, abituato a viaggiare in motocicletta. Ma per il resto è un signore ancora circondato dal mistero.

Invece un super big di cui sappiamo tutto è il leader maximo dei Cinquestelle: lo stregone Beppe Grillo. È lui la prima vittima del terremoto in Campidoglio. Volete la verità? In pochi giorni, ha buttato alle ortiche quasi tutte le carte che possedeva: il talento politico, la forza dell'istrione, la presa ferrea su un movimento e/o partito che aveva fondato e cresciuto. Al marziano approdato a Roma, Grillo appare un re spodestato da se stesso, autorottamato e pronto alla pensione. Sino a pochi giorni fa, la consorteria dei politologi lo riteneva vincente nel ballottaggio previsto dall'Italicum, la nuova legge elettorale. Visto qualche sera fa, sul palco di Nettuno, ci è parso un urlatore di provincia all'ultimo spettacolo.

Nell'Italia di oggi, tutto sembra accadere a vantaggio del Grande Ganassa, ossia di Matteo Renzi, il premier in carica. È curiosa la sua traiettoria. Appariva avviato a diventare il padrone d'Italia. Grazie a una trovata geniale: il partito della Nazione. Ma oggi, nel settembre 2016, anche lui sta annaspando. La crisi economica non è risolta. Le disuguaglianze sociali restano. Persino il suo aspetto rivela le grandi difficoltà che incontra. È ingrassato. Se si presenta in tivù mostrando il petto, come faceva decenni fa un signore che si chiamava Benito Mussolini, mostra soltanto la pancia del politico che mangia troppo e si muove poco.

Sino a qualche tempo fa, confesso che Renzi mi incuteva un po' di timore. Lo sapevo avido di potere, vendicativo, circondato da una guardia di ferro costituita da un'infinità di consulenti, con una presenza asfissiante nella tivù della Rai e delle emittenti private. Oggi anche per lui è iniziato un autunno che fa da prologo a un inverno durissimo.

Non sto parlando del referendum sulla riforma costituzionale. Lui spera che i sì risultino più numerosi dei no. Ma ha sbagliato nel personalizzare il confronto. Dapprima ha spiegato: se perdo, vado via. Poi si è corretto: anche se perdo, rimango a Palazzo Chigi. Prima del voto, cambierà posizione altre volte. Ma l'unico risultato che ha ottenuto è di far dire a molti elettori, compreso il sottoscritto: a ogni buon conto voterò no, nella speranza di rispedirlo a Firenze.

Comunque a Renzi è rimasto un alleato di non poco conto. È la cosiddetta sinistra del partito democratico. Ma i capi di quest'area sono come i dispersi in guerra. Dobbiamo considerarli vivi, morti, prigionieri, disertori, passati al nemico? Tutte le ipotesi sono possibili. E contribuiscono a rendere un cimitero l'Italia di oggi.

Qualche sera fa, abbiamo visto in tivù quello che sembra essere il nuovo leader del Pd: un giovanotto dal cognome bene augurante, Speranza.

Sembrava un seminarista alle prese con una maliarda che vale tre maschi. Lei era Maria Teresa Mieli, un guerriera renzista, capace di definire i democratici ostili al premier dei malati di mente. Il tragico Speranza non ha battuto ciglio. Mi ha ricordato certi miei compagni di liceo che, trascinati al bordello, fingevano di non vedere le ragazze nude che la casa gli presentava.

Che altro ci offre l'Italia di oggi? Se penso alla politica, la mia risposta è una sola: un grande cimitero di cadaveri. Il discredito di chi occupa una carica pubblica non è mai stato così vasto. Ormai non si distingue più tra un parlamentare e un altro, tra un sindaco e un altro messo a guidare un Comune, una Regione, un società statale. Forse non ce ne siamo accorti. Ma viviamo in una nazione dove non comanda più nessuno. E dove se qualcuno cerca di farlo viene subito abbattuto.

Il risultato è che la Repubblica italiana sta diventando un territorio pronto a qualsiasi scorribanda. Un amico molto pessimista mi ha presentato una profezia: «Presto verremo governati dai carabinieri e dalla Guardia di finanza. Non si tratterà di un colpo di Stato, bensì di un semplice passaggio di consegne tra un potere morente e uno ben saldo nelle sue tante caserme».